Ricordi di Liberazione

Ho sempre avuto, fin da bambina, l’abitudine di raccogliere immagini, giravo per casa con la telecamera e riprendevo ogni cosa, quasi come a volere ad ogni costo preservare in ogni modo tutto ciò che mi circondava, di fatto la mia più grande paura è sempre stata quella di dimenticare.

Ero affascinata dalla memoria di mia nonna e vedevo in lei un enorme serbatoio di ricordi che per me rappresentavano all’epoca delle semplici storie, che magari mi raccontava prima che mi addormentassi o quando facevo i capricci. Questo è sicuramente uno dei video più belli che feci all’epoca: mia nonna, seduta sul suo divano, con i suoi soliti orecchini, gli stessi, ogni giorno di cui ne ho ricordo.

Avevo dieci, forse undici anni e le chiesi cos’era la guerra. Lei mi raccontò questo aneddoto, nel dialetto della sua terra: la Garfagnana. Mi raccontò dei partigiani, delle bombe, della liberazione e della cioccolata. Io di certo non capivo e mai capirò veramente cosa lei potesse aver provato in quel momento della sua vita. Solo con il tempo capii che mi stava raccontando le storie della resistenza.

Le zone della Garfagnana tra il settembre del 1944 e l’aprile del 1945 furono teatro degli scontri tra gli Alleati che, aiutati dai gruppi locali dei partigiani, combatterono contro i nazifascisti cercando di sfondare il fronte tirrenico della linea Gotica, un’opera difensiva fortificata costruita dall’Esercito tedesco.

Il 18 aprile 1945 scattò l’Operazione Second Wind: un’azione combinata messa in atto con mitragliamenti e bombardamenti con cui i partigiani sfondarono la Linea Gotica, seguiti dagli Alleati che il 20 aprile 1945 riuscirono a entrare a Castelnuovo. La Garfagnana, dopo la liberazione di Piazza al Serchio e dei comuni circostanti avvenuta entro il 25 aprile 1945, era stata liberata definitivamente dall’oppressione Nazista.

In totale si contarono: 360.000 sfollati, 1300 civili e partigiani caduti in battaglia, 2500 civili morti contando i massacri dei Nazisti.

Questo è un omaggio:

a mia nonna,

ai suoi ricordi,

alla sua vita,

ai partigiani

e alla libertà.

 

 

Giulia Giampaoli

 

Quarantena

Compito a casa: Come state vivendo la vostra quarantena? Cercate foto, opere d’arte, frame, quadri che possano descrivere dei vostri momenti quotidiani o suscitare dei vostri stati d’animo relativi a questo periodo che stiamo vivendo.

Io ho scelto i miei quadri, e a questi ho voluto inoltre affiancare le foto di momenti che realmente vivo quotidianamente con i miei coinquilini. Inserendo così l’opera dentro la mia scena quotidiana, in chiave ironica, con l’intento di riprodurre quanto più fedelmente i quadri in questione in rapporto alla realtà che viviamo ogni giorno.

 

A

Dopo cena ad Ornans, Courbet, 1849                                         Dopo cena in Villa Casale, 2020

 

I ruoli, gli stati d’animo, le posizioni che si possono individuare nei personaggi di Courbet li ritroviamo nei componenti di Villa Casale; già a partire dell’uomo sulla sinistra: il suo vino è finito e ciò suscita in lui la tipica postura di chi si affloscia, senza speranze, sulla sedia. Di fianco l’uomo col cappello-rasta si accende, come sovente per l’epoca, una pipa con un legnetto che arde, l’altro, in Villa Casale, con l’accendino. Al di là del tavolo siede una figura intenta ad ascoltare il sottofondo musicale immers* nel contesto circostante e fra i suoi pensieri. Infine troviamo colui che intrattiene tutti gli altri commensali, col suo suono di violino-ukulele, intento ad allietare il nostro dopo cena, in quarantena, ormai da 20 giorni.

B

Gabriele mangia fagiolata, 2020                                         Il mangiafagioli, A. Carracci, 1584

Il quadro richiama quelle cene umili, povere ma sostanziose, accompagnate dall’immancabile vino e dal pane, che egli tiene ben stretto nella mano per non farselo rubare dagli altri abitanti della casa. Minestra di fagioli sostituita dalla “fagiolata alla Sella”, ottimo piatto da cucinare in quarantena e commestibile per innumerevoli futuri giorni di clausura.

C

Wiliam Orpen Stillorgan                                                   llaria alla finestra, 2020

La finestra, altro tema di questa quarantena: abbiamo scoperto il suo valore, unico contatto col mondo esterno. Una finestra su cui sedersi, e perché no direttamente sul davanzale con i piedi a penzoloni (tanto al massimo se cadiamo siamo al primo piano). La posa sognante tipica della ragazza dal lungo vestito blu resta tale anche in Ilaria, vestita in comodi abiti casalinghi, cioè in tuta, da 20 giorni. Lo sguardo nel vuoto sulle strade vuote, sia di campagna sia di città, rimane lo stesso per entrambe. Forza ragazze. Ce la faremo.

 

D

Renoir                                                                          Costantino e la pulizia

La pulizia: tema di dibattito costante nei giorni di convivenza forzata. Il nostro Costantino, riluttante nelle pulizie di casa, si vede in questi giorni costretto ad affrontare sedute intensive di pulizia; è qui raffigurato mentre lava a terra (vedi: dà il cencio).

 

Egli sembra assumere la posa della donna raffigurata da Renoir, ma ovviamente in maniera meno aggraziata, posata, armoniosa e fine nonostante il suo maglione in pile colorato, indossato anch’esso da 20 giorni.

 

Francesca Crudeli

Quarantena Diary Parte II

 

26° Giorno di quarantena

[Professore che entra in un’aula liceale dopo la fine della pandemia]
Prof: “Non immaginavo che l’avrei mai detto ma mi siete mancati. Come avete occupato il tempo durante questi mesi?”
G: “Io ho finito di vedere tutte le serie fantasy su Netflix”
F: “Io ho fatto un sacco di fitness e mi son fatto crescere i pettorali!” [Esclama tutto orgoglioso]
[…e così ad uno ad uno rispondono tutti i ragazzi della 4C, tutti tranne Amelia, che rimane con le braccia incrociate e la testa appoggiata sul banco…]
Prof: “E tu Amelia, tu non dici nulla?”
A: “Mah prof, principalmente ho cucinato verdure grigliate mentre cercavo un modo per combattere il patriarcato capitalista, ma non ci sono riuscita.”
Cala un silenzio gelato in aula.

Amelia

Ho passato la notte insonne.
Mi assalgono i pensieri.
Sono Panzer Divisionen, io sono l’esercito francese. Non c’è Dunkerque.

 

L.

Lo yoga mi ha insegnato che per trovare l’equilibrio bisogna guardare un punto fisso all’orizzonte.

Florinda

La parola d’ordine di oggi è: nostalgia.
Un anno fa ero a una festa in Brune a combinare uno dei miei soliti casini.
Oggi sono a casa e non smollo il divano.
Penso che anche domani avrò nostalgia di quella festa. D’ora in poi avrò nostalgia di tutte le feste del mondo.

Elettra

27° Giorno di quarantena

Ah, ecco spiegato il perché dello schifo psicosomatico dei giorni precedenti… Mi è venuto il ciclo! Doloroso. In ritardo. E pure offeso. (SÌ, riesco a percepire quando le mie ovaie sono offese, e no non richiedo applausi per questo)

Amelia

Voglio scrivere qualcosa di bello.
Vorrei accarezzare qualcuno.
Dovrei studiare ma non ce la faccio.
Il fantasma dell’inerzia mi perseguita.

L.

Sei comunque con me, banalmente mi abiti, molto più di quanto non lo faccia io.
Mi chiedo se stai comodo o se preferiresti un altro posto.
Se ti piace la vista o ti immaginavi altri scenari.
Lo so, è uno spazio un po’ caotico specialmente ai piani alti, nella testa.
Sto cercando di mettere ordine.
Immagino che a volte tu sia confuso da quello che trovi dentro e che spesso tu sia sballottato da una parte all’altra.
So che nell’autostrada della mia mente passano tir di pensieri e razionalità a 150 km/h che ti trascinano via, mentre le emozioni viaggiano su treni lenti, ma su questi ti ho comprato un biglietto di prima classe che porta dritto al cuore.
Lì dovrebbe essere comodo, non è troppo scheggiato, non dovrebbe pungere.
Pazienta, se puoi, fino a quando non avrò finito le pulizie di Pasqua.

Florinda

Gli alberi fuori la mia finestra
germogliano
mentre io
appassisco.
Fuori primavera,
dentro inverno.
A volte possono esserci 2 gradi anche con il termostato acceso.

Elettra

28° Giorno di quarantena

I calzini con le foglie di marijuana stampate sopra sono l’unica cosa che mi è rimasta da fumare. Pianifico l’incontro con il fornitore, è tutto programmato. Esco di casa, vado dritta, taglio la piazza, ancora dritta, svolto a sinistra, al terzo incrocio svolto a destra, ci sono quasi… Mi passa affianco una volante della guardia di finanza che sta palesemente mappando la zona. Pochi secondi dopo di fronte a me appare un tizio alquanto sospetto che cammina molto lentamente mentre sembra cercare qualcosa. Con sorniona nonchalance giro i tacchi e me ne torno a passo svelto verso dove son venuta. Questa sera ho incendiato i calzini con le foglie di marijuana stampate sopra.

Amelia

Ho riletto “Quaderni dal carcere” di Gramsci.
Dondolo.

L.

 Bevo troppo caffè e fumo troppe sigarette.

Florinda

Oggi scopro una dote particolare: riesco a provare compassione anche per coloro che mi hanno fatto del male. Sorrido. Forse non tutte le speranze nell’umanità sono perdute.

Elettra

29° Giorno di quarantena

Dovevo comprare la mascherina. È quasi un mese che è iniziata la quarantena e ancora non ho una mascherina, perché quelle di tela non arrivano alle farmacie, nonostante abbiano effettuato l’ordine. Facile imporre mascherine obbligatorie e distribuirle sì e no a metà della popolazione. Non voglio essere alla stregua degli stronzi che comprano mascherine usa e getta. Perché sì è da stronzi, forse non è ancora abbastanza chiaro che questo virus è solo uno degli effetti dell’inquinamento. E noi per tutta risposta inquiniamo ancora di più? Allora questa estinzione è più che meritata. La invoco quasi. Su Terra, sterminaci tutti, e datti pure una mossa, così non devo pensare all’ansia di una tesi magistrale.

Amelia

Ogni mattina c’è un vecchietto che, senza mascherina, fa tre volte il giro della piazza per passeggiare.
Alla sua età lavorerò ancora, se va bene.

L.

La speranza vive nella curva del collo tra la testa e la spalla.
Si accuccia in quell’angolino e abilmente muove i fili dello sguardo: a volte in avanti, a volte indietro.

Florinda

Vorrei smettere di fumare ma i brutti pensieri mi assalgono, e finché lo fanno non potrò mai. Mi chiedono perché fumo, perché così tanto essendo così giovane. Rispondo che non lo so, mi piace, fa figo, anche se la verità è un’altra. Fumo perché quando lo faccio sono sola, e solo sola trovo la pace; i brutti pensieri si mettono in pausa e attraverso il fumo vivo. Che paradosso. D’altronde la vita è nata da un paradosso, quindi non dovrebbe far così strano.
Fumo e spengo il cervello.

Elettra

30° Giorno di quarantena

Tettonici movimenti di convulsione

corpi di pensieri aggrovigliati

malignità danzano sabba al vento

e orrore solo errore

intangibile e massiccio.

Amelia

La mia gioventù si spreca fra sigarette, messaggi visualizzati e senza risposta, incomprensioni ed esami universitari.

L.

Ho reiniziato Grey’s Anatomy dall’inizio…

Florinda

Oggi mi sento un piccolo sasso in mezzo all’oceano, circondato da tantissimi altri sassolini, da bellissime stelle marine e pietre; totalmente inutile. Solo. Sofferente.

Elettra

31° Giorno di quarantena

Il mio coinquilino ha deciso –ed è riuscito– a tornare a casa. Non so se la cosa mi rattristi o se al contrario mi faccia gioire, perché ora rimango proprio sola. Osservo attentamente la sala: una moltitudine di libri, un tappetino da Yoga appoggiato al muro, delle cere sparse sul pavimento, un quarzo appoggiato sul tavolino da caffè e una modesta campana tibetana al suo fianco, una pianta di beniamino vicino alla finestra, dei pennelli nuovi ancora incartati sul tavolo della cucina, il promemoria di un esame ai primi di maggio. No, forse non mi mancherà più di tanto.

