La vita etera

Su colli incantati

Laddove s’inclina la trama del suolo

Siv partorisce appena dischiuso

Frattali ed anticapriole

Nel cioccare urlante che allontana l’estinzione

Il dinosauro divenne pennuto

Ed i popoli scopersero il fuoco

Stanze di stanze di stanze

A distanza sul ventre luccicante

Cangiante multiforme

Che porta i piedi fino all’acqua

So’ stanze

E vi sto scendendo

A forza di tirarmi su le brache

E con quale costanza

Ma con quale sostanza lo faccio

Stanza dopo stanza

Con quale costanza

Con quale sostanza

E che fai?

Cerco

E che che cerchi?

Che ne so lo cerco

Ma so che ci arrivo

Se solo mi concentro

Cos’è questo coriandolo che accartoccia multiversi?

Un eterna vita?

Una vita eterea?

È l’eterna vita de La Vita Eterea

Vorrei un registramente

Se solamente esistesse

Perché sopraffacentesi

Son fra parentesi

A galla nel mare

Nel quale aggiustare il frattale

È l’ideale è l’ideale

Per assemblare il nido tuo fatale

È l’ideale

Sputala fuori la saliva colloidale

E quello sai lo fanno solo noi

Che si sa guardarsi nell’occhio

Sventrando le storie della storia

E chi sa dove e chi sa cosa

Tutte queste uova

Autocacantesi

Autoschiudentesi

Saranno

Fino all’alba trionfante

E negli oltre di noi

Che son qua nelle stanze

Non più distanti o d’istinti oramai

Ho fatto un giro al parco

Giornata annuvolata

La gente non ha gente

Della quale aver paura

Perché son tutti quanti

Nell’altroversantesi

Dunque esasperantesi

Noi si comprende

È l’autoessersi l’autoesser Siv

Autovedentesi esser “Il”

Ah ecco

Ecco l’eco

Di cui echeggia il percorso della vita

Noi non siamo mica nuovi

Siamo rinnovantesi

Ecco l’eco è l’accorgersi

D’autoessersi autorinnovantesi

Ed é concentrico

L’eco è concentrico

È concentrico e concentrico

Econcentrico

Saremo sconcentrantesi

Ed in noi ed a partirci

Sarà sconcentrarsi del nonnulla

Fino all’altroversantesi

Dei sè molteplici

Nelle molteplici stanze

Dei molteplici multiversi

Siamo stati in vacanza nella vita eterna

Del sentiero di vita

Dei sentieri de La Vita Eterea

E tornato finalmente nel tempo e nello spazio

Comprendo d’essere un essere pennuto

Polenta Magenta

Lettera a un fratello mai nato

Caro fratello,

finalmente ho trovato il coraggio di scriverti. Come sai, mi è difficile rimanere concentrata nel lungo periodo. Penso tanto ma agisco poco. Ecco perché ci ho messo più del previsto a preparare questa lettera, spero non te ne abbia a male per questo. Comunque, in questi mesi di reclusione ti ho pensato enormemente. E anche adesso che la situazione è più lasciva, le persone escono per prendersi una birra al bar e i bambini vanno al parco accompagnati dalla nonna, l’intensità del mio pensiero non diminuisce. Perché mi hai abbandonato? Non riesco ancora a perdonarti del tutto. Avevo bisogno di te ieri tanto quanto ne ho bisogno adesso. Mi manca la tua presenza a casa. Saresti stato il mio modello e il mio anti-modello. Avremmo litigato tante volte e non ti nascondo che sarebbe stato divertente. Avrei tentato di buttarti a terra con il mio repertorio di mosse di Judo. Mi chiedo come saresti stato: intelligente e posato come papà o emotivo e irruente come la mamma? Non nascondo la difficoltà che incontro nel cercare di mettere a fuoco. Troppo da dire, troppo poco ordine in testa. Forse è per questo che mi piace sistemare fuori, ciò che mi circonda: la casa, la camera, l’armadio, gli utensili in cucina. Tu saresti stato un disordinato, a modo tuo ovviamente, il classico ordine personale che confonde lo sguardo estraneo. Ti saresti lamentato per la tua altezza, avresti voluto essere più alto, con le spalle larghe. Avrei odiato le tue fidanzate dai vestiti ricercati e dal trucco elaborato già di prima mattina. Avresti fatto legge o economia. Nonostante le divergenze, mi avresti voluto bene. Mi avresti protetto dai ragazzi, mi avresti insegnato a scegliere con maggior coscienza e con criterio, senza cadere nel tranello dell’ingenuità e del sentimento superstizioso. Dio, quanto odio tutti questi condizionali. Avresti avuto ottimi voti, solo per farti comprare un motorino. Dopo mesi e mesi di discussioni e rinunce, finalmente avresti convinto papà. Non avresti mai guidato ubriaco, non sarebbe stato nel tuo carattere. Il senso di responsabilità che i nostri genitori ci hanno trasmesso sarebbe sempre stato presente, anche nelle situazioni più depravate. Trattenuto e duro all’esterno, altamente sentimentale nel profondo del tuo essere. Avresti oggi il volto serio e tirato, gli occhi blu intenso, i capelli castani, le occhiaie, centosettantadue centimetri di altezza, poco più di me. Questa caratteristica ti avrebbe sempre fatto infuriare, ma per fortuna col tempo saresti stato capace di accantonare il tarlo.

Oppure, saresti stato un ribelle. Forse il primogenito deve essere un ribelle. Saresti stato tu quello che andava ai rave, alle feste non convenzionali, circondato da nomadi della vita. Avresti compiuto azioni illegali, ti avrebbero sospeso da scuola un paio di volte. Mamma avrebbe urlato e pianto tanto, papà si sarebbe chiuso in se stesso, e tu avresti fatto dentro e fuori casa. I nostri genitori avrebbero riposto in me tutta la loro speranza, visto che tu rappresentavi il caso perso, e ciò mi avrebbe portato a crescere con un forte senso di responsabilità, che ben avrebbe nascosto un senso di inadeguatezza onnipresente. Bada bene, ti avrebbero accettato e amato lo stesso incondizionatamente, visto che per fortuna loro non sono dei bigotti, e soprattutto sanno perdonare. Papà, col passare degli anni, avrebbe imparato ad ascoltare. Ma i suoi silenzi, quando lo deludevamo, ecco quelli ci avrebbero scottato nel profondo, sempre. Sarebbe stato impossibile abituarcisi. Avresti fatto a pugni con i ragazzi che mi avevano fatto piangere, e io mi sarei arrabbiata molto, avrei urlato «So badare a me stessa, me la so cavare da sola». Avremmo saputo entrambi che non era vero. Avresti odiato l’integrità di papà, integrità alla mercé di un mondo corrotto e di uomini scorretti. Il comportamento da lui acquisito tramite un’educazione religiosa cattolica, totalizzante, ti avrebbe fatto infuriare da adolescente, e avrebbe continuato a lasciarti basito da adulto. Da piccolo saresti stato ancora più peste di quanto sarei stata io anni dopo. Ecco perché, quando io avrei litigato con mamma, lei mi avrebbe sempre ricordato che ero nata per sbaglio, perché lei e papà erano già abbastanza avanti con gli anni quando hanno avuto te, e non avevano la voglia di crescere un altro figlio, di passare altre notti insonni e altri anni di privazioni sociali. Avresti rubato, una volta soltanto, le offerte dei fedeli durante la messa. Non perché volevi i soldi, ma perché volevi metterti alla prova, volevi vedere se eri in grado di compiere quella profanazione. Avresti girato con compagnie opinabili, ma solo perché non ti piacevano i ragazzi normali, la cui meschinità avresti reputato peggiore di chi, per quanto fuori contesto, per quanti errori commessi, almeno tentava di essere se stesso e di pensare con la propria testa, per quanti sbagli ciò può comportare, soprattutto quando si è giovani. Avresti scritto moltissimo, anche in greco e in latino, perché, sebbene avresti odiato il fatto che papà ti avesse imposto di fare il liceo classico, in fin dei conti eri portato e lo avresti capito quasi subito. Avresti scritto soprattutto canzoni, ma non le avresti fatte leggere a nessuno se non a me, alla tua sorellina. Le avremmo cantate a notte fonda, fuori in terrazzo, mentre fumavamo sigarette a lume di candela, grattandoci i becconi di zanzara. Un giorno, avrei scritto sui muri fuori da scuola la tua canzone più bella, perché ero orgogliosa di te e amavo quelle belle parole, così oneste e pure. Di tutta risposta ti saresti infuriato e non mi avresti parlato per due settimane, nemmeno durante le cene, unico momento della giornata in cui ci saremmo trovati tutti e quattro nella stessa stanza. Avresti fumato molte sigarette solo per far stare male papà, per ribadire che non eri come lui. Avremmo vissuto numerose avventure, avremmo litigato in un’infinità di occasioni solo per fare sempre pace, alla fine. Per stanchezza, per comodità o per puro desiderio di farlo. Mi avresti consolato quando sono morti i nonni e quando è morta la zia, che si è uccisa proprio come avrei voluto morire io in quel periodo così difficile vissuto a sedici anni. L’incapacità di aiutarmi in quei lunghi mesi ti avrebbe distrutto, saresti spesso scappato di casa in quel periodo, rimanendo a dormire dalla ragazza di turno che avevi. Avremmo litigato anche per questo, perché di donne rispettavi solo me. Tuttavia non saresti mai stato un violento o un misogino, semplicemente non saresti stato in grado di avere legami stabili. Poi, ma questo non lo potevi sapere, avresti conosciuto quella ragazza francese dal volto incorniciato da capelli ricci che sorrideva sempre, e non l’avresti più lasciata andare. Mi manca averti di fianco, diverso da me ma comunque con il mio stesso sangue. Lo stesso sangue. Mai come in questo periodo di quarantena, un legame così mi è mancato. Sappi che ti avrei accettato con qualunque carattere, con qualunque aspetto. Fratello mio, prima o poi ci incontreremo, forse nella prossima vita o forse quella dopo ancora. Forse quando saremo tutt’uno con l’universo. Aspetto lietamente di potermi ricongiungere a te. Fratello, sangue, amico, confine, anima, altra faccia della mia stessa medaglia.

