Emilia paranoica

“Emilia paranoica” è un singolo del gruppo italiano punk “CCCP- Fedeli alla Linea”, una formazione attiva principalmente negli anni ’80 che fondeva “punk filo-sovietico a musica melodica italiana”.

Nei tempi in cui vivo e sto scrivendo questo articolo, l’Italia e il mondo sono bloccati dalla pandemia.
Una pandemia che ci costringerà a rivedere molti dei tratti del mondo che conoscevamo e, finché non sarà trovata una cura o un vaccino, difficilmente rivedremo.
Una situazione simile (e non sto esprimendo nessun giudizio politico) ha sicuramente delle conseguenze a livello psicologico a livello collettivo e individuale.

Emilia A

Il freddo più pungente, accordi secchi e tesi
Segnalano il tuo ingresso nella mia memoria

Guardare al passato senza lasciarsi condizionare dal presente è impossibile.
Lo sanno gli storici, lo sanno tutte le persone dotate di senno, lo sa chiunque.
Essendo stato studente fuorisede a Bologna fino al luglio dell’anno scorso, conosco abbastanza bene la città felsinea. Bologna è parte dell’Emilia, benché sia differente dai tratti propriamente emiliani di città come Modena o Carpi. Nel momento in cui scrivo, l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per numero di decessi e contagiati dalla pandemia che sta colpendo il mondo.

La canzone “Emilia paranoica” non è una traccia semplice: difficilmente orecchiabile, la melodia di sottofondo è aspra e ritmata in modo arcano.
Il testo è ciò che si salva sicuramente rispetto ai due tratti succitati.
Ora che tutto (o quasi) è bloccato, milioni di miei coetanei si trovano a fare i conti con se stessi e problemi che prima non c’erano; questi problemi hanno a che fare, principalmente, con disagio psicologico espresso su più piani. Si sta male, non si capisce davvero perché si stia male, non si sfugge all’introspezione. Impossibile non guardare dentro se stessi e riflettere, in mancanza di meglio. Dove si sta andando, come si può ingannare il tempo, quando sarà possibile rivedere qualcuno. Ci rivolgiamoad una forma di comunicazione a noi pratica: degli schermi.
Un telefonino, un televisore, un tablet o un computer.

Negli anni ’80, niente di tutto ciò.
Oggi come quaranta, trenta, venti e dieci anni fa chiunque sia passato dall’adolescenza all’età adulta ha comunque percepito, almeno una volta, un senso di noia, inutilità e disperazione.

Cosa puoi fare quando il mondo intorno a te va in frantumi, ti dà la nausea e ti senti stritolare dal sistema? Niente. Desisti.

Bukowski in “Pulp” ha scritto che alla fine la vita si riduce a trovare qualcosa da fare nell’attesa di morire. È stato il suo ultimo romanzo, poi è crepato.

Difficile combattere il tedio.
Puoi provare a riempirlo col sesso, per poi scoprire che una relazione e un rapporto sessuale assumano tratti tali da sfuggire alla letteratura. Sesso e vita sono forse le uniche due esperienze umane non pienamente trattabili.
Si scrive solo da vivi (da morti non si può farlo). Mentre scrivi, non vivi né fai sesso.
D’accordo, c’è chi ha battuto a macchina mentre faceva sporcizie ma è un’esperienza che non consiglierei a nessuno (troppo difficile non ritrovarsi dei lividi).
Questa canzone ritrae due tempi: gli anni ’80 e tutto ciò che c’è dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dipinge la noia di una generazione e di tutte le generazioni seguenti.
Punto di svolta: si scopre la noia, si scopre la vuotezza delle giovani generazioni.
Non importa che tu sia in Emilia o ad Agrigento: la noia c’è sempre, il tempo ti consuma, tentare di sfuggire a questa verità è inutile. La vita ti sfugge via fra le mani e il tempo scorre.

Emilia B

Consumami distruggimi è un po’ che non mi annoio-oh-oh-oh-oh-oh

Da un punto di vista puramente logico, camminare di notte per la Via Emilia imbottito di sostanze stupefacenti e con lo stomaco che brontola equivale ad andare a correre in un parco.
Qui non si discorre di semantica: qui si discorre di logica.
Caduto il criterio dell’utile e cancellato ogni significato, rimane la noia e la nausea.

