I REDTREE GROOVE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Un gioco di parole e un gioco di suoni contraddistingue questa band. Un sapore di fatto in casa, come i loro dischi, trova spazio su quasi tutti i palchi che Firenze offre. Da Martino (e dal suo basso) arrivano parole dure verso la realtà artistica fiorentina, ma chi meglio di loro, che dicono chiaramente “i locali li abbiamo girati praticamente tutti”, può dircelo? Per il cantante, Dylan, abbiamo un pedigree singolare: Cortona e Stati Uniti. In questo intrigo internazionale (manco fossimo in un film di Hitchcock), ci trasportano in un viaggio attraverso onde psichedeliche.

Raccontate ai nostri lettori com’è nata la band?


DYLAN: Ufficialmente la nostra band è nata partecipando all’edizione del Rock Contest       del 2015. Mi ero appena trasferito a Firenze, sono di Cortona e per metà sono statunitense. Avevamo iniziato due progetti separatamente e abbiamo fondato la band nell’estate del 2015. Attualmente siamo in quattro, nel 2016 si è aggiunto il batterista. Alla fine dello stesso anno siamo arrivati finalisti all’edizione di Capitalent, il contest di musica di Radio Capital. Il nome della nostra band verte su un gioco di parole: “red tree” significa “sequoia”, mentre “groove” significa “ritmo”, mentre “grove” significa “bosco”. Volevamo che il nome rimandasse a un significato naturale. Il progetto punta molto alle linee di basso di Martino, quindi il ritmo è fondamentale. La nostra produzione è interamente in home-studio. Il nostro ultimo disco risale al 2018. Ne abbiamo registrato un altro, durante la scorsa estate. Presenteremo il materiale nuovo fra qualche mese ma nel Festival anticiperemo con tracce del tutto nuove.

Che genere di musica fate?

MARTINO: Siamo partiti da una matrice reggae, adesso prevalentemente suoniamo musica di tipo pop contaminato da influenze hip-hop, elettroniche.

Qual è il vostro pubblico?

DYLAN: Dipende dal tipo di produzione delle tracce. Se rientra in una produzione collettiva, vorremmo rivolgerci al più alto numero possibile di persone. Quando invece la produzione è dal contenuto più intimo e personale, benché comunque la ricezione da parte del pubblico conti, l’espressione gioca un ruolo fondamentale. Non riteniamo di avere un target Specifico. Bisogna dire che l’impiego di ritornelli di stampo pop aiuta molto ad ampliare la porzione di pubblico. Le nostre tracce sono interamente anglofone e questo non aiuta molto nella diffusione verso il pubblico italiano.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


MARTINO: Sì, questa è la nostra prima volta. Abbiamo scelto di partecipare perché ci hanno invitato. Per noi lo spirito di comunità ha giocato un ruolo fondamentale in questa scelta, così come è molto importante l’aspetto ludico.  Purtroppo crediamo che Firenze pecchi di educazione alla musica dal vivo. Noi saremo il gruppo d’apertura del Festival e riteniamo che la nostra partecipazione possa aggiungere del colore in più all’evento. Abbiamo deciso di aprirci alla sperimentazione in ambito musicale, tenendo d’occhio il mondo statunitense. Il DIY Firenze Festival è una risposta anche di protesta e un momento di creatività per sopperire alla mancanza di pubblico e di spazi nella città.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?

DYLAN: C’è un elemento ludico nella trasferta. Non abbiamo avuto l’occasione di fare molte trasferte, ma nelle poche che abbiamo fatto ci siamo trovati molto bene. Abbiamo fatto esperienza in località più sperdute, dove la ricezione è stata sempre molto positiva, proprio perché in questi eventi gli organizzatori cercano volontariamente gruppi che vengano da fuori.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

MARTINO: Gli spazi ci sono, ma non sono facilmente accessibili. Per le band, soprattutto se emergenti, non ci sono molti spazi. Non voglio parlare in nome di nessuno né dare un giudizio totale. La differenza con realtà extra-fiorentine, per la nostra esperienza, consiste in una maggiore curiosità e accoglienza. Purtroppo Firenze non ha un nucleo interno di vita culturale a livello contemporaneo. Si riducono progressivamente gli spazi dedicati ai giovani, ma in questo modo una città muore. Mi viene in mente un aneddoto a riguardo: se un uomo del Cinquecento venisse a chiedermi quali siano i maggiori artisti del momento a Firenze, nessuno saprebbe rispondergli. Abbastanza triste per una città che ha ospitato artisti come Michelangelo, Leonardo e Brunelleschi…Non ci sono canali che trasmettano un’autentica vita culturale in città.
Firenze è una città ricca di artisti ma povera di spazi. I pochi eventi musicali, come il Firenze Rock, secondo noi riscontrano molto successo ma rientrano in una logica di economia turistica, tratto vitale per Firenze.

