Don’t wanna be an American idiot

Così si apre il brano American Idiot, singolo dei Green Day che dà il titolo anche all’album da cui proviene.
Pubblicato il 21 settembre 2004, questa traccia sintetizza ed esprime il dissenso di una parte significativa della società statunitense (e occidentale) verso la presidenza Bush (junior).

Premessa deontologica: questo è un articolo di parte.

Contesto storico

Settembre 2004: mancano due mesi alle presidenziali di novembre, che premieranno George W. Bush alle urne per il suo secondo e ultimo mandato.
La presidenza Bush nasce male e si sviluppa ancor peggio: le elezioni del novembre 2000 sono fra le più controverse dell’intera storia politica yankee. Vince per una manciata di voti e di Grandi Elettori, sconfiggendo il candidato democratico Al Gore e riconsegnando la Casa Bianca ai Repubblicani.
Il vicepresidente di Bush, Dick Cheney, recentemente oggetto di un film biografico interpretato da un mostruoso Christian Bale, assomiglia per certi aspetti a Goebbels: squalo politico dall’intelligenza sopraffina, responsabile di buona parte della campagna elettorale (insieme a Roger Stone, altro “genio del male” oggetto di un interessantissimo documentario prodotto da Netflix), sfrutta tutta la potenza di fuoco dei media statunitensi. La politica statunitense fa una decisa virata a destra dopo due mandati centristi e relativamente stabili da parte di Bill Clinton.
Il primo mandato di Bush vede il mondo distrarsi per i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001.
L’evento più significativo del secolo, fino a questo momento, sono sicuramente gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
In poche ore, due aerei si schiantano contro il World Trade Center.
Le immagini fanno il giro del mondo. Muoiono più di 5000 persone. Gran parte dei problemi del mondo attuale provengono da quell’evento.
Le Torri Gemelle prendono fuoco, collassano, si dissolvono e formano le macerie dell’ormai defunto sogno americano.
Sessant’anni di politica estera statunitense si frantumano in poche ore.
Il vuoto e il trauma non sono sanabili: cosa farà il Presidente? Dov’è il Presidente? Come reagirà l’Occidente?
Per oltre un anno e mezzo, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica statunitense e occidentale si stringe intorno alla persona più potente del mondo: George W. Bush, fino a venti anni prima un uomo oppresso dall’eredità paterna, solo, non molto intelligente e non preparato, deve gestire uno dei momenti più importanti e significativi della storia.

Saddam



Nasce la lista degli “stati canaglia”. Bush decide di parlare al mondo: o con noi o contro di noi.
Eravamo impreparati, adesso siamo tornati. Nessuno minaccerà il nostro stile di vita. Ci difenderemo e attaccheremo quando, dove e come riterremo necessario.
Gli Stati Uniti si preparano ad invadere l’Iraq, volendo portare a termine quanto fatto, dieci anni prima, da Bush senior.
Tony Blair, primo ministro britannico, appoggia la linea di politica estera di Bush.
Le piazze di tutto il mondo si riempiono: questa guerra è inutile, è una guerra imperialista, non si scambia il sangue per il petrolio.
Solo a Roma, una manifestazione di protesta raduna 3.000.000 di persone.
Tutto inutile: nel 2003 una vasta coalizione (alla salda guida statunitense) invade l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa e di proteggere il piccolo nucleo di talebani presenti nel suo stato.
La guerra effettiva giunge a una rapida conclusione: lo squilibrio delle forze in campo gioca tutto a favore degli Stati Uniti.
Saddam viene catturato, processato e impiccato.
La botola sotto ai suoi piedi si apre, il suo collo si rompe e insieme a esso il precario equilibrio mediorientale.
1-0 per Bush? Pazientate…

Torture, torture, torture

Si verrà a scoprire, a fatti compiuti, che dei prigionieri iracheni sono stati torturati.
Emblematica la foto, sintetizzante buona parte della gestione Bush.

Le torture e la repressione politica, silenziosa e non eclatante come in passato (Nixon e Reagan su tutti), sono giustificate dallo stato di guerra, che comporta poteri quasi illimitati al presidente.
I consensi crollano: Bush riesce a far irritare la Left statunitense impedendo i matrimoni omosessuali, esprimendo una posizione anti-abortista, varando il Patriot Act (un pacchetto di legge che permette al governo statunitense di invadere la privacy dei cittadini, ufficialmente per motivi di sicurezza).
Il secondo mandato Bush è una fotocopia sbiadita del primo. Passerà alla storia come uno dei presidenti meno amati dagli statunitensi. Parte del tracollo finanziario dell’ultimo trimestre 2007 e dell’inizio del 2008 è da imputare a lui, capace di varare ulteriori deregolamentazioni in ambito finanziario.
Nel novembre 2008, nel mezzo della tempesta, Barack Obama, democratico, sarà eletto presidente.


Welcome to a new kind of tension

American Idiot riassume tutto questo.
Nel brano dei Green Day, gruppo nato non casualmente a Berkeley, California, centro universitario motore del ’68, il cantante esprime in modo provocatorio il suo dissenso contro la nuova ventata di conservatorismo.

Spinto da un finto patriottismo (Don’t want a nation under the new mania/And can you hear the sound of hysteria?/The subliminal mind-fuck America), l’idiota americano sventola felice la bandiera a stelle e strisce.
L’idiota americano è il marine che crede nella sua nazione e dà la vita per gli interessi delle compagnie petrolifere.
L’idiota americano è attaccato alla televisione come un neonato è attaccato al capezzolo della sua nutrice.
L’idiota americano è anche George W. Bush.

Contro tutto ciò, i Green Day (e una parte significativa degli USA e dell’Occidente) decidono di esprimere il loro dissenso e, in modo molto provocatorio ma efficace, non si affaticano a tentare di spiegare ciò che per loro risulta palese (Television dreams of tomorrow/We’re not the ones who’re meant to follow/For that’s enough to argue).

Il cantante, notoriamente bisessuale, esprime tutto il proprio disprezzo per un mondo reazionario e conservatore, una parte molto radicata nel profondo Sud degli Stati Uniti (Well maybe I’m the faggot America/I’m not a part of a redneck agenda).


È nell’assolo della parte centrale della canzone che si convoglia tutta la nostalgia verso un decennio travagliato, sporco di sangue, precario, destinato a crollare con una crisi economica che ancora si sente (a dodici anni di distanza).
Gli anni 2000 sono segnati dalla presidenza Bush, che governa dal gennaio 2001 al novembre 2008.
Era un mondo più semplice rispetto a quello attuale.
Un mondo violento e segnato dagli equilibri sempre più precari, dai linguaggi sempre più violenti e da un depauperamento morale ed economico della società.
Bush, tuttavia, non è stato un presidente reazionario ed eccessivamente autoritario.
Volendo passare alla storia come il nuovo Reagan, pur fallendo clamorosamente, il suo linguaggio e la sua azione politica non sono comparabili a quelli di Donald Trump.

In questo caso, la profezia sul nuovo tipo di tensione (Welcome to a new kind of tension) dei Green Day si è avverata. La radio si è spenta e la loro musica non è più trasmessa quotidianamente.
Tuttavia, il dissenso non cessa mai di esistere: semplicemente, si sposta.

L’autore di questo articolo intende far presente alla lettrice/al lettore che, durante la presidenza Bush, il sottoscritto ha finito l’asilo e terminato le scuole elementari e ha iniziato la prima media con la presidenza Obama.

– Leonardo Mori

Bad boys, bad boys

Cosa accomuna una canzone reggae di inizio anni ’90, uno show televisivo cancellato da poco e i recenti disordini negli Stati Uniti?
Indizio: è il colore opposto al bianco.

BREVE INTRODUZIONE STORICA

Nel 1555 un corsaro inglese al servizio di Elisabetta I, Sir John Hawkins, deporta una manciata di schiavi nelle coste nordamericane per venderli ai coloni bisognosi di manodopera.
Inizia la “diaspora africana”, la tratta degli schiavi. Sui libri di scuola abbiamo tutti sentito parlare, a un certo punto, del “commercio triangolare”. Nei territori che ora formano gli Stati Uniti, per oltre tre secoli vi sono stati luoghi di produzione (miniere, piantagioni, campi eccetera eccetera) lavorati da manodopera schiavista. Questo ha contribuito a rendere gli Stati Uniti quello che sono adesso: lo Stato più potente e più ricco della storia ed uno spazio (reale e culturale) infinitamente contraddittorio e lacerato da divisioni.

Milioni di donne, uomini e bambini africani furono deportati, torturati, sfruttati fino allo sfinimento, discriminati e uccisi per buona parte della storia della “Terra dei Liberi”: un epiteto presente anche negli inni dello stato che si dichiarò indipendente il 4 luglio 1776.