Amelia

Sono un borghese, per quanto possa ancora voler dire qualcosa.

L.

Il primo giorno di quarantena mi si fulminò il portatile.
Scheda madre ti odio.
Da allora ho usato un computer fisso del 2011 e ho guardato film e serie tv sul cellulare che mi è caduto in fronte una decina di volte.
Oggi saluto con rabbia e tristezza le mie cuffie.
Addio brutte stronze, adesso passo alle AirPods così nessuna cuffia oserà più avvinghiarsi nelle mie tasche come due cani in calore.

Florinda

La quarantena non fa bene, fa male, i mostri si accaparrano il tuo cervello e ti soggiogano l’animo. Ho paura della morte, non l’ho mai sentita così vicina…

Elettra

32° Giorno di quarantena

Sono riuscita a comprare le mascherine di tela! Non mi sembra vero, quasi un sogno. Stavo per mettermi a piangere davanti alla farmacista, perché mi ha ricambiato con un sorriso a trentadue denti e perché soprattutto si ricordava di me, forse perché sono l’unica persona al di sotto dei settant’anni che frequenta la farmacia (non sono più in grado di relazionarmi con altre persone, è veramente strano, vabbè).

Amelia

La socialità è ferma. Non noto troppe differenze.

L.

La badante di mia nonna si chiama Maria.
Ha 43 anni, viene dalla Romania al confine con la Russia.
Quando andava al liceo il pomeriggio mungeva le mucche e la sera studiava “con le lampade” come dice lei.
Voleva diventare ingegnere agricolo ma poi il comunismo è caduto e lei era la settima bocca da sfamare in casa. Ha combattuto per sposare l’uomo che amava nonostante la disapprovazione della famiglia.
Ce l’ha fatta, adesso lavora da noi per pagare il matrimonio di suo figlio.
La sera quando chiama il marito le si illuminano gli occhi e dorme serena.

Florinda

Ungaretti scriveva ‘soltanto la poesia sola può recuperare l’uomo’. Non c’è niente di più vero. Solo la poesia potrà salvarci. Bellezza, romanticismo, poesia, amore… Queste sono le cose per cui viviamo.

Elettra

33° Giorno di quarantena

Pasqua alternativa e clandestina a casa di amici. Vino bianco e fumo e tante torte salate. Sono riuscita a fare una torta all’acqua al cacao che è venuta divinamente. È strano stare assieme ad altre quattro persone, veramente strano.

Amelia

Penso che la mia gatta capisca il momento: viene spesso a fare le fusa o a strusciarsi fra le mie gambe, come per darmi conforto.

L. 

Buona Pasqua, qualunque cosa voglia dire.

Florinda

Scrivo una poesia e mi accorgo che fa schifo. E anche tutte le altre, in realtà. Diciamo che scrivo poesie per chi non se ne intende, poesie per cialtroni. Ottimo titolo.
Ma poi io non volevo nemmeno scrivere.
Volevo fare la parrucchiera, la cassiera, robe così… solo che poi sarebbe arrivato per forza un giorno in cui avrei dovuto esprimere tutto ciò che ho dentro. E allora avrei scritto.
Diciamo che non ho mai voluto farlo ma ne ho sempre sentito la necessità.
Ottimo compromesso.

Elettra

34° Giorno di quarantena

Ho ricominciato a guardare il detective Monk un po’ per noia, un po’ per disperazione, un po’ per sentirmi più normale.

Amelia

Ieri sera ho bevuto 6 lattine di birra.
Ho pisciato tutta la notte e ho dormito male.

L.

Fra due mesi è il mio compleanno.

Florinda

Per riallacciarmi a ieri: è terribile avere un mondo dentro di sé e non riuscire a esprimerlo.

Elettra 

35° Giorno di quarantena

Penso di aver esaurito il quantitativo di lacrime che avevo disponibile per quest’anno solare.

Amelia 

Ho sbocconcellato qua e là citazioni di Shakespeare. Potrei rivenderle o spacciarle come mie (in parte) per darmi il tono da intellettuale che piace tanto alle ragazze.
Funzionerà.
Certo.

L.

Non credo che impareremo molto da questa situazione, semplicemente diventeremo sempre più noi stessi.
Radicalmente più noi stessi.

Florinda

Aforisma del giorno: non esiste forza più struggente dell’insaziabilità, dell’incompletezza, dell’insoddisfazione. Non esiste dolore più grande della perdita. Non esiste solitudine più profonda di quella umana.

Elettra

36° Giorno di quarantena 

Ho iniziato tre libri e non riesco a continuarli in contemporanea ma non riesco assolutamente a decidere quale proseguire. Sono come posseduta da un desiderio di inglobare e leggere e assimilare e inglobare e sapere, ho proprio fame, devo sapere come vanno a finire tutte queste storie: dove approderà la nave di Marcel adesso, dopo i porti di Vilagarcià e Trèguier? Quale sarà la prossima delirante giravolta intellettuale dell’alter ego di Pessoa? Cosa farà Shantaram-Lin bloccato tra le montagne afghane insieme ai ribelli compagni di Khaderbhai? Senza contare l’irrefrenabile desiderio di leggere Calvino, ho comprato alcuni suoi libri ma li devo ancora iniziare. Forse dovrei iniziare a prendere in considerazione gli audiolibri…

Amelia

Ho fatto la doccia due volte, ma la mia anima è ancora sporca.
Cristo, l’ho pensato davvero.

L. 

Cosa pensi?

Cosa sogni?

Cosa vuoi?

Florinda

Non riesco a trovare l’ispirazione. Perché? Ho davvero bisogno di scrivere un romanzo, una raccolta di poesie, per sentirmi completa? In quanto donna ho bisogno solo di me stessa. Non di un uomo, non di un figlio. Me stessa e basta. Forse con l’aggiunta di un foglio e una penna…

Elettra

37° Giorno di quarantena

Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più…

Amelia

Da oggi metto alla prova la mia forza di volontà: niente carne per una settimana.

L.

Credo che il mio cane sia depresso.

Florinda

Mi sto solo esaurendo. Un Cesare Pavese è già esistito, e si è suicidato a 50 anni.
Smettila di essere così insistente.

Elettra 

38° Giorno di quarantena

Mamma mia che bello distruggersi gli occhi stando 17 ore al computer al giorno. Che bello dover tenere aperte 34 finestre desktop durante le lezioni telematiche, una per gli appunti, una per vedere delle slides, una per il prof e le sue slides, una per internet, una per questo una per quello. Che bello dover registrare professori che parlano troppo velocemente con una connessione audio che fa schifo. Che bello perdere parti del discorso e continuare a chiedere tramite chat “Scusi, può ripetere?” fino a quando anche quel povero cristo dall’altra parte dello schermo viene colto da una crisi di nervi. Eh sì, l’Università online è il futuro. È come il futuro. È ‘na merda.

Amelia

 Dopo aver litigato con mia madre al telefono, mi sono consolato con due etti di pancetta e canzoni di Calcutta.

L.

Ha riaperto la libreria di usato dietro casa mia.
Non si può entrare: ti consegnano i libri sulla porta solo se hai mascherina e guanti.
Ho comprato “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust.
Lo leggerò o sarà l’ennesimo fermaporte?

Florinda

Ancora in quarantena. Mi fumo una sigaretta anche se mi manca il fiato. Leggo delle atrocità della guerra in Bosnia. Mi si focalizzano davanti agli occhi corpi sventrati e busti monchi di braccia, di gambe. Che tristezza.

Forse la nostra situazione non è poi così male.
Oggi, per la prima volta, mi sento fortunata.

Elettra

 39° Giorno di quarantena

Oggi è domenica e come tutte le pulcrae puellae faccio le lavatrici. Ne ho appena caricata una di capi bianchi. Chiudo lo sportellone, avvio il programma, torno in camera, mi siedo alla scrivania, inizio a studiare inglese, faccio un sorso di caffè, mi viene uno starnuto incontenibile, mi esce il caffè da naso e bocca rovesciandosi su computer, scrivania e pantaloni grigi puliti. Bestemmio senza bestemmiare (cit. “Mannaggia al diavolo”) mentre continuo a studiare inglese perché non ho la voglia di riparare al danno. Poi il maculato va sempre di moda, no?

Amelia

 Forse non avrò figli. Se li avrò, racconterò loro di questo periodo come il paradosso di quei tempi: si visse attraverso schermi e attraverso schermi si appassì.

L.

Mi manca il cappuccino.

Florinda

 Mi è venuta l’idea per un romanzo. Martoriarmi la testa è servito a qualcosa.
Mi è venuta sul cesso, mentre guardavo un vasetto di crema per le rughe col tappo aperto.
Forse sto impazzendo.

Elettra

40° Giorno di quarantena

 Quando le limitazioni di circolazione nello spazio fisico saranno superate, inizierò a camminare senza più fermarmi.

Amelia

Stamattina ho fissato per un’ora e un quarto un ragno che faceva la tela in un angolo del soffitto.

L.

Con tutto questo tempo sembra di non avere tempo.

Florinda

Quello che ho scritto fa schifo, non avevo dubbi.

Elettra

41° Giorno di quarantena

 Riflessione religiosa, Il mio Dio ama

 

Il mio Dio ama i balbuzienti

Il mio Dio ama i timidi

Il mio Dio ama coloro che arrossiscono

Il mio Dio ama i fragili

Il mio Dio non crede che l’uomo abbia bisogno di regole e imposizioni, perché

Il mio Dio crede che tutti gli uomini nel profondo sappiano cosa fare

Il mio Dio è dispiaciuto di aver creato anche il Male ma

Il mio Dio è più simile a voi più di quanto voi pensiate;

 

Il mio Dio ama coloro che piangono

Il mio Dio vorrebbe che ci amassimo come fratelli

Il mio Dio sa che gli uomini sanno quanto è importante per loro la Terra

Il mio Dio non ha un nome né di arte né di scienza

Il mio Dio ama sia l’arte che la scienza

Il mio Dio non distingue un essere vivente dall’altro

Il mio Dio è tanto uomo quanto animale quanto l’animale è uomo e l’uomo è animale

Il mio Dio lo chiamo così perché non saprei altrimenti come chiamarlo, ma forse non si chiama così

Il mio Dio non è solo mio

 

è anche il tuo.

Amelia

Devo andare ad Amsterdam prima di sentirmi troppo responsabile e maturo per farmi le canne.

L.

Ho ufficialmente una wishlist anche su Giallo Zafferano.

Florinda

Oggi ho ritrovato le innumerevoli lettere che ho scritto al mio ex, e che non gli ho mai spedito. Mi accorgo di quanto mi sia auto-pronosticata il futuro, nell’ultima lettera che gli ho scritto, datata 7 marzo di un anno fa: mi mancherai terribilmente tutti i giorni, tutte le notti, a tutte le ore e facendo qualsiasi cosa. Soffrirò quando starai con un’altra. Sarò gelosa fradicia e ti scriverò, mangiandomi le mani, perché in qualche parte del mondo io e te siamo ancora su quella spiaggia a fumarci l’ultima, a guardarci negli occhi e non desiderare altro…
Povera illusa. Davvero credevi che quello fosse amore?

Elettra

Intervista a Fill Koi

 

T: Filippo D’Ambrosio, in arte Fill Koi, è un rapper classe ‘98 di Pesaro, si avvicina al rap frequentando un movimento di rapper di Ravenna capeggiato da Moder ed attualmente studia per diventare tecnico del suono al NAIVE Studio. Fa il suo ingresso nella scena rap con il suo ep “Verità e Visioni” che riscuote un notevole successo nelle Marche e che lo porterà nel giro di pochi mesi ad essere uno dei rapper più noti nel panorama pesarese.

Com’è che ti sei avvicinato al rap?

F: Beh sicuramente tramite l’ascolto di numerosi brani che mi hanno coinvolto sempre di più sino a spronarmi nel partecipare. Ricordo che inizialmente, tra gli undici ed i quattordici anni ascoltavo principalmente Salmo, ma poi, per motivi personali di cui preferirei non parlare, a quattordici anni ho avuto bisogno di qualcos’altro, di qualcuno o di qualcosa che riuscisse a comprendere e placare il mio dolore e così ho scoperto questa cultura. Ricordo in particolar modo Fibra tra tutti, quello di Uomini di Mare e Sindrome, che mi fecero scoprire due miei amici e che inizialmente stentavo a credere fosse realmente lui. Fui rapito da “Verso Altri Lidi” in una maniera spaventosa e lì compresi che c’era molto di più nel rap di quanto potessi immaginare sino ad allora per poi scoprire “Soffio Di Lucidità” di Claver Gold ed innamorarmene completamente.

