Bad boys, bad boys

Cosa accomuna una canzone reggae di inizio anni ’90, uno show televisivo cancellato da poco e i recenti disordini negli Stati Uniti?
Indizio: è il colore opposto al bianco.

BREVE INTRODUZIONE STORICA

Nel 1555 un corsaro inglese al servizio di Elisabetta I, Sir John Hawkins, deporta una manciata di schiavi nelle coste nordamericane per venderli ai coloni bisognosi di manodopera.
Inizia la “diaspora africana”, la tratta degli schiavi. Sui libri di scuola abbiamo tutti sentito parlare, a un certo punto, del “commercio triangolare”. Nei territori che ora formano gli Stati Uniti, per oltre tre secoli vi sono stati luoghi di produzione (miniere, piantagioni, campi eccetera eccetera) lavorati da manodopera schiavista. Questo ha contribuito a rendere gli Stati Uniti quello che sono adesso: lo Stato più potente e più ricco della storia ed uno spazio (reale e culturale) infinitamente contraddittorio e lacerato da divisioni.

Milioni di donne, uomini e bambini africani furono deportati, torturati, sfruttati fino allo sfinimento, discriminati e uccisi per buona parte della storia della “Terra dei Liberi”: un epiteto presente anche negli inni dello stato che si dichiarò indipendente il 4 luglio 1776.

Gli uomini che firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America scrissero queste parole, ripetute allo sfinimento e conosciute da ogni statunitense da quel momento in poi:
“Noi riteniamo queste verità essere per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali.”
Gli autori erano tutti proprietari di schiavi.
Gli Stati Uniti, prima ancora di nascere ufficialmente, mostrano una contraddizione (spaventosa ma affascinante) fra le dichiarazioni d’intenti e la realtà.

Una guerra civile negli anni ’60 dell’Ottocento, il conflitto più sanguinoso dell’intera storia statunitense, non termina la questione della schiavitù.
“E adesso coi negri che si fa?”
“Ora che i negri sono liberi ci uccideranno?”
“Non voglio che un negro stupri mia figlia.”

La schiavitù viene abolita, nel Profondo Sud fiorisce la segregazione razziale.
Oltre alla segregazione, i neri del Sud sono spesso linciati, discriminati e privi di lavoro e istruzione.
Molti scappano nelle grandi città del Nord: Chicago, New York, Philadelphia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 la segregazione razziale finisce de iure e (quasi) de facto.

Oggi, gli Stati Uniti hanno quasi un quarto dei detenuti del mondo.
Di questi detenuti, più della metà sono afroamericani.
Un afroamericano maschio su tre, entro i primi 25 anni di vita, finirà per un certo periodo in prigione.
La minoranza afroamericana, la seconda più consistente dopo quella degli ispano-americani, rappresenta la fascia di popolazione più povera (e quindi più esposta a tutte le conseguenze del vivere in uno “stato sociale leggero” quali gli USA).

UOMO NERO A TERRA

Nel 1987 il gruppo reggae Inner Circle rilascia un singolo, Bad Boys, che passa inosservato.

Il singolo è una traccia di musica reggae che parla di un ragazzo che vuole diventare un uomo ma non capisce il valore della famiglia. Il tutto in un messaggio che, anche se non esplicitato, palesa il suo pubblico: adolescenti afroamericani, una fascia di popolazione molto più esposta ad abuso di stupefacenti, alcolismo, depressione, disoccupazione, bassa istruzione e alta criminalità rispetto ai coetanei non afroamericani.

Bad boys, bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?

Cosa farete quando vi prenderanno?

È un invito fatto da una band composta da membri di colore ad altre persone di colore, per dissuaderle da comportamenti violenti, illegali o comunque dannosissimi.
Insomma, state calmi o rischiate grosso.
Un tema presente e impegnato per una canzone diretta a degli adolescenti.

Nel 1989 va in onda il primo episodio di Cops (Poliziotti), uno show televisivo che riprende la vita e l’esperienza (sul campo) delle forze dell’ordine statunitensi mentre preservano l’ordine ed arrestano sospettati.

La sigla, dal primo episodio, è proprio il singolo degli Inner Circle. Motivo: la band piaceva molto a uno dei produttori.

Cops, andato in onda dal 1989 al 2020 sulla Fox (nota emittente conservatrice), è stato un programma televisivo molto popolare.
Nella maggior parte dei casi, i sospettati sono afroamericani.
Gli afroamericani sono sovra-rappresentati rispetto a qualsiasi altra etnia o minoranza.
Violenza preventiva, accanimento sulle fasce sociali più deboli della società (senzatetto, prostitute, tossicodipendenti, ladruncoli e così via) con la imprevedibile dimenticanza dei criminali bianchi e ricchi: questo (ma non solo questo) è stato Cops.


Sì: c’è un’altra contraddizione.
La canzone è fatta da un gruppo reggae, un genere musicale caraibico-creolo nato alla fine degli anni ’60, il cui alfiere più conosciuto è Bob Marley, quindi non esattamente per benpensanti timorati di Dio.
Il riferimento ai “Cattivi ragazzi” è l’unica cosa che rimane di una canzone il cui testo è stato completamente traviato.
Aggiungete questa canzone di sottofondo mentre due poliziotti immobilizzano a terra un sospettato afroamericano di sedici anni.

BLACK LIVES…

Negli ultimi mesi, le esposizioni mediatiche, in merito alle proteste anti-razziste e contrarie alla violenza delle forze dell’ordine scatenatesi negli Stati Uniti, sono aumentate a dismisura.
La black history negli Stati Uniti ha un’origine abbastanza recente, a livello accademico, ma la questione è lontanissima, estremamente complessa e risalente persino a prima che un concetto come Stati Uniti esistesse.

La presidenza Trump non ha fatto niente di concreto nel condannare le violenze mosse da motivazioni razziste e/o suprematiste.
Gli Stati Uniti, un Paese dove al 2002 c’erano almeno 250 milioni di armi da fuoco (nel censimento del 2010, gli Stati Uniti hanno superato i 300 milioni di abitanti), sembrano sul punto di scoppiare.

La recente pandemia, problemi sociali non rinviabili, la questione delle disuguaglianze schiaccianti, la brutalità della polizia, la violenza imperante, le infinite contraddizioni di una società che difficilmente si potrebbe definire in ascesa, sono tutti fattori che non possono lasciare indifferente un osservatore esterno. 

La maggior parte delle proteste per i diritti civili sono mosse da un intento economico: perché io non posso accedere all’abbondanza del sogno americano solo perché sono nero?
Qui non mi è consentito andare troppo oltre.
Un conto è stare seduti in poltrona, scrivere un articolo che pochi leggeranno, in una situazione confortevole e sicura da buon maschio bianco borghese.
Un altro è vivere in un quartiere malfamato, non avere un lavoro, avere magari un parente in galera e vivere continuamente con un “non morire” che ti rimbomba in testa.

Dal 30 maggio 2020 Cops non è più in onda.
In seguito all’ondata di proteste scoppiate in tutto il paese dall’omicidio di George Floyd, lo show televisivo è stato sospeso e cancellato.

