I FINISTER CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Elia Rinaldi sembra essersi appena svegliato, o almeno i suoi capelli sembrano raccontare ciò. In realtà è sveglio da ventitrè anni e fa sentire la sua voce da dieci. Un animo poetico che si è formato fra la facoltà di filosofia, Firenze e Londra. Non male, vero? È il cantante dei Finister, una band abbastanza conosciuta nell’underground fiorentino. È difficile che non siano menzionati in quest’ambito, sia per la loro lunga produzione musicale, sia per il loro impatto. È un tipo di compagnia: quando ci parla, è estremamente rilassato e molto disponibile. Nelle sue parole ricorre più volte il desiderio di empatia, sentimento alla base di un auspicabile successo e tratto vitale per la costruzione di una crescente comunità.

 

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2009. Inizialmente eravamo in due, nel 2012 siamo diventati quattro. Abbiamo prodotto un EP, siamo andati per la prima volta a suonare in Inghilterra a diciassette anni. Nel 2015 è uscito il primo disco, pubblicato dalla casa discografica Red Cat, con la quale abbiamo fatto uscire anche il secondo disco. Abbiamo fatto i primi tour fra l’Italia e l’estero. Nel 2017 ci siamo trasferiti in momenti diversi in Inghilterra. In uno spazio di tre mesi, in cui eravamo tutti assieme, siamo riusciti a lavorare. Lì è nato il secondo disco, uscito nel 2018.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

No, abbiamo partecipato anche alla prima edizione. Condividiamo l’idea di rivitalizzare l’ambiente della musica dal vivo. Penso che a Firenze non sia emersa chiaramente una scena musicale come altrove, ad esempio Roma o Milano. Lì c’è stato maggior spirito di comunità: gli artisti hanno capito che il successo di un singolo elemento poteva contribuire a quello degli altri. A Firenze questo non è mai accaduto. Nell’ambiente a volte vi sono individui più interessati al lato economico che a quello artistico, persone che tendono a sfruttare le band, soprattutto se composte da ragazzi. Per questo motivo, il nostro gruppo si impegna da qualche mese ad agire in modo autonomo. Qualcosa però si sta muovendo, soprattutto da parte dei ragazzi.

Si sta creando quindi una comunità?

Credo sia presto per dirlo. Lavoriamo per far passare il messaggio che il successo di un singolo possa aiutare quello degli altri. Siamo però lontani da una scena vera e propria a Firenze. Ci sono anche altre realtà attive.

Avete fatto esperienza sulla scena londinese. Raccontacela.

S’incrociano vicende personali e musicali. Per un periodo abbiamo vissuto in una città all’estero. Sono sorte problematiche ma anche situazioni positive. È stato stressante, ma credo che trovarsi nell’estrema povertà sia un’opportunità creativa. Mi ha colpito il fatto che abbiamo deciso di non lavorare per dedicarci a tempo pieno alla musica. Finendo i soldi da parte, ci siamo ritrovati per dieci giorni a dover saltare la cena. A livello fisico è stato devastante, tuttavia ha mantenuto lo spirito creativo e ha stimolato la nostra produttività.

Avendo avuto quest’esperienza, come si può paragonare a quella italiana?

Non è semplice rispondere. Per certi aspetti, la realtà musicale italiana è in un buon momento: ci sono generi come l’indiee la trap in crescita. Se canti in italiano, il pubblico si allarga. In Inghilterra sicuramente c’è molto spazio per le band underground. C’è una realtà diversa da quella italiana: mentre in Italia il concerto è un’esperienza incentrata sull’esibizione dal lato artistico-musicale (con un pubblico più ristretto), in Inghilterra lo stesso evento diventa anche un’esperienza sociale, che ti permette di conoscere persone e divertirti, senza essere necessariamente conoscitori della band che suona. Ciò nonostante, non mi sento di poter dire di aver trovato un abisso di qualità.


Che risposta vi aspettate dal DIY Firenze Festival?

Non pretendo di parlare a nome di tutti gli altri. Personalmente sarei felice di vedere molte persone e di non trovare un ambiente competitivo. Sono sicuro che non ci sarà agonismo e secondo me il Festival è già un successo.