Da lì è quindi iniziato il vero ascolto ed i primi freestyle per poi concentrarmi sui testi che è quello che prediligo.

T: Si sente che il rap fa proprio parte di te da come ne parli, cos’è dunque che significa secondo Fill?

S: Per me significa esprimere quello che ho dentro in maniera personale e unica perché solo tu puoi conoscere veramente ciò che significa ogni tuo testo e ciò per me lo rende molto importante.

Non mi interessa fare il rapper politico, preferisco essere più introspettivo, come se scrivere mi permettesse di tirare fuori qui demoni giornalieri e quotidiani. Per questo amo molto parlare della vita tramite metafore, film e libri. È tutto nell’arte, sta tutto lì.

T: Pensi che in tutto questo percorso ci sia stato qualche artista che ti ha dato di più e se attualmente magari ce n’è uno in cui ti rivedi in particolar modo?

F: Non è stato sicuramente soltanto uno ma se proprio dovessi farti dei nomi ti direi Salmo, Claver Gold e Nitro che per me sono la mia trinità in Italia. Se si parla invece a livello di musica internazionale è un altro discorso perché ce ne sarebbero davvero troppi. Sostanzialmente quelli che mi hanno introdotto al rap americano, non per esser scontato, ma sono Tupac e Big, i simboli delle due coste opposte e da loro poi si è aperto tutto. Dr Dre, Ice cube, Nas, Wu-tang, Jay-Z, Sean P.

Se ti devo dire però quello in cui mi rispecchio di più è ovviamente della scena italiana e si tratta di Claver Gold. Ha quel modo di viversi la vita introspettivo un po’ come me. In lui mi ci rivedo, è il mio alter ego. Calmo e sereno ma affronta le situazioni in una maniera spaventosa e poi vabbè anche per le situazioni che descrive, lo senti che è marchigiano e secondo me è anche per questo che mi ci rivedo. Penso sia stato un ragazzo proprio come noi, vissuto nella nostra stessa realtà.

T: “Sempre nei soliti posti con gli stessi stress” avrebbe detto qualche rapper di Bologna. Ma torniamo a noi… Quanto è cambiato il tuo approccio con il rap dopo il primo ep e se è cambiato?

F: È cambiato totalmente, nel primo ep c’era la voglia di uscire in una data maniera perché me lo sentivo e sapevo già cosa sarebbe successo dopo. Diciamo che mi sono tolto un sassolino dalla scarpa così da poter finalmente andare avanti e vederla in una maniera più versatile (mantenendo sempre però il mio stampo).

Dopo il primo ep infatti ho cambiato i miei ascolti e ho iniziato a cercare sempre cose nuove, per questo mi sento più cresciuto. Più sento, più cose imparo e di conseguenza sperimento più cose. Diciamo che se prima vedevo la musica in una direzione ascoltandone tante, ora sono arrivato al punto dove le tante hanno preso il sopravvento ed è per questo che non vedo l’ora che esca il nuovo disco, così capiranno che non son solo quello di “Verità e Visioni” ma un rapper in grado di fare tutto, mantenendo sempre però la mia persona ed il mio stile, perché per me sono indispensabili per fare musica.

T: Parlando di ciò che verrà, è da poco uscito un tuo nuovo singolo dal nome “Amore che dà amore che toglie” e che appunto faceva parte dell’ep. Ha riscosso un notevole successo. Più di 10mila visualizzazioni in due settimane. Come mai secondo te? È stato il testo? La canzone? Sei migliorato tu?

F: Sì, sicuramente un po’ sono migliorato io. Scrivere sempre aiuta a scrivere sempre meglio, molte cose le butti comunque però vengono fuori anche dei bei testi e, in questo caso, secondo me ha riscosso tutto questo successo perché sono riuscito a comunicare le cose in una certa maniera, con una certa voce e soprattutto con una certa sincerità, che è ciò che ti permette di mettere empatia ed emozione reale nel testo sia quando registri che quando la ascolti. “Amore che dà, amore che toglie” parla di cose che provo, di parti del mio passato che magari in altri pezzi non c’erano o almeno non erano così evidenziate.

T: Quanto pensi ti stia dando tutto questo? Come ti senti nel leggere questi numeri?

F: Fondamentalmente per quanto riguarda i numeri dipende dai giorni, alcune volte vengo assalito dalla paranoia e altre dalla sicurezza, dipende da come mi sento. Sono molto instabile e di questo ne risente anche la scrittura. In certi giorni vorrei fosse la mia vita normale e quindi vado alla ricerca del nuovo per migliorarmi, altri giorni invece sono depresso e c’è una voce che mi dice “non lo sai fare” e quindi penso che fino ad ora mi è andata solo bene. Penso quindi che dovrei lavorare sui miei aspetti.

Per quanto riguarda il lato umano però mi ha dato molta consapevolezza perché forse ho pensato di aver capito quale sia il mio stile da migliorare nei giorni.

T: Adesso quindi, con questa consapevolezza, cos’hai in mente di fare?

F: Adesso sto facendo il disco nuovo anche se non so quando uscirà per via della situazione. Praticamente sto scrivendo e registrando una canzone ogni due giorni quindi spero esca fuori a breve.

T: Ci puoi dare qualche chicca a riguardo?

F: Non posso dire molto perché preferisco tenere ancora tutto in gran segreto, sappi però che ci sarà un pezzo con un produttore importante che chi ascolta Glory Hole conoscerà sicuramente e che dovrebbe uscire verso maggio o giugno. Per l’album invece, se tutto va bene si parla di luglio o agosto però purtroppo questo non dipende da me.

T: Bene, siamo giunti alle ultime tre domande di rito. Partiamo subito con la prima… quali sono il tuo artista preferito e la tua canzone preferita?

F: Se ne devo dare uno è sicuramente Claver e la canzone è “Soffio di Lucidità”. Vi ho già detto il perché riguardo l’artista, la scelta della canzone invece è dovuta al fatto che è attraverso “Soffio di Lucidità” che sono riuscito a scoprirlo. Quando ho sentito la frase: “da sta cultura che da tempo mi ha donato il lume quando ho perso la lucidità” mi sono sentito preso a pieno perché mi ridà alla mente l’immagine, il principio, da cui sono partito, da cui è iniziato tutto.

T: Se invece potessi fare un feat con chiunque chi sceglieresti e perché?

S: Il mio sogno sarebbe un feat con Dave East e se potessi lo farei all’istante ma è oggettivamente inarrivabile, già lo so.

Se parliamo della scena italiana penso lo avrete già capito… di che stiamo a parla’? Prossima domanda.

T: Cos’è che invece diresti a qualcuno che si avvicina al rap oggi? Cosa gli consiglieresti?

F: Innanzitutto gli direi di stare cauto e di prendersela con responsabilità oltre che avere cura di essere se stesso e non imitare o emulare nessun’altro, perché la musica per me è questo, è conoscere te stesso. Ascolta la musica, conosci la musica, conosci te stesso. Sennò quando inizierai la gente sentirà già da subito che è qualcosa di finto.

T: Vuoi aggiungere qualcos’altro?

F: Si… Questa è stata l’intervista pià bella di tutte!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a Simon Skunk

T: Simone Sartini, in arte Simon Skunk, è un rapper classe ’91 del pesarese, esploso nella scena italiana grazie alle sue numerose battle di freestyle tra cui, tra le tante vittorie, annovera un titolo da finalista al Fight Club 2018, un altro titolo da finalista per il Tecniche Perfette Emilia 2019, un titolo di campione del Tecniche Perfette Marche 2018 e la partecipazione tra i migliori 16 d’Italia al Mic Tyson 2019, selezionato da Nitro.

Potremmo quindi dire che stiamo parlando con un veterano ormai. Ma com’è che hai iniziato?

S: Beh tutto è iniziato guardando MTV, poi da lì ad un certo punto ho sentito qualcosa ed ho deciso di iniziare a vivere il rap dal vivo. Ci sono stati due momenti sicuramente fondamentali che hanno contribuito a tutto questo: innanzitutto un mio vecchio amico che mi passava le canzoni mp3 da emule e che mi mostrò l’esistenza di blog di freestyle scritti su internet. Così iniziai a fare le prime rime e le prime sfide su sms, sino ad arrivare al Fanella, la squadra di calcio dove giocavo da ragazzino. Ogni fine allenamento nello spogliatoio prima delle docce giocavamo ad insultarci la madre e quindi ho detto, perché non farlo sopra a un palco?

T: Questa degli spogliatoi mi mancava! In realtà anche quella dei freestyle scritti…

S: Sì, che poi se non rispondevi entro uno o due minuti voleva dire che avevi perso, perché ci stavi pensando troppo.

T: Delle vere e proprie battle quindi ah!ah!ah! E tra un messaggio e l’altro, quand’è che hai capito che il rap sarebbe diventato una parte di te, quantomeno nella quotidianità?

S: Onestamente non ci ho mai pensato, non saprei darti un momento preciso. Inizialmente forse, sia per una mia chiusura mentale, che per la mancanza di eventi intorno, pensavo di essere un lupo solitario e quindi non faceva parte della mia vita. Poi, con la nascita delle prime Jam a Pesaro ho conosciuto Frank e Tusco e lì è forse iniziato tutto. Erano ragazzi che venivano a Pesaro soltanto per fare battle. Questo concetto mi aprì un nuovo sguardo, mi diede quello spirito di avventura che poi mi ha portato a girare l’Italia, ma soltanto vincendo ho realmente compreso che il freestyle era una parte di me.

 

T: Parlando di battle, visto che hai parlato dei tuoi viaggi in giro per l’Italia, da dove ti è nata questa voglia? Pensi che fare le battle sia fondamentale per fare rap?

S: Nasce dal divertimento sano, che per noi giovani oggi sembra qualcosa di raro ma che il freestyle rappresenta appieno. È un’arte. Insulti le persone con cui poi mangi e dormi assieme, ti insegna quindi secondo me tanto altro oltre al fare musica… che è già importante in sé.

Per quanto riguarda il rap penso che sia un discorso più personale, come in generale il fare musica.

È tutto molto soggettivo, non esiste una risposta univoca. Penso che la cosa più importante sia avere una motivazione, poi il resto viene da sé.

 

T: Beh devi avere avuto una grande motivazione visto che Nitro ti ha chiamato per il Mic Tyson 2019, cos’è stata per te quella scelta e cos’ha rappresentato per la tua carriera?

S: A dire il vero quando uscirono i nomi ero a Pesaro con altri rappers che avevo finito di fare freestyle e me ne stavo tornando verso casa quando un amico mio mi ha chiamato riferendomi la notizia, io però pensavo mi prendesse in giro e quindi ho chiuso la chiamata, per cui l’ho vissuta in due momenti separati. Da quando l’ho saputo a quando me ne sono reso realmente conto.

Sicuramente è stata una grande soddisfazione, ma il viverlo ancora di più. Si facevano le prove microfono, le persone quando ti affacciavi gridavano il tuo nome, insomma… per me è significato come un punto di arrivo che non avevo nemmeno calcolato. Avevo pensato a fare freestyle e basta fino ad allora e non a farne una professione. Sono arrivato lì perché spaccavo non perché ero amico di amici e questo è un altro aspetto bellissimo del freestyle, la meritocrazia.

T: Diciamo che però bisogna farsi anche notare e tu direi che lo hai fatto abbastanza. Ad esempio tutte le volte che hai partecipato al Tecniche Perfette ottenendo nel 2018 anche il titolo della regione Marche e arrivando alla finale emiliana del 2019.

Visto che sei juventino, si può dire che è un po’ la tua Champions?

S: Assolutamente! Sì, è stata la mia Champions. La finale nazionale del Tecniche è sempre stato il mio obbiettivo e non avrei mai pensato di rappare su quel palco e a dirmelo, è stato lo stesso che mi aveva avvisato del Mic Tyson. È arrivato, mi ha preso e mi ha portato ad Osimo dove ho vinto il titolo delle Marche che mi ha permesso poi di partecipare alla finalissima.

T: È un po’ il tuo angelo custode insomma?

S: Diciamo di sì, ma lo sono anche io per lui.

T: Che differenza c’è tra il Tecniche ed il Tyson?

S: il Tyson ti rende un professionista e ti trattano come tale. Fai delle prove su come funziona, ti leggono il regolamento, hai un lungo backstage, la live Twitch, insomma è un vero e proprio evento.