Niente Brescello: Don Camillo e Peppone sono morti da quel dì. E comunque Giovannino Guareschi tutto era fuorché comunista. Per chi non lo sapesse, il nome del gruppo “CCCP” (si legge proprio “ci-ci-ci-pi”) ricalca i caratteri cirillici dell’Unione Sovietica (“CCCP” in cirillico è traslitterato come “SSSR” nel nostro alfabeto).
Era quindi solo la noia e l’inutilità di giovani di sinistra o di estrema sinistra negli anni ’80?
Banale e riduttivo pensare così.

Il sottofondo del basso e della drum-machine ricalca una noia, un disgusto e un senso di inutilità che appartengono a chiunque. È l’urlo paranoico di una regione amministrata storicamente dal centro-sinistra, una regione dove la qualità della vita è molto alta da decenni e dove il contenuto politico e umano sono intrecciati.
Mai sentito parlare di “Bologna la rossa”? Ecco, l’Emilia è (ma meglio dire era) ancora più rossa.

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Emilia paranoica, Emilia paranoica, Emilia paranoica, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA

Un senso di soffocamento, come la stanza che ti crolla addosso quando il Roipnol fa effetto e hai sbagliato la dose.
Diavoletti che ti graffiano con i loro artigli e ti lacerano la schiena con i tridenti.
Viene da vomitare, non ce la fai.
Vomitare darebbe significato e il tuo corpo si rifiuta di espellere il male. Quindi reprimi un conato di vomito, butti giù e ti vengono le lacrime per il dolore.
Cammini per città che non riconosci più, dove estranei vivono a contatto senza conoscersi nello stesso luogo.
Inghiottito dal tempo, inghiottito dalla mancanza di cose da fare, schiacciato da progetti incompiuti, perduto per vie sconosciute.

I CCCP si sono sciolti da tempo.
La loro rabbia non resta, è passata ed archiviata in un tempo da me e dai miei coetanei non vissuto.

Frantumatosi lo specchio dei valori, scivolare nei piaceri è solo una distrazione.
Timore e paranoia restano sotto traccia, si battono e possono essere sconfitte.
La noia… quella sì che resiste.

Leonardo Mori

QUARANTENA- Un diario dell’immoto

Sto pensando alle persone che si trovano in difficoltà in questo momento così particolare, riesco a percepire il loro dolore.

 

È un isolamento forzato, che ci nega la scelta di con chi vogliamo passare il tempo, e così abbiamo la sensazione di sprecarlo.

Non è più nostra la facoltà di stare da soli (chi non ha privacy in casa), di stare con chi desideriamo e di evitare chi non desideriamo.

 

È una costrizione in un luogo dato, e così alla amara sensazione di sprecare il nostro tempo, si unisce quella acidissima di non essere nel posto in cui dovremmo essere.

Non è più nostra la facoltà di andare ad annusare i fiori o di prendersi la pioggia in faccia, o di scappare da un posto che ci dà la nausea.

 

È una situazione di immoto che ferma la vita degli uomini e non quella della natura, e così abbiamo la sensazione di essere così piccoli.

Noi costretti a stare fermi e tutto il mondo fuori che continua; Le rondini sono arrivate.

 

È la constatazione più dolorosa: non si può più scappare, non ci si può più distrarre, non ci si può più voltare dall’altra parte. Non si può più scegliere di guardare il bene, si deve fare i conti col dolore.

Si deve affrontare il dolore di un cuore spezzato, di un’ingiustizia subita, di una perdita. E arrivano gli attacchi di panico, l’insonnia, l’ansia…

 

Il vaso di Pandora si sta aprendo e noi non possiamo più tenerlo chiuso.

 

I frammenti che le onde ci stanno portando a riva non possiamo più ignorarli e ributtarli in mare.

Il dolore è come le conchiglie a riva, ci possono far sanguinare, ma se finalmente le raccogliamo, ce ne prendiamo cura e le congiungiamo con un filo, adorneranno il nostro petto, che sarà più leggero.

 

Il superamento del dolore è il superamento di noi stessi, il dolore ci da la possibilità di guardarci dentro, di rompere qualcosa di chiuso e buio per farci entrare la luce.