Le proteste e la violenza continuano.
George Floyd non è il primo né sarà l’ultimo afroamericano ucciso dalle forze dell’ordine.
La Terra dei Liberi diventerà mai tale?

Bad boys bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?


-Leonardo Mori

I REDTREE GROOVE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Un gioco di parole e un gioco di suoni contraddistingue questa band. Un sapore di fatto in casa, come i loro dischi, trova spazio su quasi tutti i palchi che Firenze offre. Da Martino (e dal suo basso) arrivano parole dure verso la realtà artistica fiorentina, ma chi meglio di loro, che dicono chiaramente “i locali li abbiamo girati praticamente tutti”, può dircelo? Per il cantante, Dylan, abbiamo un pedigree singolare: Cortona e Stati Uniti. In questo intrigo internazionale (manco fossimo in un film di Hitchcock), ci trasportano in un viaggio attraverso onde psichedeliche.

Raccontate ai nostri lettori com’è nata la band?


DYLAN: Ufficialmente la nostra band è nata partecipando all’edizione del Rock Contest       del 2015. Mi ero appena trasferito a Firenze, sono di Cortona e per metà sono statunitense. Avevamo iniziato due progetti separatamente e abbiamo fondato la band nell’estate del 2015. Attualmente siamo in quattro, nel 2016 si è aggiunto il batterista. Alla fine dello stesso anno siamo arrivati finalisti all’edizione di Capitalent, il contest di musica di Radio Capital. Il nome della nostra band verte su un gioco di parole: “red tree” significa “sequoia”, mentre “groove” significa “ritmo”, mentre “grove” significa “bosco”. Volevamo che il nome rimandasse a un significato naturale. Il progetto punta molto alle linee di basso di Martino, quindi il ritmo è fondamentale. La nostra produzione è interamente in home-studio. Il nostro ultimo disco risale al 2018. Ne abbiamo registrato un altro, durante la scorsa estate. Presenteremo il materiale nuovo fra qualche mese ma nel Festival anticiperemo con tracce del tutto nuove.

Che genere di musica fate?

MARTINO: Siamo partiti da una matrice reggae, adesso prevalentemente suoniamo musica di tipo pop contaminato da influenze hip-hop, elettroniche.

Qual è il vostro pubblico?

DYLAN: Dipende dal tipo di produzione delle tracce. Se rientra in una produzione collettiva, vorremmo rivolgerci al più alto numero possibile di persone. Quando invece la produzione è dal contenuto più intimo e personale, benché comunque la ricezione da parte del pubblico conti, l’espressione gioca un ruolo fondamentale. Non riteniamo di avere un target Specifico. Bisogna dire che l’impiego di ritornelli di stampo pop aiuta molto ad ampliare la porzione di pubblico. Le nostre tracce sono interamente anglofone e questo non aiuta molto nella diffusione verso il pubblico italiano.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


MARTINO: Sì, questa è la nostra prima volta. Abbiamo scelto di partecipare perché ci hanno invitato. Per noi lo spirito di comunità ha giocato un ruolo fondamentale in questa scelta, così come è molto importante l’aspetto ludico.  Purtroppo crediamo che Firenze pecchi di educazione alla musica dal vivo. Noi saremo il gruppo d’apertura del Festival e riteniamo che la nostra partecipazione possa aggiungere del colore in più all’evento. Abbiamo deciso di aprirci alla sperimentazione in ambito musicale, tenendo d’occhio il mondo statunitense. Il DIY Firenze Festival è una risposta anche di protesta e un momento di creatività per sopperire alla mancanza di pubblico e di spazi nella città.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?

DYLAN: C’è un elemento ludico nella trasferta. Non abbiamo avuto l’occasione di fare molte trasferte, ma nelle poche che abbiamo fatto ci siamo trovati molto bene. Abbiamo fatto esperienza in località più sperdute, dove la ricezione è stata sempre molto positiva, proprio perché in questi eventi gli organizzatori cercano volontariamente gruppi che vengano da fuori.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

MARTINO: Gli spazi ci sono, ma non sono facilmente accessibili. Per le band, soprattutto se emergenti, non ci sono molti spazi. Non voglio parlare in nome di nessuno né dare un giudizio totale. La differenza con realtà extra-fiorentine, per la nostra esperienza, consiste in una maggiore curiosità e accoglienza. Purtroppo Firenze non ha un nucleo interno di vita culturale a livello contemporaneo. Si riducono progressivamente gli spazi dedicati ai giovani, ma in questo modo una città muore. Mi viene in mente un aneddoto a riguardo: se un uomo del Cinquecento venisse a chiedermi quali siano i maggiori artisti del momento a Firenze, nessuno saprebbe rispondergli. Abbastanza triste per una città che ha ospitato artisti come Michelangelo, Leonardo e Brunelleschi…Non ci sono canali che trasmettano un’autentica vita culturale in città.
Firenze è una città ricca di artisti ma povera di spazi. I pochi eventi musicali, come il Firenze Rock, secondo noi riscontrano molto successo ma rientrano in una logica di economia turistica, tratto vitale per Firenze.

Una curiosità: ci raccontereste un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

DYLAN: Siamo un po’ come Mia Martini: portiamo sfiga (ride). Ovunque andiamo, il locale dove ci esibiamo chiude dopo che abbiamo suonato.
Il nostro peggior concerto è stato al Nabucco Wine Bar a Firenze (tanto per non fare nomi) . Il palco consisteva in un tavolino per i clienti, quindi non abbiamo avuto abbastanza spazio per suonare. Una volta ci chiamarono al Centro JAVA, punto di recupero per giovani tossicodipendenti, sito all’Arco di San Pierino, qui a Firenze. Non sapevamo niente del posto. Arrivati lì, ci rendemmo conto del posto in cui eravamo. Suonammo bene e alla fine dell’esibizione ci regalarono degli opuscoli dettagliati sugli effetti delle sostanze stupefacenti. Abbiamo apprezzato molto (ridono).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

GLI HANDSHAKE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Giulio, cantante degli Handshake, ci regala parole leggere che diventano decise quando provengono dal palco. Dall’apertura al concerto degli Zen Cirus ad una (quasi) rissa con una spettatrice non proprio fan, questa band porta un messaggio che trova terreno fertile al DIY FIRENZE FESTIVAL: l’ascolto della musica dal vivo è una delle poche esperienze vere in un mondo, specie quello musicale, che ci spinge sempre di più verso il sintetico, il plastico e il virtuale. In un mondo dai ritmi sempre più veloci e dai divertimenti tendenti a passare velocemente di moda, riportare la propria espressione in un ambito antico come l’umanità stessa, ossia la musica dal vivo, è un atto di coraggio che ci ha raccontato con piacere.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?


La band è nata nel 2015, come duo. Volevamo essenzialmente divertirci e suonare musica psichedelica. Col tempo siamo cambiati, adesso siamo in tre. La nostra musica è più orientata al pop. Non avevo mai sentito i Beatles fino al 2016. C’è quindi un formato pop con base psichedelica.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?