Gli uomini che firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America scrissero queste parole, ripetute allo sfinimento e conosciute da ogni statunitense da quel momento in poi:
“Noi riteniamo queste verità essere per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali.”
Gli autori erano tutti proprietari di schiavi.
Gli Stati Uniti, prima ancora di nascere ufficialmente, mostrano una contraddizione (spaventosa ma affascinante) fra le dichiarazioni d’intenti e la realtà.

Una guerra civile negli anni ’60 dell’Ottocento, il conflitto più sanguinoso dell’intera storia statunitense, non termina la questione della schiavitù.
“E adesso coi negri che si fa?”
“Ora che i negri sono liberi ci uccideranno?”
“Non voglio che un negro stupri mia figlia.”

La schiavitù viene abolita, nel Profondo Sud fiorisce la segregazione razziale.
Oltre alla segregazione, i neri del Sud sono spesso linciati, discriminati e privi di lavoro e istruzione.
Molti scappano nelle grandi città del Nord: Chicago, New York, Philadelphia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 la segregazione razziale finisce de iure e (quasi) de facto.

Oggi, gli Stati Uniti hanno quasi un quarto dei detenuti del mondo.
Di questi detenuti, più della metà sono afroamericani.
Un afroamericano maschio su tre, entro i primi 25 anni di vita, finirà per un certo periodo in prigione.
La minoranza afroamericana, la seconda più consistente dopo quella degli ispano-americani, rappresenta la fascia di popolazione più povera (e quindi più esposta a tutte le conseguenze del vivere in uno “stato sociale leggero” quali gli USA).

UOMO NERO A TERRA

Nel 1987 il gruppo reggae Inner Circle rilascia un singolo, Bad Boys, che passa inosservato.

Il singolo è una traccia di musica reggae che parla di un ragazzo che vuole diventare un uomo ma non capisce il valore della famiglia. Il tutto in un messaggio che, anche se non esplicitato, palesa il suo pubblico: adolescenti afroamericani, una fascia di popolazione molto più esposta ad abuso di stupefacenti, alcolismo, depressione, disoccupazione, bassa istruzione e alta criminalità rispetto ai coetanei non afroamericani.

Bad boys, bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?

Cosa farete quando vi prenderanno?

È un invito fatto da una band composta da membri di colore ad altre persone di colore, per dissuaderle da comportamenti violenti, illegali o comunque dannosissimi.
Insomma, state calmi o rischiate grosso.
Un tema presente e impegnato per una canzone diretta a degli adolescenti.

Nel 1989 va in onda il primo episodio di Cops (Poliziotti), uno show televisivo che riprende la vita e l’esperienza (sul campo) delle forze dell’ordine statunitensi mentre preservano l’ordine ed arrestano sospettati.

La sigla, dal primo episodio, è proprio il singolo degli Inner Circle. Motivo: la band piaceva molto a uno dei produttori.

Cops, andato in onda dal 1989 al 2020 sulla Fox (nota emittente conservatrice), è stato un programma televisivo molto popolare.
Nella maggior parte dei casi, i sospettati sono afroamericani.
Gli afroamericani sono sovra-rappresentati rispetto a qualsiasi altra etnia o minoranza.
Violenza preventiva, accanimento sulle fasce sociali più deboli della società (senzatetto, prostitute, tossicodipendenti, ladruncoli e così via) con la imprevedibile dimenticanza dei criminali bianchi e ricchi: questo (ma non solo questo) è stato Cops.


Sì: c’è un’altra contraddizione.
La canzone è fatta da un gruppo reggae, un genere musicale caraibico-creolo nato alla fine degli anni ’60, il cui alfiere più conosciuto è Bob Marley, quindi non esattamente per benpensanti timorati di Dio.
Il riferimento ai “Cattivi ragazzi” è l’unica cosa che rimane di una canzone il cui testo è stato completamente traviato.
Aggiungete questa canzone di sottofondo mentre due poliziotti immobilizzano a terra un sospettato afroamericano di sedici anni.

BLACK LIVES…

Negli ultimi mesi, le esposizioni mediatiche, in merito alle proteste anti-razziste e contrarie alla violenza delle forze dell’ordine scatenatesi negli Stati Uniti, sono aumentate a dismisura.
La black history negli Stati Uniti ha un’origine abbastanza recente, a livello accademico, ma la questione è lontanissima, estremamente complessa e risalente persino a prima che un concetto come Stati Uniti esistesse.

La presidenza Trump non ha fatto niente di concreto nel condannare le violenze mosse da motivazioni razziste e/o suprematiste.
Gli Stati Uniti, un Paese dove al 2002 c’erano almeno 250 milioni di armi da fuoco (nel censimento del 2010, gli Stati Uniti hanno superato i 300 milioni di abitanti), sembrano sul punto di scoppiare.

La recente pandemia, problemi sociali non rinviabili, la questione delle disuguaglianze schiaccianti, la brutalità della polizia, la violenza imperante, le infinite contraddizioni di una società che difficilmente si potrebbe definire in ascesa, sono tutti fattori che non possono lasciare indifferente un osservatore esterno. 

La maggior parte delle proteste per i diritti civili sono mosse da un intento economico: perché io non posso accedere all’abbondanza del sogno americano solo perché sono nero?
Qui non mi è consentito andare troppo oltre.
Un conto è stare seduti in poltrona, scrivere un articolo che pochi leggeranno, in una situazione confortevole e sicura da buon maschio bianco borghese.
Un altro è vivere in un quartiere malfamato, non avere un lavoro, avere magari un parente in galera e vivere continuamente con un “non morire” che ti rimbomba in testa.

Dal 30 maggio 2020 Cops non è più in onda.
In seguito all’ondata di proteste scoppiate in tutto il paese dall’omicidio di George Floyd, lo show televisivo è stato sospeso e cancellato.

Le proteste e la violenza continuano.
George Floyd non è il primo né sarà l’ultimo afroamericano ucciso dalle forze dell’ordine.
La Terra dei Liberi diventerà mai tale?

Bad boys bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?


-Leonardo Mori

Quarantena

Compito a casa: Come state vivendo la vostra quarantena? Cercate foto, opere d’arte, frame, quadri che possano descrivere dei vostri momenti quotidiani o suscitare dei vostri stati d’animo relativi a questo periodo che stiamo vivendo.

Io ho scelto i miei quadri, e a questi ho voluto inoltre affiancare le foto di momenti che realmente vivo quotidianamente con i miei coinquilini. Inserendo così l’opera dentro la mia scena quotidiana, in chiave ironica, con l’intento di riprodurre quanto più fedelmente i quadri in questione in rapporto alla realtà che viviamo ogni giorno.

 

A

Dopo cena ad Ornans, Courbet, 1849                                         Dopo cena in Villa Casale, 2020

 

I ruoli, gli stati d’animo, le posizioni che si possono individuare nei personaggi di Courbet li ritroviamo nei componenti di Villa Casale; già a partire dell’uomo sulla sinistra: il suo vino è finito e ciò suscita in lui la tipica postura di chi si affloscia, senza speranze, sulla sedia. Di fianco l’uomo col cappello-rasta si accende, come sovente per l’epoca, una pipa con un legnetto che arde, l’altro, in Villa Casale, con l’accendino. Al di là del tavolo siede una figura intenta ad ascoltare il sottofondo musicale immers* nel contesto circostante e fra i suoi pensieri. Infine troviamo colui che intrattiene tutti gli altri commensali, col suo suono di violino-ukulele, intento ad allietare il nostro dopo cena, in quarantena, ormai da 20 giorni.

B

Gabriele mangia fagiolata, 2020                                         Il mangiafagioli, A. Carracci, 1584

Il quadro richiama quelle cene umili, povere ma sostanziose, accompagnate dall’immancabile vino e dal pane, che egli tiene ben stretto nella mano per non farselo rubare dagli altri abitanti della casa. Minestra di fagioli sostituita dalla “fagiolata alla Sella”, ottimo piatto da cucinare in quarantena e commestibile per innumerevoli futuri giorni di clausura.

C

Wiliam Orpen Stillorgan                                                   llaria alla finestra, 2020

La finestra, altro tema di questa quarantena: abbiamo scoperto il suo valore, unico contatto col mondo esterno. Una finestra su cui sedersi, e perché no direttamente sul davanzale con i piedi a penzoloni (tanto al massimo se cadiamo siamo al primo piano). La posa sognante tipica della ragazza dal lungo vestito blu resta tale anche in Ilaria, vestita in comodi abiti casalinghi, cioè in tuta, da 20 giorni. Lo sguardo nel vuoto sulle strade vuote, sia di campagna sia di città, rimane lo stesso per entrambe. Forza ragazze. Ce la faremo.