Come potrebbe migliorare la realtà musicale fiorentina?

Credo ci siano degli spazi in crescita. A livello di opportunità, è necessario che gli artisti trasmettano maggiormente il senso di unità e collaborazione. Servirebbe del ricambio generazionale fra i gestori dei locali. Purtroppo molti di essi non rischiano, proponendo dei format di successo ma ripetitivi. Pochi ragazzi hanno compiti di responsabilità, per la mia esperienza credo che quando ci siano la qualità sia ottima. Ritengo che ci sarà un ricambio. Firenze è comunque una città difficile, dall’immagine molto forte. Spesso non è semplice far emergere dei ragazzi. Sono comunque fiducioso.

Quali esigenze ha un artista?

Parlerò a livello personale. L’esigenza non consiste nell’espressione. Per me consiste nell’empatizzare. Mi correggo: più che un’esigenza, è una soddisfazione. Quando qualcuno canta le canzoni al concerto mi ritengo molto soddisfatto. Quando qualcuno mi dice di aver ascoltato la nostra musica è un’esperienza molto positiva.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Ci sono state tante situazioni. Una volta eravamo a Rotterdam, in un hotel che teneva anche concerti. Avevo il mal di gola e già la situazione non prometteva bene. Siamo andati in un hotel che all’apparenza sembrava interessante, però non lo era così tanto in realtà e il pubblico consisteva in una ventina di persone. Era una classe che non aspettava altro che uscire a divertirsi. Immaginate un po’ cosa possano aver fatto! A loro non importava niente di noi che suonavamo. La cosa più tremenda è che, pur con il mal di gola e in pessime condizioni, abbiamo fatto un concerto bellissimo. Dormivamo in un ostello. La nostra stanza era accanto a un’altra, dove essiccavano i formaggi e c’era un tanfo nauseante. Gli altri decisero di andare in discoteca, io rimasi da solo a dormire su un letto bassissimo e quasi rasente al pavimento. È stata un’esperienza un po’ traumatica.
Un’altra volta ci siamo trovati in una situazione surreale: due ore prima del concerto, abbiamo scoperto di avere un’unica cassa. Il locale era molto bello e c’era tanto pubblico. Eravamo nervosi e, mentre suonavamo, un gruppo vicino a noi improvvisamente ha iniziato a suonare una canzone di compleanno. Ci siamo arrabbiati molto e siamo quasi venuti alle mani.
Comunque, non abbiamo mai avuto esperienze drammatiche, per quanto strane.