 

Non facciamoci spaventare dal dolore, ma accogliamolo… lasciamolo urlare, rompere tutto quello che abbiamo dentro, macchiare tutto di nero e poi facciamolo uscire, con le lacrime con le parole e con i disegni, con la musica e con il respiro.

 

E poi sarà tutto finito. Il dolore sarà passato e vi avrà lasciato i suoi regali.

Lisa Andrea Veronesi

Da quando non facevo una sorpresa?

Io per prima, che mi dicevo sognatrice, che mi volevo inedita, lontana dalla velocità di un mondo che mi sembrava stesse inaridendo gli altri, scopro, in questi giorni che fanno spazio ad un buio senza spettatori, che io per prima, io per prima, mi affannavo nella rincorsa di un posto migliore, che stavo annegando nell’illusione di star muovendo dei passi verso un’ambizione diversa da chi desiderava solo divenire, apparire, obbedendo alla stessa, invece. 

 

Ho rimandato un viaggio, l’ho desiderato tanto e poi ho detto “quando avrò tempo”;

non ho pianto davanti ad un amico dal quale mi ero sentita tradita, non ho gridato a voce alta le mie ragioni ma le ho soffocate e ho lasciato che svanisse dalla mia quotidianità;

ho messo da parte la compagnia di persone lontane, dandola vinta allo spazio e tacendo l’affetto che mi anima; 

ho lasciato che la distanza fisica allentasse i rapporti che ho costruito fino al giorno della mia partenza;

ho pensato che piangere fosse da deboli;

ho pensato che “fragile” fosse da sfigati;

ho sostituito la rabbia alla tristezza;

ho pensato che il mio dolore fosse più grande di quello di chiunque altro; 

ho creduto di dover contare solo sulle forze mie senza mai chiedere aiuto;

ho abbracciato sempre meno gli altri;

da quando non facevo una sorpresa?;

da quanto tempo non sceglievo con cura un regalo?; 

ho squalificato ingiustamente qualcuno dai miei pensieri, sentendomi “più alta”; 

e soprattutto ho creduto che così fosse la vita.

Quando mi ritenevo insoddisfatta di certi miei nuovi costumi, con superficialità mi raccontavo “è che sono cresciuta, è normale il disincanto, è normale anche il disprezzo”.

 

E ho legittimato il male, l’ho normalizzato, mi era sembrato comune, qualcosa da cui “perché proprio io devo sfuggirvi?”

E mi sembrava che in certi momenti fosse non solo opportuno ma necessario dirmi : “digrigna i denti, rispondi male, non lasciare che ti lascino indietro, mordi, cazzo, mordi, non lo vedi che ti vogliono a terra?”. 

E oggi che le strade vuote mi sembrano il riflesso di chi stavo diventando, mi chiedo contro chi stessi andando se non contro me stessa. 

 

Non volevo diventare grigia e imputavo a qualcuno la responsabilità di starmi facendo diventare tale. E oggi, che imbarazzo, mi accorgo di aver perso colore, di aver sciolto un ghiacciaio, di aver inquinato il mio ambiente, di aver detto cazzate, di aver sprecato del cibo, di aver sprecato degli anni;

E ne pago il conto, io per prima, io per prima, che vorrei abbracciarvi tutti e regalarvi un fiore senza pensare che sarebbe banale, soltanto il primo gesto per ricominciare, insieme.

 

Federica Concolino

Tra le mie braccia

Dedicato a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno scritto qualcosa a una persona con la quale si sono mostrati vulnerabili e che adesso non c’è più.

 

Mi piace la letteratura.
Penso che la letteratura sia una delle più alte espressioni dell’animo umano e che, senza di essa, gran parte della vita sarebbe buttata via.
Sono un giovane maschio eterosessuale. Preciso la mia condizione perché tu possa inquadrarmi, giudicarmi e mettermi in una categoria. Come altro dato, scrivo in italiano, la mia lingua madre.
La letteratura della mia lingua è nata e si è sviluppata intorno a un tema a me molto caro: l’amore verso una donna.
Fino a non molto tempo fa, l’istruzione è stata riservata solo ai maschi. Ne consegue che, essendo la maggioranza dei maschi, nelle varie epoche della storia, eterosessuale, il tema dell’amore verso una donna abbia trovato tantissimo spazio.
L’uomo non è sempre uguale a se stesso: cambiano le forme, cambiano i suoni, cambiano gli spazi e i tempi in cui agisce e consuma la propria vita.

