L’ipocrisia del 4 Novembre

Era il 4 Novembre 1918 quando gli eserciti di un mondo in guerra deposero le armi ponendo fine così alla prima grande guerra.

Un clima di festa travolse gran parte dei popoli europei accompagnato da un enorme malcontento popolare degli Imperi sconfitti che ora vedevano sgretolata la loro egemonia, ridimensionata la loro identità, trasformandosi in quello che poi oggi, completato il processo di maturazione, chiamiamo stato.

Nel mondo sembravano essere tornate la pace e la serenità, i vincitori avevano ottenuto i loro risarcimenti e la Germania era stata ritenuta l’unica colpevole di una guerra globale. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Certo, era palese che i tedeschi non avessero apprezzato le decisioni prese nel trattato di Versailles ma questo non interessò a nessuno; anzi, si decise di stanziare truppe militari (dette “cuscinetto”) per monitorare il clima popolare ed evitare sul nascere eventuali rivolte, eppure…

 

Era l’1 settembre 1939 quando la Germania nazista, guidata da Adolf Hitler, decise di invadere la Polonia e di riprendersi, con la forza, tutto ciò che gli era stato portato via. Denaro, potere, dignità.

Nonostante le precauzioni prese, nessuno stato europeo poté impedire l’avanzata di un nemico così potente, astuto e malvagio (poiché definirlo folle sarebbe riduttivo e mancherebbe di rispetto alla memoria di tutti i caduti in nome della libertà). Un uomo che, caricatosi su se stesso il peso di un popolo distrutto, armandosi di un’eccellente oratoria e atti di violenza che ricordavano tanto il biennio rosso italiano dettato da Mussolini, riuscì a mettere sotto scacco le grandi potenze mondiali, tanto convinte della loro superiorità da non rendersi conto che proprio questa presunzione sarebbe stata la causa dell’espansione di un fenomeno come quello Nazista ben oltre il territorio tedesco, trovando consenso in popolazioni sempre più scontente dei loro stati. Lui, Adolf Hitler, aveva compreso l’essere umano e la sua natura forse meglio di chiunque altro.

– “L’uomo è malvagio dalla nascita” – (cit. Hobbes)

 

È bastato puntare il dito contro qualcuno di più debole, contro gli indifesi, contro gli emarginati, per far  che il mondo gli spianasse la strada politicamente parlando, non rendendosi conto del potere che stava consegnando nelle mani dell’uomo che la storia ricorderà sempre (si spera) come la reincarnazione del male sulla terra.

Ci vorranno milioni di morti, oltre 5 anni di guerra, la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, per giungere a quel 2 settembre 1945, che finalmente sancirà la fine della più mostruosa tra le guerre, la “2th WW”.

 

 

Era il 4 Settembre 2018 quando, alzatomi dal letto, mi diressi in cucina per mettere la moka sul fuoco e, nell’attesa del caffè mattutino, iniziai a sfogliare come mio solito Facebook per tenermi aggiornato su tutte le novità del momento, rimanendo sbalordito da ciò che mi si presentò innanzi…

“Tagli ai fondi per gli immigrati”,   

“Tagli di 10 milioni ai disabili”,

“ragazza di 16 anni violentata da immigrati”,

“uomo sui 40 anni ucciso da immigrati” ,

“immigrato aggredito da un naziskin in treno a Roma”,

“Napoli, donna difende un pakistano da un fascista!”,

“immigrati a casa loro”,

“siamo il governo del cambiamento”,

“finalmente un governo del popolo”,

“l’Europa è in crisi, avanzano le destre estreme”

“l’Europa rischia di saltare, la fame guida il voto”

 

e potrei continuare così all’infinito. Mi basterebbe semplicemente sbloccare lo smartphone, andare su Facebook e continuare a farvi il copia e incolla dei post che affollano, da mesi e mesi, la bacheca del social numero 1 al mondo.

Oggi però il mondo è più impegnato a festeggiare i 100 anni dalla fine della grande guerra, non rendendosi conto che questa si sta pian piano ripresentando loro esattamente come 60 anni fa.

Siamo in pace. È questo che conta. La guerra non esiste più, l’uomo è diventato buono, ha compreso i suoi errori e da questo è maturato. Non esisterà mai più un secondo Adolf Hitler. Mai più! Siamo in pace! Siamo in pace! Siamo in pace!

E la Siria? Le forze alleate stanziano in quelle terre da tempo immemore affermando di portare pace e democrazia, eppure l’unicacosa che si può vedere in Siria oggi sono bombe che piovono dal cielo, bambini che piangono genitori e città che ricordano più gli scenari di Call of Duty che quelli di un paese nel 2018.