Una curiosità: ci raccontereste un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

DYLAN: Siamo un po’ come Mia Martini: portiamo sfiga (ride). Ovunque andiamo, il locale dove ci esibiamo chiude dopo che abbiamo suonato.
Il nostro peggior concerto è stato al Nabucco Wine Bar a Firenze (tanto per non fare nomi) . Il palco consisteva in un tavolino per i clienti, quindi non abbiamo avuto abbastanza spazio per suonare. Una volta ci chiamarono al Centro JAVA, punto di recupero per giovani tossicodipendenti, sito all’Arco di San Pierino, qui a Firenze. Non sapevamo niente del posto. Arrivati lì, ci rendemmo conto del posto in cui eravamo. Suonammo bene e alla fine dell’esibizione ci regalarono degli opuscoli dettagliati sugli effetti delle sostanze stupefacenti. Abbiamo apprezzato molto (ridono).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

La mia umile considerazione sugli scrittori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scovare i particolari. Sono quelli che attirano l’attenzione. Ecco, io penso che il lavoro dell’artista, dello scrittore, del poeta, del pittore sia proprio questo: andare dove gli altri non possono arrivare. Mi spiego meglio: lo scrittore – o l’artista, più in generale – ha il compito di smaterializzarsi. Nella più letterale delle accezioni. Se vede la finestra di una terrazza (specifico: di una terrazza, dato che solo una finestra darà un esito diverso) mezza aperta, e, per l’appunto, da quell’apertura si intravede un lampadario a candelabro che emana una luce gialla, calda, accogliente, ecco, in questo contesto, con questa immagine davanti agli occhi, lo scrittore, il vero scrittore non può rimanere indifferente. Deve sentire qualcosa. Deve iniziare un processo nella sua mente fatto di immagini, pensieri, flash, descrizioni, ecc. Questo è il punto di partenza. L’accorgersi che quella finestra che dà sul terrazzo non è solo una finestra che dà su un terrazzo, ma uno scenario di una qualsivoglia scena o storia. Questo è il primo passo. Il secondo passo è, appunto, lo smaterializzarsi. Una volta accortosi del potenziale artistico della presunta scena del delitto/balcone dei moderni Romeo e Giulietta/ nido d’amore di Mario Rossi (quale nome scegliere se non quello della persona con più omonimi nel nostro bel paese) arriva il momento di fingere di essere lì dentro e sentire: gli odori (di vecchio, stantio, di bambole di porcellana); immaginare la carta da parati tirata giù quando uno dei sette figli della donna – ormai defunta – che ci abitava aveva voluto tirar via perché il tubo dell’acqua si era rotto e aveva bagnato tutte le mura; bisogna sentire il rumore dei passi degli inquilini di sopra, che dal baccano (che poi perché si dice baccano? Per via del dio Bacco e della sua voglia continua di orge e vino o davvero c’è un’altra natura?) costante costringevano la signora – con sette figli del piano di sotto a picchiare con la scopa sul soffitto (così si accorse del tubo dell’acqua rotto) e a gridare dalla finestra sul terrazzo di smetterla di fare tutto quel Baccano, che altrimenti avrebbe chiamato la polizia (possibile movente di presunto omicidio. Sul balcone.).
Ecco. Se coloro che al giorno d’oggi si chiamano scrittori o, per meglio dire, si autodefiniscono così, non fanno tutto questo lavoro preliminare, che, ahimè, dev’essere un moto naturale, ecco allora… per così dire… senza nessun briciolo di presunzione… non possono essere definiti scrittori, né tantomeno artisti. Artista è colui che riesce ad arrivare dove gli altri non arrivano, non perché non vogliono, semplicemente perché non possono. Sono privi della sensibilità che serve. Ulteriore esempio: il vero scrittore, se vede un vestito a fiori, appeso ad una gruccia, steso ad asciugare al sole, tenuto su da una molletta, una di quelle piccoline, di plastica, magari anche verde (perché no) in mezzo a solo ed esclusivamente capi neri, ecco, in codesta situazione al soggetto della nostra tesi viene in mente un’ipotetica situazione psicologica terribile, di instabilità mentale; immagina una donna corrosa dal tempo e dal dolore che fa di tutto per non cadere nelle grinfie della grande belva che è la depressione. Sente e immagazzina il suo dolore. Si immedesima. È anche un po’ un attore quindi; veste panni che non sono suoi. Se la taglia è sbagliata poco importa, se la fa andar bene comunque. Molti altri, invece, vedono in un vestito appeso ad asciugare un semplice vestito appeso ad asciugare.

Ilaria Bisogno

Le smanie del pergolato

Questo è un esercizio di scrittura che proponiamo a chiunque voglia pubblicare qualcosa con noi: scrivere da dentro un quadro.

-“La serva, dov’è la serva? ”

Sanno solo chiedere di me, non riuscirebbero neanche a vedere due tramonti se io lasciassi questa casa. Eppure nessun accenno di gratitudine. Fare la serva, spero nessuno lo sappia, è un mestiere difficile, lo è ancora di più nella prospettiva che tutta la tua stirpe sarà ridotta a questa condizione. L’unico appiglio di salvezza rimane l’ignorare i fatti e trascorrere il divenire senza porsi domande. Io talvolta ci riesco, talvolta no; quando sistemo il pergolato e l’occhio mi cade sull’edera che, intrecciata tra sé stessa e il fil di ferro, cresce, scendendo, fortificata da quei legami, sento che l’indifferenza verso l’esistenza non è più possibile e mi chiedo quali siano i nostri legami. Quali siano quelli di edera e quali siano quelli di ferro.

Ecco, qua nel cortile, la scena che tra poco mi si mostrerà davanti, è già stampata nella mia mente, e ve ne darò dimostrazione per farvi capire quanto la nobiltà abbia la mente annebbiata, anch’essa, dalla monotonia della vita, di cui noi diventiamo totali partecipi, unendo in una sorta di simbiosi sociale, le due vite: quella del servo e quella del servito.