 

D

Renoir                                                                          Costantino e la pulizia

La pulizia: tema di dibattito costante nei giorni di convivenza forzata. Il nostro Costantino, riluttante nelle pulizie di casa, si vede in questi giorni costretto ad affrontare sedute intensive di pulizia; è qui raffigurato mentre lava a terra (vedi: dà il cencio).

 

Egli sembra assumere la posa della donna raffigurata da Renoir, ma ovviamente in maniera meno aggraziata, posata, armoniosa e fine nonostante il suo maglione in pile colorato, indossato anch’esso da 20 giorni.

 

Francesca Crudeli

Fascia debole della società è anche chi soffre di problemi psichici

Si sa, quando si sta un mese chiusi a casa, preesistono di solito tre scenari: 1. stai facendo una maratona di Friends; 2. sei in sessione; 3. probabilmente soffri di un disturbo psichico; alle volte finisce bene, si fa per dire, come ogni altro giorno dell’anno, il tuo disturbo viene invalidato da etichette linguistiche quali “pigrizia”, “noia”, “asocialità” et cetera; e continui a vivere all’ombra del tanto decantato “senso civico e responsabilità” tipico di un’emergenza sanitaria come quella del Covid-19. Altre volte, finisce peggio, senza bisogno di specificare.

Nel mare magnum di aperitivi, apericena, spritzini, disco party, locali, balotta, sushi all you can eat e chi più ne ha, più ne metta, c’è anche chi esce di casa per allontanarsi, per qualche ora, da azioni quotidiane che sono asfissianti e interminabili fonti d’ansia. Sembra un romanzo di Franz Kafka – o meglio, una pellicola di Yorgos Lanthimos – ma ci sono individui per cui accendere un interruttore, chiudere una porta, raccogliere una matita caduta per terra comporta lo stesso sforzo mentale che un ragazzino al primo anno di liceo classico impiegherebbe per svolgere un integrale indefinito senza che nessuno gli abbia spiegato come fare.

Che ci si trovi nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria, un nuovo decreto legge, la scoperta di un nuovo pianeta, il timore della terza guerra mondiale, l’ufficializzazione della Brexit, ci sarà sempre una categoria di semi-umani, assolutamente non degni della minima considerazione: chi soffre di un disturbo psichico.
Non è sempre stato così, ovviamente. Nell’Inghilterra del Settecento c’erano tantissime persone che soffrivano di un disturbo psichico. Potevi avere sfortuna e fare parte di una massa innumerabile di anonimi “pazzi”, “deviati” rinchiusi in manicomi (dove si poteva accedere pagando un biglietto per divertirsi a guardarli e, con qualche penny in più, picchiarli, come a Bedlam); potevi avere fortuna e regnare su un quinto delle terre emerse, terminando tra i sorrisi dei tuoi inferiori ogni frase con la parola “pavone” ed essere soprannominato Giorgio III. Nella storia, il prestigio sociale di un individuo affetto da disturbo psichico ha giocato un ruolo decisivo nella vita dello stesso. Sei ricco e potente? Pazienza, ti aiuteremo comunque o almeno non finirai male. Sei una persona comune? Sarai rinchiuso in un posto dal quale difficilmente uscirai. Credete che sia una banalità non attuale? Provate a pensare al manager narcisista che distrugge i suoi dipendenti, elevate il tutto all’ennesima potenza e vi ritrovate con sofferenza collettiva e problemi di ogni tipo.

C’è tanta matematica in questo articolo. La matematica si basa sulla logica. La logica permette di ordinare il pensiero e i concetti. Non è detto che una logica abbia la stessa validità di un’altra, bisogna vedere in quale campo essa opera. Per una persona non affetta da disturbi, è logico, ad esempio, lasciare agli altri il tempo di parlare. Non per la logica di una persona affetta da disturbo istrionico. Il fatto che sia un comportamento esecrabile e maleducato è dovuto a norme sociali. Nel nostro mondo così frenetico e cangiante, quanto è probabile destinare tempo e risorse a chi soffre di queste patologie gravissime?

A quasi quarantadue anni dalla legge Basaglia, anche uno dei leader politici con più consensi si concede il lusso e la sfacciataggine di metterne in dubbio le fondamenta e l’effettiva validità.

“Come un cane!”, concludeva il già menzionato Kafka uno dei suoi romanzi più straordinari, Il processo, per bocca del protagonista K. E invece no, chi soffre di un disturbo psichico, deve subire in silenzio, tra le varie disposizioni, anche l’essere posposti ai nostri compagni quadrupedi, i quali al parco, accompagnati al guinzaglio dai loro padroni, possono circolare indisturbati.

E dopo gli anziani, gli ammalati, i cani e così via, ci sono loro, la fogna della società, dimenticati, ancora oggi, dai più, dai decreti ministeriali, dal senso civico comune. Perché che tu sia depresso, se davanti non c’è il prefissoide “immuno”, non interessa a nessuno. E che invalidino la tua condizione, è il meglio che possa accaderti.

 

Chiara Memè
Leonardo Mori

Naked lunch

“Naked lunch” (tradotto in italiano come “Pasto nudo” o “Il pasto nudo”) è un’opera scritta da William Burroughs, scrittore statunitense attivo nella seconda metà del secolo scorso, pubblicata nel 1959.
È un’opera caratterizzata da una pressoché totale assenza di trama, di dialoghi logicamente connessi fra loro e di caratteri. Un pasticcio più che un pasto, insomma.

Questa recensione potrebbe finire benissimo qui, ma io sono testardo e quindi tenterò di trarne qualche spunto di riflessione, senza alcuna pretesa di essere un critico della letteratura.
Fatta questa premessa (che mi serve più per legittimare qualsiasi castroneria che scrivo più che essere intellettualmente onesto, benché già affermando ciò cada in un paradosso logico inesplicabile, un po’ come se protestassi affinché la gente smetta di protestare), cercherò di dare una brevissima visione complessiva dell’opera.

IL TITOLO


Cominciamo dal principio. Che cosa voleva dirci in realtà Burroughs? Ci sono molteplici chiavi di lettura a riguardo: cercherò di proporre una mia sintesi che spero convinca il lettore.
Il termine “pasto” credo possa essere un riferimento, ironico e acido al contempo, al genere letterario del pastiche. Sono state date tantissime definizioni relative a questo concetto.
Sia sufficiente comprendere a grandi linee questo: qualora un’opera letteraria sia paragonabile a una pietanza, con tutti i suoi ingredienti, la preparazione, la cottura, la presentazione, il pastiche equivarrebbe a prendere parti da più ricette per proporre qualcosa di nuovo. A volte il tentativo riesce e ne esce un’opera come “Pasto nudo”. Altre volte ne deriva qualcosa d’illeggibile, anzi, d’immangiabile: un po’ come un tiramisù a base di funghi, radicchio e panna montata.
Se nei due secoli precedenti a Burroughs il pastiche aveva (talvolta) ottenuto una dignità letteraria ed era stato analizzato in modo critico e in sede accademica, Burroughs distrugge tutto questo e ci presenta non un pastiche, bensì un vero e proprio pasto.
Un pasto solitamente si consuma così com’è presentato. Nessuna persona sana di mente penserebbe di rivestire un piatto di spaghetti con un cappello, prima di consumarlo.  

Scartata questa connessione impropria, il termine “nudo” potrebbe riferirsi al consumatore del pasto.
Gli animali consumano nudi il proprio nutrimento.
Le persone solitamente no.
Chi potrebbe voler consumare un pasto pur essendo privo di vestiti?
Sì, proprio così: una persona alterata o una persona che non può essere vista da altri.
Ci sono tantissimi modi di alterarsi nella società di massa.
Burroughs sceglie le sostanze stupefacenti: l’opzione creativa preferita di moltissimi autori della beat generation.

DI COSA PARLA

Veniamo ora alla parte più problematica: di cosa accidenti parla questo “romanzo” (uso volutamente il virgolettato perché mi trovo incapace di classificare quest’opera)?
Rispondere è complicatissimo.
Innanzitutto, non rispecchia minimamente il flusso di coscienza joyciano. La punteggiatura Burroughs la usa. Piega all’inverosimile la struttura sintattica, certo, ma rispetta la punteggiatura. I periodi sono legati fra loro da un sottilissimo filo logico, talmente sottile da essere percepito creativo e folle al tempo stesso. È l’opera di un individuo che, per chi non lo sapesse, pur provenendo da una famiglia ricchissima, in vita sua sperimentò ogni sorta di sostanze e, nonostante tutto, morì in tarda età.
Ora, fin qui niente di troppo strano. In fondo, adoperare sostanze per stimolare la propria creatività e allargare i propri orizzonti è una pratica comune in ogni luogo e tempo.
Il problema è che Burroughs abbia prodotto quest’opera in uno stato talmente alterato da essere ritrovato da Ginsberg e Kerouac (altri due scrittori statunitensi quasi suoi coetanei) in una stanza, in stato confusionale e con centinaia di fogli che non si ricordava minimamente di aver scritto.