Cosa ci lega a una persona, quando essa non è più con noi? I ricordi, sepolti nella nostra psiche. Ricordi che affiorano grazie a un odore, alla battuta di un amico, a una canzone, a qualche parola letta, ascoltata o pronunciata senza pensare che ci riporta, almeno col pensiero, a un periodo ormai perso nelle sabbie del tempo. A volte questi ricordi ci colgono completamente alla sprovvista, riemergono dal terreno dei nostri pensieri, dalle tombe delle nostre emozioni che credevamo sepolte e che invece per un breve momento ci guardano, con pallore cadaverico e occhi privi di iride.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di rapportarmi con donne singolari. Certo, avevano tutte qualche tratto in comune sui quali sorvolo per rispetto prima di tutto verso i miei confronti e, solo successivamente, verso i loro.
Non devo fare troppi sforzi per rileggere qualche pagina dal libriccino dei miei ricordi, sfogliati come l’Aida protagonista, per me, più di Rino Gaetano che di Giuseppe Verdi.

Cerco di ricordarmi come fosse il mio aspetto, cosa facessi in quel periodo, dove vivessi e cosa provassi. Mi aggrappo ai ricordi più dolci, guardandoli senza tristezza né gioia, senza indifferenza né malinconia, sforzandomi di non farmi trascinare a fondo da ciò che è stato e che ora non è più. Beninteso: ho superato ogni trauma e chiusura, non v’è nostalgia. Se qualcosa ha avuto fine, è perché vi erano più motivi e, qualora non ve ne siano, ho già fatto i conti con me stesso nell’apporre significato a tutto ciò.

Nel mio pensiero cerco di ricordarmi la dolcezza di momenti di pace.
Ho la pelle d’oca nel ripensare a quella sensazione di calore e quiete scioltasi dopo un rapporto sessuale cui la mia cultura ha dato, fra le tante perifrasi, una connotazione che rimanda all’industria (intesa come qualità e non come sistema produttivo) e all’artigianato.
“Fare l’amore” può voler dire proprio questo: produrre qualcosa con cura, con perizia, certamente con qualche inciampo, gattonando, battendo la testa, piangendo, strappandosi i capelli, urlando, incontrando la lingua altrui, chiudendo gli occhi, scrivendo, comunicando… tutti ostacoli, tutti aiuti che concorrono a questa definizione dal significato profondo e ineffabile.

Allora mi chiedo cosa abbia provato, nel ricordo in questione, l’altra persona.
Si sarà sentita protetta?
Quali pensieri e quali emozioni avranno attraversato la sua mente?
Voleva davvero essere lì?
Tutti interrogativi destinati a rimanere irrisolti e sui quali chiunque (o almeno chiunque abbia investito emotivamente in ciò) si è interrogato almeno una volta.

C’è chi come me ha risolto tali interrogativi scrivendo.

È con questo spirito che rileggo ciò che ho scritto a varie fanciulle, negli anni.
Senza sforzo e senza affanno assolvo i loro comportamenti nei miei confronti, censuro i miei errori, le cose che non andavano e anche quelle che sono andate. Guardare indietro a mente fredda, per questi eventi, è per me impossibile: troppa vita è passata sotto i ponti, troppi eventi sono stati portati via dalla corrente e non sono recuperabili.

Ed ecco che rivedo un romanzo (sì, un romanzo) scritto per il compleanno della ragazzina di cui ero innamorato al liceo.
Lo trovo lì, innocuo, finito quasi per sbaglio sulla scrivania del mio portatile, chiedendomi per un momento come sia sopravvissuto a sei anni, forse sette, di produzione e di vita.

Vita e letteratura non sono compatibili. La prima è infinitamente più grande e ricca della seconda per essere rinchiusa in carta e inchiostro. Ci sono troppe cose, troppo da narrare, troppo da esprimere.