 

 

Elisa

 

Emilia paranoica

“Emilia paranoica” è un singolo del gruppo italiano punk “CCCP- Fedeli alla Linea”, una formazione attiva principalmente negli anni ’80 che fondeva “punk filo-sovietico a musica melodica italiana”.

Nei tempi in cui vivo e sto scrivendo questo articolo, l’Italia e il mondo sono bloccati dalla pandemia.
Una pandemia che ci costringerà a rivedere molti dei tratti del mondo che conoscevamo e, finché non sarà trovata una cura o un vaccino, difficilmente rivedremo.
Una situazione simile (e non sto esprimendo nessun giudizio politico) ha sicuramente delle conseguenze a livello psicologico a livello collettivo e individuale.

Emilia A

Il freddo più pungente, accordi secchi e tesi
Segnalano il tuo ingresso nella mia memoria

Guardare al passato senza lasciarsi condizionare dal presente è impossibile.
Lo sanno gli storici, lo sanno tutte le persone dotate di senno, lo sa chiunque.
Essendo stato studente fuorisede a Bologna fino al luglio dell’anno scorso, conosco abbastanza bene la città felsinea. Bologna è parte dell’Emilia, benché sia differente dai tratti propriamente emiliani di città come Modena o Carpi. Nel momento in cui scrivo, l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per numero di decessi e contagiati dalla pandemia che sta colpendo il mondo.

La canzone “Emilia paranoica” non è una traccia semplice: difficilmente orecchiabile, la melodia di sottofondo è aspra e ritmata in modo arcano.
Il testo è ciò che si salva sicuramente rispetto ai due tratti succitati.
Ora che tutto (o quasi) è bloccato, milioni di miei coetanei si trovano a fare i conti con se stessi e problemi che prima non c’erano; questi problemi hanno a che fare, principalmente, con disagio psicologico espresso su più piani. Si sta male, non si capisce davvero perché si stia male, non si sfugge all’introspezione. Impossibile non guardare dentro se stessi e riflettere, in mancanza di meglio. Dove si sta andando, come si può ingannare il tempo, quando sarà possibile rivedere qualcuno. Ci rivolgiamoad una forma di comunicazione a noi pratica: degli schermi.
Un telefonino, un televisore, un tablet o un computer.

Negli anni ’80, niente di tutto ciò.
Oggi come quaranta, trenta, venti e dieci anni fa chiunque sia passato dall’adolescenza all’età adulta ha comunque percepito, almeno una volta, un senso di noia, inutilità e disperazione.

Cosa puoi fare quando il mondo intorno a te va in frantumi, ti dà la nausea e ti senti stritolare dal sistema? Niente. Desisti.

Bukowski in “Pulp” ha scritto che alla fine la vita si riduce a trovare qualcosa da fare nell’attesa di morire. È stato il suo ultimo romanzo, poi è crepato.

Difficile combattere il tedio.
Puoi provare a riempirlo col sesso, per poi scoprire che una relazione e un rapporto sessuale assumano tratti tali da sfuggire alla letteratura. Sesso e vita sono forse le uniche due esperienze umane non pienamente trattabili.
Si scrive solo da vivi (da morti non si può farlo). Mentre scrivi, non vivi né fai sesso.
D’accordo, c’è chi ha battuto a macchina mentre faceva sporcizie ma è un’esperienza che non consiglierei a nessuno (troppo difficile non ritrovarsi dei lividi).
Questa canzone ritrae due tempi: gli anni ’80 e tutto ciò che c’è dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dipinge la noia di una generazione e di tutte le generazioni seguenti.
Punto di svolta: si scopre la noia, si scopre la vuotezza delle giovani generazioni.
Non importa che tu sia in Emilia o ad Agrigento: la noia c’è sempre, il tempo ti consuma, tentare di sfuggire a questa verità è inutile. La vita ti sfugge via fra le mani e il tempo scorre.

Emilia B

Consumami distruggimi è un po’ che non mi annoio-oh-oh-oh-oh-oh

Da un punto di vista puramente logico, camminare di notte per la Via Emilia imbottito di sostanze stupefacenti e con lo stomaco che brontola equivale ad andare a correre in un parco.
Qui non si discorre di semantica: qui si discorre di logica.
Caduto il criterio dell’utile e cancellato ogni significato, rimane la noia e la nausea.

Niente Brescello: Don Camillo e Peppone sono morti da quel dì. E comunque Giovannino Guareschi tutto era fuorché comunista. Per chi non lo sapesse, il nome del gruppo “CCCP” (si legge proprio “ci-ci-ci-pi”) ricalca i caratteri cirillici dell’Unione Sovietica (“CCCP” in cirillico è traslitterato come “SSSR” nel nostro alfabeto).
Era quindi solo la noia e l’inutilità di giovani di sinistra o di estrema sinistra negli anni ’80?
Banale e riduttivo pensare così.

Il sottofondo del basso e della drum-machine ricalca una noia, un disgusto e un senso di inutilità che appartengono a chiunque. È l’urlo paranoico di una regione amministrata storicamente dal centro-sinistra, una regione dove la qualità della vita è molto alta da decenni e dove il contenuto politico e umano sono intrecciati.
Mai sentito parlare di “Bologna la rossa”? Ecco, l’Emilia è (ma meglio dire era) ancora più rossa.

Emilia C.jpg

Emilia paranoica, Emilia paranoica, Emilia paranoica, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA

Un senso di soffocamento, come la stanza che ti crolla addosso quando il Roipnol fa effetto e hai sbagliato la dose.
Diavoletti che ti graffiano con i loro artigli e ti lacerano la schiena con i tridenti.
Viene da vomitare, non ce la fai.
Vomitare darebbe significato e il tuo corpo si rifiuta di espellere il male. Quindi reprimi un conato di vomito, butti giù e ti vengono le lacrime per il dolore.
Cammini per città che non riconosci più, dove estranei vivono a contatto senza conoscersi nello stesso luogo.
Inghiottito dal tempo, inghiottito dalla mancanza di cose da fare, schiacciato da progetti incompiuti, perduto per vie sconosciute.

I CCCP si sono sciolti da tempo.
La loro rabbia non resta, è passata ed archiviata in un tempo da me e dai miei coetanei non vissuto.

Frantumatosi lo specchio dei valori, scivolare nei piaceri è solo una distrazione.
Timore e paranoia restano sotto traccia, si battono e possono essere sconfitte.
La noia… quella sì che resiste.

Leonardo Mori

Quarantena Diary Parte II

 

26° Giorno di quarantena

[Professore che entra in un’aula liceale dopo la fine della pandemia]
Prof: “Non immaginavo che l’avrei mai detto ma mi siete mancati. Come avete occupato il tempo durante questi mesi?”
G: “Io ho finito di vedere tutte le serie fantasy su Netflix”
F: “Io ho fatto un sacco di fitness e mi son fatto crescere i pettorali!” [Esclama tutto orgoglioso]
[…e così ad uno ad uno rispondono tutti i ragazzi della 4C, tutti tranne Amelia, che rimane con le braccia incrociate e la testa appoggiata sul banco…]
Prof: “E tu Amelia, tu non dici nulla?”
A: “Mah prof, principalmente ho cucinato verdure grigliate mentre cercavo un modo per combattere il patriarcato capitalista, ma non ci sono riuscita.”
Cala un silenzio gelato in aula.

Amelia

Ho passato la notte insonne.
Mi assalgono i pensieri.
Sono Panzer Divisionen, io sono l’esercito francese. Non c’è Dunkerque.

 

L.