La signorina Elena sarà la prima di cui incontrerò lo sguardo: la sua unica fonte di distrazione è osservare la lentezza delle serve e lamentarsi di loro con le amiche. Delle serve è sempre più vanto lamentarsene che glorificarsene. Avrà il ventaglio bianco nella mano; lo ha sempre da quando ha deciso di smettere di fumare, perché si sa, il fumatore potrà anche rinunciare al sapore del fumo ma non riuscirà facilmente a staccarsi dalla gestualità di riempire la mano con qualcosa. Perciò ha sostituito la sigaretta con il ventaglio e da un mesetto circa non fuma più. Ma cosa sarà di lei quando delle cicale resterà solo il guscio?

Donna Bianca, invece, ci mostrerà il suo paradosso: portare un nome così candido e vestirsi sempre in nero, per celebrare la morte del suo amato marito, deceduto ormai da 20 anni.

Probabilmente starà guardando con occhi malinconici la figlia di sua sorella minore.

La morte le ha portato via non solo la speranza di un amore degno, ma anche la possibilità di sfogare quel suo istinto materno che adesso rimarrà represso per sempre.

La piccola Mery, oggetto di tanto desiderio, crescerà inorgoglita da tutta questa attenzione ottenuta in così tenera età e per questo avrà, in futuro, un’indole superba.

Donna Elisabetta, infine, non mi mostrerà neanche il volto, neanche si accorgerà che la serva ha portato il caffè, fino a quando, tutte lo avranno già finito e ripreso più volte. Allora lei lo reclamerà e sarà, questo suo rimprovero, motivo di argomento per la signorina Elena.

Io, udito quell’ordine, ritornerò, con il caffè sul vassoio, pronta allo scenario che avrò di fronte.

E la scena si ripeterà per altre due o tre volte nella giornata, fino a quando non verrà chiesto di servire la cena.

Cosi noi trascorrevamo la nostra giornata, in quella dimora estiva, con il biondeggiare del grano intorno a noi e il calore del giorno. Cercando, come meglio potevamo, di occupare la noia. Così, anche quelle piccole incomprensioni o discrepanze tra i nostri caratteri erano motivo di sopravvivenza per i nostri animi così aridi di noi donne, che abbiamo meno occupazioni che ci permettono di sopravvivere rispetto agli uomini. E se forse, un giorno, un pittore dall’animo indolente, vorrà riportare sulla tela i vani tentativi che noi donne facciamo per mantenerci in vita e non morire prima del tempo, consiglio di dipingere noi, cosi come siamo, nel pergolato.

 

 
Chiara Stoppioni

Per amore della poesia

Amine è un ragazzo di ventitré anni di origine marocchina che da anni vive in Italia, attualmente a Torino. Col tempo si è avvicinato alla letteratura e incominciando ad appassionarsi ad essa ha iniziato a produrre poesie, ottenendo discreti successi pubblici. Partecipa a varie serate di lettura anche fuori da Torino e per ben due volte è stato ospite del Salone del Libro, tutto questo destreggiandosi tra università e lavori per mantenersi autonomamente. La sua storia mi ha colpito moltissimo così come le sue poesie e per questo motivo ho deciso di intervistarlo a nome del nostro blog Luft e quella riportata qua sotto è la chiacchierata che ne è scaturita.

Perché la poesia è ancora possibile, anche nel mondo in cui viviamo. È fragile, è autentica, è forse, come mai prima, indispensabile.

 

 

UN’INTERVISTA PER AMORE DELLA POESIA

 

 

Prima di iniziare a parlare del tuo rapporto con la scrittura vorremmo sapere qualcosa in più su di te. Ti andrebbe di raccontarci quando e come mai hai lasciato il Marocco per trasferirti in Italia? C’è stato un motivo specifico che ti ha spinto a scegliere Torino o è stata pura casualità?

Sono nato e cresciuto in Marocco fino all’età di undici anni, vivendo principalmente con la famiglia di mia madre, poiché i miei genitori sono separati. Sono stati anni felici nonostante le difficoltà economiche e i problemi di famiglia.

Ora che sono passati più di dieci anni non sono sicuro dei motivi che mi hanno portato in Italia.

Quello che è certo è che mia mamma desiderava per me un futuro migliore.

Preciso che non sono di Torino, sono cresciuto nella provincia di Alessandria, a Novi Ligure.

Prima di iscrivermi a Lettere qui, facevo il pendolare. La città mi ha attirato dal punto di vista culturale: cinema, teatri, musei, eventi artistici, biblioteche.

 

 

Sei una persona che ha sempre letto molto, anche poesie, o ti sei avvicinato a questo mondo nell’ultimo periodo?

L’ambiente in cui sono cresciuto ha sempre prediletto le scienze come la matematica e la fisica. Verso gli ultimi anni del liceo ho sentito il bisogno di esprimere emozioni, di parlare di alcuni argomenti, di rendere in parole alcuni pensieri, ma ho trovato la difficoltà nella lingua e nel modo di esprimermi. Così ho iniziato a leggere tutto quello che mi trovavo di fronte. Il Corano è stato uno dei primi libri che ho letto, poi sono arrivati i classici, romanzieri e poeti.

 

 

Pensi che la poesia possa assumere un valore pedagogico nella società in cui viviamo?