Questo pone anche un duplice problema:
1) Come si fa a ordinare qualcosa prodotto secondo una logica seguita in uno stato così alterato?
2) Come si fa a recuperare qualcosa di valido e lineare se non si può seguire, da “non alterati”, la logica che ha permesso quel processo creativo?

Risposte possibili (per me, non necessariamente per tutti):
1) Non si può. La differenza di coscienza e consapevolezza fra i due stati è talmente profonda che un criterio di ordine e selezione, in uno stato diverso dalla fase creativa, comporta inevitabilmente la perdita di qualcosa, svalutando l’originale. Quest’operazione non è escludibile neppure per i flussi di coscienza privi (o quasi) di punteggiatura: c’è comunque una campagna di revisione, che lo si voglia o no.
2) Per la prima risposta, non si può tentare una minima linearità senza alterare il lavoro complessivo. Arrendendoci a queste due considerazioni, ne consegue che nel riordinamento logico della produzione si potrà aggiungere qualcosa che leghi il tutto, oppure no. Ciò dipende dalla sensibilità dell’autore (traduzione: uno scrittore cattivo, NON un cattivo scrittore, tenterà di confondere al massimo il lettore, soprattutto se lo scrittore è un romanziere o poeta del XX secolo).

L’opera è divisa in sotto-sezioni, segnate da sottotitoli in corsivo.
Queste sotto-sezioni presentano, qua e là, tratti in comune.
Il tratto in comune dominante è, fra i tanti, sicuramente la passione per l’oscenità e il disgusto.
Vi sono scene di necrofilia, pedofilia, violenza, follia, isteria collettiva. Un’intera pagina (e per un romanzo simile posso assicurare che un’intera pagina dedicata al medesimo argomento sia una rarità) è dedicata alla descrizione di folle di adolescenti che compiono atti di follia incontrollata.
Un altro tratto in comune è sicuramente l’espressione della sensazione di soffocamento liberticida che provava l’autore quando scrisse l’opera. È una denuncia fortissima alla società e all’umanità, in particolare alla società e alla cultura statunitensi.  
Questa denuncia non propone niente di concreto. Burroughs è uno scrittore post-moderno e, almeno in questo caso, uno scrittore che ha prodotto un’opera simile sotto effetto di stupefacenti.


STILE

Lo stile dell’autore è prevalentemente non lineare. È frenetico, schizofrenico. I tempi dell’azione ora si dilatano, ora accelerano, ora s’interrompono del tutto per poi ripartire più velocemente che mai. Verrebbe da chiedersi il perché. Non ho una risposta. Posso solo affermare che vi sono spunti interessantissimi da cui trarre riflessioni e stimoli creativi: si passa da un “io narrante” a narrazioni in terza persona, da sezioni intere scritte con il tempo presente ad altre rivolte a tempi passati. Il fatto che la lingua originale dell’opera sia, ovviamente, l’inglese, complica ancora di più il tutto, proprio per le sfumature fra tempi verbali non bene trasponibili nell’italiano. Ci si aggiunga l’utilizzo di neologismi, forme colloquiali e slang esclusivamente statunitensi e capirete come mai non vi siano stati troppi volontari per la traduzione di quest’opera.
Si passa da tecniche narrative tipiche del linguaggio drammaturgico ad altre relative alle pubblicazioni scientifiche, passando da mancati flussi di coscienza (mancati perché tanto frenetici quanto presenti in punteggiatura) a sezioni intere dell’opera che appaiono sulla scena per non ricomparire più. 
Nonostante tutto, quest’opera non è particolarmente difficile da leggere. Non è affatto difficile nella misura in cui ci si arrenda all’evidenza di ricercare una linearità, una logica, un sottofondo comprensibile a un’opera scritta da uno degli autori più problematici di quel periodo.  Assente qualsiasi tipo di messaggio, qualora ci si riesca a spogliare della propria razionalità, si noterà quanto quest’opera possa essere un validissimo motivo di escapismo.
Ci si sente più mentalmente stabili nel leggerla.

“Ah certo, io avrò i miei problemi ma sicuramente non scriverei mai di mercanti arabi che sodomizzano previo equo pagamento chiunque entri nel loro bazar!”
“Quel Burroughs doveva proprio essere fuori di testa a scrivere qualcosa di così frenetico e privo di senso, non come me che passo il tempo libero su Internet cercando risposte!”
“È solo un cazzo di tossico.”


Queste potrebbero essere delle posizioni (attenzione: legittime pur nella loro crudezza) esprimibili dopo la lettura.
Peccato che Burroughs sia molto più di questo.
Forse questo scrittore non voleva dirci niente. Ammesso che ci volesse dire qualcosa, magari il messaggio essenziale potrebbe essere proprio questo: la vita è troppo complessa perché sia compresa e alla fine non c’è nessuna soluzione, né spiegazione.

Consiglio disinteressato n°1: abbandonate ogni logica prima di addentrarvi nella lettura.
Consiglio disinteressato n°2: non leggeteci risposte od omaggi letterari, non ci sono.
Consiglio disinteressato n°3: provate a leggere il libro mentre state mangiando. Nudi.

Leonardo Mori

Storia bislacca degli Stati Uniti da Merica- Ep. 1

 

Siamo a metà Settecento.
Gli inglesi (da qui in avanti chiamati tracannabrodaglia) e i prussiani (grandi crucchi) salgono sul ring europeo, americano e asiatico per picchiarsi con i francesi (mangiarane), gli austriaci (piccoli crucchi), gli svedesi,  gli spagnoli, vari staterelli a giro per l’Europa.
Questo grande combattimento passa alla storia come Guerra dei Sette anni, perché “Guerra mondiale in costume e moschetto” suonava troppo male. Dopo sette round anni, i mangiarane perdono praticamente tutte le loro colonie, i grandi crucchi conservano la Slesia e i tracannabrodaglia si ritrovano in mano un impero coloniale più grande di quello che avevano prima.
Re Giorgio III d’Inghilterra, dopo aver speso un botto di soldi per difendere le Tredici Colonie (gli antenati degli Stati Uniti), chiede giustamente di pagare il conto.
I protoyankee non ci stanno, si incazzano di brutto, fanno guerra ai tracannabrodaglia e, dopo una serie di eventi storici che mi stanca ricordare ed elencare e tanti piccoli aiutini dai rancorosi mangiarane, riescono nel 1783 a staccarsi finalmente dalla Madrepatria. I tracannabrodaglia si ritirano in Canada e ciao.
Ah, nel mezzo c’è una curiosa Dichiarazione d’Indipendenza.
Vediamola insieme.
La Dichiarazione d’Indipendenza si basa su principi umanitari e democratici:
tutti gli uomini (bianchi, anglo-sassoni, anglofoni, protestanti, ricchi, puritani, schiavisti, eterosessuali) sono creati uguali (da qui la ganzissima teoria evoluzionista) da un Dio, che a differenza del Dio cattolico accattone onnipresente risiede nella Natura (che sarebbe anche Dio, in un curioso fraintendimento semantico dovuto alla mania dei Padri Fondatori per la botanica, in particolare la botanica delle piantagioni di cotone dove le loro allegre masse di schiavi neri lavoravano spontaneamente e soprattutto gratis).
“Tutti” gli uomini (quindi non le donne e tutti quelli che non rientrano negli aggettivi succitati)
sono quindi “creati” (non si sa bene come) da Dio, che gli fornisce inspiegabilmente diritti inalienabili, nel senso che se qualcuno prova a toglierli viene spedito a Guantanamo e se ha la pelle un po’ troppo scura viene freddato dalla polizia.

Fra questi diritti inalienabili, se ne segnalano tre:
1- La vita (che in termini contemporanei significa “il diritto di vivere come cazzo ci pare, tanto siamo bianchi”)
2- La libertà (“di fare come cazzo ci pare, tanto siamo ricchi”)
3- La ricerca della felicità (“la nostra”)
Dopo questi tre diritti, segue una sequenza di insulti e colorite ingiurie sui facili costumi dei parenti femminili di Giorgio III.
Perché dannarsi l’anima e stancarsi nell’arruolare e armare contadini che sono carne da cannone?
Non avevano proprio niente da fare? La risposta alla seconda domanda è: ovviamente sì.
La risposta alla prima invece sta tutta in una luuuuuuuuunga (e RICCA) corrente di storiografia liberale che la pone in questi termini, che prontamente tradurrò (la traduzione è in corsivo):

“Gli abitanti delle Tredici Colonie erano oppressi dall’ingiusta pressione fiscale del tirannico Re Giorgio III, che non permetteva un’adeguata rappresentanza e anzi permetteva che il parlamento inglese si basasse sui voti dei borghi marci, paeselli sperduti cui tuttavia spettava un seggio parlamentare. La classe politica inglese, avida e sorda alle giuste richieste dei coloni americani, si oppose a ogni istanza di questi ultimi.”