Lo yoga mi ha insegnato che per trovare l’equilibrio bisogna guardare un punto fisso all’orizzonte.

Florinda

La parola d’ordine di oggi è: nostalgia.
Un anno fa ero a una festa in Brune a combinare uno dei miei soliti casini.
Oggi sono a casa e non smollo il divano.
Penso che anche domani avrò nostalgia di quella festa. D’ora in poi avrò nostalgia di tutte le feste del mondo.

Elettra

27° Giorno di quarantena

Ah, ecco spiegato il perché dello schifo psicosomatico dei giorni precedenti… Mi è venuto il ciclo! Doloroso. In ritardo. E pure offeso. (SÌ, riesco a percepire quando le mie ovaie sono offese, e no non richiedo applausi per questo)

Amelia

Voglio scrivere qualcosa di bello.
Vorrei accarezzare qualcuno.
Dovrei studiare ma non ce la faccio.
Il fantasma dell’inerzia mi perseguita.

L.

Sei comunque con me, banalmente mi abiti, molto più di quanto non lo faccia io.
Mi chiedo se stai comodo o se preferiresti un altro posto.
Se ti piace la vista o ti immaginavi altri scenari.
Lo so, è uno spazio un po’ caotico specialmente ai piani alti, nella testa.
Sto cercando di mettere ordine.
Immagino che a volte tu sia confuso da quello che trovi dentro e che spesso tu sia sballottato da una parte all’altra.
So che nell’autostrada della mia mente passano tir di pensieri e razionalità a 150 km/h che ti trascinano via, mentre le emozioni viaggiano su treni lenti, ma su questi ti ho comprato un biglietto di prima classe che porta dritto al cuore.
Lì dovrebbe essere comodo, non è troppo scheggiato, non dovrebbe pungere.
Pazienta, se puoi, fino a quando non avrò finito le pulizie di Pasqua.

Florinda

Gli alberi fuori la mia finestra
germogliano
mentre io
appassisco.
Fuori primavera,
dentro inverno.
A volte possono esserci 2 gradi anche con il termostato acceso.

Elettra

28° Giorno di quarantena

I calzini con le foglie di marijuana stampate sopra sono l’unica cosa che mi è rimasta da fumare. Pianifico l’incontro con il fornitore, è tutto programmato. Esco di casa, vado dritta, taglio la piazza, ancora dritta, svolto a sinistra, al terzo incrocio svolto a destra, ci sono quasi… Mi passa affianco una volante della guardia di finanza che sta palesemente mappando la zona. Pochi secondi dopo di fronte a me appare un tizio alquanto sospetto che cammina molto lentamente mentre sembra cercare qualcosa. Con sorniona nonchalance giro i tacchi e me ne torno a passo svelto verso dove son venuta. Questa sera ho incendiato i calzini con le foglie di marijuana stampate sopra.

Amelia

Ho riletto “Quaderni dal carcere” di Gramsci.
Dondolo.

L.

 Bevo troppo caffè e fumo troppe sigarette.

Florinda

Oggi scopro una dote particolare: riesco a provare compassione anche per coloro che mi hanno fatto del male. Sorrido. Forse non tutte le speranze nell’umanità sono perdute.

Elettra

29° Giorno di quarantena

Dovevo comprare la mascherina. È quasi un mese che è iniziata la quarantena e ancora non ho una mascherina, perché quelle di tela non arrivano alle farmacie, nonostante abbiano effettuato l’ordine. Facile imporre mascherine obbligatorie e distribuirle sì e no a metà della popolazione. Non voglio essere alla stregua degli stronzi che comprano mascherine usa e getta. Perché sì è da stronzi, forse non è ancora abbastanza chiaro che questo virus è solo uno degli effetti dell’inquinamento. E noi per tutta risposta inquiniamo ancora di più? Allora questa estinzione è più che meritata. La invoco quasi. Su Terra, sterminaci tutti, e datti pure una mossa, così non devo pensare all’ansia di una tesi magistrale.

Amelia

Ogni mattina c’è un vecchietto che, senza mascherina, fa tre volte il giro della piazza per passeggiare.
Alla sua età lavorerò ancora, se va bene.

L.

La speranza vive nella curva del collo tra la testa e la spalla.
Si accuccia in quell’angolino e abilmente muove i fili dello sguardo: a volte in avanti, a volte indietro.

Florinda

Vorrei smettere di fumare ma i brutti pensieri mi assalgono, e finché lo fanno non potrò mai. Mi chiedono perché fumo, perché così tanto essendo così giovane. Rispondo che non lo so, mi piace, fa figo, anche se la verità è un’altra. Fumo perché quando lo faccio sono sola, e solo sola trovo la pace; i brutti pensieri si mettono in pausa e attraverso il fumo vivo. Che paradosso. D’altronde la vita è nata da un paradosso, quindi non dovrebbe far così strano.
Fumo e spengo il cervello.

Elettra

30° Giorno di quarantena

Tettonici movimenti di convulsione

corpi di pensieri aggrovigliati

malignità danzano sabba al vento

e orrore solo errore

intangibile e massiccio.

Amelia

La mia gioventù si spreca fra sigarette, messaggi visualizzati e senza risposta, incomprensioni ed esami universitari.

L.

Ho reiniziato Grey’s Anatomy dall’inizio…

Florinda

Oggi mi sento un piccolo sasso in mezzo all’oceano, circondato da tantissimi altri sassolini, da bellissime stelle marine e pietre; totalmente inutile. Solo. Sofferente.

Elettra

31° Giorno di quarantena

Il mio coinquilino ha deciso –ed è riuscito– a tornare a casa. Non so se la cosa mi rattristi o se al contrario mi faccia gioire, perché ora rimango proprio sola. Osservo attentamente la sala: una moltitudine di libri, un tappetino da Yoga appoggiato al muro, delle cere sparse sul pavimento, un quarzo appoggiato sul tavolino da caffè e una modesta campana tibetana al suo fianco, una pianta di beniamino vicino alla finestra, dei pennelli nuovi ancora incartati sul tavolo della cucina, il promemoria di un esame ai primi di maggio. No, forse non mi mancherà più di tanto.

Amelia

Sono un borghese, per quanto possa ancora voler dire qualcosa.

L.

Il primo giorno di quarantena mi si fulminò il portatile.
Scheda madre ti odio.
Da allora ho usato un computer fisso del 2011 e ho guardato film e serie tv sul cellulare che mi è caduto in fronte una decina di volte.
Oggi saluto con rabbia e tristezza le mie cuffie.
Addio brutte stronze, adesso passo alle AirPods così nessuna cuffia oserà più avvinghiarsi nelle mie tasche come due cani in calore.

Florinda

La quarantena non fa bene, fa male, i mostri si accaparrano il tuo cervello e ti soggiogano l’animo. Ho paura della morte, non l’ho mai sentita così vicina…

Elettra

32° Giorno di quarantena

Sono riuscita a comprare le mascherine di tela! Non mi sembra vero, quasi un sogno. Stavo per mettermi a piangere davanti alla farmacista, perché mi ha ricambiato con un sorriso a trentadue denti e perché soprattutto si ricordava di me, forse perché sono l’unica persona al di sotto dei settant’anni che frequenta la farmacia (non sono più in grado di relazionarmi con altre persone, è veramente strano, vabbè).

Amelia

La socialità è ferma. Non noto troppe differenze.

L.

La badante di mia nonna si chiama Maria.
Ha 43 anni, viene dalla Romania al confine con la Russia.
Quando andava al liceo il pomeriggio mungeva le mucche e la sera studiava “con le lampade” come dice lei.
Voleva diventare ingegnere agricolo ma poi il comunismo è caduto e lei era la settima bocca da sfamare in casa. Ha combattuto per sposare l’uomo che amava nonostante la disapprovazione della famiglia.
Ce l’ha fatta, adesso lavora da noi per pagare il matrimonio di suo figlio.
La sera quando chiama il marito le si illuminano gli occhi e dorme serena.

Florinda

Ungaretti scriveva ‘soltanto la poesia sola può recuperare l’uomo’. Non c’è niente di più vero. Solo la poesia potrà salvarci. Bellezza, romanticismo, poesia, amore… Queste sono le cose per cui viviamo.

Elettra

33° Giorno di quarantena

Pasqua alternativa e clandestina a casa di amici. Vino bianco e fumo e tante torte salate. Sono riuscita a fare una torta all’acqua al cacao che è venuta divinamente. È strano stare assieme ad altre quattro persone, veramente strano.

Amelia

Penso che la mia gatta capisca il momento: viene spesso a fare le fusa o a strusciarsi fra le mie gambe, come per darmi conforto.

L. 

Buona Pasqua, qualunque cosa voglia dire.