Rivedo poi altri brani: brani di commiato, brani di scuse, brani d’intimità, brani di coesione e d’intesa che, anche se letti da altre persone, sono i ricordi più pregiati dello scrigno pieno di cianfrusaglie arricchitosi col tempo.
Allora sì, allora sì che penso a quanto sia stato ingenuo, quanto sia stato debole, quanto sia stato giudizioso e forte. Sono stato schiacciato e ho offeso.
Umiliato e offeso, tanto per riprendere il titolo di un romanzetto da quattro soldi russo di un certo Fëdor Dostoevskij, tento di dare significato a quanto scritto.

Sono una persona diversa?

Ho scritto che dopo la tensione c’è la quiete. Ecco, è proprio quella quiete, quella catarsi, quella sensazione che riaffiora nello scandagliare quanto da me espresso per fanciulle che hanno comunque potuto raccogliere un frammento di ciò che sono. Quel che hanno poi tesaurizzato oppure no, non mi riguarda. Si potrebbe anzi dire che non fosse quello il fine: non era tanto la volontà di condividere qualcosa, di farle entrare per un attimo nel mio mondo e far vedere loro chi io sia veramente. Non era neppure un tentativo di sopperire a un’inadeguatezza né un gesto di sottomissione. Erano semplicemente scritti che ho voluto condividere ed esprimere per quel paio di occhi che più mi facevano emozionare.

Rileggo quel che ho scritto, cerco di trovare un senso, una direzione, un significato: tutto inutile, è tutto perduto sottoterra e non ho voglia di scavare. È una miniera perduta per sempre, un filone esaurito.

Un lampo.
Una testa sopra il mio petto.
Una mano che accarezza dei capelli.
Un bacio.
Due persone sdraiate nello stesso letto.
Due occhi.

Inspiro: è tutto qui, dentro di me.
Per un momento, è stata lì.
Tra le mie braccia.

 

Leonardo Mori

Miscellanea

Siena. Piazza del Campo. Sabato pomeriggio marzolino.
Stamattina, mentre salivo sul treno per Firenze, non avrei certo immaginato di trovarmi seduto qui, in una delle piazze più singolari d’Italia, a scrivere su un taccuino il dettato della mia coscienza. Dormirò a pochi passi da questa alta torre col cappello bianco, che ha visto cedere i secoli, abbattendoli uno dopo l’altro. Mentre scrivo questo, mi sovviene uno dei capitoli iniziali dell’Armata dei sonnambuli di Wu Ming. “Te la si conta noi com’è che andò…” non ricordo come continui. Ho aspettative confuse per stasera; scriverò altro, non scriverò, sarà una serata piacevole? Chi può dirlo? Piano piano il sole tramonta e intorno a me si spande un’ombra, ma dentro di me, eterna, domina l’ansia. Sul pullman per Siena ho mangiato qualche racconto di Bukowski, in un libro comprato forse da mio padre più di trent’anni fa.

Due brevissime puntualizzazioni:
1) il racconto è un genere singolare e ancora da esplorare;

2) la cultura statunitense è meritevole di un’analisi approfondita;

3) [ho mentito] Hemingway e Foster Wallace si parlano. Ernest chiede a David: “Cosa significa vivere?”
David chiede a Ernest: “Cosa significa essere un essere umano?”.

Fine delle considerazioni.

Ignoro l’esatto numero di lingue esistite ed esistenti, pensare tuttavia che ci siano diverse migliaia di modi e suoni per esprimere quanto accada sotto il cielo di questo sassolino nel cosmo dà sensazioni contrastanti. Ho avuto la fortuna di parlare la stessa lingua di chi ha scritto “l’aiuola che ci fa tanto feroci” e “L’infinito”. Non mi sarei lamentato neppure se mi fosse toccata in sorte la lingua di Nietzsche, di Shakespeare, di Puškin o di Zola. Ogni cultura decide di esprimersi come può e vuole e – sono le sei.

Cosa ce ne facciamo della vita, davvero? C’è chi ha l’arroganza di lasciare un segno nel tempo, sia egli il Faulkner di turno o il vandalo che imbratta il muro con “Chiara ti amo ti prego torna”.