Il tecniche invece è al mammamia, casa mia. Quindi per me è molto più emozionante, molto più teso. Diciamo che il Tyson è stato come andare a Mirabilandia e dare uno sguardo al professionismo di come vorrei che si evolvesse il freestyle.

T: Come mai invece, nonostante le battle e la popolarità, oltre a qualche singolo su youtube non hai ancora fatto uscire un ep o un album?

S: La popolarità tra virgolette… chi ascolta freestyle non è detto che ascolti anche le canzoni. Devi scindere le due cose e trovare il tempo per fare entrambe, ma le gare ne prendono già tanto. Se ti alleni nel freestyle non vuol dire che ti stai allenando anche nei testi perché lì dopo hai da pensare anche al mix e al master ad esempio. Nonostante ciò i live però riesco a farli grazie al freestyle ed invidio chi riesce a fare al meglio entrambe le cose. L’Elfo ad esempio è bravo in entrambe ma si è dato prima ad una e poi ad un’altra, quindi magari ora che ho una certa età penso che farò un po’ come lui e inizierò a concentrarmi più sui pezzi.

T: Visto che lo hai detto tu stesso di iniziare ad avere una certa età, vorrei chiederti appunto come hai vissuto e cavalcato entrambe le ere, quella rap e quella trap… spesso si dibatte molto sulla questione, quindi ecco… risolvici questo enorme dilemma, come ti poni nel conflitto e se pensi sia giusta questa distinzione?

S: Vedi, io penso che tutto faccia parte del gioco, anche il conflitto che è un conflitto fino a un certo punto.

Le scene più potenti come quella americana, inglese e francese se ne fregano del conflitto, anzi le contaminazioni sono più che apprezzate. Anche se è giusto che ci sia chi ricerca quella purezza di suono e di sound non è giusto ascoltare sempre gli stessi dischi degli anni ‘90 secondo me. Un rapper oggi deve saper fare entrambe le cose, quello che però è più importante è crearsi un’identità musicale visto che c’è una grande omologazione.

Come diceva Freud dal conflitto si risolve la salute mentale. Quindi risolto il conflitto si farà musica migliore.

Supreme ad esempio ha messo d’accordo tutti ed anche se può non piacerti bisogna riconoscere che qualcosa si sta muovendo.

T: Bene, veniamo ora alle tre domande finali di routine… Il tuo artista e la tua canzone preferita?

S: È una domanda difficile, potrei rispondere ogni volta in maniera diversa a seconda del momento.

Sicuramente consiglio Kendrick Lamar, e la sua canzone “m.A.A.d city”.

Descrive delle immagini di lui che vive la città e ad un certo punto, dopo le nefandezze che ha visto, dice una frase: “sono Lamar, se a 12 anni avessi sparato a un nero tu ci crederesti” e questa per me in sintesi è dimostrazione di cos’è il rap, una storia cruda e sconosciuta che ti entra dentro.

T: Se invece potessi fare un feat con chiunque chi sceglieresti e perché?

S: Uno sicuramente è irrealizzabile e sarebbe con i Beatles, ma giusto per vedere come va a finire una giornata in una stanza con John Lennon e gli altri.

Se invece dovessi dirtene uno che comunque rimane impossibile allora direi Fibra. Se sei un rapper e sei delle marche direi che dopo aver fatto un feat con lui puoi dirti più che soddisfatto. Nei suoi primi tre dischi parla di noi, delle nostre storie: “la mia provincia la giri in 20 minuti”. Mi ci rivedo molto nei suoi testi e per questo, tra tutti, se proprio potessi, vorrei condividere con lui questi racconti.

 

T: È rimasta l’ultima domanda… cosa diresti a qualcuno che si avvicina al rap oggi? Cosa gli consiglieresti?

S: C’è solo una cosa da consigliare, divertirsi ed ascoltare tutto, senza pregiudizi, anche nello scrivere canzoni. Scrivi e ascolta quello che ti fa sentire bene, perché è soltanto così che può iniziare un viaggio che potrebbe essere e di ricordarsi che senza input non hai output.

 

Teobaldo Bianchini

La poetica dei Canti Orfici di Dino Campana

Introduzione alla raccolta: La gestazione, il motivo del titolo e gli elementi della cornice

 

Quante biografie di grandi artisti, da tempo, ci hanno rivelato che il loro impulso creativo era così potente

da accaparrarsi tutto ciò che di umano c’era in loro, per metterlo al servizio dell’opera d’arte,

sia pure sacrificando la loro salute e la loro felicità umana!

 

 

Non possiamo non partire da un’osservazione così pertinente al nostro caso come quella dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung riportata in un suo saggio dedicato alla psicologia analitica   e   all’arte   poetica.   L’accademico   contemporaneo   a   Campana   esplica puntuali

presupposti per comprendere l’opera d’arte, per quanto possibile, attraverso l’utilizzo di procedimenti scientifici, in relazione ad un soggetto esecutore, l’artista, senza però relegarne l’intera comprensione all’analisi psicologica del soggetto creatore, poiché in accordo con Jung “il suo senso e il suo carattere (della poesia) sono in essa e non nelle condizioni umane che l’hanno preceduta” e ancora “queste opere si impongono all’autore […] La sua penna scrive cose che stupiscono l’animo suo. L’opera porta con sé la propria forma”. La premessa fondamentale iniziale è comprendere quanto il soggetto creatore sia consapevole fautore piuttosto che mero strumento del movimento creatore nel quale è coinvolto.

Il Campana che emerge dalla lettura dei componimenti dei Canti Orfici è un soggetto che tenta di porsi in un atteggiamento “introverso” nei confronti della propria creazione (verosimilmente il ridondante susseguirsi di affermazioni nel testo dell’io soggetto nelle prime tre sezioni della Notte, ma non è l’unico componimento in cui troviamo autoaffermazioni di questo genere) per ritrovarsi nel proseguo del processo creativo come soggetto sottomesso alle esigenze dell’opera-oggetto (quindi in un atteggiamento di tipo “estroverso”).

 

È quindi giusto considerare il processo della formazione creatrice come un essere vivente piantato nell’animo dell’uomo. La psicologia analitica lo definisce come “complesso autonomo” […] ha una vita

psichica indipendente […] che può sottoporre l’Io al suo servizio

 

Come il flauto traverso può produrre una dolce melodia solo se vi è un abile artifex che soffi al suo interno allo stesso modo, qualora nel poeta non risuoni il processo creativo, egli non produrrà mai arte ma rimarrà un uomo come gli altri, e il proprio potenziale creativo inutilizzato.

Tuttavia è rischioso inserire in via definitiva una categoria di atteggiamento e presumere che essa sia quella che sempre veicola la condotta del Campana nei confronti del prodotto d’arte: d’altro canto durante i colloqui che ebbe con il dottor Pariani nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci volti ad indagare la natura degli Orfici, emerge spesso in risposta al tentativo di individuazione di un soggetto o di un luogo descritto con la frase “una fantasia qualunque”. In questi casi avendo la testimonianza dell’ipse artifex, possiamo presumere che Campana fosse stato, nella fase di creazione in statu nascendi dell’opera, mero strumento di qualcosa di molto più grande di lui.

Dopo che Soffici ha smarrito il famoso taccuino Campana, ritrovatosi senza editore e alcuna altra copia cartacea riscrive, con una memoria influenzata da esperienze aggiunte alla precedente gestazione, la propria raccolta. Obbligato dalle circostanze ad assumere il ruolo di trascrittore di componimenti appartenenti ad un alter- ego passato, riscrive (anche se forse sarebbe più corretto parlare di una rielaborazione) una raccolta di ventinove scritti, parte in prosa e parte in poesia.

Le novità principali sono le seguenti: tre componimenti precedentemente autonomi vengono frammentati in versi all’interno di altri componimenti della raccolta, che adesso presenta ben quattordici nuovi componimenti, di cui dieci sono redatti in prosa poetica. Quelli preesistenti vengono epurati da numerosi elementi grammaticali ritenuti superflui e da interi sintagmi considerati dal poeta troppo esplicativi del proprio modus operandi.

Lo stile è essenziale e ragionato, le parole risultano maggiormente isolate e per questo ancora più cariche di significato e di mistero. Sono frequenti anafore, paronomasie, accumulazioni semplici e con varianti ed ellissi. Il linguaggio diviene visivo nel momento in cui la parola tenta di imitare l’esperienza dello sguardo, le “dinamiche percettive della visione”: a volte i dettagli vengono isolati, a volte vengono messi a fuoco i contorni, come un occhio che osserva spostandosi, saltando da un punto all’altro, tornando ad un punto fermo. Per questi motivi le correnti successive di giovani poeti italiani (il cui stile ha conferito loro l’appellativo di ermetici) vedono in Campana il loro precursore.

Anche il titolo originario è radicalmente mutato. Quel Il giorno più lungo, alludente a tensioni vitali che potrebbero durare in eterno, era il rimando ad un passo della terza sezione Il ritorno del primo componimento La notte, il quale durante la rielaborazione è caduto. Quest’ultimo ha ceduto il posto all’idea di un libro che altro non è se non un assembramento di Canti Orfici.

Il rimando a un mito (che sia Orfeo personaggio del mito o la setta religiosa greca) ci proietta in un passato antico quanto la storia della cultura occidentale, l’origine divina e

 

iniziatica della poesia che permette di sublimare e trascendere il quotidiano, avvicinandosi a quella quidditas empirea. Oscurità, visione, mondo onirico, al di là, catabasi, rinascita e mistero: queste sono le idee alle quali allude il titolo che ben riassume i filoni tematici elaborati nei vari componimenti dell’opera. Tuttavia questo non basta per comprendere la scelta operata da Campana.

Bisogna innanzitutto tenere presente che i due termini rimandano a tradizioni differenti: da un lato il termine Canti implica il desiderio del poeta di inserirsi all’interno della tradizione letteraria italiana, con evidente assonanza all’opera leopardiana e alla commedia dantesca da cui Campana recupera molte immagini e sensazioni, sia per quanto riguarda le ambientazioni infernali sia per le presenze dannate e demoniache, che nel poeta divengono “forme oblique, ossute e mute”, come si evince dal paragrafo quarto di La notte. D’altro canto il termine Orfici può rimandare anche a tradizioni molto più recenti rispetto al mito greco: l’idea del sogno, dell’oscurità e del mistero vengono ben incorporati all’interno dell’opera dei poeti bohèmiens parigini come Baudelaire e dai simbolisti cari a Campana (e alla poetessa Amelia Rosselli) tanto che egli stesso venne definito posteriormente come il fratello di vita di Rimbaud, col quale condivise sregolatezze, nomadismo attraverso luoghi naturali e non e, in un certo qual modo, l’apoteosi con repentino spegnimento della capacità poetica.

Inoltre si evince il collegamento del rapporto onirico con il dionisiaco e quindi con l’intera opera di Nietzsche, filosofo studiato e amato dal Campana, che struttura la sua dottrina filosofica sull’arte. La presenza dionisiaca è sottostante all’intero corpus campaniano, le sue forme si manifestano attraverso illogicità e allucinazione, pulsioni estreme e dissonanti, e soprattutto attraverso la ricerca e la tendenza ad uno streben che non cessa di esistere fino al colophon del libro. Campana concilia le esperienze più significative dei suoi studi all’interno della sua opera, dalla tradizione italiana a lui tanto familiare alla Kultur tedesca e alla civilization francese, in un perfetto connubio tra classicità e modernità.

Nel frontespizio troviamo tre elementi che nel manoscritto di Il lungo giorno non erano presenti: un segnale immediatamente dopo il titolo, una dedica a dir poco opinabile e infine un epilogo che risuona in maniera sinistra e sibillina.

Il primo elemento esplicita, come si trattasse di una targhetta posta al di fuori di un ufficio privato, la natura dell’opera, nonché lo status autoaffermato dell’autore: “Die Tragöedie der letzen Germanen in Italien” ossia “La tragedia dell’ultimo germano in Italia”. Lungi dall’essere la proclamazione di un’appartenenza in senso stretto ad un altro stato rispetto quello natio, essa ha motivazioni più letterarie e, se vogliamo, anche un po’ grossolane. Da un lato il termine

 

“tragedia” designa il contenuto della raccolta ed il desiderio di ricordare per un sentimento di empatia e di elogio il celeberrimo Faust di Goethe, opera talmente amata dal poeta che un omonimo Faust personaggio apparirà nel componimento d’apertura della raccolta intitolato La notte come alter-ego di Campana.