E l’Europa? Le forze militari stanziate assieme a quelle alleate per fermare il fenomeno del terrorismo non hanno fatto altro che alimentarlo e Bin Laden e Saddam Hussein (la cui stessa rivoluzione fu stipendiata dagli U.S.A.) ora non sono che una piccola macchia, quasi invisibile, nella nera piaga dell’Isis. La paura annebbia la mente delle persone e la fame finisce con l’accecarla, ritornano quindi di moda quei partiti, quei movimenti, quelle ideologie, che semplificano la soluzione in un “è colpa di…” anziché rendersi conto di aver compiuto, seppur con nomee differenti, gli stessi errori del passato. Ed oggi per questo ci ritroviamo con governi di estrema destra sempre più sul piede di guerra, con un fascismo ed un nazismo che anziché essere rifiutati vengono acclamati, con una Predappio che si è riempita di migliaia di persone per celebrare la marcia su Roma e la persecuzione di Omosessuali persino in stati cosiddetti “civili”.

Devo essere onesto con voi cari lettori, vi ho mentito. Si, vi ho mentito anche io. Oggi quando mi sono svegliato, mentre leggevo i vari post su Facebook, non sono rimasto sbalordito (poiché non avrebbe più senso essendo la situazione palese già da tempo); mi sono vergognato ed ho avuto paura, ho pensato: “Tra poco inizierà una terza guerra”, e non è un pensiero che si dovrebbe fare nel giorno del 4 novembre.

Viviamo in un’era dove abbiamo tutto, anche più di quanto chiediamo, eppure quell’ego continua a logorarci dentro. “Di più… di più… di più….” ecco cosa ripete sempre l’uomo quando si sveglia e quando va a dormire… “di più… di più… di più…”. Quando basterebbe in realtà fermarsi, osservarsi intorno e guardare cosa abbiamo per comprendere che realmente, non ci manca nulla.

Penso a chi si lamenta perché guida una Fiat Punto e vorrebbe una BMW… beh, io ho una 600 che dovrei dire? Pensate che 100 anni fa, se vi andava bene avreste avuto un mulo.

Vedo persone non mangiare la carne perché si è raggiunto un eccesso… un eccesso capite? Una volta, senza tornare troppo indietro, ai tempi di mio nonno, la carne si mangiava una volta al mese, se non ogni due, oggi la buttiamo, oggi la rifiutiamo, oggi esageriamo.

 

Anziché festeggiare una finta pace, il 4 novembre ogni uomo europeo, americano, russo, giapponese, arabo, tunisino, cinese e così via, dovrebbe ricordarsi che più di una mera apparenza, è importante l’umanità stessa.  Che senso ha sfoggiare una medaglia se non vi è nessuno a renderti omaggio? Che senso ha parlare di pace quando nel mondo continuano le guerre? Che senso ha parlare di Dio quando questo è causa di morte? Che senso ha vivere se diamo più importanza alla macchina che guidiamo? Che senso ha definirsi umani quando dell’umanità realmente non ci importa nulla?

Teobaldo Bianchini

SAPERI PUBBLICI: quando la cultura prende posizione (video)

 

Ricomincia in grande stile la nuova stagione universitaria bolognese: Piazza Verdi
diviene teatro di un’iniziativa, “Saperi Pubblici”, partita da due studentesse
dell’UniBo. Margherita Ciancio e Fabiana Maraffa, questi i nomi delle ragazze che
con due lettere inviate al quotidiano Repubblica sono riuscite a scuotere il cuore di
molti.

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Nei giorni 1 e 2 ottobre 2018 non solo centinaia di studenti e di professori, ma anche
compositori del calibro di Ezio Bosso, musicisti e attori come Moni Ovadia,
Rom&Gagè e uomini di scienza come la chimica Margherita Venturi e il medico
volontario Angelo Stefanini (fondatore del Centro di salute internazionale sulle
disuguaglianze ed i conflitti di interesse nella sanità) e molti altri, hanno preso parte e
sono intervenuti all’evento. L’Università di Bologna, prendendo parola, ha preso una
chiara posizione.

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La tematica degli interventi che si sono susseguiti nei due giorni è quella
dell’antirazzismo, descritta ed analizzata in un’ottica poliedrica e multiculturalista.
Coloro che hanno preso parola hanno dato vita a due giorni di dibattiti, spettacoli e
performance volte a diffondere uno sguardo critico sull’attuale situazione che l’Italia
e l’Europa si trovano ad affrontare. Si è parlato di antirazzismo, ma non solo: si è
discusso di impegno civile, identità nazionale ed internazionale, parità di diritti
economico-sociali, politica e tanto altro ancora.
Noi di Luft, in quanto giovani studenti immersi nell’ambiente bolognese nel
quotidiano, abbiamo assistito, filmato e respirato l’atmosfera creatasi nella piazza:
una ventata di solidarietà, entusiasmo e desiderio di cambiamento. Inoltre abbiamo
avuto il piacere di fare due chiacchere con l’organizzatore dell’evento Federico
Condello, docente di filologia presso l’Alma Mater.

Ad inizio articolo, vi proponiamo un breve video-raccolta dal nostro canale Youtube con alcuni estratti
di questa iniziativa.
Buona visione!