Florinda

Scrivo una poesia e mi accorgo che fa schifo. E anche tutte le altre, in realtà. Diciamo che scrivo poesie per chi non se ne intende, poesie per cialtroni. Ottimo titolo.
Ma poi io non volevo nemmeno scrivere.
Volevo fare la parrucchiera, la cassiera, robe così… solo che poi sarebbe arrivato per forza un giorno in cui avrei dovuto esprimere tutto ciò che ho dentro. E allora avrei scritto.
Diciamo che non ho mai voluto farlo ma ne ho sempre sentito la necessità.
Ottimo compromesso.

Elettra

34° Giorno di quarantena

Ho ricominciato a guardare il detective Monk un po’ per noia, un po’ per disperazione, un po’ per sentirmi più normale.

Amelia

Ieri sera ho bevuto 6 lattine di birra.
Ho pisciato tutta la notte e ho dormito male.

L.

Fra due mesi è il mio compleanno.

Florinda

Per riallacciarmi a ieri: è terribile avere un mondo dentro di sé e non riuscire a esprimerlo.

Elettra 

35° Giorno di quarantena

Penso di aver esaurito il quantitativo di lacrime che avevo disponibile per quest’anno solare.

Amelia 

Ho sbocconcellato qua e là citazioni di Shakespeare. Potrei rivenderle o spacciarle come mie (in parte) per darmi il tono da intellettuale che piace tanto alle ragazze.
Funzionerà.
Certo.

L.

Non credo che impareremo molto da questa situazione, semplicemente diventeremo sempre più noi stessi.
Radicalmente più noi stessi.

Florinda

Aforisma del giorno: non esiste forza più struggente dell’insaziabilità, dell’incompletezza, dell’insoddisfazione. Non esiste dolore più grande della perdita. Non esiste solitudine più profonda di quella umana.

Elettra

36° Giorno di quarantena 

Ho iniziato tre libri e non riesco a continuarli in contemporanea ma non riesco assolutamente a decidere quale proseguire. Sono come posseduta da un desiderio di inglobare e leggere e assimilare e inglobare e sapere, ho proprio fame, devo sapere come vanno a finire tutte queste storie: dove approderà la nave di Marcel adesso, dopo i porti di Vilagarcià e Trèguier? Quale sarà la prossima delirante giravolta intellettuale dell’alter ego di Pessoa? Cosa farà Shantaram-Lin bloccato tra le montagne afghane insieme ai ribelli compagni di Khaderbhai? Senza contare l’irrefrenabile desiderio di leggere Calvino, ho comprato alcuni suoi libri ma li devo ancora iniziare. Forse dovrei iniziare a prendere in considerazione gli audiolibri…

Amelia

Ho fatto la doccia due volte, ma la mia anima è ancora sporca.
Cristo, l’ho pensato davvero.

L. 

Cosa pensi?

Cosa sogni?

Cosa vuoi?

Florinda

Non riesco a trovare l’ispirazione. Perché? Ho davvero bisogno di scrivere un romanzo, una raccolta di poesie, per sentirmi completa? In quanto donna ho bisogno solo di me stessa. Non di un uomo, non di un figlio. Me stessa e basta. Forse con l’aggiunta di un foglio e una penna…

Elettra

37° Giorno di quarantena

Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più…

Amelia

Da oggi metto alla prova la mia forza di volontà: niente carne per una settimana.

L.

Credo che il mio cane sia depresso.

Florinda

Mi sto solo esaurendo. Un Cesare Pavese è già esistito, e si è suicidato a 50 anni.
Smettila di essere così insistente.

Elettra 

38° Giorno di quarantena

Mamma mia che bello distruggersi gli occhi stando 17 ore al computer al giorno. Che bello dover tenere aperte 34 finestre desktop durante le lezioni telematiche, una per gli appunti, una per vedere delle slides, una per il prof e le sue slides, una per internet, una per questo una per quello. Che bello dover registrare professori che parlano troppo velocemente con una connessione audio che fa schifo. Che bello perdere parti del discorso e continuare a chiedere tramite chat “Scusi, può ripetere?” fino a quando anche quel povero cristo dall’altra parte dello schermo viene colto da una crisi di nervi. Eh sì, l’Università online è il futuro. È come il futuro. È ‘na merda.

Amelia

 Dopo aver litigato con mia madre al telefono, mi sono consolato con due etti di pancetta e canzoni di Calcutta.

L.

Ha riaperto la libreria di usato dietro casa mia.
Non si può entrare: ti consegnano i libri sulla porta solo se hai mascherina e guanti.
Ho comprato “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust.
Lo leggerò o sarà l’ennesimo fermaporte?

Florinda

Ancora in quarantena. Mi fumo una sigaretta anche se mi manca il fiato. Leggo delle atrocità della guerra in Bosnia. Mi si focalizzano davanti agli occhi corpi sventrati e busti monchi di braccia, di gambe. Che tristezza.

Forse la nostra situazione non è poi così male.
Oggi, per la prima volta, mi sento fortunata.

Elettra

 39° Giorno di quarantena

Oggi è domenica e come tutte le pulcrae puellae faccio le lavatrici. Ne ho appena caricata una di capi bianchi. Chiudo lo sportellone, avvio il programma, torno in camera, mi siedo alla scrivania, inizio a studiare inglese, faccio un sorso di caffè, mi viene uno starnuto incontenibile, mi esce il caffè da naso e bocca rovesciandosi su computer, scrivania e pantaloni grigi puliti. Bestemmio senza bestemmiare (cit. “Mannaggia al diavolo”) mentre continuo a studiare inglese perché non ho la voglia di riparare al danno. Poi il maculato va sempre di moda, no?

Amelia

 Forse non avrò figli. Se li avrò, racconterò loro di questo periodo come il paradosso di quei tempi: si visse attraverso schermi e attraverso schermi si appassì.

L.

Mi manca il cappuccino.

Florinda

 Mi è venuta l’idea per un romanzo. Martoriarmi la testa è servito a qualcosa.
Mi è venuta sul cesso, mentre guardavo un vasetto di crema per le rughe col tappo aperto.
Forse sto impazzendo.

Elettra

40° Giorno di quarantena

 Quando le limitazioni di circolazione nello spazio fisico saranno superate, inizierò a camminare senza più fermarmi.

Amelia

Stamattina ho fissato per un’ora e un quarto un ragno che faceva la tela in un angolo del soffitto.

L.

Con tutto questo tempo sembra di non avere tempo.

Florinda

Quello che ho scritto fa schifo, non avevo dubbi.

Elettra

41° Giorno di quarantena

 Riflessione religiosa, Il mio Dio ama

 

Il mio Dio ama i balbuzienti

Il mio Dio ama i timidi

Il mio Dio ama coloro che arrossiscono

Il mio Dio ama i fragili

Il mio Dio non crede che l’uomo abbia bisogno di regole e imposizioni, perché

Il mio Dio crede che tutti gli uomini nel profondo sappiano cosa fare

Il mio Dio è dispiaciuto di aver creato anche il Male ma

Il mio Dio è più simile a voi più di quanto voi pensiate;

 

Il mio Dio ama coloro che piangono

Il mio Dio vorrebbe che ci amassimo come fratelli

Il mio Dio sa che gli uomini sanno quanto è importante per loro la Terra

Il mio Dio non ha un nome né di arte né di scienza

Il mio Dio ama sia l’arte che la scienza

Il mio Dio non distingue un essere vivente dall’altro

Il mio Dio è tanto uomo quanto animale quanto l’animale è uomo e l’uomo è animale

Il mio Dio lo chiamo così perché non saprei altrimenti come chiamarlo, ma forse non si chiama così

Il mio Dio non è solo mio

 

è anche il tuo.

Amelia

Devo andare ad Amsterdam prima di sentirmi troppo responsabile e maturo per farmi le canne.

L.

Ho ufficialmente una wishlist anche su Giallo Zafferano.

Florinda

Oggi ho ritrovato le innumerevoli lettere che ho scritto al mio ex, e che non gli ho mai spedito. Mi accorgo di quanto mi sia auto-pronosticata il futuro, nell’ultima lettera che gli ho scritto, datata 7 marzo di un anno fa: mi mancherai terribilmente tutti i giorni, tutte le notti, a tutte le ore e facendo qualsiasi cosa. Soffrirò quando starai con un’altra. Sarò gelosa fradicia e ti scriverò, mangiandomi le mani, perché in qualche parte del mondo io e te siamo ancora su quella spiaggia a fumarci l’ultima, a guardarci negli occhi e non desiderare altro…
Povera illusa. Davvero credevi che quello fosse amore?

Elettra

Quarantena diary

10° Giorno di quarantena

Indosso gli stessi vestiti da tipo sei giorni. Ci dormo, ci mangio, ci vivo, ci esco quelle rare occasioni che metto il piede fuori casa. E se mi si incollassero alla pelle? Ma chi ha voglia di cambiarsi poi. La mia mente sta perdendo colpi, è ufficiale.

Amelia

Vedo i colori. Spero che l’erba non finisca.

L.

Qui è arrivata la primavera:

le giornate sono bellissime ma ne possiamo godere solo dai balconi. E il mio è all’ombra.