Dall’altro il rimando al Campana-germano ha motivazioni più semplici, a partire dal suo aspetto fisico e da un “senso imperialistico e idealistico, non naturalistico” come lo descrive egli stesso in una lettera indirizzata a Cecchi nel marzo 1916.

Questa lettera funge da testimonianza fondamentale per avere un poco di chiarezza riguardo i sentimenti che scuotevano l’animo del maudit poète poco prima della fine della sua libertà, in un periodo intriso di delusioni e di sfiducia nei confronti dell’istituzione Stato italiano e della sua esistenza stessa:

 

Provai a lasciare l’Italia e fui arrestato (a Torino) e rimpatriato al mio paese fra i fischi e gli insulti. Dovevo dunque morire

[…] Cercavo idealmente una patria non avendone

 

La dedica riportata nel frontespizio della raccolta “A Guglielmo II imperatore dei germani l’autore dedica” nell’Italia del 1914, divisa da un duale fervore politico, recò al poeta non pochi problemi: il clima generale era fortemente anti-germanico e un contemporaneo al Campana leggendo una simile dedica altro non avrebbe fatto se non inorridirne, indignato.

Quell’iscrizione, risalente alla prima edizione a stampa pubblicata a Marradi, viene ingenuamente giustificata al Soffici in questi termini:

 

Ma sì, è stato il dottore, il farmacista, il prete, l’ufficiale della posta, tutti quegli idioti di Marradi, che ogni sera al caffè facevano quei discorsi da ignoranti e da scemi. Tedescofobi, francofili, massoni e gesuiti, dicevano tutti e sempre le stesse cose […] Nessuno capiva nulla […] Mi fecero andare in bestia; e dopo averli trattati da cretini e da vigliacchi, stampai la dedica e il resto per finirli di esasperare

 

Si può intuire come nel Campana l’impellente bisogno di pubblicare la propria raccolta nascesse da un desiderio di riconoscimento in primis personale vissuto nell’ottica locale ristretta e delimitata del proprio paesino di nascita e non in un’ottica più generale e nazionale; mancava totalmente il barlume di un senno e di un giudizio ponderato: “Nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato; per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato”.

Siamo di fronte non ad un uomo del tipo dannunziano che si sente profeta di un movimento più ampio e quindi desideroso di espandere la propria ideologia, bensì ad un uomo che ha passato gran parte della vita ai margini della vita sociale: una persona costantemente emarginata e abbracciata da una continua sensazione di solitudine anche quando in compagnia altrui. È da immaginare un uomo che per gran parte del tempo vissuto non ha avuto altri con cui confrontarsi se non il proprio essere scisso in razionale e irrazionale, in Io ed Es per usare termini freudiani, uomo e creatura-artista, che per non impazzire del tutto ha avuto bisogno di vedere espletata al di fuori di sé, materialmente e concretamente, la propria arte, sotto forma di materia poetica. Come testimonia il Soffici:

 

Si può facilmente immaginare che, alla vigilia della nostra entrata in guerra anche contro i tedeschi, dovesse fare questa bella trovata. Campana, che lo capiva, passava dunque gran parte delle sue giornate nascosto nel retrobottega della libreria dell’amico Gonnelli a grattar le sue dediche o a incollarvi sopra striscioline di carta. La sera arrivava al Paszkowski con un pacco dei suoi Canti e la commedia

cominciava

 

 

Una quindicina di anni più tardi durante i colloqui col Pariani volti a commentare la prefazione di Bino Binazzi dei Canti Orfici, uscita presso la casa editrice Vallecchi nel 1928 Campana arrossisce di fronte al ricordo di quella dedica: ammette di averla tolta egli stesso dalle copie allora in circolazione e insiste nel riaffermare il proprio patriottismo a discapito di un atteggiamento filogermanico.

Altrettanto interessante è l’epilogo o colophon che chiude la raccolta:

 

They were all torn and cover’d with the boy’s

blood

 

 

citazione rielaborata di un verso del poeta statunitense Walt Whitman posta in chiusura all’edizione princeps del 1914 per volontà del poeta, come testimonia una lettera inviata a Cecchi nel marzo del 1916. Il significativo passaggio da The three a They, da un pronome numerale ad un sibillino loro generico racchiude la raccolta all’interno di un cerchio tragico che fino all’ultimo non lascia alcun margine di speranza e anzi, riafferma con uno slancio drammatico, assimilabile ad un grido disperato, l’impossibilità di una redenzione catartica.

 

In ottica junghiana l’opera, risultato di un processo creativo, non è mai la manifestazione dell’inconscio individuale ma di un sentimento collettivo, poiché essa rimanda ad archetipi (ossia immagini, figure, allegorie) attinti dalla memoria collettiva dell’umanità: essa è quindi manifestazione di quest’ultima. Partendo da questa premessa la raccolta degli Orfici può essere interpretata come manifestazione di una tragedia totale che interessa l’intera umanità, attraverso le immagini simboliche dell’ultimo germano dell’incipit e del giovane sacrificato del colophon, passando per tutti gli elementi racchiusi all’interno della raccolta.

Così il poeta Campana diviene colui che descrive e manifesta le peculiarità dell’inconscio collettivo della sua epoca, colui che più o meno consciamente si fa onere di questo carico e racchiude nella sua poesia l’essenza tragica del panorama umano primo novecentesco.

Il notturno mi(s)tico

 

 

Il primo elemento che si incontra sfogliando Canti Orfici è certamente il tema del notturno. Vi è un rimando nel titolo della raccolta, nel titolo del primo componimento e in quello della seconda sezione che porta il nome di Notturni. Ma non basta soffermarsi sui titoli per comprendere quanto questo elemento sia importante nella produzione poetica di Campana; l’elemento notturno genera una gran parte dell’ossatura del sistema poetico degli Orfici perché costituisce il motivo centrale da cui dipendono una serie di elementi ad esso complementari che permettono la creazione di prospettive e di scenari differenti, componimento per componimento.

La notte permea e definisce la modalità percettiva delle esperienze vissute dall’io poetico: per Campana questa fase del giorno che comprende la fascia oraria che intercorre dal crepuscolo all’oscurità delle ore più buie – illuminate solo dalla luce della luna o dei lampioni – permette di vedere oggetti e figure in maniera nuova e soprattutto diversa dal solito. Elemento fondamentale per passare da uno sguardo normale ad una seconda vista fatta di impressioni e di visioni sempre in bilico tra sogno e realtà è il gioco di ombre che si crea nel notturno in combinazione con elementi luminosi ma anche sonori che irradiano nello spazio occupato dall’io poetico elementi perturbanti e alienanti:

 

Si aprivano le chiuse aule dove la luce affonda uguale dentro gli specchi all’infinito, apparendo le immagini avventurose delle cortigiane nella luce degli specchi

impallidite nella loro attitudine di sfingi

 

Ascolto. Le fontane hanno taciuto nella voce del vento. Dalla roccia cola un filo d’acqua in un incavo. Il vento allenta e raffrena il morso del lontano dolore. Ecco son volto.

Tra le rocce crepuscolari una forma nera cornuta immobile mi guarda

immobile con occhi d’oro

 

L’immaginario onirico e simbolico degli Orfici risente della formazione culturale di Campana, appassionato lettore della letteratura francese dell’epoca; e così l’affinità simbolica e lessicale delle opere di autori come Baudelaire, Rimbaud e Verlaine si manifesta nelle immagini di creature mi(s)tiche come la chimera e la sfinge, così come la frequente presenza del colore oro, che assieme al rosso e al verde creano visioni che rimandano agli scorci bizantini dei mosaici di Ravenna e in particolare alla chiesa di San Vitale, meta di uno dei numerosi pellegrinaggi del poeta.

La potenza creatrice trova nella notte e nei suoi attributi l’apoteosi della propria manifestazione: essa può dare origine a forme di meditazione che portano una simbiosi tra l’io poetico e l’universo (Pampa) oppure può divenire pretesto per lo sfogo delle pulsioni più bestiali

e spregevoli degli esseri umani (La petite promenade); l’oscurità può portare allo scioglimento di arcani antichi quanto la storia del mondo (La Chimera) oppure può essere il contesto ideale per liberare i freni inibitori e dar libero sfogo ad una visionaria immaginazione (La notte). Nel momento in cui l’io poetico si interfaccia con una dimensione notturna può abbandonarsi a visioni universali che hanno il sapore di archetipi tramandati da antenati antichissimi, oppure può rintanarsi nella propria solitudine e scavando tra i meandri più profondi dell’anima proiettare al di fuori di sé le più intime tragedie che imperversano il suo spirito:

 

Ecco la notte: ed ecco vigilarmi E luci e luci: ed io lontano e solo: Quieta è la messe, verso l’infinito (Quieto è lo spirto) vanno muti carmi A la notte: a la notte: intendo: Solo Ombra che torna, ch’era dipartito

 

È interessante notare che attraverso il sistema-notte le immagini ricavate dall’io poetico rimandano costantemente a visioni incerte e indeterminate. In questo contesto avviene una bipartizione dell’andamento della visione che alterna scenari mitici, antichissimi (aggettivo ricorrente in tutta la raccolta e molto frequente nel componimento La notte) a scenari mistici, popolati da esseri sovrannaturali (spiriti, angeli, chimere, sfingi…) oppure da esseri umani che trans-mutano la loro forma grazie all’oscuro potere della notte, diventando parte integrante del delirio del poeta:

 

Dei vecchi, delle forme oblique, ossute e mute, si accalcavano spingendosi coi gomiti

perforanti, terribili nella gran luce.

[…] strisciavano via a poco a poco, trascinando uno ad uno le loro ombre lungo i muri

rossastri e scalcinati, tutti simili ad ombra

 

Gli uomini qui descritti perdono completamente la loro fisionomia e vengono relegati al ruolo di figure inquietanti, più simili a degli spiriti che non ad esseri umani in carne ed ossa.

Eppure come afferma lo stesso Campana questo specifico paragrafo di La notte è stato ispirato dal ricordo dei vecchi incontrati nel ricovero di Mendicità di Faenza.

Quest’esempio non è un caso isolato di ricordo che non ricorda: la notte diviene condizione necessaria per la creazione artistica poiché permette all’io del poeta di infrangere la barriera del ricordo insito nella memoria volontaria e di trasferirlo in un piano inconscio ed onirico, trasfigurandone il significante senza comprometterne l’essenza del significato, o meglio, la suggestione creata dal significato nella mente del poeta. Attraverso questo procedimento il ricordo non è relegato alla categoria di esperienza vissuta (quindi finita e in un certo senso morta) ma riacquista vita nuova, attraverso una creazione narrativa che vede come attanti la memoria involontaria, le libere associazioni e le suggestioni che l’ambiente notturno evoca nell’io poetico:

 

I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti lucidamente transumati in distanza, come per un’eco profonda e misteriosa,

dentro l’infinità maestà della natura

 

 

Se l’elemento mistico è veicolo delle migliori suggestioni visive, sempre nel contesto notturno l’elemento mitico apre l’opportunità di un universo testuale in cui la dimensione spazio-temporale viene annullata: il presente, il passato e il futuro sono compresenti così come i luoghi che nella geografia reale sono molto distanti tra loro (ad esempio le pianure della Pampa argentina e le Alpi italiane) convergono nello spazio poetico creando una visione mitogrammatica fantastica e ancestrale.

 

Un ultimo interessante aspetto risiede nel fatto che è proprio il petit poème che apre la raccolta ad intitolarsi La notte, un testo prosastico abbastanza lungo rispetto ai componimenti che seguono, diviso in tre sezioni: La notte, Il viaggio e il ritorno e Fine, per un totale di venti paragrafi. A seguito della lettura sinottica dell’intera raccolta si può affermare, come è stato confermato da alcuni critici, che esso funge da serbatoio di paesaggi, simboli e suggestioni poetiche riprese e ampliamente sviluppate negli altri testi che compongono il resto dell’opera, soprattutto perché attraversa i luoghi principali abitati e attraversati dal poeta, Bologna, Faenza, la Pampa e Genova. È indubbio che il titolo del componimento sia stato scelto appositamente da Campana per omaggiare quello che per lui è la madre della poesia, la Notte, contenitrice di tutti quegli elementi creativi messi a disposizione del poeta.

 

Elisa Citterio

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

BO CARLO (introduzione di), Dino Campana Canti Orfici e Altri Scritti, Firenze, Mondadori, 1972.

 

JUNG CARL GUSTAV, Psicologia e Poesia, Torino, Bollati Boringhieri, 1979.