“Sono zoppa senza parole”

Zehra Dogan, Banksy

Il volto di Zehra Dogan rompe l’esercito di gabbie sul muro di New York; il bianco della sua pelle, il rosso delle labbra, disturbano l’intreccio di sbarre. Questo è il grido di Banksy.

Zehra Dogan è un’artista e giornalista curda, nata in Turchia. È la direttrice di Jinha, un’agenzia di stampa tutta al femminile.

I suoi dipinti parlano della Turchia, della terra viva e cosciente, delle persone piene di colori ed emozioni; ma parlano anche di distruzione, di terrore, di cultura imprigionata, messa a tacere con violenza.

Lo stesso grido viene lanciato da Zehra attraverso questo dipinto che raffigura le distruzioni causate dalle forze di sicurezza turche nel distretto di Nusaybin, nella provincia di Mardin.  Zehra Doğan dipinge le bandiere turche, su un trono di macerie: l’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo governo sono responsabili dell’oppressione del popolo curdo.

Nusaybin, Zehra Dogan

I Curdi hanno una lingua, una cultura, una storia e una tradizione proprie, che hanno sempre rivendicato, senza mai ottenere un riconoscimento; il Kurdistan è una delle terre più ricche per quanto riguarda le risorse: infatti, sotto il suolo cela gas e petrolio di cui i governi confinanti (Iraq, Iran, Siria e Turchia) sono assetati.

Il popolo curdo è fatto di uomini e donne che conoscono il valore della terra, l’importanza dei diritti e l’impegno verso gli altri; lo sanno perché la loro storia è segnata dall’oppressione e dalla resistenza, dalla guerra uomo contro uomo e dalla voglia di pace. Tutto questo si è trasformato, nel tempo, in cultura; i Curdi non hanno mai abbandonato la propria cultura e per questa hanno sempre lottato. Le poesie, i racconti, le sculture, i dipinti testimoniano la lotta mossa dall’amore nei confronti della propria terra e del proprio popolo; la lotta è un fondamento per il popolo curdo, inteso non come prevaricazione, ma come confronto e libera espressione.

Quadri, opere, poesie, articoli, racconti, hanno spinto Erdoğan e i suoi fedeli a volere la chiusura di agenzie di stampa, canali televisivi, giornali e riviste.  Molti giornalisti e uomini di cultura, tra cui lo scrittore turco Mehmet Altan, suo fratello Ahmet e i giornalisti Nazli Ilicak, Fevzi Yazici, Yakup Simsek e Sukru Tugrul Ozsengul, sono stati imprigionati e condannati all’ergastolo da un tribunale penale di Istanbul con l’accusa di essere membri di unʼorganizzazione terroristica, di farne propaganda e, per lʼarticolo 302, operare per la distruzione o la separazione dello stato turco. Per questʼultimo reato in passato si veniva condannati alla pena di morte, oggi allʼergastolo in isolamento.

Zehra Dogan, assolta dalle accuse di appartenenza ad organizzazioni illegali, ha una condanna di due anni, nove mesi e ventidue giorni, per avere condiviso il dipinto sul suo profilo, diffondendo il messaggio insito nel suoi colori, perché come dice lei stessa: “Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori”.

Negli ultimi anni gli uomini hanno vomitato ciò che bruciava dentro i loro stomaci; hanno rivelato, persino ammesso, il grande bisogno di potere, come massima ricchezza. Lo definisco un bisogno perché, contemporaneamente, nell’animo di ognuno di noi si cela l’inquietudine verso ciò che è miliardi di volte più potente di ogni uomo: l’acqua, il vento, il cielo, le stelle e con esse ciò che ogni giorno sfioriamo senza quasi rendercene più conto.

Anche un carnefice come Erdoğan ha paura.

La paura è una reazione normale ed è quasi istantanea quando si parla di “guerra”, tuttavia ciò che spaventa Erdoğan non sono la polvere da sparo o la tortura, ormai divenute la sua logica: sono piuttosto le parole, i pensieri, le opinioni.

È stata proprio la paura più codarda a costruire la prigione della cultura, la gabbia della parola, con la convinzione che il silenzio delle sbarre annienti la libertà di espressione. L’energia che scaturisce da qualsiasi forma di espressione è molto potente perché rappresenta dapprima un riferimento e successivamente uno stimolo, un punto di partenza. L’arte, la scrittura, la parola portano alla luce sentimenti e opinioni che permettono una partecipazione attiva e un coinvolgimento diretto.

Attualmente viviamo in un mondo che, avendo perso la concezione di eterogeneità, è diventato violento; un mondo che spaccia odio e isolamento come armi di difesa e protezione.

Proprio adesso che sarebbe necessario abbattere ogni possibile muro, l’uomo è, invece, capace di innalzare intere muraglie. Tuttavia, è certo che da tutta questa roccia stia nascendo un complesso labirinto, dentro al quale ci stiamo imprigionando con le nostre stesse mani.

Soli, nel buio delle ombre, inginocchiati accanto al silenzioso Minotauro.

Il prigioniero politico, Fuad Aziz

Anna Aziz