Florinda

TU, TORRIDO

Torrido sei stato, tu per me

Il sole che ti sveglia la mattina

Zefiro che apre le finestre

Che sposta i macigni sul cuore

Hai incastrato la tua pelle, ardente

Le tue ossa, secche

Nella mia

Nelle mie

Caldo fatiscente
quando ti vidi la prima volta

Chi l’avrebbe mai detto

che avresti portato il freddo

In pieno giugno.

Elettra

11° Giorno di quarantena

Che nervoso!!! Odio tutto e tutti! Questa vita non ha senso.

Amelia

Spero tanto che non mi scriva la mia ex. Non sopporto la sua notifica personalizzata che non riesco a togliere.

L.

Buon compleanno Alda!

Florinda

PRIMAVERA

Tra tante scorie
all’improvviso
un fiore

Marzo
mese di pianti
rimpianti
avvenimenti importanti

La morte arriva veloce
sublima forse
l’essenza della vita
Piangersi addosso
non è mai stato
tanto facile.

Elettra

12° Giorno di quarantena

A te, commessa del supermercato, che nonostante tutto sei sorridente, truccata e profumata. A te, che nonostante tutto cerchi di far percepire a chi ti guarda una condizione di normalità, a te mia cara solare commessa dedico la pagina del diario di oggi.

Amelia

Ho riletto “Arancia meccanica” in un giorno. Invidio Alex e la sua volontà di potenza. Sigarette fumate oggi: 12

L.

Da quando abbiamo scoperto che siamo figli additiamo i padri per i nostri peccati.

Florinda

La sofferenza di ogni uomo è la nostra. Siamo tutti accomunati da un inevitabile destino: la morte. Cos’è la morte? Nessuno lo sa, nessuno è mai tornato indietro. La morte non è che la cessazione dell’arte della vita. Un’apatia perpetua. Un destino senza sogni. Non un cuore che non pulsa, ma un’anima che non sente. Una vita insignificante. Dovremmo aver più paura di vivere senza arte che morire. Come fanno le persone che non sono come noi? Gli artisti laici? Come chi sono gli artisti laici? Sono coloro che vivono per lavorare, lavorano per vivere, non conoscono il significato della parola…(continua tu)

Elettra

13° Giorno di quarantena

Musica e fumo. Musica e tedio. Musica e Musica. Le Lezioni Americane di Calvino e altro buio. Buio e altro fumo. Tanto fumo. Vorrei essere io, il fumo che sto esalando in questo momento.

Amelia

Ufficiale: è finita l’erba.

L.

È tornato il buco alla porta dello stomaco e non è la fame a bussare.

Florinda

Non credo di esserne capace.

Non credo di essere capace di scrivere un libro.

Serve pazienza, tempo, memoria.

Servono idee, colori, suoni.

Servono personaggi. O meglio, serve incontrare personaggi lungo la strada, per poi farli vivere nei nostri romanzi.

Serve dolore. I più grandi romanzi nascono dal dolore, causato da una perdita, da un amore finito, da qualcuno strappato alle nostre mani troppo presto.

Serve il giusto linguaggio. Parole esatte a seconda del contesto. Crude quando si parla di morte, dolci quando si parla d’amore.

Serve lo spazio. Servono paesaggi, luoghi, case create direttamente dal nostro cervello.

Serve rileggere. Correggere. Cancellare tutto e iniziare da capo.

Serve passione.

Serve credere che il nostro romanzo potrà cambiare qualcosa. La fame nel mondo? La crisi economica? No, molto meno.

Serve l’amore. Per scrivere un romanzo serve tanto amore. Amore per la scrittura, per le parole. È l’amore che fa girare il mondo. Figuriamoci la penna di uno scrittore.

Elettra

14° Giorno di quarantena

Finalmente mi sono fatta una doccia. Ho lavato i capelli, ho messo il balsamo, la crema idratante, mi sono schiacciata i brufoli e ho sistemato le sopracciglia con una pinzetta. Tutte queste azioni sono state svolte con la massima serietà: mi sono sentita una sacerdotessa officiante una cerimonia rituale.

Amelia

Sto finendo le serie tv da guardare. Oggi ho cucinato delle patatine fritte per sopperire alla perdita di ieri.

L.

L’unica speranza resta amare.

Qualcuno ci insegni come.

Florinda

Pensavo che forse ci saremmo potuti incontrare prima. Giusto qualche anno prima, 4 o 5, quando sono venuta in gita dove stai tu, ma avevamo 15 anni; io non pensavo ai ragazzi e tu forse pensavi ai videogiochi. Se ci fossimo incontrati lì, magari mi sarei potuta salvare.
Ci saremmo potuti incontrare giusto qualche anno prima, magari 2, quando mi sono ritrovata in una casa che ti apparteneva ma ancora non lo sapevo, e, mentre leggevo diplomi e riconoscimenti attaccati alle pareti, immaginavo a chi appartenessero quei sacrifici appesi, ignara del fatto che ci fosse pure il tuo. Se tu ti fossi materializzato lì, magari mi sarei potuta salvare.
Ci saremmo potuti incontrare giusto qualche anno prima, magari 1, quando mi chiesero se volevo fare un aperitivo in cui c’eri pure tu, ma non lo sapevo. Rifiutai. Magari, se avessi accettato, mi sarei potuta salvare.
Ci saremmo potuti incontrare 6 mesi prima, a quella festa, e invece no. Ho conosciuto tuo fratello, la versione migliore di te, quello che poi mi metterà in guardia. Forse, se poi non avessi fatto finta di non vederlo, ti avrei visto, e mi sarei potuta salvare.
Forse ci saremmo potuti incontrare quella volta in biblioteca; forse adesso non mi ricorderei nemmeno come ti chiami.
Invece no.
Come quando scappi alla morte e la morte si incazza perché non ti ha preso, così il destino.
Stanco di spingermi verso di te con le migliori intenzioni, si è incazzato e ha deciso che, per la mia negligenza nel venire ai tuoi occhi, avrei sofferto. E così è stato, così è.
Alla fine ci siamo incontrati; nel posto, momento e periodo della vita sbagliato.
E ho sofferto.
Una volta mi dicesti: << Chiamalo destino, chiamalo caso, ma ci siamo incontrati e non mi aspettavo di vederti lì.>>
Io invece sì.

Elettra

15° Giorno di quarantena

Ho litigato con il mio ragazzo. Mi sono spostata da lui una settimana fa, e mi pare quasi di essere andata in vacanza vista la situazione generale, nonostante lui abiti a quindici minuti a piedi da casa mia. Comunque, tornando a noi, litigare e non poter uscire di casa è deleterio. Mi sento soffocare. Respira, respira. Più lentamente. Non voglio finire inghiottita né da queste mura né dalle mie emozioni.

Amelia

Inizio a rivalutare il diario di Bridget Jones, soprattutto per la parte relativa a quando si segna il peso. Fumo senza segnarmi l’ultima sigaretta perché Zeno Cosini merita rispetto.

L.

Raga ma io non voglio più tornare alla vita di prima.

Florinda

Scafandro della mia tristezza
appari nelle notti insonni
avvolgi il mio capo
chino su un tavolo bagnato dai rimorsi
e muto scendi a incorporarti
a ciò che resta;
ormai niente.
Non rimane niente.

Elettra

 

16° Giorno di quarantena

Ascolto dj Gruff mentre realizzo che quasi dimentico cosa significhi indossare dei jeans e soprattutto dimentico i colori delle foglie e dei ramoscelli novelli mentre annego tra libri universitari e vino rubacchiato al coinquilino di G.

Amelia

Vorrei imparare il francese ma non so se riuscirò ad articolare qualcosa in un mese. Spero che mia nonna non si becchi niente e che non schianti.

L.

Per percorrere interamente la lunghezza della mia terrazza occorrono 17 passi.

Florinda

La pioggia leggera cade
sull’asfalto, calpestato
da chissà quanti uomini
prima di te.

Chissà quante facce,
quanti destini
hanno toccato la tua stessa terra

un lampione emana luce fioca
sufficiente a illuminare quella leggera acqua
che altrimenti non si vedrebbe
ma si sentirebbe
col capo scoperto

Così la sola luce dell’amore
è capace di schiarire
il mio cinismo opaco

Elettra

 

17° Giorno di quarantena

La poesia, la poesia, la poesia, la poesia. La poesia è qui.

Amelia

Ho rotto la dieta. Cotolette impanate e patatine fritte: serotonina liberaci dal male.

L.

Utilizzare questo tempo per ascoltarsi, fare tutte quelle cose che non si ha mai il tempo di fare, riscoprire la gioia di stare con i propri cari … ma perché non me ne sono andata via di casa il primo anno di università? Perché?