Inizialmente, nella fase creativa si punta al pubblico più vasto possibile. Principalmente il nostro è un pubblico anglofono, poiché fra le nostre influenze figurano sicuramente i Tame Impala, Radiohead, St. Vincent. Cerchiamo un pubblico educato al neo-psichedelico. Vorremo puntare al pubblico internazionale. Le nostre canzoni sono in inglese.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


Abbiamo partecipato anche alla prima, insieme ai Finister. Penso che la musica dal vivo sia rimasta l’unica realtà intima. Ormai ascoltare musica in streaming risulta talmente facile da svalutare tutto. Portare un progetto dal vivo è una bella responsabilità, così come può essere anche soddisfacente. A Firenze l’attenzione dal parte del pubblico è altalenante. Partecipiamo al Festival anche per attirare l’attenzione di esso, proponendo un bello spettacolo che stimoli l’interesse per questi eventi. È un’opportunità per Firenze, dove la realtà delle band di musica dal vivo è presente, numerosa e forte. Purtroppo da parte del pubblico, come ho già detto, non c’è sempre la risposta che desidereremmo. Non escludiamo un fine pedagogico alla nostra musica.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?


Abbiamo suonato in Emilia due volte ed è andata molto bene. Andammo per un contest, lo vincemmo e in questo modo potemmo aprire il concerto degli Zen Circus a un concerto. Il pubblico rispose molto positivamente. Abbiamo suonato anche a Savignano sul Rubicone, un posto molto piccolo dove il dado fu tratto (ride). Suonammo anche in piazza e il pubblico fu numeroso.
Abbiamo suonato anche a Roma, purtroppo il concerto è stato tenuto alle 20.00 e non c’erano molte persone ad ascoltarci. Il festival era organizzato principalmente da dei collettivi, ragazzi giovani come noi che si sono attivati molto per organizzare un momento culturale e interdisciplinare. Anche il DIY Firenze Festival è un buon formato per raccogliere consensi e attenzioni.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

Penso che realtà come questo Festival siano estremamente positive, per quanto difficili da organizzare. Ci dovrebbe essere maggiore collaborazione fra gruppi, maggior coraggio. Solitamente non si osa troppo e questo danneggia l’ambiente. Firenze è ricca di artisti ma non produce abbastanza pubblico, probabilmente manca la curiosità. Ci sono però buone prospettive e margini di miglioramento consistenti.

Qual è il vostro pubblico?

Ci rivolgiamo a gente comune, anche se tuttavia spesso dimostra di non apprezzare musica innovativa. L’intento è quello di educare meglio questo pubblico. I fiorentini a volte dimostrano pigrizia.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

L’esperienza più negativa è stata forse quando abbiamo suonato alle Pavoniere (un ristorante-pizzeria-piscina al parco delle Cascine a Firenze, NdA). Il pubblico era totalmente disinteressato verso la nostra musica. A un certo punto una signora di una certa età ha esternato, urlando, il suo disappunto. Il batterista ha instaurato una sorta di sfida con la spettatrice (ride). In quel concerto una corda della chitarra si ruppe, è andato tutto malissimo, il morale era sotto i piedi. Mi ha ricordato molto i Blues Brothers (ride).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

I FINISTER CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Elia Rinaldi sembra essersi appena svegliato, o almeno i suoi capelli sembrano raccontare ciò. In realtà è sveglio da ventitrè anni e fa sentire la sua voce da dieci. Un animo poetico che si è formato fra la facoltà di filosofia, Firenze e Londra. Non male, vero? È il cantante dei Finister, una band abbastanza conosciuta nell’underground fiorentino. È difficile che non siano menzionati in quest’ambito, sia per la loro lunga produzione musicale, sia per il loro impatto. È un tipo di compagnia: quando ci parla, è estremamente rilassato e molto disponibile. Nelle sue parole ricorre più volte il desiderio di empatia, sentimento alla base di un auspicabile successo e tratto vitale per la costruzione di una crescente comunità.

 

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2009. Inizialmente eravamo in due, nel 2012 siamo diventati quattro. Abbiamo prodotto un EP, siamo andati per la prima volta a suonare in Inghilterra a diciassette anni. Nel 2015 è uscito il primo disco, pubblicato dalla casa discografica Red Cat, con la quale abbiamo fatto uscire anche il secondo disco. Abbiamo fatto i primi tour fra l’Italia e l’estero. Nel 2017 ci siamo trasferiti in momenti diversi in Inghilterra. In uno spazio di tre mesi, in cui eravamo tutti assieme, siamo riusciti a lavorare. Lì è nato il secondo disco, uscito nel 2018.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

No, abbiamo partecipato anche alla prima edizione. Condividiamo l’idea di rivitalizzare l’ambiente della musica dal vivo. Penso che a Firenze non sia emersa chiaramente una scena musicale come altrove, ad esempio Roma o Milano. Lì c’è stato maggior spirito di comunità: gli artisti hanno capito che il successo di un singolo elemento poteva contribuire a quello degli altri. A Firenze questo non è mai accaduto. Nell’ambiente a volte vi sono individui più interessati al lato economico che a quello artistico, persone che tendono a sfruttare le band, soprattutto se composte da ragazzi. Per questo motivo, il nostro gruppo si impegna da qualche mese ad agire in modo autonomo. Qualcosa però si sta muovendo, soprattutto da parte dei ragazzi.

Si sta creando quindi una comunità?

Credo sia presto per dirlo. Lavoriamo per far passare il messaggio che il successo di un singolo possa aiutare quello degli altri. Siamo però lontani da una scena vera e propria a Firenze. Ci sono anche altre realtà attive.

Avete fatto esperienza sulla scena londinese. Raccontacela.

S’incrociano vicende personali e musicali. Per un periodo abbiamo vissuto in una città all’estero. Sono sorte problematiche ma anche situazioni positive. È stato stressante, ma credo che trovarsi nell’estrema povertà sia un’opportunità creativa. Mi ha colpito il fatto che abbiamo deciso di non lavorare per dedicarci a tempo pieno alla musica. Finendo i soldi da parte, ci siamo ritrovati per dieci giorni a dover saltare la cena. A livello fisico è stato devastante, tuttavia ha mantenuto lo spirito creativo e ha stimolato la nostra produttività.

Avendo avuto quest’esperienza, come si può paragonare a quella italiana?

Non è semplice rispondere. Per certi aspetti, la realtà musicale italiana è in un buon momento: ci sono generi come l’indiee la trap in crescita. Se canti in italiano, il pubblico si allarga. In Inghilterra sicuramente c’è molto spazio per le band underground. C’è una realtà diversa da quella italiana: mentre in Italia il concerto è un’esperienza incentrata sull’esibizione dal lato artistico-musicale (con un pubblico più ristretto), in Inghilterra lo stesso evento diventa anche un’esperienza sociale, che ti permette di conoscere persone e divertirti, senza essere necessariamente conoscitori della band che suona. Ciò nonostante, non mi sento di poter dire di aver trovato un abisso di qualità.


Che risposta vi aspettate dal DIY Firenze Festival?