Credo che il poeta non abbia il compito di proporre novità, ma può ispirarne la nascita. Potremmo parlare in un certo senso di missione: attraverso la poesia egli risveglia le coscienze degli altri, può rendere consapevoli tante menti, portare le persone a conoscersi meglio, ad indagare su se stesse, ad analizzarsi. Il poeta, secondo me, per mezzo della parola svolge il lavoro del medico: cura le anime.

 

 

È stato difficile iniziare a scrivere in italiano? Sei autodidatta? Il registro e lo stile che usi è di alto livello al di sopra del parlato e dello scritto di molti madrelingua…

Ti ringrazio. Non credo di conoscere bene nessuna lingua. Talvolta trovo delle difficoltà nel lessico, ma il conoscere diverse lingue mi aiuta ad orientarmi. Con gli anni ho sentito l’esigenza di conoscere bene una lingua e poi approfondire le altre. Ho scelto l’italiano perché sono cresciuto in Italia, è la lingua con cui sogno e con la quale mi esprimo meglio.

Come ho scritto prima, ora sono studente di lettere, ma la scelta di studiare in questa facoltà è arrivata dopo l’aver iniziato a scrivere. Possiamo quindi dire che sono autodidatta e mi ispiro a diverse persone, non solo scrittori.

 

 

Scrivi mai poesie in arabo e in francese?

In francese quasi mai, in arabo qualche volta. La lingua francese è la seconda lingua ufficiale del Marocco, l’ho studiata lì alle elementari e qui in Italia alle medie, non la conosco molto bene anche se riesco a leggerla. Benché ammiri questa lingua, non possiedo le competenze per comporre in essa poesie.

Per quanto riguarda l’arabo invece ammetto di esserne perdutamente innamorato, è la lingua della religione islamica, ciò significa che traggo ispirazione spirituale da essa e dalla sua cultura. Ogni tanto cerco di scrivere in arabo, ma talvolta risulta molto complicato.

 

 

So che è una domanda difficile ma c’è uno scrittore che ti ha particolarmente ispirato nella scelta di scrivere o è un processo partito spontaneamente?

Ho sempre vissuto con l’esigenza di raccontare agli altri. Amo la solitudine, ma mi terrorizza l’idea di rimanere solo, perciò ho iniziato a scrivere in uno dei periodi più bui che ho passato. Mi ha aiutato a riflettere, a conoscermi, ad analizzarmi e a scoprire lati di me su cui non mi soffermavo.

Mi ispiro alla maggior parte degli scrittori che conosco. In particolare mi ispiro a Jorge Luis Borges, ma anche a Montale, a Pavese, a Qabbani, a Neruda, a Baudelaire e altri poeti e narratori.

 

 

Cosa significa scrivere poesie per te? C’è un messaggio specifico che vuoi comunicare o è per il puro piacere di farlo?

Credo che la poesia sia immortale, che ogni parola pronunciata sia importante, che la parola sia uno dei doni più belli in possesso dell’uomo.

Scrivo per me, ma non solo. Ogni essere umano, nella sua vita, passa periodi belli o brutti, alcuni di questi rimangono indelebili nella memoria, nasce così il bisogno di mantenerli vivi e il modo per farlo è scriverli, renderli in versi. Desidero abbracciare ogni lato della vita anche scrivendo: le occasioni speciali, le piccole cose che ci rendono umani, le crisi esistenziali di ognuno di noi, l’amore, la morte. Credo che il poeta abbia la capacità di rendere tutto ciò nella miglior forma possibile.

 

 

Come trai ispirazione quando cominci a scrivere? Segui un rituale specifico o varia sempre?

Ho sempre la testa piena di idee per scrivere poesie, ogni cosa che mi capita potrebbe essere fonte di ispirazione. A volte scrivo di getto, lasciando scorrere la penna sul foglio, altre volte invece le poesie che scrivo sono frutto di lunghi ragionamenti, perché non sempre le parole scritte sono quelle che vogliamo scrivere.

 

 

Partecipi a molte letture, vieni invitato ad eventi nelle città di Brescia e di Milano e hai partecipato ben due volte al salone del libro. Cosa si prova a vivere dentro un ambiente letterario così ricco e vivace?

Essere tra appassionati di lettura e di arte è stupendo. Vedere negli occhi delle persone brillare le emozioni è indescrivibile. Dopo ogni lettura mi sento pieno di vita, come se essere su un palco fosse la vera realtà.

 

 

Spesso si dice che gli scrittori e i poeti scrivano perché hanno dentro se stessi un conflitto interiore, sfogabile attraverso questo canale di comunicazione, la parola. Sei d’accordo?

Sono d’accordo. Se non avessi vissuto certe esperienze, se non avessi avuto certe ferite e traumi nella vita forse non mi sarei avvicinato alla poesia. Come ho già detto la scrittura è una forma di terapia. Chi scrive, scrive innanzitutto per se stesso, per un’esigenza interiore di cui non comprende l’origine. Le righe di ogni poeta sono un prodotto di sangue e lacrime.

 

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti futuri in campo artistico? 

Nell’ultimo periodo ho partecipato ad alcuni eventi culturali, dove ho recitato alcune mie poesie, ma ho dovuto interrompere a causa del lavoro e dell’università. Sto scrivendo una raccolta di poesie, che porterà il nome di Zahra, mia nonna.