 

ORTESTA COSIMO (a cura di), Carlo Pariani vita non romanzata di Dino Campana, con un’appendice di lettere e testimonianze, Milano, SE, 2002.

 

 

Quarantena diary

10° Giorno di quarantena

Indosso gli stessi vestiti da tipo sei giorni. Ci dormo, ci mangio, ci vivo, ci esco quelle rare occasioni che metto il piede fuori casa. E se mi si incollassero alla pelle? Ma chi ha voglia di cambiarsi poi. La mia mente sta perdendo colpi, è ufficiale.

Amelia

Vedo i colori. Spero che l’erba non finisca.

L.

Qui è arrivata la primavera:

le giornate sono bellissime ma ne possiamo godere solo dai balconi. E il mio è all’ombra.

Florinda

TU, TORRIDO

Torrido sei stato, tu per me

Il sole che ti sveglia la mattina

Zefiro che apre le finestre

Che sposta i macigni sul cuore

Hai incastrato la tua pelle, ardente

Le tue ossa, secche

Nella mia

Nelle mie

Caldo fatiscente
quando ti vidi la prima volta

Chi l’avrebbe mai detto

che avresti portato il freddo

In pieno giugno.

Elettra

11° Giorno di quarantena

Che nervoso!!! Odio tutto e tutti! Questa vita non ha senso.

Amelia

Spero tanto che non mi scriva la mia ex. Non sopporto la sua notifica personalizzata che non riesco a togliere.

L.

Buon compleanno Alda!

Florinda

PRIMAVERA

Tra tante scorie
all’improvviso
un fiore

Marzo
mese di pianti
rimpianti
avvenimenti importanti

La morte arriva veloce
sublima forse
l’essenza della vita
Piangersi addosso
non è mai stato
tanto facile.

Elettra

12° Giorno di quarantena

A te, commessa del supermercato, che nonostante tutto sei sorridente, truccata e profumata. A te, che nonostante tutto cerchi di far percepire a chi ti guarda una condizione di normalità, a te mia cara solare commessa dedico la pagina del diario di oggi.

Amelia

Ho riletto “Arancia meccanica” in un giorno. Invidio Alex e la sua volontà di potenza. Sigarette fumate oggi: 12

L.

Da quando abbiamo scoperto che siamo figli additiamo i padri per i nostri peccati.

Florinda

La sofferenza di ogni uomo è la nostra. Siamo tutti accomunati da un inevitabile destino: la morte. Cos’è la morte? Nessuno lo sa, nessuno è mai tornato indietro. La morte non è che la cessazione dell’arte della vita. Un’apatia perpetua. Un destino senza sogni. Non un cuore che non pulsa, ma un’anima che non sente. Una vita insignificante. Dovremmo aver più paura di vivere senza arte che morire. Come fanno le persone che non sono come noi? Gli artisti laici? Come chi sono gli artisti laici? Sono coloro che vivono per lavorare, lavorano per vivere, non conoscono il significato della parola…(continua tu)

Elettra

13° Giorno di quarantena

Musica e fumo. Musica e tedio. Musica e Musica. Le Lezioni Americane di Calvino e altro buio. Buio e altro fumo. Tanto fumo. Vorrei essere io, il fumo che sto esalando in questo momento.

Amelia

Ufficiale: è finita l’erba.

L.

È tornato il buco alla porta dello stomaco e non è la fame a bussare.

Florinda

Non credo di esserne capace.

Non credo di essere capace di scrivere un libro.

Serve pazienza, tempo, memoria.

Servono idee, colori, suoni.

Servono personaggi. O meglio, serve incontrare personaggi lungo la strada, per poi farli vivere nei nostri romanzi.

Serve dolore. I più grandi romanzi nascono dal dolore, causato da una perdita, da un amore finito, da qualcuno strappato alle nostre mani troppo presto.

Serve il giusto linguaggio. Parole esatte a seconda del contesto. Crude quando si parla di morte, dolci quando si parla d’amore.

Serve lo spazio. Servono paesaggi, luoghi, case create direttamente dal nostro cervello.

Serve rileggere. Correggere. Cancellare tutto e iniziare da capo.

Serve passione.

Serve credere che il nostro romanzo potrà cambiare qualcosa. La fame nel mondo? La crisi economica? No, molto meno.

Serve l’amore. Per scrivere un romanzo serve tanto amore. Amore per la scrittura, per le parole. È l’amore che fa girare il mondo. Figuriamoci la penna di uno scrittore.

Elettra

14° Giorno di quarantena

Finalmente mi sono fatta una doccia. Ho lavato i capelli, ho messo il balsamo, la crema idratante, mi sono schiacciata i brufoli e ho sistemato le sopracciglia con una pinzetta. Tutte queste azioni sono state svolte con la massima serietà: mi sono sentita una sacerdotessa officiante una cerimonia rituale.

Amelia

Sto finendo le serie tv da guardare. Oggi ho cucinato delle patatine fritte per sopperire alla perdita di ieri.

L.

L’unica speranza resta amare.

Qualcuno ci insegni come.

Florinda

Pensavo che forse ci saremmo potuti incontrare prima. Giusto qualche anno prima, 4 o 5, quando sono venuta in gita dove stai tu, ma avevamo 15 anni; io non pensavo ai ragazzi e tu forse pensavi ai videogiochi. Se ci fossimo incontrati lì, magari mi sarei potuta salvare.
Ci saremmo potuti incontrare giusto qualche anno prima, magari 2, quando mi sono ritrovata in una casa che ti apparteneva ma ancora non lo sapevo, e, mentre leggevo diplomi e riconoscimenti attaccati alle pareti, immaginavo a chi appartenessero quei sacrifici appesi, ignara del fatto che ci fosse pure il tuo. Se tu ti fossi materializzato lì, magari mi sarei potuta salvare.
Ci saremmo potuti incontrare giusto qualche anno prima, magari 1, quando mi chiesero se volevo fare un aperitivo in cui c’eri pure tu, ma non lo sapevo. Rifiutai. Magari, se avessi accettato, mi sarei potuta salvare.
Ci saremmo potuti incontrare 6 mesi prima, a quella festa, e invece no. Ho conosciuto tuo fratello, la versione migliore di te, quello che poi mi metterà in guardia. Forse, se poi non avessi fatto finta di non vederlo, ti avrei visto, e mi sarei potuta salvare.
Forse ci saremmo potuti incontrare quella volta in biblioteca; forse adesso non mi ricorderei nemmeno come ti chiami.
Invece no.
Come quando scappi alla morte e la morte si incazza perché non ti ha preso, così il destino.
Stanco di spingermi verso di te con le migliori intenzioni, si è incazzato e ha deciso che, per la mia negligenza nel venire ai tuoi occhi, avrei sofferto. E così è stato, così è.
Alla fine ci siamo incontrati; nel posto, momento e periodo della vita sbagliato.
E ho sofferto.
Una volta mi dicesti: << Chiamalo destino, chiamalo caso, ma ci siamo incontrati e non mi aspettavo di vederti lì.>>
Io invece sì.

Elettra

15° Giorno di quarantena

Ho litigato con il mio ragazzo. Mi sono spostata da lui una settimana fa, e mi pare quasi di essere andata in vacanza vista la situazione generale, nonostante lui abiti a quindici minuti a piedi da casa mia. Comunque, tornando a noi, litigare e non poter uscire di casa è deleterio. Mi sento soffocare. Respira, respira. Più lentamente. Non voglio finire inghiottita né da queste mura né dalle mie emozioni.

Amelia

Inizio a rivalutare il diario di Bridget Jones, soprattutto per la parte relativa a quando si segna il peso. Fumo senza segnarmi l’ultima sigaretta perché Zeno Cosini merita rispetto.

L.

Raga ma io non voglio più tornare alla vita di prima.

Florinda

Scafandro della mia tristezza
appari nelle notti insonni
avvolgi il mio capo
chino su un tavolo bagnato dai rimorsi
e muto scendi a incorporarti
a ciò che resta;
ormai niente.
Non rimane niente.

Elettra

 

16° Giorno di quarantena

Ascolto dj Gruff mentre realizzo che quasi dimentico cosa significhi indossare dei jeans e soprattutto dimentico i colori delle foglie e dei ramoscelli novelli mentre annego tra libri universitari e vino rubacchiato al coinquilino di G.

Amelia

Vorrei imparare il francese ma non so se riuscirò ad articolare qualcosa in un mese. Spero che mia nonna non si becchi niente e che non schianti.

L.

Per percorrere interamente la lunghezza della mia terrazza occorrono 17 passi.

Florinda

La pioggia leggera cade
sull’asfalto, calpestato
da chissà quanti uomini
prima di te.

Chissà quante facce,
quanti destini
hanno toccato la tua stessa terra

un lampione emana luce fioca
sufficiente a illuminare quella leggera acqua
che altrimenti non si vedrebbe
ma si sentirebbe
col capo scoperto

Così la sola luce dell’amore
è capace di schiarire
il mio cinismo opaco

Elettra

 

17° Giorno di quarantena

La poesia, la poesia, la poesia, la poesia. La poesia è qui.

Amelia

Ho rotto la dieta. Cotolette impanate e patatine fritte: serotonina liberaci dal male.

L.

Utilizzare questo tempo per ascoltarsi, fare tutte quelle cose che non si ha mai il tempo di fare, riscoprire la gioia di stare con i propri cari … ma perché non me ne sono andata via di casa il primo anno di università? Perché?

Florinda

Quando rivedrò di nuovo
il tuo viso
stanco
segnato dalle notti
passate in sale operatorie
il mio inverno
diverrà di nuovo estate

Mi manchi come gli occhi a un cieco
come la propria terra a un migrante

Son profuga del tuo sguardo
son dovuta scappare
per non ricascare nelle tue trappole
di fil di ferro
hai tessuto per troppo tempo
bugie di seta

Ma il tuo sguardo è onnisciente
trascende nella mia memoria
nei sogni si fa limpido

La mia realtà
imperituro autunno;
perpetua primavera
nei miei ricordi.

Elettra

18° Giorno di quarantena

Questo è uno di quei giorni in cui se incontrassi uno sconosciuto per strada lo fermerei per raccontargli i miei segreti più intimi, vomitandogli addosso tutte le insicurezze e i grandi quesiti che infestano i miei sogni. Ovviamente se poi lo dovessi rincontrare, per imbarazzo volterei lo sguardo dalla parte opposta, passando per una povera stronza.

Amelia

Ho provato a scrivere una poesia. Ho fallito. Mi mancano le mie amiche.

L.

Buon compleanno Nonna!!!

Florinda

Aforisma di oggi: Quanto una persona è importante per noi si può capire da come scorre il tempo una volta che l’abbiamo persa.

Elettra

19° Giorno di quarantena

Che bello che è il sole, soprattutto se osservato da una piccola finestra di un piccolo appartamento.

Amelia

Videochiamata coi parenti: 28 minuti per collegare bene Skype. Beh, pensavo peggio.

L.

Anche la mia psicologa ha smesso di rispondermi ai messaggi.

Florinda

QUESTO SPETTACOLO NON ESISTE

Una mattina, di corsa, il cappotto ed esco di casa. Niente caffè, niente cornetto, solo ritardo. Corro, salgo sul tram, finisce la sua corsa quindi lo cambio, giù per le scale della metro, non così veloce però che potrei ruzzolare per le scale e fare ancora più ritardo, allora rallento, sì ma non troppo perché RICORDATI CHE SEI IN RITARDO, allora scelgo un passo medio-veloce. Metro linea rossa, sono sopra, mi guardo intorno, che gentaccia penso, tutti a guardare il proprio telefono, a fare i finti radical chic con le Birkenstock d’estate e d’inverno, i vestiti di lino e i no vax…

B- (entra alter ego aka coscienza che si lima le unghie. Si trova su una sedia in fondo al palcoscenico e verrà illuminata)- Vabbè però tu che fai? Tu sei diversa? Ogni anno fai la lista dei buoni propositi e inserisci sempre lo staccarti da quel maledetto arnese, però chissà come, non lo fai mai. O meglio, ti stacchi da lui ma ti attacchi ad un altro, zoccola. Leggi di più, che ti farebbe anche bene. Quanti esami hai indietro? 10? 12? Ma ti rendi conto che i tuoi genitori pagano 800 euro di tasse? Ma ti vuoi laureare o no? Vuoi finire come tuo padre, in fabbrica? Prendi esempio da me: doppia laurea in green economy (a caso)

A- Che?