Non pretendo di parlare a nome di tutti gli altri. Personalmente sarei felice di vedere molte persone e di non trovare un ambiente competitivo. Sono sicuro che non ci sarà agonismo e secondo me il Festival è già un successo.

Come potrebbe migliorare la realtà musicale fiorentina?

Credo ci siano degli spazi in crescita. A livello di opportunità, è necessario che gli artisti trasmettano maggiormente il senso di unità e collaborazione. Servirebbe del ricambio generazionale fra i gestori dei locali. Purtroppo molti di essi non rischiano, proponendo dei format di successo ma ripetitivi. Pochi ragazzi hanno compiti di responsabilità, per la mia esperienza credo che quando ci siano la qualità sia ottima. Ritengo che ci sarà un ricambio. Firenze è comunque una città difficile, dall’immagine molto forte. Spesso non è semplice far emergere dei ragazzi. Sono comunque fiducioso.

Quali esigenze ha un artista?

Parlerò a livello personale. L’esigenza non consiste nell’espressione. Per me consiste nell’empatizzare. Mi correggo: più che un’esigenza, è una soddisfazione. Quando qualcuno canta le canzoni al concerto mi ritengo molto soddisfatto. Quando qualcuno mi dice di aver ascoltato la nostra musica è un’esperienza molto positiva.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Ci sono state tante situazioni. Una volta eravamo a Rotterdam, in un hotel che teneva anche concerti. Avevo il mal di gola e già la situazione non prometteva bene. Siamo andati in un hotel che all’apparenza sembrava interessante, però non lo era così tanto in realtà e il pubblico consisteva in una ventina di persone. Era una classe che non aspettava altro che uscire a divertirsi. Immaginate un po’ cosa possano aver fatto! A loro non importava niente di noi che suonavamo. La cosa più tremenda è che, pur con il mal di gola e in pessime condizioni, abbiamo fatto un concerto bellissimo. Dormivamo in un ostello. La nostra stanza era accanto a un’altra, dove essiccavano i formaggi e c’era un tanfo nauseante. Gli altri decisero di andare in discoteca, io rimasi da solo a dormire su un letto bassissimo e quasi rasente al pavimento. È stata un’esperienza un po’ traumatica.
Un’altra volta ci siamo trovati in una situazione surreale: due ore prima del concerto, abbiamo scoperto di avere un’unica cassa. Il locale era molto bello e c’era tanto pubblico. Eravamo nervosi e, mentre suonavamo, un gruppo vicino a noi improvvisamente ha iniziato a suonare una canzone di compleanno. Ci siamo arrabbiati molto e siamo quasi venuti alle mani.
Comunque, non abbiamo mai avuto esperienze drammatiche, per quanto strane.

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

I GOD OF THE BASEMENT CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Fra una risposta e l’altra, Enrico, chitarrista dei God of Basement, classe 1988 1888, è riuscito ancora a trasmetterci la sua voglia di divertirsi sul palco. Un arzillo “vecchietto”, diciamo noi pischelli nati dieci anni dopo di lui. Per farvi capire quale sia la differenza, lui è nato sotto Craxi, noi sotto Berlusconi. Leggete il tutto con tono ironico: Enrico ha ancora quella voglia di fare casino che diede vita, nella Londra del 2016, alla band. I God of Basement vivono la musica come pura passione, senza presunzioni poetiche o profetiche.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2016. L’idea nacque da una convivenza a Londra con un altro membro. Inizialmente eravamo solo noi due, adesso siamo in cinque. C’eravamo ripromessi che se fossimo tornati a Firenze avremmo formato una band. Il nostro intento principale era (ed è ancora) quello di divertirsi, l’aspetto ludico conta molto. La leggerezza e il fare casino sono fra i nostri principi. Nella nostra band siamo tutti più o meno sui trent’anni di età. Non pretendiamo di fare poesia o di lanciare un messaggio.

Che tipo di musica fate?

Facciamo musica ritmata e orecchiabile. A livello di genere, siamo alternative rock. I nostri gruppi di riferimento sono i Beck, i Gorillaz e i Beastie Boys. Ci sono comunque schitarrate e non abbiamo mai incanalato in un unico genere la nostra musica.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

A livello di band sì. Personalmente ho collaborato all’edizione del 2018, con un altro progetto. Come gruppo è la nostra prima volta. Lì ho conosciuto Federico Burgio e da quel momento siamo sempre rimasti in contatto. È nata un’amicizia e una collaborazione, quindi credo molto nello spirito del festival. Partecipiamo perché è un’ottima occasione anche per suonare e per creare spirito di comunità.

Cosa ne pensi della realtà artistica fiorentina?

Ritengo che stia migliorando molto, proprio per il principio di collaborazione fra gruppi. Qualche anno fa non c’era questa consapevolezza. Adesso è venuta fuori perché la situazione è cambiata, non ci sono più così tanti talent-scout come negli anni ’90. Il principio più utile è quello di allargare la rete di conoscenze, proprio per espandere il pubblico e collaborare. C’è molto rispetto fra gruppi. Si sta formando un buon ambiente. Non ho mai notato rancori.

A Firenze che tipo di pubblico c’è?

Bella domanda. Il pubblico si sta ampliando, però al momento c’è meno attenzione per la musica dal vivo. Questa cultura va recuperata in Italia, spesso purtroppo c’è pigrizia, anche se non manca l’interesse.

Avete avuto altre esperienze estere o comunque fuori da Firenze?

Abbiamo suonato qualche anno fa a Londra. Il locale era molto piccolo ma il pubblico ha risposto alla grande, benché fossimo un gruppo sconosciuto da una località lontana come Firenze. È stata una bellissima esperienza. Abbiamo suonato aprendo un concerto a Milano. Fu il nostro terzo concerto. Adesso stiamo chiudendo delle date nella penisola.

Cosa ne pensi della realtà fiorentina?

Credo che a livello organizzativo ci sia tanta voglia di fare, tanta disponibilità ad accogliere gruppi di altre realtà. È un modo semplice per crescere tutti insieme e collaborare. Va detto che a Firenze manca un po’ l’educazione all’ascolto e alla musica dal vivo. In altre città più grandi forse c’è più interesse, anche perché vi abitano più persone. L’Italia non promette molto a livello di musica dal vivo.

Come potrebbe migliorare la realtà artistica fiorentina?

Secondo me a livello di amministrazione dovrebbe esserci maggior apertura. Ci vorrebbe più coraggio a livello di locali: spesso non si rischia a chiamare band meno conosciute. Capisco comunque che un gestore non possa investire a fondo perduto, servono certezze. Succede anche che i locali chiamino gruppi sconosciuti ma la situazione potrebbe migliorare.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Devo dire che abbiamo avuto piuttosto fortuna in questo. Non abbiamo avuto esperienze assurde. Una volta però ci trovammo a suonare in un centro sociale a Firenze. L’organizzazione era pessima: fino a mezz’ora prima non sapevamo neppure se ci fosse il palco e gli strumenti tecnici adatti per suonare. Una volta trovammo una data all’ultimo momento all’Urban, a Perugia. Fu un onore suonare lì. Un’altra volta a Milano la promoter ci stava trattando malissimo. Il cantante della band a cui noi aprivamo il concerto intervenne, fulminandola con gli occhi e portandoci nel camerino: è stato un getto che abbiamo molto apprezzato.