Florinda

Quando rivedrò di nuovo
il tuo viso
stanco
segnato dalle notti
passate in sale operatorie
il mio inverno
diverrà di nuovo estate

Mi manchi come gli occhi a un cieco
come la propria terra a un migrante

Son profuga del tuo sguardo
son dovuta scappare
per non ricascare nelle tue trappole
di fil di ferro
hai tessuto per troppo tempo
bugie di seta

Ma il tuo sguardo è onnisciente
trascende nella mia memoria
nei sogni si fa limpido

La mia realtà
imperituro autunno;
perpetua primavera
nei miei ricordi.

Elettra

18° Giorno di quarantena

Questo è uno di quei giorni in cui se incontrassi uno sconosciuto per strada lo fermerei per raccontargli i miei segreti più intimi, vomitandogli addosso tutte le insicurezze e i grandi quesiti che infestano i miei sogni. Ovviamente se poi lo dovessi rincontrare, per imbarazzo volterei lo sguardo dalla parte opposta, passando per una povera stronza.

Amelia

Ho provato a scrivere una poesia. Ho fallito. Mi mancano le mie amiche.

L.

Buon compleanno Nonna!!!

Florinda

Aforisma di oggi: Quanto una persona è importante per noi si può capire da come scorre il tempo una volta che l’abbiamo persa.

Elettra

19° Giorno di quarantena

Che bello che è il sole, soprattutto se osservato da una piccola finestra di un piccolo appartamento.

Amelia

Videochiamata coi parenti: 28 minuti per collegare bene Skype. Beh, pensavo peggio.

L.

Anche la mia psicologa ha smesso di rispondermi ai messaggi.

Florinda

QUESTO SPETTACOLO NON ESISTE

Una mattina, di corsa, il cappotto ed esco di casa. Niente caffè, niente cornetto, solo ritardo. Corro, salgo sul tram, finisce la sua corsa quindi lo cambio, giù per le scale della metro, non così veloce però che potrei ruzzolare per le scale e fare ancora più ritardo, allora rallento, sì ma non troppo perché RICORDATI CHE SEI IN RITARDO, allora scelgo un passo medio-veloce. Metro linea rossa, sono sopra, mi guardo intorno, che gentaccia penso, tutti a guardare il proprio telefono, a fare i finti radical chic con le Birkenstock d’estate e d’inverno, i vestiti di lino e i no vax…

B- (entra alter ego aka coscienza che si lima le unghie. Si trova su una sedia in fondo al palcoscenico e verrà illuminata)- Vabbè però tu che fai? Tu sei diversa? Ogni anno fai la lista dei buoni propositi e inserisci sempre lo staccarti da quel maledetto arnese, però chissà come, non lo fai mai. O meglio, ti stacchi da lui ma ti attacchi ad un altro, zoccola. Leggi di più, che ti farebbe anche bene. Quanti esami hai indietro? 10? 12? Ma ti rendi conto che i tuoi genitori pagano 800 euro di tasse? Ma ti vuoi laureare o no? Vuoi finire come tuo padre, in fabbrica? Prendi esempio da me: doppia laurea in green economy (a caso)

A- Che?

B- (venendo avanti), master in science of the creeksandeltonjhonduty, stage con peppo da bari (è tutto un crescendo di voce), tirocinio alla winter house del Rwanda e adesso felicemente impiegata presso: TI FOTTO LA MENTE (si mette in posa, sorride, suono del brillantino sul sorriso)

A- Quindi tutto ciò non ti è servito a niente

B- Esattamente (torna indietro) però non voglio che tu faccia i miei stessi errori. Insomma, stavamo dicendo… Credi che quelle due poesie striminzite che scrivi ti salveranno dal precariato giovanile? Povera illusa. E ieri che volevi fare, volevi fare l’attrice? Ancora peggio. Ma non lo sai che gli attori vivono sotto i ponti? Che tu diventi una scrittrice o un’attrice poco importa; farai comunque la fame. Dovevi ascoltare i tuoi genitori quando ti dicevano di fare la commercialista. Ma tu hai già la scusa pronta: io di numeri non ci capisco niente. Quindi avresti comunque fatto la fame.

A- Dieci minuti di esame di coscienza mattutino e sono arrivata alla fermata. Cerco di passare tra la gente, corro ancora (avrei potuto fare la maratoneta) e in men che non si dica mi ritrovo a terra, ma che cazzo fai, deficiente, ma guardi dove vai? Ah sì? Quindi io sarei maleducata? Ma chi te l’ha data l’educazione a te, shrek? Mi giro e lo vedo. Per un momento tutto sembrò fermarsi, tutto si fece più chiaro, più lento; mi sentii investita da nuova luce, era come se gli astri per un momento si fossero riallineati… poi, ad un tratto, la tanfa: alcool e sudore. Il barbone di metro Roma che fa il giro delle fermate ogni notte, come se fossero degli invitanti b&b. Bene. Magnifico. Superbo. Ottimo. Meravigliosamente stupendo. Solo lui ci mancava.

B- Questo è perché non dai mai un euro a quei poveri mendicanti!!!! Perché non mandi mai un euro a “Famiglia cristiana”!!!! (altre imprecazioni a caso che pian piano vanno a sfumare…)

C- Ma cosa ho fatto io di male?

Signore e signori, benvenuti nella mia fantasmagorica vita.

Elettra

20° Giorno di quarantena

Sarò anche reclusa ma il tempo per fare tutto quello che desidererei fare – con calma, con concentrazione, con delicato impegno – non c’è. Ho il timore che non ci sarà mai abbastanza tempo.

Amelia

Mi sono intrippato con l’Illuminismo così tanto da scaricarmi “Trattato sulla tolleranza” di Voltaire. Bella lettura. Vorrei consigliarla a qualcuno ma penso che la gente abbia di meglio da fare.

L.

Lavorare su se stessi, migliorarsi, rimanere focalizzati, allontanare le persone negative, non mettere il pilota automatico, aver consapevolezza.

Ma tutti hanno questi problemi?

No, secondo me la stragrande maggioranza se ne sbatte della propria responsabilità personale e civile di essere la versione migliore di se stessi per non nuocere all’altro ma anzi, cercare di mettere le proprie capacità al servizio della comunità.

Florinda

Ho chiesto di te ai tarocchi.
Mi han detto lascia perdere

Elettra

21° Giorno di quarantena

Sprofondo in una moltitudine di versi di indescrivibile bellezza e piango copiosamente.

“Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza/ parole mute in fila”

Amelia

Forse dovrei scriverle. Vorrei sapere come sta, con chi è, dov’è rinchiusa. Per un attimo prendo il telefono, poi il cervello si riconnette e passo a vedere foto su Instagram. Sono debole?

L.

Che poi marzo mi è sempre stato sul cazzo: fa freddo ma c’è il sole, c’è il sole ma tira vento e il vento di marzo si porta dietro il polline e io soffro di allergia.

Alla fine sono contenta di averlo passato in casa.

Florinda

Una catartica situazione di malessere fisico, per quanto duraturo possa essere, non sarà mai peggio di una catartica situazione di malessere mentale.

Elettra

22° Giorno di quarantena

 

Un esame in meno e quattro spritz al campari bevuti. Ubriacarsi in casa fa girare di più la testa.

Amelia

Oggi maratona di Netflix. Ho dovuto mettere il collirio perché sembravo strafatto (e invece era solo binge-watching).

L.

La cosa terribile è che il corriere Amazon continua a lavorare e io continuo a comprare.

Florinda

Anche oggi un aforisma: la famiglia ti spinge ad amare persone con cui, probabilmente, in un altro contesto, non andresti a prendere nemmeno un caffè.

Elettra

23° Giorno di quarantena

 

Quando questa reclusione sarà finita voglio compilare l’application per fare la badante in Canada, oppure mi trasferisco ad Accra e faccio la guida turistica per comitive panciute e senili.

Amelia

Stamattina mi sono svegliato e ho pensato al Cinquecento. Ho preso un libro dallo scaffale di mio babbo: “Saggi”, Montaigne. Sfoglio qualche pagina, cerco qualcosa che catturi l’attenzione. Montaigne non parla di niente: parla solo di se stesso, a se stesso, con se stesso. È un’opera unica, dalla sensibilità profondamente esistenzialista e così attuale. Tutto ciò, per un uomo morto mezzo millennio fa e che ora è meno che polvere. Forse, una polvere che sapeva sarebbe stata tale, prima del grande buio. Stanotte mi sono addormentato non pensando al Cinquecento.

L.

Per fortuna ho un cane!

Florinda

Potremmo amarci come si ama quando non si conosce l’amore
quando ogni sguardo è innocuo
quando si ha l’illusione di essere i soli e gli unici
Ma ci bruceremmo subito
potremmo amarci come si ama quando si è più maturi
Quando si sa come far male perché lo si vuole fare
Quando si sa come fare l’amore
ma ci perderemmo tra la gente che viene e che va
potremmo amarci con la consapevolezza dei 40 anni
Quando ci nasconderemmo in amori clandestini per sfuggire alla monotonia
Quando il bene dei figli è sopra ogni cosa
ma ci scorderemmo come si fa
Potremmo amarci alla soglia della vecchiaia
Quando sono le medicine a mantenerci in vita
Quando potremmo dimenticarci da un giorno all’altro chi siamo
ma ci rimarrebbe troppo poco tempo

Allora amiamoci come si può
come sappiamo fare

Male.