I riccastri schiavisti WASP (bianchi anglosassoni protestanti) non volevano scucire un quattrino a quelli che li avevano protetti fino al giorno prima. Re Giorgio III, dopo aver speso una fortuna per proteggerli, doveva da qualche parte cavare dei soldi e quindi decise di tassare i coloni. Nonostante fossero le colonie più ricche dell’Impero Tracannabrodaglia, l’esistenza dei borghi marci si spiegava dal fatto che anche in Gran Bretagna ci fossero altri riccastri (non proprio schiavisti però) che non volevano fare niente. I politici inglesi (che all’epoca non avevano i capelli biondi tinti e non erano sovranisti) se ne fottevano delle richieste dei riccastri schiavisti, soprattutto per il fatto che questi ultimi fossero lì proprio grazie ai primi e che soprattutto erano lì da nemmeno duecento anni, mentre loro si erano fatti il mazzo da oltre seicento.

“Dopo il massacro di Boston, la guerra divenne l’unica scelta: i coraggiosi patrioti si ribellarono alla tirannia di Re Giorgio, si armarono ed entrarono in guerra contro la madrepatria.”

Seguirebbe tutta una sfilza indigeribile di virtù yankee (ovviamente false come Giuda) quali fiducia nel progresso, pensiero illuminato, tolleranza, peni abbondanti ed efficienti ed equa distribuzione di vulve e caramelle per ogni maschio adulto. La taglio perché non ho voglia né tempo (e poi perché non sono un americano un americano ricco).

Dato che i riccastri schiavisti non potevano accedere al casinò di Giorgio III, decisero di costruirsi un enorme casinò tutto loro, con blackjack e squillo di lusso. Anzi, senza blackjack. E anche senza casinò. A farne le spese furono pochissimi[1].

Piccola ellissi e… puf! Ecco la prima costituzione figlia dell’Illuminismo e la prima grande democrazia moderna. Vi aspettavate una battuta satirica o critica? Ammesso che non siate dei nostalgici del mondo pre-industriale o nobili, non è che le cose prima fossero così belle, eh.
Dov’ero rimasto… ah sì, la Costituzione degli Stati Uniti!

Qualche coordinata sparsa qua e là:

– Da quando è entrata in vigore (dopo la guerra coi tracannabrodaglia), negli Stati Uniti si vota SEMPRE il secondo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Una data curiosa, non trovate?
Sapete proprio perché tutto questo rigirio?
Perché quello era l’unico momento dell’anno dove quelli che potevano votare (cioè i bianchi riccastri schiavisti eccetera) potevano scendere in città perché le nevi si scioglievano. Hanno mantenuto la consuetudine da allora. Quando pensate agli statunitensi come radicalmente diversi dagli inglesi, ripensate a questo.


– Il suffragio è ispirato ai principi dell’Illuminismo, un movimento culturale tanto profondo e variegato da aver portato avanti istanze “universali” (nel significato succitato di “tutti gli uomini”) e profondissime. Quindi, votano TUTTI (i ricchi, bianchi, puritani, proprietari terrieri, schiavisti…).

– Ispirati alla teoria politica del famosissimo liberale mangiarane Montesquieu, i tre poteri (quello di fare le leggi, quello di imporle in modo violento e quello di fare il culo a chi non le rispetta, soprattutto se non bianco) sono separati. Certo.
In realtà, manco per idea. Il presidente (che praticamente è un re eletto da “tutti”, si fa per dire) nomina i giudici  dell’UNICO tribunale disciplinato degli Stati Uniti, ossia la Corte Suprema Federale, quando i giudici schiantano o si ritirano. Molto democraticamente, non ci sono troppe possibilità di rimuovere dal suo incarico un giudice della Corte Suprema. Davvero illuminati.

– Non finisce mica qui. Magari. Il presidente può fare decreti presidenziali e gli altri riccastri, gongolando fra una boccata di pipa (il cui tabacco è prodotto in casa in piantagione), possono accettare o meno, dipende se arriva il bonifico in tempo.

– Se il presidente fa un po’ troppe cazzate, può essere rimosso per impeachment, che tradotto in italiano significa “se la Camera e il Senato esprimono una maggioranza, il presidente è costretto a calarsi le braghe, a indossare orecchie da somaro e a ragliare per essere esposto al pubblico ludibrio. Ah, e non è più presidente, quindi non conta più niente e il vice-presidente improvvisamente occupa il suo posto. Così, per magia.”[2]

– Gli Stati Uniti non hanno confessione religiosa né riconoscono religioni.
La battuta è tutta qui.

– C’è una totale libertà di espressione.  Ma totale, eh. Basta non bruciare la bandiera a stelle e strisce.

– I cittadini, molto democraticamente, possono scegliere il candido preferito di uno dei due partiti: il partito cattivo e quello un po’ meno cattivo.

So benissimo che tutto questo articolo è sconclusionato, storicamente lacunoso, non corretto, spregiatamente anti-americano ma sapete cosa vi dico?
SAPETE COSA VI DICO?!

IO VI DICO

che ho fame e che ho voglia di un panino in un fast-food.  Mandate pure i vostri reclami all’apposita casella che trovate in alto alla vostra sinistra.
Pace.


Leonardo Mori


[1] Circa un misero 98 % della popolazione, fra cui: non bianchi, non uomini, non proprietari terrieri, non puritani, non ricchi, non istruiti. 

[2] Citazione tratta da Costituzione di Yankeeland, 1700 e qualcosa.

The shores of America

BREVE STORIA AFROAMERICANA

Immaginate di essere un uomo di venticinque anni che sta facendo una passeggiata con degli amici. Improvvisamente, vedete degli uomini, all’orizzonte, che si avvicinano. Vi picchiano, vi catturano e vi mettono in catene. Voi e i vostri amici camminate in colonna, incatenati, per giorni e giorni.
Arrivate finalmente all’oceano, dove venite caricate in una nave con tutti gli altri. Venite stipati nella stiva, sempre in catena, siete immobilizzati e supini, non c’è spazio per muoversi. I vostri compagni muoiono di stenti e di asfissia, mentre voi fortunosamente riuscite a sopravvivere, pur essendo costretti a mangiare pochissimo e a defecarvi e urinarvi addosso. Dopo un periodo di tempo lunghissimo, un fascio di luce vi acceca e gli uomini che vi hanno catturato vi spingono fuori, urlando in una lingua sconosciuta. Voi e i vostri amici sopravvissuti attraccate a questo piccolo porto, per poi camminare incatenati verso la piazza della città. Entrate in un edificio, venite picchiati di nuovo e portati via. Da quel momento in poi, inizierete piano piano ad imparare la lingua degli abitanti del posto e a servirli in ogni modo possibile. Se avrete fortuna, starete in casa a fare il domestico. Se invece non avrete fortuna alcuna, è molto probabile che finiate in una miniera, in una piantagione, nei campi.
Diverse generazioni dopo, una guerra civile vi libererà dalle catene materiali per costringervi in catene sociali ed economiche.
Per circa un secolo, rischierete di essere impiccati, dovrete usare strutture riservate a persone che hanno il vostro stesso colore della pelle, quasi ovunque vi impediranno di votare, quasi ovunque non avrete la possibilità di difendervi in un tribunale, di trovare lavoro, di essere trattati come persone.
Sarete considerati oggetti, animali o, nel migliore dei casi, appartenenti a una specie diversa o inferiori.
Tre secoli dopo il vostro arrivo, i vostri discendenti, i vostri simili, costituiranno la parte più consistente dei detenuti, faranno parte di una larga minoranza e della fascia di popolazione più povera.

C’è una canzone molto particolare che riesce a interpretare tutto questo.
Questa canzone è un mash-up, ossia una traccia che unisce brani e spezzoni da più fonti.
È un brano che ci permette di analizzare una piccola goccia nell’oceano della cultura statunitense.
Un piccolo spaccato di quattro secoli e mezzo di identità afro-americana.
In breve, cosa significhi essere nero in un mondo dominato da bianchi.

Niente moralismi o ipocrisie: l’autore di questo articolo è un maschio, bianco, borghese, europeo ed eterosessuale.
Non è un conservatore. Non è tossico. Non è razzista. Non è un rivoluzionario. Non è nemmeno un intellettuale. Adesso sparirà e leggerete l’articolo, mettetevi comodi, dentro di sé spera di riuscire a farvi sentire le sue stesse emozioni.