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

Natura e Téchne

Negli anni ’90 le Nazioni Unite presero posizione sulla mancanza di una legislazione
ambientale a livello globale, presentando la Conferenza sull’ambiente e sullo
Sviluppo, e venne firmato il trattato ambientale internazionale UNFCCC
(Convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici), col fine di porre
degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra.
L’uomo iniziò a prendere provvedimenti sugli effetti del sopravvento tecnico sulla
natura, evento che si sarebbe necessariamente verificato prima o poi, dal momento
che l’operato occidentale si è sempre basato su una visione della natura come
un’entità subordinata all’uomo.
Infatti nella concezione cristiana Dio ha creato il mondo, su cui l’uomo deve
esercitare il proprio dominio, governandolo e adattandolo per il suo sostentamento,
come riportato nel primo libro della Genesi:
ʺ Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e tengano sottoposti i pesci del mare e
le creature volatili dei cieli e gli animali domestici e tutta la terra e ogni animale che si muove sopra la terraʺ.
Questa concezione venne poi ripresa nel 600 dalla nascente scienza moderna,
secondo la quale l’uomo, sperimentando sulla natura, scopre leggi che gli permett
verso il giusto.
Questa mossa può essere interpretata da un punto di vista filosofico come un
avvicinamento al concetto platonico di politica come tecnica regia in quanto conosce
ciò che è meglio e perciò capace di far trionfare il giusto.
Dai problemi che sono stati portati all’attenzione a partire dagli anni ’90, le Nazioni
Unite hanno stabilito l’obiettivo di combattere i cambiamenti climatici, mentre la
politica ha lentamente iniziato a proiettarsi all’interno di una visione futura dei
bisogni/beni che produrrà la tecnica; in questo modo può avere una visione razionale
ed equilibrata che le permetta di limitare i piaceri presenti, qualora vadano questi a
nuocere sul futuro, e il piacere individuale, qualora questo vada a nuocere al bene
comune.
Solo successivamente, nel 2015 con la COP21 tenutasi a Parigi, venne raggiunto un
accordo vincolante a livello globale, a differenza dei precedenti trattati che operavano
solamente sui paesi firmatari.
Con il trattato di Parigi sul clima, grazie alla ratifica dei 55 paesi maggiormente
produttori di gas serra, l’accordo è diventato giuridicamente vincolante per tutti i
paesi.
Tale presa di posizione a livello globale mostra come per la prima volta l’uomo si
renda conto del suo impatto ambientale, mostrando una sorta di saggezza,
probabilmente dovuta alle conseguenze che il suo operato ha avuto sulla terra, come
l’innalzamento del livello del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai, oltre agli
esempi già citati.
Come si può appurare dagli articoli 9,10,11 dell’Accordo, l’obiettivo degli stati è
cercare di risolvere il problema, con lo stesso strumento il cui abuso ne è stata la
genesi:
ʺFinance, technology and capacity-building support (Art. 9, 10 and 11)– The Paris Agreement
reaffirms the obligations of developed countries to support the efforts of developing country Parties
to build clean, climate-resilient futures, while for the first time encouraging voluntary contributions
by other Parties. Provision of resources should also aim to achieve a balance between
adaptation and mitigation. In addition to reporting on finance already provided, developed country
Parties commit to submit indicative information on future support every two years, including projected
levels of public finance.
The agreement also provides that the Financial Mechanism of the Convention, including the Green
Climate Fund (GCF), shall serve the Agreement. International cooperation on climate -safe technology
development and transfer and building capacity in the developing world are also strengthened:
a technology framework is established under the Agreement and capacity-building activities
will be strengthened through, inter alia, enhanced support for capacity building actions in developing
country Parties and appropriate institutional arrangements. ʺ
È opportuno ricordarsi che la tecnica non deve essere vista in maniera prettamente
negativa, in quanto essa appartiene all’essenza dell’uomo e l’uomo non può farne a
meno per la propria esistenza e sopravvivenza.
Con tale approccio si mostra come la tecnica si pone nelle mani dell’uomo, dopo
tanto tempo, come mezzo, da fine che era, risanando così ciò che lei stessa ha
danneggiato.
Attraverso uno sviluppo tecnologico indirizzato alla salvaguardia ambientale, la
tecnica si pone come risolutore, favorendo una nuova sorta di cooperazione tra uomo
e natura.
Possiamo auspicare dunque, grazie anche alla presa di coscienza dell’uomo e
l’intervento delle forme governative, nell’inizio di un nuovo equilibrio

 

-Stefania Lodi

 

“Sono zoppa senza parole”

Zehra Dogan, Banksy

Il volto di Zehra Dogan rompe l’esercito di gabbie sul muro di New York; il bianco della sua pelle, il rosso delle labbra, disturbano l’intreccio di sbarre. Questo è il grido di Banksy.

Zehra Dogan è un’artista e giornalista curda, nata in Turchia. È la direttrice di Jinha, un’agenzia di stampa tutta al femminile.

I suoi dipinti parlano della Turchia, della terra viva e cosciente, delle persone piene di colori ed emozioni; ma parlano anche di distruzione, di terrore, di cultura imprigionata, messa a tacere con violenza.

Lo stesso grido viene lanciato da Zehra attraverso questo dipinto che raffigura le distruzioni causate dalle forze di sicurezza turche nel distretto di Nusaybin, nella provincia di Mardin.  Zehra Doğan dipinge le bandiere turche, su un trono di macerie: l’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo governo sono responsabili dell’oppressione del popolo curdo.

Nusaybin, Zehra Dogan

I Curdi hanno una lingua, una cultura, una storia e una tradizione proprie, che hanno sempre rivendicato, senza mai ottenere un riconoscimento; il Kurdistan è una delle terre più ricche per quanto riguarda le risorse: infatti, sotto il suolo cela gas e petrolio di cui i governi confinanti (Iraq, Iran, Siria e Turchia) sono assetati.