Elettra

 

 

24° Giorno di quarantena

 

Tu, tu che alle 9 e mezza spari Coez a palla… Tu meriti l’ergastolo, altro che amami e faccio un casino. Pezzente.

Amelia

In tedesco “lavoro” si dice “Beruf”. “Beruf” significa, letteralmente, “chiamata” o “vocazione”. Nella cultura tedesca, è come se ognuno sentisse una voce dentro di sé, che ci dice quale sia il nostro posto nel mondo, il lavoro dei nostri sogni o comunque ciò che rende la vita così infinitamente umana e produttiva: il lavoro. E questa “chiamata” o “vocazione”, si chiama, appunto, “Beruf”. Non so se ho voglia di ascoltare la segreteria telefonica.

L.

Ci portiamo dietro un sacco di fardelli inutili che contribuiscono solo ad appesantirci il viaggio, a volte siamo così abituati alla loro presenza che ignoriamo anche la possibilità di poter viaggiare leggeri.

Florinda

Ci rincontreremo quando saremo più pronti.
Abbi cura di te.

Elettra

25° Giorno di quarantena

 

Mi guardo allo specchio e rimango basita: il livello di imbruttimento psicofisico che ho raggiunto non era fino ad ora mai stato registrato, nemmeno in sessione. Brufoli, capelli spenti, pallore inquietante, pelle del viso segnata, occhiaie, occhi spenti, epidermide arrossata in varie zone per via di qualche rush cutaneo, aurea di malessere che mi circonda, piega della bocca da disagio sociale avanzato. E niente, rimango così a fissarmi un po’ davanti allo specchio e mi faccio pena.

Amelia

Una volta ho conosciuto una di Cesena. Non mi ricordo il suo nome. Mi sembrava molto carina e simpatica. Dopo dieci minuti mi sono accorto che il suo quoziente intellettivo era prossimo a “limite tendente a meno infinito”: dissolvenza, io che mi sveglio nel suo letto la mattina dopo, mi metto le mutande, le preparo il caffè, la sveglio, mi rivesto, la saluto e vado via. La responsabilità di avere un pene.

L.

Si parla tanto in questi giorni dei tagli alla sanità che sono stati fatti in precedenza di cui ora l’intero paese sente le conseguenze.

Si cerca un colpevole, qualcuno da additare, un culo da prendere a calci.

La riflessione più interessante sull’argomento l’ho letta oggi su Repubblica, un articolo di Maurizio Maggiani. Dice che l’uomo per natura è più vicino alla cicala che alla formica, vive il momento, non si preoccupa del futuro e impara solo dopo aver sbattuto la testa.

Florinda

Spero che la vita ti fotta come tu hai fatto con me:
male, e senza una carezza.

Elettra

FINE. PER ORA.

 

I 5 linguaggi dell’amore

Ti amo!>, <Ti amo tantissimo>, <Ti amo da morire>…No, mi spiace, non stiamo parlando delle varie sfaccettature della famigerata affermazione di amore che tanto agogniamo durante le montagne russe emotive dell’innamoramento, ma di quella esigenza emotiva profonda che ognuno di noi ha dentro di se: il bisogno di amore.

Ora, vi stupirà sapere che ognuno di noi ha un modo diverso di sentirsi amato, cioè ogni persona parla un diverso linguaggio dell’amore.

Il consulente matrimoniale americano Gary Chapman ne ha individuati 5 che sono spiegati nel suo libro “I 5 linguaggi dell’amore”.

La premessa che Chapman fa è molto chiara: l’amore coinvolge un atto di volontà, richiede disciplina e riconosce la necessità di una crescita personale. Aggiunge che l’amore vero non può avere inizio prima che l’esperienza dell’innamoramento sia conclusa; infatti, quando siamo sotto l’influsso della fase dell’innamoramento è come se non fossimo lucidi: ormoni, eccitazione, novità e adrenalina creano nel nostro cervello un mix letale che ci porta a vedere solo i colori che ci piacciono dell’altra persona e a compiere azioni belle e generose che vanno al di là dei nostri modelli comportamentali normali.

Se però, dice Chapman, dopo essere ritornati al mondo reale delle scelte e aver visto anche i colori che meno ci piacciono dell’altro, scegliamo di essere buoni e generosi, quello è vero amore.

Ciò nonostante migliaia di coppie, passata la fase dell’innamoramento, dichiarano di non sentirsi più amati dal proprio partner. Questo, secondo Chapman, è dato dal fatto che nessuno dei due ha imparato a parlare il linguaggio d’amore dell’altro.

Ecco una breve descrizione dei 5 linguaggi d’amore individuati da Chapman e alcune indicazioni su come imparare a parlarli.

 

 

PRIMO LINGUAGGIO DELL’AMORE: PAROLE DI RASSICURAZIONE.

 

<Con questo vestito sei uno schianto.>, <Mi ha fatto molto piacere che tu abbia lavato i piatti.>, <Sei il/la miglior cuoco/a del mondo, queste patate sono fantastiche.>

Ammettiamolo, a chi non piace ricevere complimenti? Infatti, hanno il potere di incentivare molto più delle lamentele, riescono a infondere coraggio e possono aiutare il potenziale latente del vostro partner a venire fuori.

Ci sono persone per cui queste parole hanno molta più importanza rispetto alle altre: sono quelle, infatti, che hanno come linguaggio principale dell’amore le parole di rassicurazione.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria, ricordiamo che l’incoraggiamento richiede empatia e disponibilità a guardare il mondo dalle prospettive del partner. Bisogna incoraggiare solo su quegli ambiti che interessano davvero al proprio partner, sennò le nostre parole acquisiranno un tono di predica, dobbiamo quindi sapere che cosa è importante per l’altro e lavorare per il suo bene.

 

 

SECONDO LINGUAGGIO DELL’AMORE: MOMENTI SPECIALI.

 

Cene romantiche, una visita alla mostra di quell’artista che a lui o a lei piace tanto, la visione di un film tanto atteso, ma anche 15 minuti sul divano a parlare di come l’altro si sente, fanno parte dei cosiddetti momenti speciali.

Infatti, l’aspetto centrale dei momenti speciali consiste nello stare insieme.

Chapman, parlando di essi, non si riferisce alla vicinanza fisica ma alla disponibilità a prestare piena attenzione all’altro evitando di parlargli mentre si legge il giornale o si guarda la tv ma guardandolo negli occhi e offrendogli la massima considerazione, facendo di vero cuore qualcosa che piace all’altro.

Se per il vostro partner i momenti speciali costituiscono il suo linguaggio di amore principale, si consiglia di mantenere il contatto visivo quando vi parla, specialmente se vi sta raccontando come si sente, di non fare altro mentre lo ascoltate, di provare a cogliere i suoi sentimenti, di non interromperlo e di osservare il suo linguaggio del corpo.

Inoltre, il partner con questo linguaggio dell’amore potrebbe aver bisogno di svolgere delle attività speciali con voi che non necessariamente possono interessarvi quanto interessano a lui, ma vi consigliamo di essere disponibili a svolgerle con la consapevolezza che una delle conseguenze delle attività speciali svolte insieme, oltre a far sentire amato l’altro, è di costituire un archivio della memoria da cui attingere nel corso degli anni nuova energia.

 

TERZO LINGUAGGIO DELL’AMORE: RICEVERE DONI.

 

Un bel mazzo di rose in un momento inaspettato, quell’orologio che lui voleva tanto, un souvenir di ritorno da un viaggio. Non importa di che colore e di che dimensione sia, se sia costoso o economico, ma come si dice “è il pensiero che conta”: infatti chi ha come linguaggio principale dell’amore il ricevere doni non sarà interessato all’aspetto economico del dono ma al fatto che voi avete pensato a lui.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria potete diventare molto bravi a offrigli doni perché è uno dei linguaggi più facili da imparare.

Ricordatevi comunque che il più grande dono che potete fare all’altro è la vostra presenza, se richiesta, soprattutto nei momenti più difficili.

 

 

QUARTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: GESTI DI SERVIZIO.

 

Fare la spesa, buttare la nettezza, cucinare la cena, portare fuori il cane, fare una commissione per il partner, sono tutti gesti che fanno sentire amato chi ha questo come linguaggio dell’amore principale.

Chapman con l’espressione “gesti di servizio” si riferisce alla disponibilità a compiere qualcosa che il proprio partner apprezza e cercare di fargli cosa gradita con gesti di servizio.

Chi fa parte di questa categoria è molto importante che riesca a chiedere in modo gentile e senza pretese che qualcosa venga compiuto per lui.

