Bad boys, bad boys

Cosa accomuna una canzone reggae di inizio anni ’90, uno show televisivo cancellato da poco e i recenti disordini negli Stati Uniti?
Indizio: è il colore opposto al bianco.

BREVE INTRODUZIONE STORICA

Nel 1555 un corsaro inglese al servizio di Elisabetta I, Sir John Hawkins, deporta una manciata di schiavi nelle coste nordamericane per venderli ai coloni bisognosi di manodopera.
Inizia la “diaspora africana”, la tratta degli schiavi. Sui libri di scuola abbiamo tutti sentito parlare, a un certo punto, del “commercio triangolare”. Nei territori che ora formano gli Stati Uniti, per oltre tre secoli vi sono stati luoghi di produzione (miniere, piantagioni, campi eccetera eccetera) lavorati da manodopera schiavista. Questo ha contribuito a rendere gli Stati Uniti quello che sono adesso: lo Stato più potente e più ricco della storia ed uno spazio (reale e culturale) infinitamente contraddittorio e lacerato da divisioni.

Milioni di donne, uomini e bambini africani furono deportati, torturati, sfruttati fino allo sfinimento, discriminati e uccisi per buona parte della storia della “Terra dei Liberi”: un epiteto presente anche negli inni dello stato che si dichiarò indipendente il 4 luglio 1776.

Gli uomini che firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America scrissero queste parole, ripetute allo sfinimento e conosciute da ogni statunitense da quel momento in poi:
“Noi riteniamo queste verità essere per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali.”
Gli autori erano tutti proprietari di schiavi.
Gli Stati Uniti, prima ancora di nascere ufficialmente, mostrano una contraddizione (spaventosa ma affascinante) fra le dichiarazioni d’intenti e la realtà.

Una guerra civile negli anni ’60 dell’Ottocento, il conflitto più sanguinoso dell’intera storia statunitense, non termina la questione della schiavitù.
“E adesso coi negri che si fa?”
“Ora che i negri sono liberi ci uccideranno?”
“Non voglio che un negro stupri mia figlia.”

La schiavitù viene abolita, nel Profondo Sud fiorisce la segregazione razziale.
Oltre alla segregazione, i neri del Sud sono spesso linciati, discriminati e privi di lavoro e istruzione.
Molti scappano nelle grandi città del Nord: Chicago, New York, Philadelphia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 la segregazione razziale finisce de iure e (quasi) de facto.

Oggi, gli Stati Uniti hanno quasi un quarto dei detenuti del mondo.
Di questi detenuti, più della metà sono afroamericani.
Un afroamericano maschio su tre, entro i primi 25 anni di vita, finirà per un certo periodo in prigione.
La minoranza afroamericana, la seconda più consistente dopo quella degli ispano-americani, rappresenta la fascia di popolazione più povera (e quindi più esposta a tutte le conseguenze del vivere in uno “stato sociale leggero” quali gli USA).

UOMO NERO A TERRA

Nel 1987 il gruppo reggae Inner Circle rilascia un singolo, Bad Boys, che passa inosservato.

Il singolo è una traccia di musica reggae che parla di un ragazzo che vuole diventare un uomo ma non capisce il valore della famiglia. Il tutto in un messaggio che, anche se non esplicitato, palesa il suo pubblico: adolescenti afroamericani, una fascia di popolazione molto più esposta ad abuso di stupefacenti, alcolismo, depressione, disoccupazione, bassa istruzione e alta criminalità rispetto ai coetanei non afroamericani.

Bad boys, bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?

Cosa farete quando vi prenderanno?

È un invito fatto da una band composta da membri di colore ad altre persone di colore, per dissuaderle da comportamenti violenti, illegali o comunque dannosissimi.
Insomma, state calmi o rischiate grosso.
Un tema presente e impegnato per una canzone diretta a degli adolescenti.

Nel 1989 va in onda il primo episodio di Cops (Poliziotti), uno show televisivo che riprende la vita e l’esperienza (sul campo) delle forze dell’ordine statunitensi mentre preservano l’ordine ed arrestano sospettati.

La sigla, dal primo episodio, è proprio il singolo degli Inner Circle. Motivo: la band piaceva molto a uno dei produttori.