 

 

Hai risposto alle nostre curiosità, in allegato all’intervista i nostri lettori troveranno alcuni componimenti che hai voluto condividere con noi. Grazie ancora del tempo che mi hai dedicato, è sempre bello conoscere persone con un’energia così forte. Se qualcuno volesse contattare il nostro intervistato qui sotto lascio i suoi recapiti:

www.asteerio.it

medaminebo@libero.it

Instagram: asteerio

 

 

 

             Elisa Citterio

 

 

E adesso… Un po’ di poesia.

 

AURORA D’AGOSTO

 

Ho camminato sul ciglio della vita

Cercando presso l’Aurora i tuoi occhi.

 

Ho nuotato nell’impurità di una parola

Per sussurrarti l’amore a cui non credi.

 

Ho squarciato bramandoti il cielo azzurro

E non trovandoti ho perso la direzione

 

Ho perso te che così non mi ami

Ho perso così l’Aurora nei tuoi occhi.

 

 

 

RIFLESSIONE

 

Amico mio, dimmi se anche tu

Se anche tu pensi

Giocando sott’acqua a dadi

All’ora che giunge e non avverte

 

I castelli che porta la corriera

Sogni non lontani di primavera

Saranno di duro marmo lucente

O di cenere colta dalla bufera?

 

Giri il volto togliendoti gli occhiali

Con mano pesante con aria impaziente

Mi domandi dove dimorano i diamanti

 

Mi chiedi come per paura

Se la vetta

Che ora pare nostra

E ora pare straniera

È vicina

 

Se i passi di sabbia decisa

Verranno colti sul monte dove cammino

Dalla frana

Che ora pare lontana

E ora pare vicina

 

 

 

 

 

 

 

SOLITARIO

 

Solitario scruto nella notte

Qualche stella scintillante

 

Solitario scruto nella nebbia

Qualche fragranza palpitante

 

Scruto in ogni istante

Qualche fugace emozione

 

Ma invano cerco

Sono schiavo dell’illusione

 

Ribolle il sangue

Il cuore arde

 

Sono il cacciatore

E l’inseguito che perde

 

Sono la freccia scagliata

E bersaglio è la mia anima

Incantata

 

 

 

STELLA D’INFANZIA

 

Passano le notti e tu non brilli

O stella intravista nei sogni d’infanzia

L’opaco dei tuoi capelli di rubino

Rassomiglia alle nostre piccole vite

Cammini sulla brezza di giardini senza fiori

Incolori come le lacrime che versi rimembrando tuo padre

 

Ma passano le notti e tu non brilli

La mia anima traboccante di speranza

Ed ansiosa della tua folle luce

S’insinua fra le mie tremule ginocchia

E non cammina

 

L’ignoto firmamento per noi decise

Per noi che non più come prima

Camminammo cavalcando il carro d’oro dell’aurora

Così vollero le nostre notti insonni

Che passano quasi immobili dinanzi a noi

E dinanzi a me tu più non brilli

O stella intravista nei sogni d’infanzia

 

 

 

VERITÀ

 

Anche giocando talvolta

Con le parole

Riesce facile scorgere

Frammenti di verità

Ben lontani dall’essere

Assoluti o giusti o nostri

Nelle piccole cose.

Non ci occorrono aforismi

Né contorte citazioni rare.

 

Solo qualche perduta

Timida sillaba.

 

 

ADDIO

 

T’ho salutata, come si saluta un amico

Sicuro che presto t’avrei riabbracciata

T’ho salutata non pensando fosse un addio

Nella leggerezza d’un mattino estivo

Ora è primavera e tu nel ricordo perduri

Leggera.

 

 

NON BIASIMARMI

 

Non biasimarmi

Se per me ogni cosa

Dimora dentro il tempo

Questo succedersi di eventi

che ora scelgo e ora non scelgo

Questo alternarsi di lumi

ora accesi e ora spenti

dove caso e destino giocano a dadi.

 

No, non biasimarmi

Se per me oso

L’estrema scelta di vivere

come albero senza rami

senza foglie o radici

Se sono più vicino al tronco

senza figli e senza avi.

 

 

 

 

 

 

 

SUI GRADINI DEL DESTINO

È buio ad ogni passo,
ad ogni passo c’è silenzio

E ti pare di percorrere
le indecisioni d’ogni uomo

E non sai proseguire
E non osi salire

Venti(quattro)

MATTINA

Mi sono alzato tardissimo e sono in ritardo per lezione. Stamattina avevo il prosciutto negli orecchi: la sveglia ha suonato a lungo senza, poverina, venire minimamente considerata.

Poco importa. Mi vesto al volo e mi fiondo giù dalle scale; all’angolo di via Bolognese e piazza dell’Unità c’è il bar che preferisco della zona. È gestito da una famiglia di cinesi, moglie e marito. Ogni tanto c’è pure il figlioletto, che credo abbia poco più di sette anni. È incredibile come tutti e tre parlino in un italiano perfettamente corretto, senza la minima flessione straniera; eppure Chen è in Italia solo da qualche anno, non abbastanza per ottenere la cittadinanza italiana. E pensare che alcuni politici vorrebbero mettere un test di lingua italiana per tutti gli immigrati, quasi a rendere impossibile un iter già di per sé troppo lungo, contorto e rocambolesco. E tutti gli ‘italiani’ che sento parlare alla radio e alla televisione, che non sanno nemmeno coniugare correttamente un congiuntivo, o costruire una consecutio temporum logicamente coerente, dove li mettiamo? Se attuassimo lo stesso criterio anche con gli italiani, giusto per rivendicare o togliere la nazionalità, quante persone verrebbero effettivamente risparmiate? Sarebbe sicuro una carneficina. Che poi dico, se so parlare non è detto che conosca le regole grammaticali, anzi. Come quando ti consigliano di andare a Londra per imparare l’inglese parlando con gli autoctoni, mica ti chiedono se il pronome che hai usato è oggetto o soggetto della frase! Non so proprio che pensare, questo paese è proprio strano, al limite del paradossale. Forse è meglio bere in fretta il caffè, non posso sbarellare così di prima mattina «Sai cosa Chen, anche una brioche alla crema, grazie!»