Piazza Indipendenza, Firenze, cielo nuvoloso. Qualche volto dentro di me fa breccia, una coppia che – gli autobus passano con minore frequenza di domenica – una mia coetanea rider in bicicletta pedala mentre manda un messaggio vocale – sale in salita una via di Siena che non conosco, alle due del mattino, lei ha un caschetto moro e tiene il telefono vicino all’orecchio, ascolta una canzone e la canticchia, non saprò mai quale sia il suo nome né ricordo il volto del suo compagno (né saprò cosa stesse ascoltando).

Alla festa un ragazzo si è sentito male e ha vomitato mezza bottiglia di gin in due ore di delirio, mentre Viola (che è senese) gli ha parlato in un tono misto fra una paternale e una schietta consapevolezza – con un pizzico di ascolto attivo e sincera comprensione.

Diamo consigli per sentirci migliori, dentro ognuno di noi albergano cattivi pensieri.

In bus un uomo tiene ferma una carrozzina con due gemelle. Due gemelle erano anche le ragazze di ieri sera che in mansarda cantavano una canzone dei “La rappresentante di lista”.

Poco prima, discorrevo in un tedesco maccheronico con una ragazza bionda di Pordenone che l’ha imparato frequentando il liceo classico sperimentale di Vattelapesca (non ha menzionato il luogo e non ho capacità mantiche come Tiresia).

Lo sguardo appreso e misterioso di Anita, che mi ha ospitato a dormire e mi ha permesso di fare un’esperienza organizzata in appena tre ore – il tempo di scendere a Firenze, contrattare, pranzare, sistemare lo zaino e partire – si posa su di me e non riesco a decifrare niente. Siamo fatti di ipocrisia, manipolazione e incomunicabilità, benvenuti nell’ultimo anno di questo folle e inenarrabile decennio.

La retorica mi ammazza. Meta-citazioni del cazzo si accompagnano a spunti originali, descrivere tutto è impossibile, lasciare un messaggio è improbabile. Resto lì con il testo carico, il dito sul grilletto, ma la freccia non scocca, non colpisce il bersaglio – bersaglio – che nemmeno c’è – davvero l’ho scritto? – … quindi?

Serata piacevole conclusasi col passeggiare con un madrelingua ladino che ovviamente parla un italiano impeccabile perché bilingue e si discute delle stelle e di come noi individui del Terzo Millennio ormai non riusciamo più a vedere quelle costellazioni e a drizzare le antenne per la volta del Creato
– no, togli quest’ultima parola per favore, siamo laici e vaccinati –
per la volta del Cosmo
– già meglio, chissà se qualcuno coglierà il riferimento musicale, improbabile, avanti signori, mettetevi in fila c’è già tanta gente che mi odia –
passeggiando come dicevo per le vie del centro storico di Siena e nel corso qualche anima sperduta cerca di tirarsi su e camminare e sfogarsi e la punteggiatura è (è?) fragile e lo stile sfilacciato e non si può fare così, non si può fare così. Non. Si può. Fare. Così. No.

Deliranti queste ottocento parole scritte e lasciate ad asciugare. Mamma mia.

Leonardo Mori

Miscellanea (2)

Stare su un Frecciargento ricorda a tratti l’immagine dei trasporti del futuro negli anni 70’. Ogni volta che c’è una galleria sembra come se la carrozza si fosse trasformata in un rifugio antiatomico. Ciò mi ricorda sia i racconti fantascientifici di Asimov, dove i super-computer funzionano ancora a transistor, sia la fotografia nel film “Shining”, dove non c’è quasi mai la luce solare ma solo luce artificiale.

Everything is black.
So keep calm and –massive (pain) attack sounds great.

E come non citare il fallimento esistenziale di una carriera universitaria[1]? Ma sì, dai, facciamo un bilancio in trentesimi?

Non riesco a attribuire la causa di anglismi impropri come quello di prima [riferitosi a un frammento di video.intervista a una persona affetta da depressione, Canada, anni 60’] se alle sigarette che fumo, alla pornografia che guardo o alla mia passione per la storia statunitense. Insomma si vorrebbe avere la grazia e l’onestà di un Rousseau delle “Confessioni” o la fibra morale di Sant’Agostino, invece si scrive qualcosa su un blog e si asseconda solo il proprio demone.