CAMBOGIA

Le basi di questa canzone sono tre tracce, tutte inerenti alla cultura e alla storia statunitensi.
La melodia di sottofondo è la melodia di una canzone cambogiana (anche se modificata) di Ros Serey Sothea, attiva fino all’avvento dei Khmer rossi, scomparsa sotto la dittatura di Pol Pot alla fine degli anni ‘70.
La canzone, composta nel 1970, anno dell’invasione statunitense della Cambogia (stato bombardato pesantemente dagli Stati Uniti fino al 1975), parla della morte del figlio della cantante.
Il ritmo malinconico e le note della traccia si fondono insieme, mischiando elementi che incidono profondamente nelle tavole di pietra della storia statunitense.
È l’addio doloroso di una madre al figlio, è la voce di una persona appartenente a uno stato dall’esistenza travagliata, inserita nella cornice più ampia e tragica della Guerra del Vietnam.
È l’espressione di una persona non bianca, così come non bianchi erano una parte consistente delle truppe statunitensi coinvolte nel conflitto. Sono gli afroamericani, difatti, ad aver costituito la maggior parte dei soldati semplici inviati nel Sud-est asiatico fra gli anni ‘60 e i primissimi anni ‘70.

Gli afroamericani hanno partecipato a tutti i conflitti che hanno interessato gli Stati Uniti: dalla guerra d’Indipendenza in poi, la presenza afroamericana nell’esercito statunitense è sempre stata continua e, fino all’intervento statunitense nella Prima guerra del Golfo, è stata segnata da molteplici episodi di discriminazione, espressi dai semplici insulti verbali a un salario inferiore rispetto ai compatrioti bianchi.

GRAN BRETAGNA

Dopo circa un minuto di instrumental, MF Doom, misterioso quanto potentissimo cantante hip-hop britannico, inizia a cantare (la sua parte è ripresa da una canzone del 2002 intitolata It ain’t nuttin, basata sul gioco di parole fra nothing, ossia “niente”, e nuttin’, possibile richiamo a un termine che può significare “pazzo”, “svitato”, “noci”, “testicoli”, “sperma”; potrebbe anche essere semplicemente il modo con cui una persona nera ed anglofona si esprime gergalmente, pronunciando nothing nuttin”). Sebbene la sua parte sia veramente troppo complessa per essere analizzata nel dettaglio, le parole sono orchestrate in maniera singolarmente efficace, unendo eufonia a un contenuto di denuncia sociale che solo un pensiero profondo può concepire. Inutile ricordare che MF Doom sia nero. La sua traccia, infatti, denuncia la condizione di MF Doom stesso. Complessità, umorismo e denuncia sono le tre caratteristiche che ritroviamo nelle parole di un artista che, fattore questo importantissimo, si esibisce sempre con una maschera e ha volutamente calato una forte aura di mistero intorno alla sua persona.
L’origine britannica e il livello di istruzione di MF Doom si palesano nel seguente verso, veramente significativo nell’interpretazione della traccia:

Bloody rap game like leviathan
 Leave a bad taste, killin my high like niacin
Stop kiddin middlemen need Ritalin
Hit me with the full tin of gin and im a kid again


Un gioco rap sanguinante come il Leviatano
Lascia un cattivo sapore, uccide la mia fattanza come la niacina
Basta prendere in giro, l’uomo medio ha bisogno del Ritalin
Colpiscimi con una latta piena di gin e torno bambino

Spezzone molto complesso ma degno di un tentativo di analisi.
Il richiamo al Leviatano, la maggiore opera del teorico politico Hobbes, inglese di metà del ‘600, si riallaccia alla sensazione provata da MF Doom nell’eseguire la sua canzone.
Nel Leviatano, Hobbes presenta la sua visione politica e filosofica dell’uomo. Per Hobbes, allo stato di natura e prima della società, l’uomo è profondamente malvagio e farebbe di tutto per danneggiare i suoi simili. Tuttavia questo stato non può durare per sempre: nessuno sarebbe al sicuro, poiché dovrebbe essere sempre vigile e potrebbe essere schiacciato e ucciso da una persona più forte. Per cooperare ed evitare la morte di tutti, gli uomini siglano un contratto con una persona (il sovrano) o un ente (un parlamento) cui donano tutti i loro diritti dello stato di natura, consegnando un potere assoluto. In questo modo, l’umanità perde tutti i diritti, compreso quello di usare la violenza in modo incontrollato.
Tutto ciò provoca una considerazione amara dell’esistenza e della società (leave a bad taste: notare il gioco di parole, sulla parola “taste”, che può significare sia “gusto” in senso sensoriale che “gusto” in termine di preferenze), che risveglia la sua coscienza addormentata dalle droghe, sostanze necessarie per andare avanti al mondo e permettere sia di eseguire la canzone che di vivere.
Il verso successivo è una critica e insieme una compartecipazione dell’autore: l’uomo medio ha bisogno del Ritalin, uno psicofarmaco che aumenta l’attenzione ed è usato per persone affette da disturbo di deficit di attenzione (per intendersi, lo stesso disturbo da cui è affetto Tigro in Winnie the Pooh, vi ho rovinato l’infanzia, prego). Indipendentemente dal colore della pelle e dall’etnia, la vita dell’uomo contemporaneo necessita di sostanze e meccanismi per far fronte al logorio e alla frenesia della società. Se MF Doom però usa altre sostanze per affrontare l’acquisita coscienza dei drammi e dei limiti della vita, l’uomo medio usa sostanze come il Ritalin (e per estensione psicofarmaci) perché ha la coscienza addormentata. Il cantante poi afferma che lanciargli del gin lo potrebbe far tornare bambino, ossia potrebbe farlo felice oppure in condizione di non nuocere e quindi di addormentarlo. È una sua richiesta volontaria di addormentarsi di nuovo o una constatazione del fatto che, alterato dall’alcol, non sia in grado di esprimere la sua voce come nella canzone?
Un nero britannico che indossa volutamente una maschera: più che a Pirandello (elemento troppo estraneo per essere inserito in questo discorso), ci potrebbe essere un interessantissimo riferimento a Francis Scott-Fitzgerald, come si vede da questo spezzone:

Coco butter on a very ashy day, fam
With Ray-Bans on the islands of Cayman
Or I’ll break it down for the layman
Bain de Soleil for the St Tropez… tan
A can of Old Gold, too cold to hold, slow ya roll.

Cosa c’entra un autore statunitense, bianco, degli anni ‘20 con la canzone di un cantante hip-hop britannico e nero? MF Doom si presenta, in modo satirico, come un pagliaccio che canta per i ricchi bianchi in vacanza, siano essi nelle isole Cayman o a St. Tropez. Un pagliaccio povero, che coinvolge alla fine della sua parte cantata il pubblico, che si fa pagare in birre e si congeda con un brindisi.
Se nell’opera di Scott-Fitzgerald l’affresco della società statunitense è dipinto a tinte che sono sia splendide e ricche che forti e di denuncia, la voce di MF Doom apporta un’ulteriore pennello al quadro, un pennello intinto di un colore nero come la sua pelle e la sua rabbia. Non ci sono personaggi di colore nelle opere di Scott-Fitzgerald, non per un motivo razzista, bensì perché le tematiche da lui affrontate sono dedicate a una parte di società benestante che, all’epoca, non contava una presenza afroamericana o di fasce sociali diverse da quelle WASP (acronimo per White Anglo-Saxon Protestant, ossia Bianco Anglo-Sassone Protestante, i tre tratti della maggioranza della popolazione degli Stati Uniti).
Qui subentra MF DOOM. La sua non è la voce di un autore che desideri entrare in quel mondo, negatogli anche per il colore della sua pelle e delle condizioni sociali: è la voce di un autore che denuncia i limiti di una fascia privilegiata della popolazione, tanto ricca a livello economico quanto povera a livello umano, mischiando questa denuncia alla considerazione che non si possa fare niente contro l’intrattenimento e la sua industria. Industria, è bene ricordare (qui sta la genialità di MF Doom), cui l’autore appartiene.

STATI UNITI

Immediatamente dopo la parte di MF Doom, entra in scena RZA, cantante rap afroamericano attivo negli anni ’90. La sua parte è presa dalla traccia The Night the Earth cried (“La notte in cui la Terra pianse”).
RZA espone, in modo rapido e conciso, una lezione di storia sul primo arrivo degli afroamericani nel continente americano.