Cops, andato in onda dal 1989 al 2020 sulla Fox (nota emittente conservatrice), è stato un programma televisivo molto popolare.
Nella maggior parte dei casi, i sospettati sono afroamericani.
Gli afroamericani sono sovra-rappresentati rispetto a qualsiasi altra etnia o minoranza.
Violenza preventiva, accanimento sulle fasce sociali più deboli della società (senzatetto, prostitute, tossicodipendenti, ladruncoli e così via) con la imprevedibile dimenticanza dei criminali bianchi e ricchi: questo (ma non solo questo) è stato Cops.


Sì: c’è un’altra contraddizione.
La canzone è fatta da un gruppo reggae, un genere musicale caraibico-creolo nato alla fine degli anni ’60, il cui alfiere più conosciuto è Bob Marley, quindi non esattamente per benpensanti timorati di Dio.
Il riferimento ai “Cattivi ragazzi” è l’unica cosa che rimane di una canzone il cui testo è stato completamente traviato.
Aggiungete questa canzone di sottofondo mentre due poliziotti immobilizzano a terra un sospettato afroamericano di sedici anni.

BLACK LIVES…

Negli ultimi mesi, le esposizioni mediatiche, in merito alle proteste anti-razziste e contrarie alla violenza delle forze dell’ordine scatenatesi negli Stati Uniti, sono aumentate a dismisura.
La black history negli Stati Uniti ha un’origine abbastanza recente, a livello accademico, ma la questione è lontanissima, estremamente complessa e risalente persino a prima che un concetto come Stati Uniti esistesse.

La presidenza Trump non ha fatto niente di concreto nel condannare le violenze mosse da motivazioni razziste e/o suprematiste.
Gli Stati Uniti, un Paese dove al 2002 c’erano almeno 250 milioni di armi da fuoco (nel censimento del 2010, gli Stati Uniti hanno superato i 300 milioni di abitanti), sembrano sul punto di scoppiare.

La recente pandemia, problemi sociali non rinviabili, la questione delle disuguaglianze schiaccianti, la brutalità della polizia, la violenza imperante, le infinite contraddizioni di una società che difficilmente si potrebbe definire in ascesa, sono tutti fattori che non possono lasciare indifferente un osservatore esterno. 

La maggior parte delle proteste per i diritti civili sono mosse da un intento economico: perché io non posso accedere all’abbondanza del sogno americano solo perché sono nero?
Qui non mi è consentito andare troppo oltre.
Un conto è stare seduti in poltrona, scrivere un articolo che pochi leggeranno, in una situazione confortevole e sicura da buon maschio bianco borghese.
Un altro è vivere in un quartiere malfamato, non avere un lavoro, avere magari un parente in galera e vivere continuamente con un “non morire” che ti rimbomba in testa.

Dal 30 maggio 2020 Cops non è più in onda.
In seguito all’ondata di proteste scoppiate in tutto il paese dall’omicidio di George Floyd, lo show televisivo è stato sospeso e cancellato.

Le proteste e la violenza continuano.
George Floyd non è il primo né sarà l’ultimo afroamericano ucciso dalle forze dell’ordine.
La Terra dei Liberi diventerà mai tale?

Bad boys bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?


-Leonardo Mori

Fascia debole della società è anche chi soffre di problemi psichici

Si sa, quando si sta un mese chiusi a casa, preesistono di solito tre scenari: 1. stai facendo una maratona di Friends; 2. sei in sessione; 3. probabilmente soffri di un disturbo psichico; alle volte finisce bene, si fa per dire, come ogni altro giorno dell’anno, il tuo disturbo viene invalidato da etichette linguistiche quali “pigrizia”, “noia”, “asocialità” et cetera; e continui a vivere all’ombra del tanto decantato “senso civico e responsabilità” tipico di un’emergenza sanitaria come quella del Covid-19. Altre volte, finisce peggio, senza bisogno di specificare.

Nel mare magnum di aperitivi, apericena, spritzini, disco party, locali, balotta, sushi all you can eat e chi più ne ha, più ne metta, c’è anche chi esce di casa per allontanarsi, per qualche ora, da azioni quotidiane che sono asfissianti e interminabili fonti d’ansia. Sembra un romanzo di Franz Kafka – o meglio, una pellicola di Yorgos Lanthimos – ma ci sono individui per cui accendere un interruttore, chiudere una porta, raccogliere una matita caduta per terra comporta lo stesso sforzo mentale che un ragazzino al primo anno di liceo classico impiegherebbe per svolgere un integrale indefinito senza che nessuno gli abbia spiegato come fare.