Il popolo curdo è fatto di uomini e donne che conoscono il valore della terra, l’importanza dei diritti e l’impegno verso gli altri; lo sanno perché la loro storia è segnata dall’oppressione e dalla resistenza, dalla guerra uomo contro uomo e dalla voglia di pace. Tutto questo si è trasformato, nel tempo, in cultura; i Curdi non hanno mai abbandonato la propria cultura e per questa hanno sempre lottato. Le poesie, i racconti, le sculture, i dipinti testimoniano la lotta mossa dall’amore nei confronti della propria terra e del proprio popolo; la lotta è un fondamento per il popolo curdo, inteso non come prevaricazione, ma come confronto e libera espressione.

Quadri, opere, poesie, articoli, racconti, hanno spinto Erdoğan e i suoi fedeli a volere la chiusura di agenzie di stampa, canali televisivi, giornali e riviste.  Molti giornalisti e uomini di cultura, tra cui lo scrittore turco Mehmet Altan, suo fratello Ahmet e i giornalisti Nazli Ilicak, Fevzi Yazici, Yakup Simsek e Sukru Tugrul Ozsengul, sono stati imprigionati e condannati all’ergastolo da un tribunale penale di Istanbul con l’accusa di essere membri di unʼorganizzazione terroristica, di farne propaganda e, per lʼarticolo 302, operare per la distruzione o la separazione dello stato turco. Per questʼultimo reato in passato si veniva condannati alla pena di morte, oggi allʼergastolo in isolamento.

Zehra Dogan, assolta dalle accuse di appartenenza ad organizzazioni illegali, ha una condanna di due anni, nove mesi e ventidue giorni, per avere condiviso il dipinto sul suo profilo, diffondendo il messaggio insito nel suoi colori, perché come dice lei stessa: “Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori”.

Negli ultimi anni gli uomini hanno vomitato ciò che bruciava dentro i loro stomaci; hanno rivelato, persino ammesso, il grande bisogno di potere, come massima ricchezza. Lo definisco un bisogno perché, contemporaneamente, nell’animo di ognuno di noi si cela l’inquietudine verso ciò che è miliardi di volte più potente di ogni uomo: l’acqua, il vento, il cielo, le stelle e con esse ciò che ogni giorno sfioriamo senza quasi rendercene più conto.

Anche un carnefice come Erdoğan ha paura.

La paura è una reazione normale ed è quasi istantanea quando si parla di “guerra”, tuttavia ciò che spaventa Erdoğan non sono la polvere da sparo o la tortura, ormai divenute la sua logica: sono piuttosto le parole, i pensieri, le opinioni.

È stata proprio la paura più codarda a costruire la prigione della cultura, la gabbia della parola, con la convinzione che il silenzio delle sbarre annienti la libertà di espressione. L’energia che scaturisce da qualsiasi forma di espressione è molto potente perché rappresenta dapprima un riferimento e successivamente uno stimolo, un punto di partenza. L’arte, la scrittura, la parola portano alla luce sentimenti e opinioni che permettono una partecipazione attiva e un coinvolgimento diretto.

Attualmente viviamo in un mondo che, avendo perso la concezione di eterogeneità, è diventato violento; un mondo che spaccia odio e isolamento come armi di difesa e protezione.

Proprio adesso che sarebbe necessario abbattere ogni possibile muro, l’uomo è, invece, capace di innalzare intere muraglie. Tuttavia, è certo che da tutta questa roccia stia nascendo un complesso labirinto, dentro al quale ci stiamo imprigionando con le nostre stesse mani.

Soli, nel buio delle ombre, inginocchiati accanto al silenzioso Minotauro.

Il prigioniero politico, Fuad Aziz

Anna Aziz

La sessualità e il “diritto all’oscenità” nell’arte

Corpi nudi e sessualità hanno sempre avuto un ruolo centrale in opere di molti artisti. Da ormai numerosi anni performance di molti individui da tutto il mondo si incentrano sull’esposizione a nudo del proprio corpo. La domanda che mi è sorta spontanea riguarda il nesso tra ciò che può essere definito arte e ciò che può provocare sentimenti di indignazione. Ovvero, se parliamo di libertà d’espressione, l’arte è libera di esprimersi in ogni modo, attraverso ogni forma? O può andare incontro a sanzioni, laddove non venga rispettato il comune senso di pudore? Si può parlare di osceno?