B- (venendo avanti), master in science of the creeksandeltonjhonduty, stage con peppo da bari (è tutto un crescendo di voce), tirocinio alla winter house del Rwanda e adesso felicemente impiegata presso: TI FOTTO LA MENTE (si mette in posa, sorride, suono del brillantino sul sorriso)

A- Quindi tutto ciò non ti è servito a niente

B- Esattamente (torna indietro) però non voglio che tu faccia i miei stessi errori. Insomma, stavamo dicendo… Credi che quelle due poesie striminzite che scrivi ti salveranno dal precariato giovanile? Povera illusa. E ieri che volevi fare, volevi fare l’attrice? Ancora peggio. Ma non lo sai che gli attori vivono sotto i ponti? Che tu diventi una scrittrice o un’attrice poco importa; farai comunque la fame. Dovevi ascoltare i tuoi genitori quando ti dicevano di fare la commercialista. Ma tu hai già la scusa pronta: io di numeri non ci capisco niente. Quindi avresti comunque fatto la fame.

A- Dieci minuti di esame di coscienza mattutino e sono arrivata alla fermata. Cerco di passare tra la gente, corro ancora (avrei potuto fare la maratoneta) e in men che non si dica mi ritrovo a terra, ma che cazzo fai, deficiente, ma guardi dove vai? Ah sì? Quindi io sarei maleducata? Ma chi te l’ha data l’educazione a te, shrek? Mi giro e lo vedo. Per un momento tutto sembrò fermarsi, tutto si fece più chiaro, più lento; mi sentii investita da nuova luce, era come se gli astri per un momento si fossero riallineati… poi, ad un tratto, la tanfa: alcool e sudore. Il barbone di metro Roma che fa il giro delle fermate ogni notte, come se fossero degli invitanti b&b. Bene. Magnifico. Superbo. Ottimo. Meravigliosamente stupendo. Solo lui ci mancava.

B- Questo è perché non dai mai un euro a quei poveri mendicanti!!!! Perché non mandi mai un euro a “Famiglia cristiana”!!!! (altre imprecazioni a caso che pian piano vanno a sfumare…)

C- Ma cosa ho fatto io di male?

Signore e signori, benvenuti nella mia fantasmagorica vita.

Elettra

20° Giorno di quarantena

Sarò anche reclusa ma il tempo per fare tutto quello che desidererei fare – con calma, con concentrazione, con delicato impegno – non c’è. Ho il timore che non ci sarà mai abbastanza tempo.

Amelia

Mi sono intrippato con l’Illuminismo così tanto da scaricarmi “Trattato sulla tolleranza” di Voltaire. Bella lettura. Vorrei consigliarla a qualcuno ma penso che la gente abbia di meglio da fare.

L.

Lavorare su se stessi, migliorarsi, rimanere focalizzati, allontanare le persone negative, non mettere il pilota automatico, aver consapevolezza.

Ma tutti hanno questi problemi?

No, secondo me la stragrande maggioranza se ne sbatte della propria responsabilità personale e civile di essere la versione migliore di se stessi per non nuocere all’altro ma anzi, cercare di mettere le proprie capacità al servizio della comunità.

Florinda

Ho chiesto di te ai tarocchi.
Mi han detto lascia perdere

Elettra

21° Giorno di quarantena

Sprofondo in una moltitudine di versi di indescrivibile bellezza e piango copiosamente.

“Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza/ parole mute in fila”

Amelia

Forse dovrei scriverle. Vorrei sapere come sta, con chi è, dov’è rinchiusa. Per un attimo prendo il telefono, poi il cervello si riconnette e passo a vedere foto su Instagram. Sono debole?

L.

Che poi marzo mi è sempre stato sul cazzo: fa freddo ma c’è il sole, c’è il sole ma tira vento e il vento di marzo si porta dietro il polline e io soffro di allergia.

Alla fine sono contenta di averlo passato in casa.

Florinda

Una catartica situazione di malessere fisico, per quanto duraturo possa essere, non sarà mai peggio di una catartica situazione di malessere mentale.

Elettra

22° Giorno di quarantena

 

Un esame in meno e quattro spritz al campari bevuti. Ubriacarsi in casa fa girare di più la testa.

Amelia

Oggi maratona di Netflix. Ho dovuto mettere il collirio perché sembravo strafatto (e invece era solo binge-watching).

L.

La cosa terribile è che il corriere Amazon continua a lavorare e io continuo a comprare.

Florinda

Anche oggi un aforisma: la famiglia ti spinge ad amare persone con cui, probabilmente, in un altro contesto, non andresti a prendere nemmeno un caffè.

Elettra

23° Giorno di quarantena

 

Quando questa reclusione sarà finita voglio compilare l’application per fare la badante in Canada, oppure mi trasferisco ad Accra e faccio la guida turistica per comitive panciute e senili.

Amelia

Stamattina mi sono svegliato e ho pensato al Cinquecento. Ho preso un libro dallo scaffale di mio babbo: “Saggi”, Montaigne. Sfoglio qualche pagina, cerco qualcosa che catturi l’attenzione. Montaigne non parla di niente: parla solo di se stesso, a se stesso, con se stesso. È un’opera unica, dalla sensibilità profondamente esistenzialista e così attuale. Tutto ciò, per un uomo morto mezzo millennio fa e che ora è meno che polvere. Forse, una polvere che sapeva sarebbe stata tale, prima del grande buio. Stanotte mi sono addormentato non pensando al Cinquecento.

L.

Per fortuna ho un cane!

Florinda

Potremmo amarci come si ama quando non si conosce l’amore
quando ogni sguardo è innocuo
quando si ha l’illusione di essere i soli e gli unici
Ma ci bruceremmo subito
potremmo amarci come si ama quando si è più maturi
Quando si sa come far male perché lo si vuole fare
Quando si sa come fare l’amore
ma ci perderemmo tra la gente che viene e che va
potremmo amarci con la consapevolezza dei 40 anni
Quando ci nasconderemmo in amori clandestini per sfuggire alla monotonia
Quando il bene dei figli è sopra ogni cosa
ma ci scorderemmo come si fa
Potremmo amarci alla soglia della vecchiaia
Quando sono le medicine a mantenerci in vita
Quando potremmo dimenticarci da un giorno all’altro chi siamo
ma ci rimarrebbe troppo poco tempo

Allora amiamoci come si può
come sappiamo fare

Male.

Elettra

 

 

24° Giorno di quarantena

 

Tu, tu che alle 9 e mezza spari Coez a palla… Tu meriti l’ergastolo, altro che amami e faccio un casino. Pezzente.

Amelia

In tedesco “lavoro” si dice “Beruf”. “Beruf” significa, letteralmente, “chiamata” o “vocazione”. Nella cultura tedesca, è come se ognuno sentisse una voce dentro di sé, che ci dice quale sia il nostro posto nel mondo, il lavoro dei nostri sogni o comunque ciò che rende la vita così infinitamente umana e produttiva: il lavoro. E questa “chiamata” o “vocazione”, si chiama, appunto, “Beruf”. Non so se ho voglia di ascoltare la segreteria telefonica.

L.

Ci portiamo dietro un sacco di fardelli inutili che contribuiscono solo ad appesantirci il viaggio, a volte siamo così abituati alla loro presenza che ignoriamo anche la possibilità di poter viaggiare leggeri.

Florinda

Ci rincontreremo quando saremo più pronti.
Abbi cura di te.

Elettra

25° Giorno di quarantena

 

Mi guardo allo specchio e rimango basita: il livello di imbruttimento psicofisico che ho raggiunto non era fino ad ora mai stato registrato, nemmeno in sessione. Brufoli, capelli spenti, pallore inquietante, pelle del viso segnata, occhiaie, occhi spenti, epidermide arrossata in varie zone per via di qualche rush cutaneo, aurea di malessere che mi circonda, piega della bocca da disagio sociale avanzato. E niente, rimango così a fissarmi un po’ davanti allo specchio e mi faccio pena.

Amelia

Una volta ho conosciuto una di Cesena. Non mi ricordo il suo nome. Mi sembrava molto carina e simpatica. Dopo dieci minuti mi sono accorto che il suo quoziente intellettivo era prossimo a “limite tendente a meno infinito”: dissolvenza, io che mi sveglio nel suo letto la mattina dopo, mi metto le mutande, le preparo il caffè, la sveglio, mi rivesto, la saluto e vado via. La responsabilità di avere un pene.

L.

Si parla tanto in questi giorni dei tagli alla sanità che sono stati fatti in precedenza di cui ora l’intero paese sente le conseguenze.

Si cerca un colpevole, qualcuno da additare, un culo da prendere a calci.

La riflessione più interessante sull’argomento l’ho letta oggi su Repubblica, un articolo di Maurizio Maggiani. Dice che l’uomo per natura è più vicino alla cicala che alla formica, vive il momento, non si preoccupa del futuro e impara solo dopo aver sbattuto la testa.

Florinda

Spero che la vita ti fotta come tu hai fatto con me:
male, e senza una carezza.

Elettra

FINE. PER ORA.

 

I 5 linguaggi dell’amore

Ti amo!>, <Ti amo tantissimo>, <Ti amo da morire>…No, mi spiace, non stiamo parlando delle varie sfaccettature della famigerata affermazione di amore che tanto agogniamo durante le montagne russe emotive dell’innamoramento, ma di quella esigenza emotiva profonda che ognuno di noi ha dentro di se: il bisogno di amore.

Ora, vi stupirà sapere che ognuno di noi ha un modo diverso di sentirsi amato, cioè ogni persona parla un diverso linguaggio dell’amore.

Il consulente matrimoniale americano Gary Chapman ne ha individuati 5 che sono spiegati nel suo libro “I 5 linguaggi dell’amore”.

La premessa che Chapman fa è molto chiara: l’amore coinvolge un atto di volontà, richiede disciplina e riconosce la necessità di una crescita personale. Aggiunge che l’amore vero non può avere inizio prima che l’esperienza dell’innamoramento sia conclusa; infatti, quando siamo sotto l’influsso della fase dell’innamoramento è come se non fossimo lucidi: ormoni, eccitazione, novità e adrenalina creano nel nostro cervello un mix letale che ci porta a vedere solo i colori che ci piacciono dell’altra persona e a compiere azioni belle e generose che vanno al di là dei nostri modelli comportamentali normali.

Se però, dice Chapman, dopo essere ritornati al mondo reale delle scelte e aver visto anche i colori che meno ci piacciono dell’altro, scegliamo di essere buoni e generosi, quello è vero amore.

Ciò nonostante migliaia di coppie, passata la fase dell’innamoramento, dichiarano di non sentirsi più amati dal proprio partner. Questo, secondo Chapman, è dato dal fatto che nessuno dei due ha imparato a parlare il linguaggio d’amore dell’altro.

Ecco una breve descrizione dei 5 linguaggi d’amore individuati da Chapman e alcune indicazioni su come imparare a parlarli.

 

 

PRIMO LINGUAGGIO DELL’AMORE: PAROLE DI RASSICURAZIONE.

 

<Con questo vestito sei uno schianto.>, <Mi ha fatto molto piacere che tu abbia lavato i piatti.>, <Sei il/la miglior cuoco/a del mondo, queste patate sono fantastiche.>

Ammettiamolo, a chi non piace ricevere complimenti? Infatti, hanno il potere di incentivare molto più delle lamentele, riescono a infondere coraggio e possono aiutare il potenziale latente del vostro partner a venire fuori.

Ci sono persone per cui queste parole hanno molta più importanza rispetto alle altre: sono quelle, infatti, che hanno come linguaggio principale dell’amore le parole di rassicurazione.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria, ricordiamo che l’incoraggiamento richiede empatia e disponibilità a guardare il mondo dalle prospettive del partner. Bisogna incoraggiare solo su quegli ambiti che interessano davvero al proprio partner, sennò le nostre parole acquisiranno un tono di predica, dobbiamo quindi sapere che cosa è importante per l’altro e lavorare per il suo bene.

 

 

SECONDO LINGUAGGIO DELL’AMORE: MOMENTI SPECIALI.

 

Cene romantiche, una visita alla mostra di quell’artista che a lui o a lei piace tanto, la visione di un film tanto atteso, ma anche 15 minuti sul divano a parlare di come l’altro si sente, fanno parte dei cosiddetti momenti speciali.

Infatti, l’aspetto centrale dei momenti speciali consiste nello stare insieme.

Chapman, parlando di essi, non si riferisce alla vicinanza fisica ma alla disponibilità a prestare piena attenzione all’altro evitando di parlargli mentre si legge il giornale o si guarda la tv ma guardandolo negli occhi e offrendogli la massima considerazione, facendo di vero cuore qualcosa che piace all’altro.

