Una quarantena spaziale

Marzo 2050

Vi scrivo dalla navicella spaziale VDG0027 che orbita intorno allo spazio terreste da tredici giorni, esattamente da quando un virus mortale ha invaso il pianeta. Ci hanno fatto evacuare nello spazio, in delle navicelle che sono state assegnate casa per casa.

Era un giorno come un altro, quando all’improvviso alle sei del mattino io e i miei coinquilini siamo stati svegliati dall’allarme. Cioè, sì, loro sono stati svegliati, io faccio parte di quella categoria di individui che non sentono la sveglia. Comunque ci hanno caricato su queste bettole e ci hanno spedito qua nel remoto e infinito spazio, con la promessa di farci rientrare appena la terra sarà sanificata e nuovamente abitabile.

All’interno della navicella con me ci sono Cosimo detto “Il bestemmiatore” e Donatello detto “Er donnola”. Sono persone di buona compagnia, quando vogliono.

Cosimo è quel tipo di persona che prende le cose con tranquillità, ad esempio si affaccia ogni giorno all’oblò della navicella e rivolgendosi ai nostri vicini, urla: “FIODENA, ANDRA’ TUTTO BENE, *BESTEMMIONE DIVERSO GIORNO PER GIORNO*”. Due cose non gli puoi togliere: il Campari e la pasta al sugo. Ho il forte dubbio che a breve sbotterà di testa, ne ho avuto il presentimento quando l’ho visto farsi dei milk-shake con la frutta al posto del pranzo. Non è per niente da lui rinunciare al quantitativo calorico che puoi assumere solo mangiandoti un branco di bovini per dei milk-shake.

E poi c’è Donatello, che dire di lui? All’ordine prendete solo il necessario dalle vostre case, l’ho visto arrivare con tutto l’impianto stereo per imbastire il djset del secolo. Ha organizzato delle dirette su un canale e si fa ascoltare mentre suona, ogni giorno alla stessa ora. Almeno ci distrae dai vicini di navicella, che hanno deciso di deliziare i nostri apparati uditivi con l’intero panorama musicale italiano degli anni ’80. Apprezzabile eh, ma variare un pochino no? Oltre a questo, Donatello passa il tempo a creare nuovi match su Tinder, ha stilato una lista di ragazze da incontrare quando questa storia sarà finita, è in astinenza, dice.

Io sono più un tipo da “ho la paranoia ma non lo lascio trasparire”, “mi rompo il cazzo di non poter far niente”, “mi lamento a caso con gemiti incomprensibili”. Ho la terribile paura di ritrovarmi a fine di questo periodo come i personaggi sovrappeso del film “Wall-E” e ho cominciato a fare esercizio, in modo insensato, probabilmente non come andrebbe fatto, ma a livello psicologico mi sento un’atleta. In questo modo posso tenere a bada i sensi di colpa quando mi scofano la combo pizza surgelata-crocchette di pollo. Inoltre, faccio mille videochiamate al giorno in modo da prevenire la perdita delle capacità sociali e ordino nel sito di acquisti spaziale molteplici e variegati kit: kit per fare le candele, kit per fare il sapone, kit per farsi le unghie, kit per stampare le foto, kit per la masturbazione, ecc. ecc.

Siamo qua, nello spazio incontaminato, giorno dopo giorno. Ci hanno disposto una navicella lontana almeno a un kilometro dall’altra, non sia mai che ci venga voglia di fare un quarantena-party nello spazio. Dobbiamo stare a distanza, ci hanno detto. Il virus potrebbe essere latente in qualcuno di noi e potremmo infettare gli altri. Ma i più fortunati sono loro, i cani-muniti. Loro possono accedere, uno alla volta, alla “piattaforma spazio-parco” per portare il cane a rilasciare i propri escrementi. Un giorno ho visto uno fingersi un cane per entrare lì dentro. Non c’è dubbio che qualcuno ne uscirà pazzo. Gli anziani, ad esempio, a volte, hanno la magnifica idea di uscire dalla navicella con la tuta spaziale e con le borse della spesa in mano. Il punto è non esistono supermercati qua, il cibo ce lo portano, tutti i giorni. Ma ho cominciato a credere che faccia tutto parte di un rituale particolare di cui solo loro sono a conoscenza.

Passiamo ogni giorno dopo l’altro cercando di inventare delle attività, tipo: lunedì ore 14 laboratorio del fai da te, martedì ore 16 festa in piscina nella vasca rigorosamente in costume, venerdì ore 19 cena a base di cibi di colore giallo, sabato ore 17 gara a chi rimane più tempo su una gamba sola. Insomma, ci si tiene impegnati, in un modo o nell’altro.