Che ci si trovi nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria, un nuovo decreto legge, la scoperta di un nuovo pianeta, il timore della terza guerra mondiale, l’ufficializzazione della Brexit, ci sarà sempre una categoria di semi-umani, assolutamente non degni della minima considerazione: chi soffre di un disturbo psichico.
Non è sempre stato così, ovviamente. Nell’Inghilterra del Settecento c’erano tantissime persone che soffrivano di un disturbo psichico. Potevi avere sfortuna e fare parte di una massa innumerabile di anonimi “pazzi”, “deviati” rinchiusi in manicomi (dove si poteva accedere pagando un biglietto per divertirsi a guardarli e, con qualche penny in più, picchiarli, come a Bedlam); potevi avere fortuna e regnare su un quinto delle terre emerse, terminando tra i sorrisi dei tuoi inferiori ogni frase con la parola “pavone” ed essere soprannominato Giorgio III. Nella storia, il prestigio sociale di un individuo affetto da disturbo psichico ha giocato un ruolo decisivo nella vita dello stesso. Sei ricco e potente? Pazienza, ti aiuteremo comunque o almeno non finirai male. Sei una persona comune? Sarai rinchiuso in un posto dal quale difficilmente uscirai. Credete che sia una banalità non attuale? Provate a pensare al manager narcisista che distrugge i suoi dipendenti, elevate il tutto all’ennesima potenza e vi ritrovate con sofferenza collettiva e problemi di ogni tipo.

C’è tanta matematica in questo articolo. La matematica si basa sulla logica. La logica permette di ordinare il pensiero e i concetti. Non è detto che una logica abbia la stessa validità di un’altra, bisogna vedere in quale campo essa opera. Per una persona non affetta da disturbi, è logico, ad esempio, lasciare agli altri il tempo di parlare. Non per la logica di una persona affetta da disturbo istrionico. Il fatto che sia un comportamento esecrabile e maleducato è dovuto a norme sociali. Nel nostro mondo così frenetico e cangiante, quanto è probabile destinare tempo e risorse a chi soffre di queste patologie gravissime?

A quasi quarantadue anni dalla legge Basaglia, anche uno dei leader politici con più consensi si concede il lusso e la sfacciataggine di metterne in dubbio le fondamenta e l’effettiva validità.

“Come un cane!”, concludeva il già menzionato Kafka uno dei suoi romanzi più straordinari, Il processo, per bocca del protagonista K. E invece no, chi soffre di un disturbo psichico, deve subire in silenzio, tra le varie disposizioni, anche l’essere posposti ai nostri compagni quadrupedi, i quali al parco, accompagnati al guinzaglio dai loro padroni, possono circolare indisturbati.

E dopo gli anziani, gli ammalati, i cani e così via, ci sono loro, la fogna della società, dimenticati, ancora oggi, dai più, dai decreti ministeriali, dal senso civico comune. Perché che tu sia depresso, se davanti non c’è il prefissoide “immuno”, non interessa a nessuno. E che invalidino la tua condizione, è il meglio che possa accaderti.

 

Chiara Memè
Leonardo Mori

Pornocrazia

Faccio parte della generazione più fortunata di ogni epoca. Miliardi di persone, raggiunta la pubertà, per decine di millenni hanno sognato ciò che solo negli ultimi venticinque anni è stato reso fruibile a chiunque disponga di una connessione internet: un infinito serbatoio d’immagini, video, suoni e testi capaci di stimolare eccitazione sessuale. La proliferazione e il facilissimo accesso a tale serbatoio apparentemente inesauribile ha cambiato sicuramente le abitudini e l’approccio alla sessualità a livello mondiale. La pornografia influenza tali aspetti e, senza alcun giudizio morale o moralista di sorta (non scrivendo io nell’Inghilterra di fine Seicento), muta il comportamento erotico-sessuale, restituendo un’immagine distorta e non simile alla realtà. In altre parole, gioca su uno dei più primitivi istinti umani e condiziona mentalità, atteggiamenti, comportamenti a tutto tondo. Ci si ritrova quindi, a volte, in una sorta di condizione frustrante: v’è un’immagine concretizzata, su schermo, di un nostro simile che ottiene e gioca su un terreno che (il più delle volte) ci è recluso.