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

GLI HANDLOGIC CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte loro parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: l’abbondanza di artisti si accompagna alla carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Leonard, il tastierista degli Handlogic, sembra un tipo vispo e gentile. La sua capigliatura, un mix fra Ben Harper e Frank Zappa (circa), rientra perfettamente nel suo personaggio.  Lo incontriamo ad un tavolino delle Murate (un bar vicino al centro di Firenze): è lui a mettere noi a nostro agio, non il contrario. Questo tratto, per quanto utile, ci incuriosisce, denotando una certa naturalezza nell’esprimersi.
Ci racconta del loro esordio fortunato, delle oltre centoventi date affrontate, dell’impegno che loro stessi hanno messo per promuoversi. Sembra riposato, fresco, determinato. È una band giovane che ha già compreso come muoversi in questo mondo (quindi, Handlogic, non potete denunciarci per diffamazione).

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band è nata a Firenze nel 2016. Nel nucleo originale eravamo inizialmente tre, fra membri uscenti ed entranti siamo quattro. Ognuno di noi era in altre band e ci siamo uniti in seguito.
Abbiamo esordito con il primo posto al Rock Contest di Controradio nel 2016. Questo ci ha permesso di fare tour su scala nazionale, abbiamo prodotto un EP alla fine del 2016 e il primo disco è stato pubblicato a maggio 2019 con l’etichetta Woodward.

Che tipo di musica fate?

È difficile da dire. Noi lo definiamo pop sperimentale, perché è un contenitore molto comodo. Su una base pop sperimentiamo molto. Siamo partiti inizialmente da un tipo di musica elettronica e ci siamo aperti progressivamente ad altri generi.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?

Domanda interessante!

Inizialmente non avevamo un target di riferimento, ci siamo detti: “Facciamo questa musica, vediamo chi la ascolta.” Siamo stati fortunati, riscontrando successo da vari tipi di pubblico. Siamo entrati nel giro dell’indie italiano, ma girando per l’Italia abbiamo avuto anche la possibilità di aprire un concerto di Paolo Fresu, noto jazzista italiano.
Speriamo che non sia un pubblico di soli musicisti, perché se da un lato avere l’apprezzamento di altri artisti è soddisfacente, dall’altro significa che il messaggio non oltrepassa il confine tecnico.

Cerchiamo di arrivare a un pubblico il più ampio possibile.

È la prima volta che partecipate al DYI Firenze Festival?

Sì. Abbiamo scelto di partecipare perché siamo stati invitati e perché desideriamo, dopo un lungo tour per la penisola, chiuderlo a casa. Celebriamo così l’underground fiorentino. Il Festival risponde a quest’esigenza. Vogliamo contribuire il più possibile al tessuto musicale della città. A Firenze ci sono moltissimi musicisti, che però non sempre hanno uno spirito di comunità o l’occasione di esprimersi.

 

Avete avuto esperienze artistiche in altre realtà diverse da quella fiorentina?

Abbiamo fatto 120 date negli ultimi anni. Siamo stati fortunati a vedere altre realtà in Italia. A livello di comunità, c’è molta varietà. Il DIY Firenze Festival ci piace perché pesca dal territorio fiorentino, cosa che non succede spesso. A Napoli ad esempio c’è molta partecipazione dal basso, come nei centri sociali. Generalmente ci sono tante persone che organizzano eventi in periferia. A Milano il discorso è completamente opposto ma anche lì c’è molta partecipazione. Ci sono moltissimi festival che tendono a riproporre le stesse cose perché danno successo assicurato, mentre altri festival, magari meno importanti, propongono nuovi artisti che altrove non si esibiscono.

Hai detto che a Firenze ci siano molti artisti, ma c’è il pubblico?

La situazione potrebbe migliorare. Ci dovrebbe essere più la consuetudine di andare ai concerti. Confrontandosi con coetanei (persone fra i 20 e i 30 anni), non è così scontata la curiosità di andare a dei concerti con artisti magari meno conosciuti. Questo dovrebbe essere incoraggiato, perché creerebbe un circolo virtuoso.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Me ne vengono in mente due. La peggiore in assoluto è stata in un paesino di montagna dove abbiamo suonato in un pub. L’alloggio era davvero umido: c’erano due stufe in una stanza. Abbiamo suonato sudati fradici. Il locale era piccolissimo, per fortuna il pubblico beveva birre ed era di spalle rispetto a noi. Era praticamente una cantina.

Un’altra volta abbiamo suonato nel sud della Toscana. Il locale era pieno… ma tutte le persone erano fuori! C’era un solo spettatore, che ha comprato due dischi. È stata una delle rare volte in cui abbiamo venduto più dischi rispetto al numero di spettatori!

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

 

FLORENCE UNDERGROUND

In occasione del DIY Firenze Festival, giunto alla 3° edizione, che si svolgerà il 20 settembre 2019 al Titty Twister Club a Firenze, abbiamo incontrato uno degli organizzatori e le band.
L’organizzatore si chiama Federico Burgio.
Ventitré anni, pantaloni a sigaretta color vinaccia, simpatico codino biondo (ma non scemo), maglietta bianca.
Fra una sigaretta e l’altra, abbiamo conosciuto il suo giovane spirito imprenditoriale che, unito alla passione per la musica, ha dato un palco e un microfono al mondo underground fiorentino.
Retorica a parte, è stato gentile e disponibile.
Lo ringraziamo e, senza spoilerarvi niente, cercheremo di darvi un assaggio della sua esperienza.

Sei fra gli organizzatori del DIY Firenze Festival e creatore del “Lo_Fi.Management.Booking”.
Ci puoi spiegare in cosa consiste il tuo lavoro?

Ho iniziato questo lavoro tre anni fa, seguendo le band fiorentine Finister e Handshake, trovando loro le date. Ho intercettato le esigenze che hanno le band nella ricerca di spazi dove esprimersi.  Il mio lavoro consiste nello scoprire band underground, trovare delle date e dei luoghi dove possano esibirsi.

Cosa ti ha portato ad avvicinarti a questo ambito lavorativo?

Ho sempre avuto la passione per la musica e ho sempre suonato. Dopo il liceo ho deciso che avrei voluto vivere di questo e mi sono approcciato al mondo del booking musicale. Il contatto con le realtà del posto (come i locali) è un mondo che mi ha sempre incuriosito e lo adoro.

Siamo alla terza edizione di “DIY Firenze Festival”, che nasce dalla tua passione. Quali difficoltà avete incontrato nell’organizzarvi?