Su questo tema la giurisprudenza è sostanzialmente divisa, sostenendo per un verso che l’arte non può mai essere considerata oscena, e per altro verso che l’osceno non può mai essere considerato arte: prima affermazione sostenuta dalla magistratura di merito e la seconda portata avanti dalla Corte di cassazione.

Per questo mio interrogativo ho cercato di scavare fino all’inizi del ruolo che il corpo e la sessualità hanno avuto a livello sia individuale e sociale, cercando di capire come sia cambiata nel tempo la tolleranza rispetto a questo argomento e come si sia evoluto in campo artistico.

INQUADRAMENTO NORMATIVO

art.21 della Costituzione Italiana

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. (…). Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”

Art. 33 della Costituzione Italiana

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. (…)”

Art. 527 del codice penale

“Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000.”

Art.528 del codice penale

“Chiunque, allo scopo di farne commercio o distribuzione ovvero di esporli pubblicamente, fabbrica, introduce nel territorio dello Stato, acquista, detiene, esporta, ovvero mette in circolazione scritti, disegni, immagini od altri oggetti osceni di qualsiasi specie è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 10.000 a euro 50.000.”

Art.529 comma 2 del codice penale

“Non si considera oscena l’opera d’arte o l’opera di scienza, salvo che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque procurata a persona minore di anni diciotto”

 

SENTENZE

  • Cassazione Penale, Sez. III, 1 marzo 2017 (ud. 7 febbraio 2017), n. 10025 In seguito all’entrata in vigore del d. lgs. di depenalizzazione n. 8 del 15 gennaio 2016 l’atto osceno conserva la propria rilevanza penale solo se commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò derivi il pericolo che essi vi assistano. Diversamente, deve ritenersi che il fatto non è previsto dalla legge come reato.
  • Significato pudore:” fenomeno biologico umano, che si esprime in una reazione emotiva immediata ed irriflessa di disagio, turbamento e repulsione in ordine a organi del corpo o comportamenti sessuali che, per ancestrale istintività, continuità pedagogica, stratificazione di costumi ed esigenze morali, tendono a svolgersi nell’intimità e nel riserbo” (Cass. n. 1809/1976; cfr. anche Cass. n. 48532/2004)
  • L’elemento soggettivo del reato è rappresentato dal dolo generico, pertanto per la sua configurazione è sufficiente “la volontà cosciente di compiere l’atto obiettivamente idoneo ad offendere immediatamente la verecondia sessuale, essendo irrilevante il motivo che ha determinato l’agente al comportamento osceno” (Cass. n. 1702/1972).

 

Il termine sessualità si riferisce a quel complesso dei caratteri sessuali e dei fenomeni che concernono il sesso, riferendosi non solo all’atto stesso della riproduzione ma anche, a livello sociale, alle differenze di genere e al modo che ogni individuo ha di manifestare il proprio orientamento sessuale.

Fu nel 1905 che Sigmund Freud, fondatore della Psicoanalisi, pubblicò i suoi studi sulla sessualità dove spiegava l’importanza di quest’ultima nelle fasi evolutive e come assumesse un ruolo centrale nell’intero arco della vita di un individuo.

In seguito le orme di Freud vennero seguite da altri grandi pionieri della scienza come Alfred Kinsey, che incentrò i suoi studi sulle abitudini sessuali attraverso interviste (studi alla base dell’ideologia del gender, e spesso usati come supporto scientifico) e William Masters e Virginia Johnson che furono i primi a sperimentare un approccio osservativo durante l’atto sessuale per affermare le loro ipotesi sulle azioni fisiologiche del corpo. Quest’ultimi vennero criticati spesso per il loro metodo troppo eccessivo, tuttavia, gli si riconosce gran parte delle scoperte fatte nell’ambito della sessuologia.