La pornografia non è in se stessa positiva o negativa, dipende dall’uso che se ne fa. La frustrazione nel non poter mai raggiungere tale “campo da gioco” può portare a guastare i rapporti col proprio partner (qualora se ne abbia uno), così come può essere elemento di creatività e estro nel consolidare un legame. È curioso rilevare come, una volta confessati i suoi crimini, l’assassino seriale Ted Bundy abbia indicato come causa principale del suo istinto omicida l’eccesso di pornografia. Quest’ultima, soprattutto in Italia, influenza la concezione del corpo (indifferentemente dai genitali) a ogni livello e, per la mia modestissima opinione, può danneggiare gli utenti in fascia d’età pre-puberale, restituendo un’immagine del sesso come meccanismo violento di dominio/sottomissione, una sorta di pillola magica fondamentale per risolvere ogni problema, un teatro dei sogni riservato a pochissimi idoli da rispettare.

La sessualità è forse uno dei fenomeni umani cui la cultura si sia interessata maggiormente; è lapalissiano dire che, a livello antropologico, vi siano forme di genitorialità, sessualità, familiarità fra le più disparate, in ogni luogo e tempo della storia. Non c’è niente di male nell’usufruire di materiale pornografico, purché esso sia prodotto da maggiorenni consenzienti: l’apporto diventa negativo quand’esso cozza inevitabilmente con la realtà.

Indipendentemente dai propri gusti, la pornografia propone modelli difficilmente esperibili. Quante volte ognuno di noi ha desiderato trovarsi in un altro ambiente e ha dovuto fare i conti con i limiti della propria realtà esperita? Ciò ha a che fare anche (ma non esclusivamente, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che moltissime culture abbiano prodotto materiale erotico-pornografico) con il nostro sistema economico. L’industria della pornografia statunitense interessa un giro di affari miliardario: poiché gran parte della produzione pornografica è ivi prodotta, la preponderanza della lingua inglese è avvertibile anche in ciò ed è tramite essa veicolata nuovamente. È innegabile che la libido e l’Eros abbiano trovato declinazioni universali e particolari al contempo, pressoché ovunque, pressoché sempre. Dai primi oggetti in pietra appositamente prodotti per il piacere sessuale risalenti al Neolitico, passando per il paradiso islamico alle forme contemporanee, la curiosità verso quest’ambito accompagna il percorso dell’umanità. È possibile associare la proliferazione di materiale pornografico (relativamente) facile da consumare a un cambiamento nella mentalità e nei comportamenti riproduttivi nel mondo occidentale, senza riuscire tuttavia a cadere preda di moralismi? La mia opinione su ciò è la seguente: la pornografia è fonte di curiosità e danni per la vita umana solamente quand’essa provochi un peggioramento nell’aspettativa e nella prassi sessuale e comportamentale. Indagare sulla correlazione fra violenza sulle donne e crescita esponenziale e diffusione di materiale pornografico è compito troppo arduo e non tratterò di ciò in questa sede.

Il sesso è fatto di limiti, di frustrazione, di potere, di gioia, d’infelicità, di dolore, di illusioni, di disillusioni.
A chi non piacerebbe disporre di un partner vorace, insaziabile e incline a soddisfare ogni fantasia, persino quella che sarebbe considerata la più turpe e condannabile?
Eppure, “leopardianamente” parlando, soddisfare tali esigenze, continue e sempre mutevoli, raramente è possibile nella realtà.
Un uso consapevole della pornografia non può escludere la sua vera essenza, ossia la finzione. Parleremmo altrimenti di pornoattori e pornoattrici? La violenza e l’esagerazione di un certo materiale pornografico dovrebbero essere confinate alle loro dimensioni di finzione e d’irrealtà. Questo non implica che gli uomini siano tutti delle macchine riproduttrici da guerra, degli infaticabili Marte, né che le donne siano pura merce da sfruttare a piacimento, come fazzoletti usa e getta. Il nostro sistema economico sfrutta molto quest’istinto primordiale, offrendoci materiale di un’industria multi-miliardaria, utile strumento di controllo sociale e manipolazione delle coscienze. È comunque lecito, e sarebbe ipocrita non ammetterlo, usufruire di tutto ciò. Ciò che risulta dannoso, agli occhi della mia coscienza, è l’influenza che esso ha nel plasmare immaginari e comportamenti. Perché non diventi consumo egoista anch’esso, dovremmo tutti educarci a uno scambio più umano e più vero del proprio corpo.

Infine, ogni comportamento è lecito qualora non danneggi nessuno. Difficile.

Leonardo Mori