L’organizzazione si sta allargando sempre di più. Quest’anno abbiamo incluso il tema dello Street Food e la presenza di bicchieri riutilizzabili. Sarà un festival No Plastic.  Il tutto è stato possibile grazie a Legambiente, Ekoe Compostabile e Cuore Verde, azienda agricola rigenerativa. L’anno prossimo a Firenze ci sarà l’obbligo di usare bicchieri riutilizzabili, nell’ambito degli eventi. Al Festival abbiamo anticipato questo tema: ci sarà una cauzione di 1€ dove il consumatore potrà decidere di tenersi il bicchiere, o di restituirlo, riprendendo così la cauzione.
La difficoltà principale in questi eventi è il reperimento di fondi tramite persone e aziende. Un evento prevede sempre dei costi e delle responsabilità. Per finanziarci impieghiamo principalmente la bigliettazione e il contributo degli sponsor. I costi di un festival prevedono principalmente il Cachet, gli strumenti necessari come l’impianto e il mixer. Nel mio lavoro punto moltissimo sul fatto che le band debbano essere pagate (non si campa d’aria).

Come si presenta oggi la scena artistica fiorentina?

La scena fiorentina è molto ampia. Tuttavia Firenze adesso pecca di coesione e di curiosità verso le nuove realtà artistiche del territorio. La città offre una programmazione artistica legata al passato, ripresentando spesso sempre lo stesso format che ha riscontrato successo.
Per quanto concerne la musica underground, essa ha bisogno di spazi. Il Festival avanza in questa direzione.
In senso tecnico-organizzativo, si cerca spesso la collaborazione fra band. Si ricerca uno spirito di comunità. Questo Festival dovrebbe interessare tutto il mondo underground fiorentino, anche per marcare il senso di protesta contro la mancanza di spazi e interesse verso questi eventi.

Che tipo di musica proponete? A quale pubblico vi rivolgete?

Il Festival promuove la cultura underground fiorentina. Quest’anno sono presenti più generi: non si limita solo alla musica del vivo, c’è anche il DJ set.  A Firenze c’è molta musica internazionale e vorremmo sfruttare bene questo elemento. I generi presenti variano dal rock (con tutte le contaminazioni possibili) al pop.
Ci rivolgiamo al pubblico universitario, quello che frequenta i locali di musica dal vivo. La nostra idea è di riuscire a coinvolgere più generazioni in un progetto che, al momento, a Firenze manca, vale a dire quello dell’ascolto di musica dal vivo.

Che rapporto c’è fra l’ambiente artistico e le istituzioni?

In tutta onestà, il rapporto negli ultimi anni è peggiorato. I locali faticano a riempirsi per gli eventi alla musica dal vivo, difficilmente tentano di aprirsi alla novità a causa dell’incertezza di successo dal punto di vista economico.  Manca la curiosità. Fino al 2011 la situazione era completamente differente. Ho notato però segnali di rinascita e miglioramento a Firenze: ci sono molti giovani che portano passione e forza a questo mondo e alcuni locali portano il format della musica dal vivo.

Come potrebbe la politica sostenere gli eventi culturali in territorio fiorentino?

Il Comune, aprendo il “Bando dell’Estate Fiorentina”, ha dato un buon contributo.
In generale, il Comune dovrebbe sensibilizzare il più ampio pubblico possibile al tema della cultura, in tutte le sue espressioni a più livelli. Nel festival ci saranno anche esposizioni artistiche. C’è un bisogno di trovare spazi e incuriosire il pubblico per un mondo che è vivo, spesso sottovalutato ma con realtà importanti. Il metodo del Comune più valido sarebbe quello di finanziare questi eventi o permettere di ricevere finanziamenti attraverso sponsor/realtà esterne, creando nuovi spazi.

Questo non andrebbe contro il concetto di musica underground, poiché è istituzionalizzata?

La musica underground è una pentola che bolle. L’aiuto del Comune dovrebbe essere prettamente amministrativo, concedendo spazi. Ci saranno sempre persone che creano nuove situazioni che possano attirare l’attenzione, aldilà dei vincoli istituzionali. Manca la sensibilizzazione riguardo all’arte.

Sono state riscontrate difficoltà a organizzare il Festival nel territorio fiorentino, a livello logistico?

Ci sono sempre difficoltà in questi eventi. È comunque un azzardo. Firenze è una piazza importante, con un grandissimo potenziale a livello musicale e artistico. Ci sono grandi organizzazioni nel territorio fiorentino. A Firenze però manca il lato riguardante la vita notturna giovanile: ultimamente la città sta incentivando opportunità per gli studenti fuorisede. Sta infatti nascendo una situazione di disparità fra domanda e offerta. Il Festival vuole intercettare questi bisogni, proponendo una vita notturna alternativa alle discoteche.  Diamo opportunità agli artisti di esprimersi, cercando di farli recepire al pubblico, tratto mancante nel territorio fiorentino.

Qual è per te un buon modello di riferimento?

Ho avuto l’opportunità di incontrare altre realtà nazionali. Nell’aretino c’è il Mengofest, una realtà ormai consolidata che propone artisti di caratura nazionale. Mi piace anche il Liverockad Acquaviva, fra il senese e l’aretino, presente dal 1997. L’idea di coinvolgere (come abbiamo fatto) il Rock Contest di Controradio, attivo dal 1984 è interessante e positivo.  L’idea sarebbe di crescere e proporre un formato europeo, ovvero “no-token” (copiose risate).

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

Pesaro, un Natale di domande.