Ho l’impressione che gran parte della mia futile produzione sia carta straccia illeggibile, potenzialità espressa quando non assente. Insomma, la trama risulta spesso debole né si riesce a fissare tutto ciò che si vorrebbe e quando si riguarda tutte le righe riempite di segni ci s’inorgoglisce, inutilmente. Si gira forse in tondo?

E’ brutto scrivere col mal di testa ma è ancora peggio dover scrivere senza dolori. La scrittura è punitiva: si scrive meglio quando si soffre, altrimenti si ridurrebbe T.S. Eliot a un nevrotico privilegiato che non avrebbe scritto “The Wasteland” se sua moglie fosse stata più amorevole o se avesse avuto un’occupazione più soddisfacente. Alla fine cosa possiamo concludere da ciò?

…ne consegue un marasma di voci dentro di sé tanto silenziose all’interno quanto assordanti se filtrate attraverso manoscritti o dattiloscritti. O altro.

odio scrivere sotto pressione c’è chi scrive qualcosa per ottenere vantaggi chi scrive in modo disinteressato chi vuole essere letto chi imita e chi proprio deve esprimersi

?Ansia

Ritengo che la scrittura sia ? uno dei pochissimi mezzi a disposizione dell’umanità per lasciare un messaggio prima del finale di buio e morte che

[1] Dicasi carriera universitaria quella parte della vita dove si mente per dovere, per passione, per necessità, per vantaggio, per il semplice mentire.

Leonardo Mori

Inquieti dell’indomani

E sarà ancora estate. E ancora inverno.
In un battito d’imbrunire, e non ce ne saremo accorti.

Che ne sarà della ballotta? Dei fulvidi sapori di birra stantia, inimitabile nel sapore: la fratellanza vi si specchia, inibita nell’istante.

Dai fumi densi di drum, dai barili alterati delle casse drum ‘n bass. Dello slang, multiforme e mistificato, idealizzato nella sua stessa essenza variegata.

Il ciclico ritorno delle questioni rimaste ignare, annegati nel bruno torpore del tempo. Rischiarati da musica, al ritorno ad una adolescenziale superficialità, godereccia di vita. Capitani del solo essere immanente, non di un avvenire responsabile.

Donando spontaneità i vincoli si stringono, risuonano alti allo strombazzo di jazz… Dove è potuto morire il sole? Ho visto il buio, la luce e il crepuscolo, e vado avanti.

 

Ennesimo binario, rimasto lo stesso ma assunto da troppe, diverse circostanze, che ne rilevano un solo specchio, frammentato.

Carismatiche voci, traino di giornate, vicoli stretti sul petto dallo stress.

Carezze dimenticate, sceneggiature solo sognate, nei nostri

letti

inquieti

dell’indomani.

Certe volte vado in tilt

Certe volte vado in tilt

Il cervello si sconnette

Il pensiero la realtà capovolge

Crogiolo in un pentolone d’ansia

Evito lo sguardo altrui

Sono decentrata

perdo il baricentro

rotolo in tutte le direzioni.

 

Dinamiche cicliche

motivo di anni

vissuti da perseguitata ma sopravvissuta

vessata da Ombre

lunghe quanto la Storia del Mondo.

 

E non resta che camminare fino a perdersi

E togliersi le scarpe e camminare scalzi

Tra filiformi d’erba

fastidiosi eppure toccasana

e i raggi che filtrano dalle foglie

di alberi molto più vecchi e saggi di te

E capisci che non sei solo

E ritrovi il baricentro del tuo Mondo

 

-Anonimo

Venezia

Venezia. Quanti artisti italiani e non – Byron, Goethe e Thomas Mann, per indicarne qualcuno tra gli scrittori- se ne sono innamorati. Come dargli torto d’altronde. Credo che tutto l’amore provato nel corso dei secoli nei confronti di questa città sia stato assorbito dalle sue calli e dai suoi ponti, dalle gondole e dagli abitanti. Trasuda  un amore antico, intellettuale, malinconico, terribilmente romantico; la decadenza che si manifesta nei muri scrostati e nelle calli sbilenche, l’odore di frittura di pesce fresco al mercato, i panni stesi tra palazzine, i mille colori racchiusi dentro le chiese e fuori nelle piazze.