Tutti si chiedono continuamente quando questa situazione finirà, quando potremo tornare a casa, tornare ad abbracciarci e a non avere più paura di stare vicini. Si chiedono se il genere umano sopravvivrà e sconfiggerà anche questo ennesimo duro e difficile momento. Ma una domanda rimbomba costante nella mia mente, ogni giorno, ogni ora: “perché ho continuamente voglia di ravioli al vapore?”

 

Giulia Giampaoli

Venti(quattro)

MATTINA

Mi sono alzato tardissimo e sono in ritardo per lezione. Stamattina avevo il prosciutto negli orecchi: la sveglia ha suonato a lungo senza, poverina, venire minimamente considerata.

Poco importa. Mi vesto al volo e mi fiondo giù dalle scale; all’angolo di via Bolognese e piazza dell’Unità c’è il bar che preferisco della zona. È gestito da una famiglia di cinesi, moglie e marito. Ogni tanto c’è pure il figlioletto, che credo abbia poco più di sette anni. È incredibile come tutti e tre parlino in un italiano perfettamente corretto, senza la minima flessione straniera; eppure Chen è in Italia solo da qualche anno, non abbastanza per ottenere la cittadinanza italiana. E pensare che alcuni politici vorrebbero mettere un test di lingua italiana per tutti gli immigrati, quasi a rendere impossibile un iter già di per sé troppo lungo, contorto e rocambolesco. E tutti gli ‘italiani’ che sento parlare alla radio e alla televisione, che non sanno nemmeno coniugare correttamente un congiuntivo, o costruire una consecutio temporum logicamente coerente, dove li mettiamo? Se attuassimo lo stesso criterio anche con gli italiani, giusto per rivendicare o togliere la nazionalità, quante persone verrebbero effettivamente risparmiate? Sarebbe sicuro una carneficina. Che poi dico, se so parlare non è detto che conosca le regole grammaticali, anzi. Come quando ti consigliano di andare a Londra per imparare l’inglese parlando con gli autoctoni, mica ti chiedono se il pronome che hai usato è oggetto o soggetto della frase! Non so proprio che pensare, questo paese è proprio strano, al limite del paradossale. Forse è meglio bere in fretta il caffè, non posso sbarellare così di prima mattina «Sai cosa Chen, anche una brioche alla crema, grazie!»

 

 

PRANZO

Adesso mangio delle polpette confezionate riscaldate in microonde e non mi piaceranno molto ma costavano 2,50€ e il piatto piange un po’ come il portafoglio e penso sia molto strano il fatto che alla mia età il mio bisnonno mangiava pane fatto in casa e faceva il barrocciaio che per chi non lo sapesse semplicemente era un camionista ante litteram e lo faceva in Maremma e si alzava stra-presto la mattina e lavorava 12-14 ore e mica c’erano i supermercati o i microonde e le città erano più piccole e c’erano sì i negozi alimentari ma insomma non esisteva nemmeno come concetto l’Esselunga la Conad la Standa o robe simili e ciò da una parte è strano voglio dire fino a nemmeno cent’anni fa la gente produceva il cibo che mangiava e sapeva cosa ci fosse dentro; in più c’erano le ghiacciaie ora invece chissà se nelle polpette c’era un vitellino o un residuo industriale di pattume o plastica stile Marcovaldo ecco la vita moderna è anche questa e c’è tanta abbondanza e la gente vive più in città e guadagna un salario fisso poi compra il proprio cibo principalmente in supermercati con casse automatiche e paga con bancomat però che progresso passare da 1000 calorie al dì sudate con fatica e impegno a prodotti sopra le 1200 kcal al pezzo pagate fisicamente molto meno almeno solo nell’atto di comprare tutto ciò è triste e comunque queste polpette non sono poi molto male e si difendono bene e ora mentre mastico rispondo a dei messaggi e forse dopo avrò ancora fame.

 

 

POMERIGGIO

Dovevo andare in farmacia ma l’ho trovata chiusa. L’orologio segna le cinque meno quindici e già mi sto innervosendo e non ho la minima voglia di stare in giro, il mal di gola mi passerà da solo.