Mi scuso innanzitutto con i lettori dell’articolo per il ritardo, ma credetemi: quando sei di Napoli, è praticamente impossibile riuscire a scrivere un articolo nei giorni di Natale, senza che la nonna ti poggi sulla tastiera un polpettone o un casatiello, scambiando il PC che hai sulle gambe per una tovaglia leggermente più spessa, su cui poggiare altro cibo perché una tavola di 3 metri non le basterà mai.
Comunque non è di questo che volevo parlarvi, anche se prima o poi un articolo sul cibo o sulle nonne, o sul cibo delle nonne, vi prometto che lo scriverò.
Oggi il tema è un altro, ahimè, decisamente meno allegro, nettamente più importante.
Vorrei di fatto provare ad esprimere un mio commento personale sull’omicidio avvenuto a Pesaro, nella notte di Natale.
Vorrei fare mie le parole di Lia Sava, procuratore del Pool Antimafia. Lei ci parlò di una nuova mafia, la mafia moderna. Parlava di una malavita organizzata che non ha più la coppola, non chiede più il pizzo, non spara più proiettili, ma al mattino si sistema la cravatta, cammina con una ventiquattrore nella mano e con l’altra firma le concessioni per gli appalti. La mafia si è evoluta. La mafia è diventata un concetto, un’idea, un modo di essere. La mafia per lei è anche andare dal medico amico di famiglia e saltare la fila perché è un nostro parente.
Osservando alcuni avvenimenti più importanti, come ad esempio può essere l’arresto di Michele Zagabria, capo del clan dei Casalesi, latitante dal 2002 al 2011 che, al momento dell’arresto, dichiarò <lo stato ha vinto, lo stato vince sempre!> oppure, se si vuole prendere un esempio più attuale e lampante si potrebbe pensare semplicemente al funerale del capo dei Casamonica. Basterebbe domandarsi non tanto quale prete abbia accettato di celebrare un simile funerale, ma come sia possibile che sia stato autorizzato un simile funerale, poiché, visti i numeri dei partecipanti (oltre ai loro cognomi), le forze dell’ordine e le istituzioni (almeno in parte) dovevano esserne a conoscenza, oppure il perché non sia stato immediatamente, non fermato, ma abbattuto un elicottero non autorizzato che volava liberamente su Roma che è soltanto la capitale del nostro paese, nulla di importante.
Ecco, sono queste le domande a cui non riesco a rispondere se non prendendo in fede le parole del procuratore. Sono le uniche, le sue, a poter colmare questa lacuna, questo vuoto, che altrimenti non troverebbe spiegazioni. Una coppola e una pistola non bastano per fare tutto ciò.
Pesaro, da parte di un napoletano che si è trasferito lì, sembra una bomboniera, qualcosa di puro,  è una cittadina tranquilla e silenziosa che si affaccia sul mare, dove il rischio che puoi correre è che ti rubino la bicicletta se la lasci slegata; altrimenti, nemmeno ci provano.
Nonostante ciò, vivendola puoi notare tanti dettagli, che ti portano a farti altrettante domande, più o meno simili a quelle poste sulle vicende precedenti.
Un bambino di Napoli che si fa ragazzo a Pesaro, inizialmente può pensare di essere riuscito a fuggire dalla mafia finché poi, diventato adulto, in realtà si rende pian piano conto di essere finito in un paese che non si allontanava troppo dalle parole della Sava e che in questo vortice (permettetemi di chiamarlo così), per forza di cose, finiscono anche città come Pesaro. Insomma, dalla coppola alla cravatta.
Molti pesaresi saranno rimasti terrorizzati (giustamente) per quello che è successo la notte di Natale in pieno centro. 30 colpi di pistola, 20 pallottole per un morto. Una vendetta trasversale a distanza di anni compiuta da componenti della ‘ndrangheta e consumatasi su Girolamo Biagio, fratello del collaboratore di giustizia Marcello Biagio, capo clan della famiglia Biagio.
Anziché soffermarsi sull’omicidio però, come già in tanti in questi giorni  hanno fatto, vorrei porre delle domande diverse, che non mirano soltanto ai due assassini e alla vittima.
La più scontata riguarda il cognome: come mai non è stato cambiato? Penso che in un programma di protezione inerente un collaboratore di giustizia di quel calibro, questa sia una prassi abitudinaria e basilare oltre che fondamentale. Magari qualcuno si è dimenticato di farlo, capita.
Come hanno fatto a sapere dove si trovava? Come hanno avuto quest’informazione se si parla di un programma di massima protezione? Parliamo dello Stato, lo stato che dovrebbe proteggerci, come può sfuggire un’informazione simile? Forse in realtà si è fatto un selfie con un bel tramonto dietro ed ha messo la posizione su Instagram, lo fanno tutti, capita spesso che a Pesaro ci siano dei bei tramonti…
Ed ora un’ultima domanda, come può un cittadino porsi tutte queste domande? Perché un cittadino nel 2018 deve porsi queste domande? Sono passati 26 anni dalla strage di Capaci, ma lo stato ancora non ha risposto.
A volerla dire tutta, e qui concludo, dal ’94 ad oggi abbiamo visto al potere più affiliati a Cosa Nostra e alle altre Mafie che laureati. Siamo passati dall’indagare un presidente per associazione mafiosa ad uno che davanti ad una  vendetta di mafia si fa prima una foto con pane e Nutella, poi un selfie mentre beve il cappuccino per rispondere alle critiche di chi gli ricordava il suo ruolo istituzionale.
E pensare che una volta sparavano e basta.

Teobaldo Bianchini.

Mai più consegne senza diritti

 

“Mai più consegne senza diritti”.

Questo è stato lo slogan dell’ultima protesta dei riders che si è tenuta a Bologna il 1°dicembre. I ciclofattorini, che consegnano migliaia di pizze a studenti e famiglie in ogni parte della città, sono soltanto uno dei prodotti di quella che gli esperti e gli economisti chiamano Digital economy.

Lo sviluppo tecnologico e la costante ricerca di competitività nel mercato della concorrenza hanno portato ad una sempre maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro, che dal punto di vista delle nuove categorie di digital workers ha significato minori tutele e diritti, come l’assenza di un’assicurazione INAIL per gli infortuni sul lavoro o di una retribuzione minima oraria garantita.

Per gli abitanti di Bologna (o di qualsiasi altra grande città europea) la possibilità che qualcuno possa portare un pasto caldo, dal ristorante direttamente al nostro divano, sembra essere diventata una DROGA. Grazie ad internet possiamo acquistare oggetti e servizi con un semplice clic; allo stesso tempo, però, siamo spinti ad evitare un’ampia parte delle relazioni interpersonali ‘face to face’ e rischiamo di perdere contatto con la realtà sociale che ci circonda. Come consumatori, e ancor prima come persone, dovremmo approcciarci con spirito critico a fenomeni di questo tipo, consapevoli che lo sfruttamento del fattorino che ci porta da mangiare sull’uscio di casa è un problema che non dobbiamo ignorare .

Ed è così che ogni giorno le piattaforme digitali come Glovo, Justeat, Deliveroo, Foodora, Mymenu aumentano i loro profitti e si convenzionano con sempre più locali, che altrimenti si ritroverebbero tagliati fuori dal mercato.

I primi a pagare le conseguenze di questa lotta al ribasso nella “rete del cibo”, come detto, sono coloro che, connessi ad un’APP e muniti di bicicletta (o motorino), consegnano il pasto direttamente al cliente. La paga per questo lavoro – definito dall’espressione Gig economy come ‘lavoretto’ – non sembra affatto garantire quell’esistenza libera e dignitosa che la nostra Costituzione sancisce all’articolo 36 (si aggira infatti attorno a 5 euro l’ora con contratti prevalentemente a cottimo). Molti fattorini sono studenti che cercano di guadagnare qualcosa per potersi pagare gli studi e per aiutare le famiglie, ma c’è anche chi si è trovato costretto ad accettare le condizioni imposte dalle piattaforme per mancanza di alternative o per aver perso il lavoro. Ogni giorno persone di tutte le età e di tutte le nazionalità si muovono nel traffico urbano freneticamente, consapevoli di dover ottenere un buon feedback. Il rischio di essere investiti per una pizza e qualche soldo è concreto, e la lista dei riders che hanno perso la vita durante una consegna è già troppo lunga.

Lo scorso maggio, in seguito ad altre proteste, i rappresentanti delle piattaforme digitali e quelli dei lavoratori si erano incontrati con la mediazione del comune per firmare una Carta dei diritti valida a Bologna. Sgnam/Mymenu è stata l’unica ad accettare l’accordo, e tuttora continua a non rispettarlo.

Malgrado i segnali positivi che inizialmente erano stati lanciati dal governo, ci ritroviamo a constatare l’incapacità della politica di regolamentare un servizio che sembra essere entrato definitivamente tra le esigenze di tutti i cittadini. Il lavoro viene ormai considerato soltanto come un costo di produzione per l’impresa, e sembra che si sia definitivamente persa di vista quella funzione sociale – di strumento per l’emancipazione della persona – che gli era stata riconosciuta nella seconda metà dello scorso secolo.