I came to the shores of America disguised as a pillar
The alpha and omega and the home of the beggars, the black sellers
Who been beaten, raped, lynched, robbed and stoned
And caused to roam the earth in service cause they couldn’t maintain at
Home

Sono arrivato alle rive d’America camuffato da colonna
(L’America è)L’alfa e l’omega e la casa dei mendicanti, dei venditori neri (e del mercato nero) (non c’è un gioco di parole voluto, fottetevi)
Che sono stati picchiati, stuprati, linciati, derubati e lapidati
E fatto vagare la terra in servizio perché non potevano mantenerla a
Casa

Schiavi neri che arrivano nella Terra della Libertà, Land of the free, come esprime, in una delle infinite e affascinanti contraddizioni degli Stati Uniti, l’inno statunitense.
Gli Stati Uniti visti come inizio e fine di una nuova fase, di una nuova vita e di una morte.
Gli Stati Uniti caratterizzati da marcate diseguaglianze sociali ed economiche, dei venditori neri (e per estensione degli afroamericani) costretti a vagare per gli stati della federazione, colpiti da discriminazioni e violenze.
RZA dice che tutto ciò rimanda al 1555, quando la prima tribù di africani fu catturata, messa in un brigantino alto cinquanta piedi e portata, dopo un viaggio di novemila miglia, sulle coste delle Tredici Colonie (la costa orientale degli attuali Stati Uniti), dove essi furono venduti.
Schiavi sopravvissuti alla schiavitù ma rimasti senza identità, senza radici: gli schiavi afroamericani non potevano essere alfabetizzati e potevano rischiare la vita, se il padrone avesse scoperto ciò. È il terrore di una rivolta di schiavi, il terrore di vedere i propri simili bianchi uccisi o violentati, un genuino e profondo razzismo negli stati del sud degli Stati Uniti che viene colpito dalla voce del cantante di colore.
Vi è anche una staffilata violenta contro Sir John Hawkins, mercante inglese di metà Cinquecento, considerato il pioniere del commercio triangolare e del commercio di schiavi. Hawkins accumulò un’immensa fortuna grazie alla tratta di schiavi dalle coste africane all’America settentrionale.
Le critiche non sono monodirezionali. RZA accusa anche W.D. Feraud, fondatore della Nation of Islam, movimento (cui apparteneva Malcolm X) per la separazione fra bianchi e neri negli Stati Uniti e risolvere i problemi “interraziali”. Secondo RZA, Feraud avrebbe fondato un movimento che avrebbe inasprito il problema, sottolineando le differenze fra bianchi e neri e non favorendo un’apertura coscienziosa dell’opinione pubblica dei bianchi statunitensi, facendoli spostare su posizioni ancora più ostili o allontanandoli dall’affrontare una questione tuttora irrisolta.

CANTO DEL CIGNO

La copertina di questo articolo è la stessa dell’edizione italiana del 2018 del libro Storia del popolo americano, dal 1492 a oggi, opera che racchiude una fatica trentennale di Howard Zinn, storico e attivista radicale statunitense (1922-2010).
Quest’opera, dall’importanza capitale, non tratta della storia dei presidenti statunitensi.
Non c’è alcun elogio, nessuna pretesa di supremazia, nessun tacito assenso all’ “eccezionalismo” statunitense.  Niente di tutto ciò: è, come da titolo, la storia del popolo americano.
La storia delle donne, dei poveri, degli operai, dei sindacalisti, dei contadini, degli schiavi e degli ex-schiavi.
La storia, insomma, del vero motore della storia, le persone comuni che troppo spesso sono dimenticate dai libri di storia e dai manuali scolastici.
Nella copertina, un uomo nero, vestito dignitosamente, guarda con espressione seria e civilmente impegnata l’obiettivo della macchina fotografica.
La foto è in bianco e nero ed è stata scattata durante una protesta per i diritti civili degli afro-americani negli anni ’60.
L’uomo mostra un cartello con uno degli slogan più fortunati ed utilizzati da quelle fasce sociali desiderose di migliorare la propria condizione.
“I AM A MAN”
“IO SONO UN UOMO”
Per il razzismo statunitense, i neri erano visti come animali, come non-uomini.
La copertina dell’articolo è legata alla canzone. Razzismo e Stati Uniti sono elementi che, a livello storico, viaggiano insieme. La frase precedente è volutamente ambigua.

L’autore tiene a ricordare che questo articolo sia uscito in un periodo storico di tensioni sociali, episodi di razzismo e discriminazione, “decreti sicurezza” e questioni onnipresenti relative all’immigrazione.
Questo per riaffermare, una volta di più, che parlare delle rive dell’America (the shores of America) e parlare delle rive di Lampedusa significa, drammaticamente, trattare di due questioni non così distanti.

Questo articolo è una delle tante espressioni di tutti coloro che, nella Storia, hanno lottato e lottano perché l’uomo consideri, un giorno, i suoi simili in base alla personalità e non ad altro.


Leonardo Mori

C’ERA UNA VOLTA TARANTINO

 

 

Leviamoci subito il dente: “C’era una volta a Hollywood” non può essere un film di Tarantino.

Probabilmente se non avessimo saputo che si trattava dell’attesissimo nono film del gigante Quentin, la delusione dopo la visione si sarebbe limitata a qualche commento negativo fuori dalle sale.

E invece no! Eh no mio caro regista preferito, ti sei meritato un bel po’ di paragoni con gli altri otto capolavori che hai partorito. Analizziamo: otto film uno più bello dell’altro, e questo? Questo non rientra neanche nel “fan service”, non è stato all’altezza delle aspettative neanche per chi ha un altarino in camera in suo onore. Una storia un po’ troppo reinventata, che apre più vignette che, ahimè, rimangono scollegate fino alla fine del film, senza raggiungere un punto X in cui si sarebbe dovuto ricollegare tutto. Piatto, nessuna esplosione alla Tarantino. Che sia stato il cast il problema? Parte dell’attesa per questo film era sicuramente dovuta alla presenza di buona parte dei “big” del cinema americano e mondiale. Aspettative più che giustificate anche solamente dalla coppia Pitt-Di Caprio (e che gli vuoi dire?). Cast stellare senza alcun dubbio, tuttavia messi lì tutti insieme appassionatamente, stonano. In primis la bellissima e bravis…bellissima Margot Robbie, che sarebbe potuta tranquillamente apparire solamente di spalle e che, vicino al collega Leo, ricordava molto, forse un po’ troppo, “The wolf of wall street”, peccato che il regista sia un altro. Sempre per rimanere in tema “film di altri” vanno notate e sottolineate bene le svariate immagini che rimandano a “Il grande Gatsby”, ad esempio ogni scena girata nella piscina di Rick Dalton.

Insomma, il film s’inizia a guardare perché si hanno determinate aspettative, si lascia guardare perché ormai si è lì.

Hey, Tarantino, sei proprio tu? “Can you hear me?”giusto per citare uno dei suoi veri capolavori, “Le iene”, nella scena in cui Mr. Blonde tortura il poliziotto portandogli via un orecchio e, a proposito di momenti splatter, in “C’era una volta eccetera eccetera” la prima scena tutta sangue appare tardi rispetto agli standard degli altri film, più o meno dopo la prima metà, per niente nel suo stile.

Che dire, un prodotto cinematografico fin troppo autocelebrativo (vedere le numerose scene che ricordano molto gli altri film), carino, per carità, ma vicino al nome Quentin Tarantino, ci si aspetterebbe di più un aggettivo che riempie un po’ di più la bocca, non un banale “carino”.

Che sia stata la recente separazione con la partner, sia sul set che nella vita reale, Uma Thurman?

 

Ida Luisa De Luca

I REDTREE GROOVE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Un gioco di parole e un gioco di suoni contraddistingue questa band. Un sapore di fatto in casa, come i loro dischi, trova spazio su quasi tutti i palchi che Firenze offre. Da Martino (e dal suo basso) arrivano parole dure verso la realtà artistica fiorentina, ma chi meglio di loro, che dicono chiaramente “i locali li abbiamo girati praticamente tutti”, può dircelo? Per il cantante, Dylan, abbiamo un pedigree singolare: Cortona e Stati Uniti. In questo intrigo internazionale (manco fossimo in un film di Hitchcock), ci trasportano in un viaggio attraverso onde psichedeliche.

Raccontate ai nostri lettori com’è nata la band?