Adoro Venezia quando è illuminata da un cielo limpido, eppure è solo quando piove che non riesco proprio a resisterle. Con la scusa di andare a trovare mio nonno ho la fortuna di andarci spesso durante l’anno. Non è così incredibile che non mi stanchi mai di lei. È   sempre pronta a offrirti nuove sorprese, nuove sfaccettature, un nuovo angolo, un nuovo cunicolo, un giardino nascosto. Anche se lo stupore del primo incontro col passare degli anni viene a scemare, il fascino che incarna è imperituro: credo che finirà solo quando la città stessa sprofonderà nelle profondità dell’Adriatico.

Ho scattato questa foto durante una bellissima giornata di un freddo gennaio, affascinata dalla prospettiva e dal cromatismo dell’intera scena. Il bello che ho tentato di descrivere prima di Venezia consiste proprio in questo; rendere poetico persino un pozzo e qualche colonna.

In nessun’altra città come a Venezia, ho trovato una tale unità della vita odierna con la vita che ci parla dalle opere d’arte della sua età aurea e nella quale sole e mare sono più essenziali di tutta la storia.
(Hermann Hesse)

venezia.jpg

– Elisa Citterio

La sala d’attesa

D’altra parte cos’è vivere se non ingannare il tempo aspettando di morire?

Come in una sala d’attesa, un’enorme sala d’attesa, in cui si fanno conoscenze, si scambiano pareri, si condividono emozioni.

Di qualcuno arriva il turno, lo si saluta, consapevoli che mancherà la sua presenza nella sala d’attesa che ormai è nostra e di tutti.

Di qualcun altro il turno sembra arrivare, ma era soltanto un meccanismo difettoso della porta d’uscita, che sembrava aprirsi e invece riserva al fortunato ancora qualche momento.

C’è poi chi, stanco e sofferente, si lancia fuori sfondando la porta, fin troppo desideroso del proprio turno, perdendo le opportunità che forse la sala d’attesa gli avrebbe riservato; nuove conoscenze, una nuova prospettiva, un rinnovato amore per la sala d’attesa stessa, sua e di tutti, che invece ora langue, con un posto vacante.

Ci sono coloro che, purtroppo, vengono portati fuori ancor prima d’entrare.

Di loro non rimane che l’odore.

Ci sono gli uscieri: e bianche figure di gioia, che entrando nella sala d’attesa si portano appresso nuova vita; e neri figuri di rassegnazione e dolore, ultimi accompagnatori.

Talvolta le due categorie s’incontrano, in strane od infelici circostanze.

Poi ci sei tu.

Un altro sprazzo di pensiero nel grigiore, talvolta, della tua e di tutti sala d’attesa. Certo, sei unico, non sarebbe possibile il contrario, tutti sono unici e tutti sono uno, nella sala d’attesa di tutti e di ognuno.

Cerchi di trovare, nei tanti istanti (forse infiniti, e chissà se nella sala uno dei passanti si è mai messo a contarli) che sai di dover passare ad attendere, qualche momento da voler aspettare, quando ne ricapiterà l’occasione.

Vuoi trovare un’attesa nell’attesa.

Mentre si aspetta, cosa c’è di più piacevole dell’aspettare? Ti lasci folgorare dalle emozioni che questa nuova attesa porta con sé: chissà chi verrà a sedersi accanto a te; chissà se lo farà per caso o, semplicemente, perché non c’era altro posto; e chissà chi, infine, si alzerà per primo, chiamato.

Chissà come potrebbe essere l’attesa degli altri senza di te, o la tua attesa senza gli altri… Chissà che sapore hanno gli altri, così vicini ma distanti…

Chissà se stanno aspettando anche loro qualcosa…

Ti lasci trasportare dalla divagazione, fantastichi sul come, dove e quando, anche se non ti è molto chiaro cosa dovrebbero poi significare. Sei felice, inebriato, chissà dove puoi arrivare se continui così

Ma ad un tratto vieni chiamato: è il tuo turno.

Vieni accompagnato, senza poterti voltare indietro a vedere se, in tutto quell’aspettare, fosse effettivamente successo qualcosa.

 

Ma d’altra parte, ti dici, è solo una sala d’attesa.

04/05/18

Mattia Sangalli