 

 

PRANZO

Adesso mangio delle polpette confezionate riscaldate in microonde e non mi piaceranno molto ma costavano 2,50€ e il piatto piange un po’ come il portafoglio e penso sia molto strano il fatto che alla mia età il mio bisnonno mangiava pane fatto in casa e faceva il barrocciaio che per chi non lo sapesse semplicemente era un camionista ante litteram e lo faceva in Maremma e si alzava stra-presto la mattina e lavorava 12-14 ore e mica c’erano i supermercati o i microonde e le città erano più piccole e c’erano sì i negozi alimentari ma insomma non esisteva nemmeno come concetto l’Esselunga la Conad la Standa o robe simili e ciò da una parte è strano voglio dire fino a nemmeno cent’anni fa la gente produceva il cibo che mangiava e sapeva cosa ci fosse dentro; in più c’erano le ghiacciaie ora invece chissà se nelle polpette c’era un vitellino o un residuo industriale di pattume o plastica stile Marcovaldo ecco la vita moderna è anche questa e c’è tanta abbondanza e la gente vive più in città e guadagna un salario fisso poi compra il proprio cibo principalmente in supermercati con casse automatiche e paga con bancomat però che progresso passare da 1000 calorie al dì sudate con fatica e impegno a prodotti sopra le 1200 kcal al pezzo pagate fisicamente molto meno almeno solo nell’atto di comprare tutto ciò è triste e comunque queste polpette non sono poi molto male e si difendono bene e ora mentre mastico rispondo a dei messaggi e forse dopo avrò ancora fame.

 

 

POMERIGGIO

Dovevo andare in farmacia ma l’ho trovata chiusa. L’orologio segna le cinque meno quindici e già mi sto innervosendo e non ho la minima voglia di stare in giro, il mal di gola mi passerà da solo.

Il sole è coperto dalla solita coltre di nebbia e nuvole bianche e io non vedo l’ora di essere a casa. Mentre cammino mi sento uno dei discepoli di Aristotele, che filosofeggia con le mani dietro alla schiena vagando per le vie di Bologna.  Anche oggi, nonostante il clima, il centro pullula di turisti. Arrivo in piazza Maggiore e decido di sedermi un attimo su uno scalino di fronte a San Petronio. Chissà quante persone si saranno fermate qui come me in questo momento ad osservare la facciata incompleta di questa chiesa. All’improvviso mi focalizzo su un’immagine che mi disturba; un tarlo inizia a rosicchiare il mio cervello. Non riesco più a pensare ad altro e comincia il flusso di coscienza. Mi chiedo come mai la piazza sia piena di poliziotti, carabinieri, militari e mi chiedo cosa significhi davvero sentirsi sicuri. Sentirsi sicuri è molto diverso dall’esserlo effettivamente. Non si può pensare che dei militari armati, a bordo di una jeep che sembra un carro armato ad uranio, contribuiscano a creare un ambiente migliore nella zona più centrale della città. Penso che forse, se qui ci sono così tante forze dell’ordine, un motivo effettivamente c’è. Lo scopo è quello di evitare stragi, attentati, tragedie come quella del Bataclan a Parigi; io purtroppo continuo a vederla soltanto come una dimostrazione di forza, come un modo attraverso cui far capire a tutti che lo Stato è qualcosa di più che un concetto filosofico. Il fine è tutelare i cittadini creando un deterrente anche nei loro confronti.

Mi chiedo se in caso di attentato tutto ciò possa garantire o meno una maggiore sicurezza per le possibili vittime, ma sono dinamiche nelle quali non posso immedesimarmi. Anche immaginando che così sia possibile salvare delle vite, riempire tutte le strade di militari armati per la paura di un qualcosa che potrebbe accadere non sarà mai una soluzione. Ho sempre preferito tenere su due piani distinti sicurezza e libertà, e penso che il modo migliore per contribuire ad entrambe sia quello di non avere pregiudizi verso ciò che non si conosce, preferendo il dialogo all’intimidazione.

Continuo a rifletterci, mentre mi avvio verso casa…

 

NOTTE

Come ogni notte, il buio si accumula intorno a me, gli occhi spalancati in un silenzio immobile. Questo stato causa la mia insonnia da anni, dandomi l’idea di non aver mai dormito se non raramente; ore a cui non dare troppo peso.

Tutti lo consigliano: alzati, vestiti, esci e cammina. Così faccio e mi chiudo la porta dietro le spalle imboccando via Ferrarese.

Non c’è nessuno in giro questa notte e mi sembra cosi strano: avere una città a disposizione mi dà la sensazione di terra bruciata, di supremazia e desolazione contemporanee. Forse è proprio così che ci sentiamo dentro ai nostri confini e ancora di più fuori da essi: sovrani prima, granelli poi.