DYLAN: Ufficialmente la nostra band è nata partecipando all’edizione del Rock Contest       del 2015. Mi ero appena trasferito a Firenze, sono di Cortona e per metà sono statunitense. Avevamo iniziato due progetti separatamente e abbiamo fondato la band nell’estate del 2015. Attualmente siamo in quattro, nel 2016 si è aggiunto il batterista. Alla fine dello stesso anno siamo arrivati finalisti all’edizione di Capitalent, il contest di musica di Radio Capital. Il nome della nostra band verte su un gioco di parole: “red tree” significa “sequoia”, mentre “groove” significa “ritmo”, mentre “grove” significa “bosco”. Volevamo che il nome rimandasse a un significato naturale. Il progetto punta molto alle linee di basso di Martino, quindi il ritmo è fondamentale. La nostra produzione è interamente in home-studio. Il nostro ultimo disco risale al 2018. Ne abbiamo registrato un altro, durante la scorsa estate. Presenteremo il materiale nuovo fra qualche mese ma nel Festival anticiperemo con tracce del tutto nuove.

Che genere di musica fate?

MARTINO: Siamo partiti da una matrice reggae, adesso prevalentemente suoniamo musica di tipo pop contaminato da influenze hip-hop, elettroniche.

Qual è il vostro pubblico?

DYLAN: Dipende dal tipo di produzione delle tracce. Se rientra in una produzione collettiva, vorremmo rivolgerci al più alto numero possibile di persone. Quando invece la produzione è dal contenuto più intimo e personale, benché comunque la ricezione da parte del pubblico conti, l’espressione gioca un ruolo fondamentale. Non riteniamo di avere un target Specifico. Bisogna dire che l’impiego di ritornelli di stampo pop aiuta molto ad ampliare la porzione di pubblico. Le nostre tracce sono interamente anglofone e questo non aiuta molto nella diffusione verso il pubblico italiano.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


MARTINO: Sì, questa è la nostra prima volta. Abbiamo scelto di partecipare perché ci hanno invitato. Per noi lo spirito di comunità ha giocato un ruolo fondamentale in questa scelta, così come è molto importante l’aspetto ludico.  Purtroppo crediamo che Firenze pecchi di educazione alla musica dal vivo. Noi saremo il gruppo d’apertura del Festival e riteniamo che la nostra partecipazione possa aggiungere del colore in più all’evento. Abbiamo deciso di aprirci alla sperimentazione in ambito musicale, tenendo d’occhio il mondo statunitense. Il DIY Firenze Festival è una risposta anche di protesta e un momento di creatività per sopperire alla mancanza di pubblico e di spazi nella città.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?

DYLAN: C’è un elemento ludico nella trasferta. Non abbiamo avuto l’occasione di fare molte trasferte, ma nelle poche che abbiamo fatto ci siamo trovati molto bene. Abbiamo fatto esperienza in località più sperdute, dove la ricezione è stata sempre molto positiva, proprio perché in questi eventi gli organizzatori cercano volontariamente gruppi che vengano da fuori.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

MARTINO: Gli spazi ci sono, ma non sono facilmente accessibili. Per le band, soprattutto se emergenti, non ci sono molti spazi. Non voglio parlare in nome di nessuno né dare un giudizio totale. La differenza con realtà extra-fiorentine, per la nostra esperienza, consiste in una maggiore curiosità e accoglienza. Purtroppo Firenze non ha un nucleo interno di vita culturale a livello contemporaneo. Si riducono progressivamente gli spazi dedicati ai giovani, ma in questo modo una città muore. Mi viene in mente un aneddoto a riguardo: se un uomo del Cinquecento venisse a chiedermi quali siano i maggiori artisti del momento a Firenze, nessuno saprebbe rispondergli. Abbastanza triste per una città che ha ospitato artisti come Michelangelo, Leonardo e Brunelleschi…Non ci sono canali che trasmettano un’autentica vita culturale in città.
Firenze è una città ricca di artisti ma povera di spazi. I pochi eventi musicali, come il Firenze Rock, secondo noi riscontrano molto successo ma rientrano in una logica di economia turistica, tratto vitale per Firenze.

Una curiosità: ci raccontereste un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

DYLAN: Siamo un po’ come Mia Martini: portiamo sfiga (ride). Ovunque andiamo, il locale dove ci esibiamo chiude dopo che abbiamo suonato.
Il nostro peggior concerto è stato al Nabucco Wine Bar a Firenze (tanto per non fare nomi) . Il palco consisteva in un tavolino per i clienti, quindi non abbiamo avuto abbastanza spazio per suonare. Una volta ci chiamarono al Centro JAVA, punto di recupero per giovani tossicodipendenti, sito all’Arco di San Pierino, qui a Firenze. Non sapevamo niente del posto. Arrivati lì, ci rendemmo conto del posto in cui eravamo. Suonammo bene e alla fine dell’esibizione ci regalarono degli opuscoli dettagliati sugli effetti delle sostanze stupefacenti. Abbiamo apprezzato molto (ridono).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

GLI HANDSHAKE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Giulio, cantante degli Handshake, ci regala parole leggere che diventano decise quando provengono dal palco. Dall’apertura al concerto degli Zen Cirus ad una (quasi) rissa con una spettatrice non proprio fan, questa band porta un messaggio che trova terreno fertile al DIY FIRENZE FESTIVAL: l’ascolto della musica dal vivo è una delle poche esperienze vere in un mondo, specie quello musicale, che ci spinge sempre di più verso il sintetico, il plastico e il virtuale. In un mondo dai ritmi sempre più veloci e dai divertimenti tendenti a passare velocemente di moda, riportare la propria espressione in un ambito antico come l’umanità stessa, ossia la musica dal vivo, è un atto di coraggio che ci ha raccontato con piacere.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?


La band è nata nel 2015, come duo. Volevamo essenzialmente divertirci e suonare musica psichedelica. Col tempo siamo cambiati, adesso siamo in tre. La nostra musica è più orientata al pop. Non avevo mai sentito i Beatles fino al 2016. C’è quindi un formato pop con base psichedelica.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?


Inizialmente, nella fase creativa si punta al pubblico più vasto possibile. Principalmente il nostro è un pubblico anglofono, poiché fra le nostre influenze figurano sicuramente i Tame Impala, Radiohead, St. Vincent. Cerchiamo un pubblico educato al neo-psichedelico. Vorremo puntare al pubblico internazionale. Le nostre canzoni sono in inglese.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


Abbiamo partecipato anche alla prima, insieme ai Finister. Penso che la musica dal vivo sia rimasta l’unica realtà intima. Ormai ascoltare musica in streaming risulta talmente facile da svalutare tutto. Portare un progetto dal vivo è una bella responsabilità, così come può essere anche soddisfacente. A Firenze l’attenzione dal parte del pubblico è altalenante. Partecipiamo al Festival anche per attirare l’attenzione di esso, proponendo un bello spettacolo che stimoli l’interesse per questi eventi. È un’opportunità per Firenze, dove la realtà delle band di musica dal vivo è presente, numerosa e forte. Purtroppo da parte del pubblico, come ho già detto, non c’è sempre la risposta che desidereremmo. Non escludiamo un fine pedagogico alla nostra musica.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?


Abbiamo suonato in Emilia due volte ed è andata molto bene. Andammo per un contest, lo vincemmo e in questo modo potemmo aprire il concerto degli Zen Circus a un concerto. Il pubblico rispose molto positivamente. Abbiamo suonato anche a Savignano sul Rubicone, un posto molto piccolo dove il dado fu tratto (ride). Suonammo anche in piazza e il pubblico fu numeroso.
Abbiamo suonato anche a Roma, purtroppo il concerto è stato tenuto alle 20.00 e non c’erano molte persone ad ascoltarci. Il festival era organizzato principalmente da dei collettivi, ragazzi giovani come noi che si sono attivati molto per organizzare un momento culturale e interdisciplinare. Anche il DIY Firenze Festival è un buon formato per raccogliere consensi e attenzioni.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

Penso che realtà come questo Festival siano estremamente positive, per quanto difficili da organizzare. Ci dovrebbe essere maggiore collaborazione fra gruppi, maggior coraggio. Solitamente non si osa troppo e questo danneggia l’ambiente. Firenze è ricca di artisti ma non produce abbastanza pubblico, probabilmente manca la curiosità. Ci sono però buone prospettive e margini di miglioramento consistenti.

Qual è il vostro pubblico?

Ci rivolgiamo a gente comune, anche se tuttavia spesso dimostra di non apprezzare musica innovativa. L’intento è quello di educare meglio questo pubblico. I fiorentini a volte dimostrano pigrizia.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

L’esperienza più negativa è stata forse quando abbiamo suonato alle Pavoniere (un ristorante-pizzeria-piscina al parco delle Cascine a Firenze, NdA). Il pubblico era totalmente disinteressato verso la nostra musica. A un certo punto una signora di una certa età ha esternato, urlando, il suo disappunto. Il batterista ha instaurato una sorta di sfida con la spettatrice (ride). In quel concerto una corda della chitarra si ruppe, è andato tutto malissimo, il morale era sotto i piedi. Mi ha ricordato molto i Blues Brothers (ride).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)