D’altronde il tema della sessualità si è sempre portato appresso numerosi tabù e misteri in quanto rappresenta quella parte più intima e nascosta della vita di ogni individuo e risulta difficile (più anni fa che oggi) riuscire a conversare sull’argomento dato in questione con libertà di fronte a qualcuno.

Pier Paolo Pasolini nel 1963 prova a spezzare questa consuetudine attraverso un film-inchiesta “Comizi D’amore” dove intervista persone di diverso sesso, età e di diversi luoghi d’Italia cercando di scoprire le opinioni degli italiani sulla sessualità, l’amore e il buon costume e vedere come sia cambiata negli ultimi anni la morale del suo paese. Film che fu’ in alcune parti censurato e vietato ai minori di 18 anni.

Nel 1968 tutto cambia, sono gli anni dei grandi cambiamenti sociali, dei grandi movimenti, di giovani che cercano di ribaltare usanze e costrizioni che da troppi anni li vincolano nei loro comportamenti.

Questo porta ad una trasformazione del costume e la nascita della controcultura in Italia. Il modo di vivere il proprio corpo e la sessualità cambia, nasce quello che venne definito l’amore libero. La sessualità ebbe una vera e propria esplosione stimolata da comportamenti collettivi e mode. Tutti gli aspetti più convenzionali dei rapporti uomo-donna subirono profonde trasformazioni, al punto da realizzare quella che fu definita “rivoluzione sessuale”.

Questa non condizionò gli individui solo da un punto di vista sociale ma anche da quello artistico. Da sempre nell’arte vi è la presenza e l’esaltazione del corpo e della sessualità ma da quel momento nascono nuovi modi di concepirlo e anche nuovi modi di esprimersi artisticamente.

Da pittori come Yarek Godfrey, appartenente proprio alla generazione del’ 68 con i suoi quadri erotici, a Colette Calascione dove nei suoi dipinti richiama una realtà onirica riprendendo le teorie freudiane. Da George Grosz, che per i suoi dipinti fu perseguitato dal nazismo, a Füssli. Numerosissimi artisti hanno incentrato il loro lavoro sul corpo, sulla sessualità, andando il più delle volte incontro a critiche del pubblico in quanto non rispettavano la correttezza e l’aderenza ai canoni dei loro tempi. Venendo spesso censurati, cosa che non ha mai intimidito la storia dell’arte. Già con Hitler e la sua avversione verso quella che lui definiva “arte degenerata”, ma anche prima e dopo, seppur con minore violenza, la censura ha fatto la sua parte. “Le déjeuner sur l’herbe” di Manet fu rifiutato nel 1863 dalla giuria di un Salon che non si scandalizzava ad esporre sulle pareti “La nascita di Venere” di Cabanel.  Questo per chiarire quanto il concetto di “senso comune del pudore” sia un concetto sfuggente.

Ma l’opera artistica, o meglio l’azione che più è incentrata sul corpo e sulla sessualità è quella della performance art. Quest’ultima nasce negli anni ’70 e non si parla più di opera statica ma bensì di qualcosa che è dinamico. Non si tratta quindi di una questione di espressività, ma di un’istituzione che avviene attraverso un atto sociale e comunitario che ha in seno le caratteristiche del rito e dello spettacolo e coinvolge direttamente chi vi assiste.

Una delle più grandi esponenti di questa tendenza artistica è Marina Abramović che è da considerare un vero e proprio canone del performativo per le sue azioni e le sue teorizzazioni.

Famosa la sua performance con Ulay “Imponderabilia” svolta a Bologna nel 1977 alla Galleria Comunale d’Arte Moderna che vede il pubblico costretto a entrare nel museo oltrepassando i corpi dei due artisti completamente nudi. E dal momento che lo spazio è strettissimo, i visitatori non hanno la possibilità di passare guardando dritti davanti a loro, ma devono per forza scegliere se rivolgersi verso Marina Abramović o verso Ulay.

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Ma molti performer, in certi casi, vanno incontro a problemi legati alle loro esibizioni e allo scandalo che possono generare. Tra questi il discutissimo caso di Milo Moiré, artista svizzera che è stata arrestata due volte: la prima a Parigi e la seconda a Londra in seguito alle sue performance dove si faceva masturbare dai passanti.