Mi chiedo cosa nasconda quest’anarchia globale, mi chiedo perché abbiamo bisogno di sentirci sovrani, supremi se nel momento in cui guardiamo al di fuori del nostro reticolato, appare chiaro che non lo siamo. Sembra un patto nascosto, un pregiudizio insaziabile.

Cerchiamo ogni giorno di raggiungere l’angolo di mondo più remoto, attraverso le nostre ambizioni, il nostro “progresso”, inventiamo e costruiamo strumenti, ma appena possiamo ci rintaniamo nel nostro individualismo e in quello di chi lo condivide, perdendo le mete che ci eravamo prefissati, allungando sempre di più le distanze.

Tutti parlano di confini, ma, a dir la verità, io non ne ho mai visto uno perché forse il vero confine, la vera frontiera è proprio nella mia testa, disillusa, che non riesce più a dormire.

E tu notte dove fuggi, così sconfinata, e dove arrivi? Senza un traguardo resti impassibile ed io in piedi, fermo, a guardarti. Tra poche ore anche tu valicherai un “confine” ed io tornerò a casa; eppure mi viene da pensare che queste distanze siano solo alibi, finte protezioni, dogane di reticenza.

Io sono qui, su questa terra, che vista da lassù non avrà né confini né frontiere e resisto a questo sonno che mi chiude gli occhi piano piano.

 

Anna Aziz
Elisa Citterio
Cesare Faustini
Leonardo Mori

Miscellanea

Siena. Piazza del Campo. Sabato pomeriggio marzolino.
Stamattina, mentre salivo sul treno per Firenze, non avrei certo immaginato di trovarmi seduto qui, in una delle piazze più singolari d’Italia, a scrivere su un taccuino il dettato della mia coscienza. Dormirò a pochi passi da questa alta torre col cappello bianco, che ha visto cedere i secoli, abbattendoli uno dopo l’altro. Mentre scrivo questo, mi sovviene uno dei capitoli iniziali dell’Armata dei sonnambuli di Wu Ming. “Te la si conta noi com’è che andò…” non ricordo come continui. Ho aspettative confuse per stasera; scriverò altro, non scriverò, sarà una serata piacevole? Chi può dirlo? Piano piano il sole tramonta e intorno a me si spande un’ombra, ma dentro di me, eterna, domina l’ansia. Sul pullman per Siena ho mangiato qualche racconto di Bukowski, in un libro comprato forse da mio padre più di trent’anni fa.

Due brevissime puntualizzazioni:
1) il racconto è un genere singolare e ancora da esplorare;

2) la cultura statunitense è meritevole di un’analisi approfondita;

3) [ho mentito] Hemingway e Foster Wallace si parlano. Ernest chiede a David: “Cosa significa vivere?”
David chiede a Ernest: “Cosa significa essere un essere umano?”.

Fine delle considerazioni.

Ignoro l’esatto numero di lingue esistite ed esistenti, pensare tuttavia che ci siano diverse migliaia di modi e suoni per esprimere quanto accada sotto il cielo di questo sassolino nel cosmo dà sensazioni contrastanti. Ho avuto la fortuna di parlare la stessa lingua di chi ha scritto “l’aiuola che ci fa tanto feroci” e “L’infinito”. Non mi sarei lamentato neppure se mi fosse toccata in sorte la lingua di Nietzsche, di Shakespeare, di Puškin o di Zola. Ogni cultura decide di esprimersi come può e vuole e – sono le sei.

Cosa ce ne facciamo della vita, davvero? C’è chi ha l’arroganza di lasciare un segno nel tempo, sia egli il Faulkner di turno o il vandalo che imbratta il muro con “Chiara ti amo ti prego torna”.

Piazza Indipendenza, Firenze, cielo nuvoloso. Qualche volto dentro di me fa breccia, una coppia che – gli autobus passano con minore frequenza di domenica – una mia coetanea rider in bicicletta pedala mentre manda un messaggio vocale – sale in salita una via di Siena che non conosco, alle due del mattino, lei ha un caschetto moro e tiene il telefono vicino all’orecchio, ascolta una canzone e la canticchia, non saprò mai quale sia il suo nome né ricordo il volto del suo compagno (né saprò cosa stesse ascoltando).

Alla festa un ragazzo si è sentito male e ha vomitato mezza bottiglia di gin in due ore di delirio, mentre Viola (che è senese) gli ha parlato in un tono misto fra una paternale e una schietta consapevolezza – con un pizzico di ascolto attivo e sincera comprensione.

Diamo consigli per sentirci migliori, dentro ognuno di noi albergano cattivi pensieri.

In bus un uomo tiene ferma una carrozzina con due gemelle. Due gemelle erano anche le ragazze di ieri sera che in mansarda cantavano una canzone dei “La rappresentante di lista”.

Poco prima, discorrevo in un tedesco maccheronico con una ragazza bionda di Pordenone che l’ha imparato frequentando il liceo classico sperimentale di Vattelapesca (non ha menzionato il luogo e non ho capacità mantiche come Tiresia).