<Caro/a, mi farebbe molto piacere se tu portassi fuori il cane la sera e mi farebbe sentire amato/a>.

La forma è molto importante in questi casi perché le domande indirizzano l’amore ma le pretese lo interrompono.

 

 

QUINTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: IL CONTATTO FISICO.

 

Un abbraccio, una carezza, un bacio sulla fronte o sulla punta del naso, una stretta di mano, l’intrecciarsi delle dita in un particolare modo o il dormire avvinghiati, ognuno ha un modo diverso in cui gli piace essere toccato. Per alcune persone il contatto fisico rappresenta il primo linguaggio dell’amore, se il vostro partner rientra in queste categorie fate ben attenzione a quale siano le parti del corpo che preferisce, se insistete nel toccare una parte del corpo che non gradisce, starete comunicando un messaggio di non-amore.

Infatti, il contatto fisico non solo comunica amore ma anche odio come per esempio uno schiaffo.

Infine, se il vostro partner rientra in questa categoria, sarà molto importante per lui ricevere un abbraccio mentre piange.

 

 

Per capire quale sia il vostro linguaggio d’amore principale, Chapman suggerisce di porsi queste tre domande:

  1. Quali azioni o carenze del vostro partner vi feriscono di più? Il contrario di ciò che vi ferisce di più è probabilmente il vostro linguaggio d’amore principale.
  2. Che cosa avete domandato più spesso al vostro partner? È probabile che ciò che avete domandato più spesso vi farebbe sentire amati.
  3. In che modo esprimete abitualmente amore al vostro partner? Il vostro modo di esprimere amore potrebbe anche indicare il modo che vi fa sentire amati.

 

Chapman infine rassicura dicendo che affinché una relazione funzioni non è necessario che si parli lo stesso linguaggio d’amore dell’altro, anzi è molto raro e non assicura la felicità della relazione. Quello che fa la differenza è avere la volontà di capire quale sia il linguaggio dell’altro, osservandolo e vedendo come cerca di farvi sentire amati, e di imparare a parlarlo nel migliore dei modi.
Chiara Stoppioni

La primavera ha meno di vent’anni

Sarà che arriva l’estate

E abbiamo un po’ tutti già sentito il profumo dei fiori

Sarà che iniziamo ad andare in giro in macchina

senza pensieri o quasi

Con la musica più bella ad alto volume

Troppo alto per parlare ma noi parliamo lo stesso

Che tanto siamo abituati

a compiere sforzi per far sentire la nostra voce

Ma tra noi ci ascoltiamo.

E cantiamo e prendiamo l’aria dai finestrini

E parliamo delle nostre cose mentre ci spostiamo

E non importa dove andiamo

Di cosa parliamo

Perché stiamo insieme e per noi questa è la vita, questa è vita  :

Non tra i banchi o tra i muri di casa

Ma tra noi e la vita che si muove

E che cambia e che cresce insieme a NOI,

NOI siamo i giovani,

Teneteci vicino

Coccolateci perché abbiamo paura del futuro

Perché dobbiamo compiere scelte

E si sa che producono ansia

Ma non sappiamo che qualsiasi cosa sceglieremo

Andrà bene

Non sappiamo che siamo belli e forti

E che rappresentiamo la vita

Noi non ce ne rendiamo conto

Consolateci e lasciateci liberi

L i b e r i

Che tanto andiamo via ma poi torniamo,

Che tanto la nostra specialità è sbagliare

Che intanto siamo vivi e

per noi tutto appare

semplicemente più difficile.

Coccolateci perché arriverà il futuro e ci inghiottirà con tutte le sue forze.

 

Lisa Andrea Veronesi

QUARANTENA- Un diario dell’immoto

Sto pensando alle persone che si trovano in difficoltà in questo momento così particolare, riesco a percepire il loro dolore.

 

È un isolamento forzato, che ci nega la scelta di con chi vogliamo passare il tempo, e così abbiamo la sensazione di sprecarlo.

Non è più nostra la facoltà di stare da soli (chi non ha privacy in casa), di stare con chi desideriamo e di evitare chi non desideriamo.

 

È una costrizione in un luogo dato, e così alla amara sensazione di sprecare il nostro tempo, si unisce quella acidissima di non essere nel posto in cui dovremmo essere.

Non è più nostra la facoltà di andare ad annusare i fiori o di prendersi la pioggia in faccia, o di scappare da un posto che ci dà la nausea.

 

È una situazione di immoto che ferma la vita degli uomini e non quella della natura, e così abbiamo la sensazione di essere così piccoli.

Noi costretti a stare fermi e tutto il mondo fuori che continua; Le rondini sono arrivate.

 

È la constatazione più dolorosa: non si può più scappare, non ci si può più distrarre, non ci si può più voltare dall’altra parte. Non si può più scegliere di guardare il bene, si deve fare i conti col dolore.

Si deve affrontare il dolore di un cuore spezzato, di un’ingiustizia subita, di una perdita. E arrivano gli attacchi di panico, l’insonnia, l’ansia…

 

Il vaso di Pandora si sta aprendo e noi non possiamo più tenerlo chiuso.

 

I frammenti che le onde ci stanno portando a riva non possiamo più ignorarli e ributtarli in mare.

Il dolore è come le conchiglie a riva, ci possono far sanguinare, ma se finalmente le raccogliamo, ce ne prendiamo cura e le congiungiamo con un filo, adorneranno il nostro petto, che sarà più leggero.

 

Il superamento del dolore è il superamento di noi stessi, il dolore ci da la possibilità di guardarci dentro, di rompere qualcosa di chiuso e buio per farci entrare la luce.

 

Non facciamoci spaventare dal dolore, ma accogliamolo… lasciamolo urlare, rompere tutto quello che abbiamo dentro, macchiare tutto di nero e poi facciamolo uscire, con le lacrime con le parole e con i disegni, con la musica e con il respiro.

 

E poi sarà tutto finito. Il dolore sarà passato e vi avrà lasciato i suoi regali.

Lisa Andrea Veronesi

Da quando non facevo una sorpresa?

Io per prima, che mi dicevo sognatrice, che mi volevo inedita, lontana dalla velocità di un mondo che mi sembrava stesse inaridendo gli altri, scopro, in questi giorni che fanno spazio ad un buio senza spettatori, che io per prima, io per prima, mi affannavo nella rincorsa di un posto migliore, che stavo annegando nell’illusione di star muovendo dei passi verso un’ambizione diversa da chi desiderava solo divenire, apparire, obbedendo alla stessa, invece. 

 

Ho rimandato un viaggio, l’ho desiderato tanto e poi ho detto “quando avrò tempo”;

non ho pianto davanti ad un amico dal quale mi ero sentita tradita, non ho gridato a voce alta le mie ragioni ma le ho soffocate e ho lasciato che svanisse dalla mia quotidianità;

ho messo da parte la compagnia di persone lontane, dandola vinta allo spazio e tacendo l’affetto che mi anima; 

ho lasciato che la distanza fisica allentasse i rapporti che ho costruito fino al giorno della mia partenza;

ho pensato che piangere fosse da deboli;

ho pensato che “fragile” fosse da sfigati;

ho sostituito la rabbia alla tristezza;

ho pensato che il mio dolore fosse più grande di quello di chiunque altro; 

ho creduto di dover contare solo sulle forze mie senza mai chiedere aiuto;

ho abbracciato sempre meno gli altri;

da quando non facevo una sorpresa?;

da quanto tempo non sceglievo con cura un regalo?; 

ho squalificato ingiustamente qualcuno dai miei pensieri, sentendomi “più alta”; 

e soprattutto ho creduto che così fosse la vita.

Quando mi ritenevo insoddisfatta di certi miei nuovi costumi, con superficialità mi raccontavo “è che sono cresciuta, è normale il disincanto, è normale anche il disprezzo”.

 

E ho legittimato il male, l’ho normalizzato, mi era sembrato comune, qualcosa da cui “perché proprio io devo sfuggirvi?”

E mi sembrava che in certi momenti fosse non solo opportuno ma necessario dirmi : “digrigna i denti, rispondi male, non lasciare che ti lascino indietro, mordi, cazzo, mordi, non lo vedi che ti vogliono a terra?”. 

E oggi che le strade vuote mi sembrano il riflesso di chi stavo diventando, mi chiedo contro chi stessi andando se non contro me stessa. 

 

Non volevo diventare grigia e imputavo a qualcuno la responsabilità di starmi facendo diventare tale. E oggi, che imbarazzo, mi accorgo di aver perso colore, di aver sciolto un ghiacciaio, di aver inquinato il mio ambiente, di aver detto cazzate, di aver sprecato del cibo, di aver sprecato degli anni;

E ne pago il conto, io per prima, io per prima, che vorrei abbracciarvi tutti e regalarvi un fiore senza pensare che sarebbe banale, soltanto il primo gesto per ricominciare, insieme.

 

Federica Concolino