Se per il vostro partner i momenti speciali costituiscono il suo linguaggio di amore principale, si consiglia di mantenere il contatto visivo quando vi parla, specialmente se vi sta raccontando come si sente, di non fare altro mentre lo ascoltate, di provare a cogliere i suoi sentimenti, di non interromperlo e di osservare il suo linguaggio del corpo.

Inoltre, il partner con questo linguaggio dell’amore potrebbe aver bisogno di svolgere delle attività speciali con voi che non necessariamente possono interessarvi quanto interessano a lui, ma vi consigliamo di essere disponibili a svolgerle con la consapevolezza che una delle conseguenze delle attività speciali svolte insieme, oltre a far sentire amato l’altro, è di costituire un archivio della memoria da cui attingere nel corso degli anni nuova energia.

 

TERZO LINGUAGGIO DELL’AMORE: RICEVERE DONI.

 

Un bel mazzo di rose in un momento inaspettato, quell’orologio che lui voleva tanto, un souvenir di ritorno da un viaggio. Non importa di che colore e di che dimensione sia, se sia costoso o economico, ma come si dice “è il pensiero che conta”: infatti chi ha come linguaggio principale dell’amore il ricevere doni non sarà interessato all’aspetto economico del dono ma al fatto che voi avete pensato a lui.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria potete diventare molto bravi a offrigli doni perché è uno dei linguaggi più facili da imparare.

Ricordatevi comunque che il più grande dono che potete fare all’altro è la vostra presenza, se richiesta, soprattutto nei momenti più difficili.

 

 

QUARTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: GESTI DI SERVIZIO.

 

Fare la spesa, buttare la nettezza, cucinare la cena, portare fuori il cane, fare una commissione per il partner, sono tutti gesti che fanno sentire amato chi ha questo come linguaggio dell’amore principale.

Chapman con l’espressione “gesti di servizio” si riferisce alla disponibilità a compiere qualcosa che il proprio partner apprezza e cercare di fargli cosa gradita con gesti di servizio.

Chi fa parte di questa categoria è molto importante che riesca a chiedere in modo gentile e senza pretese che qualcosa venga compiuto per lui.

<Caro/a, mi farebbe molto piacere se tu portassi fuori il cane la sera e mi farebbe sentire amato/a>.

La forma è molto importante in questi casi perché le domande indirizzano l’amore ma le pretese lo interrompono.

 

 

QUINTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: IL CONTATTO FISICO.

 

Un abbraccio, una carezza, un bacio sulla fronte o sulla punta del naso, una stretta di mano, l’intrecciarsi delle dita in un particolare modo o il dormire avvinghiati, ognuno ha un modo diverso in cui gli piace essere toccato. Per alcune persone il contatto fisico rappresenta il primo linguaggio dell’amore, se il vostro partner rientra in queste categorie fate ben attenzione a quale siano le parti del corpo che preferisce, se insistete nel toccare una parte del corpo che non gradisce, starete comunicando un messaggio di non-amore.

Infatti, il contatto fisico non solo comunica amore ma anche odio come per esempio uno schiaffo.

Infine, se il vostro partner rientra in questa categoria, sarà molto importante per lui ricevere un abbraccio mentre piange.

 

 

Per capire quale sia il vostro linguaggio d’amore principale, Chapman suggerisce di porsi queste tre domande:

  1. Quali azioni o carenze del vostro partner vi feriscono di più? Il contrario di ciò che vi ferisce di più è probabilmente il vostro linguaggio d’amore principale.
  2. Che cosa avete domandato più spesso al vostro partner? È probabile che ciò che avete domandato più spesso vi farebbe sentire amati.
  3. In che modo esprimete abitualmente amore al vostro partner? Il vostro modo di esprimere amore potrebbe anche indicare il modo che vi fa sentire amati.

 

Chapman infine rassicura dicendo che affinché una relazione funzioni non è necessario che si parli lo stesso linguaggio d’amore dell’altro, anzi è molto raro e non assicura la felicità della relazione. Quello che fa la differenza è avere la volontà di capire quale sia il linguaggio dell’altro, osservandolo e vedendo come cerca di farvi sentire amati, e di imparare a parlarlo nel migliore dei modi.
Chiara Stoppioni

“Zobi la mouche” -Les Négresses vertes

Quella che vedete in copertina è la copertina dell’album dei Les Négresses Vertes Le grand déballage (2002), pubblicato nel 2002.
Il gruppo esordì nel 1988 con l’album Mlah (dall’arabo, letteralmente “tutto bene”). Il loro genere musicale è definibile come patchanka, una produzione musicale dai contorni misti e globali. Per intendersi, l’esponente più conosciuto di questo genere è Manu Chao.
È interessante notare che i membri dei Les Négresses Vertes fossero francesi figli di immigrati algerini. Négresses vertes significa “negri verdi”: termine dispregiativo per indicare gli stranieri immigrati in Francia dalle sue colonie.
Dobbiamo fare un brevissimo passo indietro, prima di addentrarci nell’analisi del loro singolo di maggior successo.

Nel corso dell’Ottocento, la Francia seguì una progressiva campagna di colonizzazione di molte parti dell’Africa. Il continente con la maggiore presenza della lingua francese, al mondo, è proprio l’Africa per questo motivo.
L’Impero coloniale francese, così come tutti gli altri imperi coloniali europei, conobbe un periodo di fortissima crisi a partire dal secondo dopoguerra. Non è mia intenzione esaminare tutte le cause che portarono alla sua dissoluzione.
Quel che mi interessa segnalare è una questione in particolare: la questione algerina.

Dal secondo dopoguerra, la Francia tentò di mantenere il controllo delle sue colonie extra-europee. Nel 1954-1955 dovette abbandonare il Vietnam, il Laos e la Cambogia, un territorio molto vasto e dall’importanza strategica ribattezzato “Indocina francese”.
I francesi se ne andarono ma la situazione non migliorò. Ah sì, ci fu anche una piccola scaramuccia (di cui forse avrete sentito parlare) chiamata “Guerra del Vietnam”.
In Indocina i francesi combatterono, poi decisero di lasciare il testimone alla diplomazia internazionale ma non ci furono eccessivi spargimenti di sangue. In Algeria questo non avvenne.
L’Algeria era una colonia francese dagli anni ’30 dell’Ottocento. Era considerata parte del territorio nazionale francese, non una colonia. Lo slogan, condiviso dalla maggior parte dell’opinione pubblica francese negli anni ‘50, era il seguente: “La Francia è l’Algeria e l’Algeria è la Francia”. Per questo motivo, le spinte separatiste e indipendentiste francesi erano state represse con la violenza: vi piacerebbe se la regione Lazio si staccasse dall’Italia e formasse uno stato autonomo?

algei

Donne di Algeri nei loro appartamenti Eugene Delacroix, olio su tela, 1834, Louvre, Parigi Il quadro è posteriore di quattro anni alla conquista di Algeri da parte dell’esercito francese, data simbolo d’inizio dell’occupazione francese dell’Algeria. Fra i vari elementi del quadro, spicca il narghilè in posizione quasi centrale: provate a rileggere qualche brano dei “Paradisi artificiali” di Baudelaire e capirete quanto la letteratura francese deva all’esperienza coloniale francese in Algeria.

Nel 1962, dopo un lungo e sanguinoso conflitto con il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, un feroce dibattito interno all’opinione pubblica francese e un tentato colpo di stato, De Gaulle concesse a luglio l’indipendenza dell’Algeria.
Se paragoniamo la Francia a un esagono (ed effettivamente questa figura geometrica assomiglia molto ai confini francesi, qualora si guardi la terra conquistata dalle legioni di Giulio Cesare più di duemila anni fa), sicuramente almeno un lato ha tratti misti alle culture africane.
Moltissimi immigrati, nei circa tre secoli di colonialismo, giunsero in Francia e contribuirono a definire il profilo multiculturale della nazione che diede i natali a Voltaire.
Risultato? Già dagli anni ’60 in Francia si potevano vedere poliziotti di colore per le strade: avevano sicuramente il vantaggio di conoscere già la lingua, insegnata in tutte le scuole dei territori controllati dall’impero coloniale francese, certo, ma ridurre la complessissima vicenda migratoria francese solo a questo è fin troppo semplice.

Veniamo dunque a questo brano.
Zobi la mouche, “Zobi la mosca”: la canzone parla di Zobi, uomo frequentatore di locali parigini, dallo spiccato accento algerino, inaffidabile e gaudente.
Un personaggio che sembra affiorare dalle pagine di Maupassant.

STRUMENTI

Particolarmente efficace è la scelta degli strumenti musicali, provenienti (tratto caratteristico del genere patchanka) da diverse culture liricamente unite.
Fra essi distinguiamo chiaramente:
– Una fisarmonica: la cultura tradizionale francese, uno strumento che incarna l’Ottocento e il Novecento francese (e non solo) appieno che fa da sottofondo;
– Due chitarre: una che simboleggia il legame con la musica latino-americana, l’altro il discendente del liuto trobadorico (quindi un legame anche affettivo, “filosofico”, con la lirica trobadorica e tutta terrena che accomuna i trovatori provenzali e i membri del gruppo);
– Tamburi suonati a mano: l’elemento nordafricano, arabeggiante e algerino;
– Nacchere: ancora un elemento latino o spagnoleggiante.

COMMENTO AL TESTO

Cantato in un francese che volutamente ricalca i ritmi tipici dei figli di prima o seconda generazione algerini, il titolo stesso del brano è una provocazione (oltre al nome del gruppo) agli stereotipi sugli immigrati franco-algerini nella Francia del secondo dopoguerra.
Zobi, il protagonista, è un uomo vagabondo e dalla potente carica sessuale che cerca di esprimere seducendo una ragazza, ma non una ragazza qualunque, probabilmente una “brava ragazza bianca francese”.
La chitarra che accompagna i primi trenta secondi del testo, accompagnati dalla voce del cantante, è sì un omaggio alla musica latino-americana (vera base del patchanka), ma ha ritmi che ricordano quasi il Sahara.
Dopo trenta secondi esatti inizia la canzone vera e propria: sembra di essere catapultati in un bazar nordafricano, fra colori, suoni e immagini orientaliste (e non orientali). La risata dell’anziano a 1:04 potrebbe essere quella di un anziano commerciante algerino, di un gitano apolide o di un qualunque signore francese in una cantina di Montmartre.
È la fisarmonica che apre il testo e cuce insieme i ritornelli: oltre alla sua versatilità, strumento difficilissimo da padroneggiare, riesce a unire le varie culture della canzone. Questa scelta sembra quasi volerci dire che le conseguenze storiche del colonialismo francese possano, provocatoriamente, portare a qualcosa di buono: popoli e culture differenti e che non erano mai venute in contatto si ritrovano a comunicare, per la prima volta in assoluto, a causa della lingua dei colonizzatori.
Brano veramente eclettico e frizzante, sono sicuro che questo ritmo semi-sconosciuto vi piacerà.
Se volete capire cosa abbia significato essere un franco-algerino nella Parigi di fine anni ’80, non potete non ascoltare questa canzone.

 

 
Leonardo Mori

La primavera ha meno di vent’anni

Sarà che arriva l’estate

E abbiamo un po’ tutti già sentito il profumo dei fiori

Sarà che iniziamo ad andare in giro in macchina

senza pensieri o quasi

Con la musica più bella ad alto volume

Troppo alto per parlare ma noi parliamo lo stesso

Che tanto siamo abituati

a compiere sforzi per far sentire la nostra voce

Ma tra noi ci ascoltiamo.

E cantiamo e prendiamo l’aria dai finestrini

E parliamo delle nostre cose mentre ci spostiamo

E non importa dove andiamo

Di cosa parliamo

Perché stiamo insieme e per noi questa è la vita, questa è vita  :

Non tra i banchi o tra i muri di casa

Ma tra noi e la vita che si muove

E che cambia e che cresce insieme a NOI,

NOI siamo i giovani,

Teneteci vicino

Coccolateci perché abbiamo paura del futuro

Perché dobbiamo compiere scelte

E si sa che producono ansia

Ma non sappiamo che qualsiasi cosa sceglieremo

Andrà bene

Non sappiamo che siamo belli e forti

E che rappresentiamo la vita

Noi non ce ne rendiamo conto

Consolateci e lasciateci liberi

L i b e r i

Che tanto andiamo via ma poi torniamo,

Che tanto la nostra specialità è sbagliare

Che intanto siamo vivi e

per noi tutto appare

semplicemente più difficile.

Coccolateci perché arriverà il futuro e ci inghiottirà con tutte le sue forze.

 

Lisa Andrea Veronesi