Un ulteriore ostacolo al riconoscimento delle tutele che i riders reclamano ad alta voce risiede nella loro qualificazione di lavoratori autonomi. A livello europeo l’attività delle piattaforme viene infatti riconosciuta come di semplice intermediazione tra domanda e offerta, non potendosi quindi ravvisare quella subordinazione che di fatto sembra essere presente in questo tipo di lavoro. Tale presunta autonomia rende perciò maggiormente complicata l’estensione a queste categorie di norme che possano garantire migliori condizioni e diritti.

Un fenomeno di così ampio respiro, come quello della nascita delle nuove professioni del web, si ricollega così al tema della crisi dello Stato novecentesco e del diritto di fronte alle tematiche che il ‘progresso’ tecnico ed economico mette in evidenza.

Cesare Faustini

Alla lavagna! E scrivi cento volte ‘sovranismo’

Quando si è all’estero, e ci si stabilisce, l’attualità che riguarda il tuo paese si ritrova improvvisamente all’interno di una bolla mediatica che ti guarda da lontano e che fatichi, a volte, a decifrare correttamente. Il livello di filtraggio aumenta esponenzialmente, le fonti di informazioni diminuiscono, e il web, che non è Che Guevara anche se si finge tale, ti fornisce quotidianamente un elenco di notizie mediate dai tuoi amici all’interno della tua newsfeed, filtrato dalle pagine che ti interessano, selezionato attraverso i siti di giornalismo/informazione che segui e quelli che decidi di ignorare.

Informarsi è diventato più complicato, ma questa è un’ovvietà piuttosto implicita nell’ ‘era dell’ipertesto’, una tendenza generale della nostra sfera pubblica a sovrapporre, mettere insieme tutta una serie di significati (dibattiti, manifesti, ideologie, memes) per dare un’unità strutturale ad alcune discussioni che sarebbero altrimenti molto meno appetibili agli occhi di chi sta al di fuori della res publica (intesa, ovviamente, come qualcosa che riguarda il più vasto pubblico possibile e non in senso istituzionale). 

Chi gestisce le dirette televisive nazionali, chi produce programmi per un target specifico come quello dei bambini sa bene quali sono le modalità di rappresentare, se prevista all’interno del programma stesso, questa categoria. Nella maggior parte dei casi, la televisione riproduce il nostro preconcetto dei bambini come individui in evoluzione, che mancano o comunque necessitano di una guida specifica, che possono avere persino un effetto comico, come Chi ha incastrato Peter Pan ci dimostra, proprio in virtù della loro ingenuità, schiettezza o infantilità. Non voglio lamentarmi o dissertare sulla miriade di programmi che hanno dei bambini come protagonisti di trasmissioni italiane, per mancanza sia di spazio che di casi specifici; piuttosto vorrei far notare come spesso ci venga presentato un ‘pacchetto’ già completo sui bambini, che non si concentra tanto sul domandare “Chi/che cosa sono?”, bensì sul fissare delle definizioni generiche, nella maggior parte piatte e precostruite, su questa fascia di età. Una qualsiasi trasmissione televisiva è in grado di dirci: “I bambini sono A, B, C” e così via, senza mai mettere insieme le lettere. 

Con Alla lavagna! si è andati ancora oltre al presentare i bambini come dotati di caratteristiche che li contraddistinguano: qui hanno il ruolo di semplice megafono di chi gli sta davanti, dei ripetitori particolarmente efficaci in virtù del fatto che sono, appunto, bambini. Non ci vengono presentati dei ragazzini – tra i 9 e i 12 anni – in grado di poter dialogare con il loro interlocutore, ma solamente degli infanti che fanno domande di ampia, vastissima portata al ministro degli Interni Matteo Salvini (e che suonano tremendamente paradossali nella loro ingenuità, effetto di senso ricercato e voluto dalla trasmissione), come ‘che cos’è il sovranismo?’, ‘ma lei è razzista?’ e così via. Il tutto nel giro di poco più di venti minuti, con risposte generiche, glissate, intramezzate da quiz sulle canzoni che Heater Parisi ha fatto negli anni ’80. 

Alla lavagna! riprende il format di una trasmissione francese, Au tableau !!!, nata nel contesto delle elezioni presidenziali francesi nel 2017, le cui prime quattro puntate hanno visto come protagonisti i principali candidati (Macron, Mèlenchon, Hamon, Fillon). Questo dovrebbe togliere ogni dubbio sugli intenti principali del programma. Per chi ancora si facesse domande: sì, è propaganda. Se la parola non piace, possiamo chiamarla campagna elettorale permanente. Ma da cosa nasce la polemica che ne è seguita subito dopo la messa in onda?

La nostra sfera pubblica, tutt’oggi, ha a che fare con una serie di contesti particolarmente differenti tra loro: basti pensare al dibattito in rete che nasce dai comizi elettorali, i talk show che fanno affidamento su ciò che viene comunicato attraverso i social network (Gazebo), i telegiornali 24h che devono in qualsiasi modo riempire il palinsesto con la reiterazione di notizie già passate o non-notizie. I media, insomma, offrono una nuova opportunità di modellare e direzionare il discorso (al) pubblico in modi molto differenti tra loro. Quello che ha fatto Matteo Salvini non è poi così diverso da quello che qualsiasi politico tenta di veicolare nei propri messaggi pubblici: l’unica cosa in cui differisce qui è la pacchianità e l’esagerazione nell’edulcorare il dibattito per mezzo di una finta classe di bambini, con l’unico fine di semplificare al massimo la sostanza. Salvini non è razzista, è solo una persona che vuole far rispettare le regole, non è contro il Sud, ci ha dialogato e lo ha conosciuto quindi ora è tutto a posto, il suo sovranismo è come chi in classe decide di fare i fatti suoi senza ingerenze altrui. Che dire, il messaggio è chiaro. E Salvini ci riesce bene facendo ‘collassare’ il contesto delle istituzioni governative con quello della scuola e una sintattica completamente sconnessa (mettere le motivazioni della scelta dei calzini a pois, canzoni della Cuccarini e la vita familiare di un ministero degli Interni insieme non è neanche definibile bello o brutto, fa soltanto sbucare un grosso punto interrogativo sopra la testa), con tanto di ‘sanzione’ finale da parte della classe (“mah, a me pareva più antipatico, poi mi ha sorpreso”, dice uno dei bambini della classe alla fine della trasmissione). La sanzione generale, però, sembra essere stata dalla rete che si è espressa con un misto di sdegno, confusione e stupore sul programma, nonostante un buono share iniziale (6,4 %). Il punto è che non c’è niente di nuovo sotto al sole. Si tratta sempre dello stesso monaco, solo con abiti diversi. Anzi, stavolta direi senza nessun abito. E se non vi va di vedere un re nudo, spegniamo la televisione.

Alessandro Barbetti