Lo sguardo appreso e misterioso di Anita, che mi ha ospitato a dormire e mi ha permesso di fare un’esperienza organizzata in appena tre ore – il tempo di scendere a Firenze, contrattare, pranzare, sistemare lo zaino e partire – si posa su di me e non riesco a decifrare niente. Siamo fatti di ipocrisia, manipolazione e incomunicabilità, benvenuti nell’ultimo anno di questo folle e inenarrabile decennio.

La retorica mi ammazza. Meta-citazioni del cazzo si accompagnano a spunti originali, descrivere tutto è impossibile, lasciare un messaggio è improbabile. Resto lì con il testo carico, il dito sul grilletto, ma la freccia non scocca, non colpisce il bersaglio – bersaglio – che nemmeno c’è – davvero l’ho scritto? – … quindi?

Serata piacevole conclusasi col passeggiare con un madrelingua ladino che ovviamente parla un italiano impeccabile perché bilingue e si discute delle stelle e di come noi individui del Terzo Millennio ormai non riusciamo più a vedere quelle costellazioni e a drizzare le antenne per la volta del Creato
– no, togli quest’ultima parola per favore, siamo laici e vaccinati –
per la volta del Cosmo
– già meglio, chissà se qualcuno coglierà il riferimento musicale, improbabile, avanti signori, mettetevi in fila c’è già tanta gente che mi odia –
passeggiando come dicevo per le vie del centro storico di Siena e nel corso qualche anima sperduta cerca di tirarsi su e camminare e sfogarsi e la punteggiatura è (è?) fragile e lo stile sfilacciato e non si può fare così, non si può fare così. Non. Si può. Fare. Così. No.

Deliranti queste ottocento parole scritte e lasciate ad asciugare. Mamma mia.

Leonardo Mori

Summa of nowadays

Ventunesimo secolo che avanza e tutte le aspettative ottimiste e progressiste passate sono felicemente andate in frantumi: non viaggiamo comodamente nello spazio, non abbiamo macchine volanti, non abbiamo la pace e la ricchezza nel mondo. L’uomo ha creato una grande macchina che lo sta portando alla distruzione. Il capitalismo e la globalizzazione, come un tumore, hanno infettato tutto il globo – tali tumori potrebbero anche essere benigni se solo fossero veicolati da fini alti e per il bene collettivo – invece solo pochi sono ricchi senza più né cuore né scrupoli, corpi senz’anima che si abbandonano in opulenze ottenute dal sangue e dalla morte di mille altri.
Dualismo esasperante, squilibrio e disuguaglianza sono gli hashtag – ah no, scusate – le parole chiave dei nostri giorni.
La tecnologia si evolve a una velocità tale che l’uomo non riesce a stargli dietro ed è sempre più diffusa. Sempre più persone la utilizzano non comprendendone appieno il funzionamento, restandone vittime inconsce.
L’intero mondo è nel caos; sembrerebbe che la Terra si stia ribellando all’animale più parassita e tossico che abbia mai ospitato: l’uomo.
Il clima cambia, gli oceani sono liquide discariche a cielo aperto, le minacce di guerre nucleari sono sempre più vicine e intanto la NASA cerca di capire se si potrà mai andare a colonizzare un altro pianeta, Marte (nomen omen?).
I presupposti non sono dei migliori, ma, come sempre si dice in questi casi, la speranza è l’ultima a morire: forse c’è davvero una via di salvezza.
Il Dalai Lama un giorno ha detto che se tutti i bambini del mondo dell’età di otto anni praticassero meditazione, nella prossima generazione non ci sarebbero più conflitti nel mondo. Personalmente voglio crederci. Bisogna ridare empatia agli esseri umani.
L’empatia è una dote potentissima ma difficile da controllare, perché rende vulnerabili e forti allo stesso tempo. Che senso ha urlare addosso a una persona che non vi ha fatto nulla solo per sfogare le proprie personali frustrazioni? Perché mai deridere chi è più debole, solo per nascondere le proprie insicurezze e sentirsi temporaneamente un poco più forti, illudendosi di esserlo? Non sarebbe più gratificante trovare una spalla su cui piangere, un orecchio che ci ascolti, dopo che noi abbiamo sostenuto e abbiamo ascoltato? (SPOILER: No.)
Quanto è bello sapere di avere il merito di aver portato un sorriso sincero nel volto di un uomo che poco prima piangeva? (SPOILER: Ma vuoi mettere due belle bocce?)
Eppure basterebbe poco per cambiare nel proprio piccolo l’ambiente circostante. Gli uomini quando lavorano uniti cambiano il corso degli eventi. È più importante un like su un social network oppure un sorriso sincero dato, ricevuto, nell’arco di una giornata? Una rondine non fa primavera, e anche se non sapete che l’ha detto Kant va bene lo stesso. (PROMEMORIA: leggere più libri, sivuplé).
Credete che queste siano piccole cose, che non c’entrino nulla con l’incipit del testo? Assolutamente no. Il potenziale del singolo individuo è straordinario, la cooperazione tra uomini ha creato meraviglie inenarrabili nel corso di tutta la storia. Bisogna solo cambiare rotta, non domani ma oggi. Abbiamo sbagliato qualcosa negli ultimi due secoli, forse per superbia o perché ci siamo dimenticati chi siamo veramente, dei semplici cretini e non divinità onnipotenti. Ridiamoci empatia e ricominciamo a innaffiare quei valori avvizziti da troppa dissociazione, individualismo e ignoranza bruta. Io nell’umanità non voglio smettere di crederci, e voi?

Elisa Citterio