Stessa fine per Fyodor Pavlov-Andreevich, performer di Mosca. Durante una serata di Gala a New York, l’artista si fa scaricare dai suoi collaboratori tra la folla in una scatola di plexiglass, rannicchiato come un feto e completamente nudo.

A Berlino Mischa Badasyan, un giovane armeno, annuncia di voler avere rapporti ogni giorno per un anno con un uomo diverso, per esprimere in un diario-video le sensazioni provate subito dopo l’atto, spiegando di voler richiamare l’attenzione sulla solitudine.

In alcuni casi queste azioni artistiche possono rappresentare veri e proprie manifestazioni.  Pyotr Pavlensky, completamente nudo al centro della Piazza Rossa, ha inchiodato i suoi testicoli a terra, in segno di protesta contro la discesa della Federazione Russa nell’autoritarismo.

Si può parlare quindi di osceno?

Per oscenità si intende il comune sentimento del pudore, ossia di quella funzione di riservatezza che l’uomo dimostra nei riguardi della funzione sessuale.

Secondo un articolo del sito “ARTSPECIALDAY”

“La repressione artistica non soggiace al limite del buon costume, che nel corso del tempo la giurisprudenza ha avvicinato sempre più al concetto di ‘oscenità’ (misurato sul comune sentimento di pudore dell’uomo medio) preferendolo a quello, più ampio, di morale sociale.

L’arte quindi può essere e usare dell’osceno come di ogni altro mezzo espressivo, ed anzi esso, proprio nel suo carattere provocatorio, può talora risultare lo scopo essenziale di molta arte, in varie epoche posta in insanabile dissidio col proprio contesto sociale ed ideologico”

Date queste osservazioni si può dedurre che la linea che separa ciò che è arte da ciò che può essere inteso come osceno è veramente sottile, caratteristica che riguarda la maggior parte dell’arte contemporanea. Vedere un comune orinatoio firmato “R. Mutt” e intitolato Fontana (opera di Duchamp) può essere intesa arte? Così come una donna nuda e immobile su un piedistallo?

Vi è una profonda dicotomia tra le due cose, secondo me, il senso che si può dare a qualcosa che osserviamo nella maggior parte delle opere artistiche, così come in opere a sfondo sessuale, dipende in gran parte dall’emozioni e dal coinvolgimento che quest’ultime possono riuscire a trasmettere a chi le osserva o come nelle performance a chi ne diventa, oltre che spettatore, attore nello svolgimento dell’azione artistica.

A livello artistico, a volte sembra che ci sia anche un troppo uso di oscenità volta a richiamare attenzione non solo a esprimere concetti. Senza ombra di dubbio si può affermare che vi sia una maggiore libertà per gli artisti che espongono i loro progetti e svolgono le loro performance nelle mostre piuttosto che nelle piazze o per le strade, le mura culturali dei musei li tutelano mentre se svolgono certe performance in luoghi pubblici vengono più facilmente discriminati e fraintesi.

Il senso di pudore è sicuramente cambiato dai tempi di Pasolini, dove le persone nel rispondere alle domande provavano un senso di imbarazzo e incertezza esprimendosi anche in modo mal informato, dato il poco interesse e l’indignazione verso determinati temi come il sesso, il divorzio, l’omosessualità. Al giorno d’oggi un film-inchiesta del genere coinvolgerebbe sicuramente di più gli individui.

La sessualità gioca chiaramente un ruolo importante anche per la sua capacità di richiamare attenzione del pubblico in quanto avvolta, ancora ai giorni odierni, da un’aura di mistero. Di fatto i tabù non mancano, anche se, a parere mio, non sono del tutto superflui in quanto ci permettono di conservare la nostra identità ma dovrebbero essere affrontati e tollerati in quanto possono essere un ottimo strumento per informarsi sulla sessualità.

Foucault, nel suo studio sulla sessualità, affermava:

“Quel che è caratteristico delle società moderne non è che abbiano condannato il sesso a restare nell’ombra, ma che siano condannate a parlarne sempre, facendolo passare per il segreto.”

(Michel Foucault, La volontà di sapere, 1977)

– Giulia Giampaoli