Il sole è coperto dalla solita coltre di nebbia e nuvole bianche e io non vedo l’ora di essere a casa. Mentre cammino mi sento uno dei discepoli di Aristotele, che filosofeggia con le mani dietro alla schiena vagando per le vie di Bologna.  Anche oggi, nonostante il clima, il centro pullula di turisti. Arrivo in piazza Maggiore e decido di sedermi un attimo su uno scalino di fronte a San Petronio. Chissà quante persone si saranno fermate qui come me in questo momento ad osservare la facciata incompleta di questa chiesa. All’improvviso mi focalizzo su un’immagine che mi disturba; un tarlo inizia a rosicchiare il mio cervello. Non riesco più a pensare ad altro e comincia il flusso di coscienza. Mi chiedo come mai la piazza sia piena di poliziotti, carabinieri, militari e mi chiedo cosa significhi davvero sentirsi sicuri. Sentirsi sicuri è molto diverso dall’esserlo effettivamente. Non si può pensare che dei militari armati, a bordo di una jeep che sembra un carro armato ad uranio, contribuiscano a creare un ambiente migliore nella zona più centrale della città. Penso che forse, se qui ci sono così tante forze dell’ordine, un motivo effettivamente c’è. Lo scopo è quello di evitare stragi, attentati, tragedie come quella del Bataclan a Parigi; io purtroppo continuo a vederla soltanto come una dimostrazione di forza, come un modo attraverso cui far capire a tutti che lo Stato è qualcosa di più che un concetto filosofico. Il fine è tutelare i cittadini creando un deterrente anche nei loro confronti.

Mi chiedo se in caso di attentato tutto ciò possa garantire o meno una maggiore sicurezza per le possibili vittime, ma sono dinamiche nelle quali non posso immedesimarmi. Anche immaginando che così sia possibile salvare delle vite, riempire tutte le strade di militari armati per la paura di un qualcosa che potrebbe accadere non sarà mai una soluzione. Ho sempre preferito tenere su due piani distinti sicurezza e libertà, e penso che il modo migliore per contribuire ad entrambe sia quello di non avere pregiudizi verso ciò che non si conosce, preferendo il dialogo all’intimidazione.

Continuo a rifletterci, mentre mi avvio verso casa…

 

NOTTE

Come ogni notte, il buio si accumula intorno a me, gli occhi spalancati in un silenzio immobile. Questo stato causa la mia insonnia da anni, dandomi l’idea di non aver mai dormito se non raramente; ore a cui non dare troppo peso.

Tutti lo consigliano: alzati, vestiti, esci e cammina. Così faccio e mi chiudo la porta dietro le spalle imboccando via Ferrarese.

Non c’è nessuno in giro questa notte e mi sembra cosi strano: avere una città a disposizione mi dà la sensazione di terra bruciata, di supremazia e desolazione contemporanee. Forse è proprio così che ci sentiamo dentro ai nostri confini e ancora di più fuori da essi: sovrani prima, granelli poi.

Mi chiedo cosa nasconda quest’anarchia globale, mi chiedo perché abbiamo bisogno di sentirci sovrani, supremi se nel momento in cui guardiamo al di fuori del nostro reticolato, appare chiaro che non lo siamo. Sembra un patto nascosto, un pregiudizio insaziabile.

Cerchiamo ogni giorno di raggiungere l’angolo di mondo più remoto, attraverso le nostre ambizioni, il nostro “progresso”, inventiamo e costruiamo strumenti, ma appena possiamo ci rintaniamo nel nostro individualismo e in quello di chi lo condivide, perdendo le mete che ci eravamo prefissati, allungando sempre di più le distanze.

Tutti parlano di confini, ma, a dir la verità, io non ne ho mai visto uno perché forse il vero confine, la vera frontiera è proprio nella mia testa, disillusa, che non riesce più a dormire.

E tu notte dove fuggi, così sconfinata, e dove arrivi? Senza un traguardo resti impassibile ed io in piedi, fermo, a guardarti. Tra poche ore anche tu valicherai un “confine” ed io tornerò a casa; eppure mi viene da pensare che queste distanze siano solo alibi, finte protezioni, dogane di reticenza.

Io sono qui, su questa terra, che vista da lassù non avrà né confini né frontiere e resisto a questo sonno che mi chiude gli occhi piano piano.

 

Anna Aziz
Elisa Citterio
Cesare Faustini
Leonardo Mori

Agio

Le mie dita battono ritmicamente sulla tastiera. Produco, anzi, scrivo sotto dettato della mia coscienza. Lei dorme sul letto, assorta, il suo volto non dipinge sorrisi, lascia trasparire tutt’al più stanchezza. Se solo sapesse quali mostruose figure albergano nella mia mente, non si sarebbe certo concessa. Più probabile che sappia in realtà cosa abbia dentro di me, quali siano le mie inclinazioni. Le donne sono creature magiche e terribili e riescono a leggere perfettamente le emozioni altrui. Certamente, nei millenni hanno dovuto imparare a convivere con noi bruti. Questi sono i pensieri di sottofondo, nascosti nel mio sottobosco psichico. Che metafora ardita, magari la cancellerò. Per il momento, lasciamola lì, incorniciata a inizio pagina. Tiro un’altra boccata di sigaretta, deposito la cenere nel contenitore, la rimetto in bocca come fosse una pipa o un fuscello. Mi viene in mente un antico mosaico di Pompei: gli ovali di una donna sepolta nei millenni, forse Saffo, forse un’allegoria, forse mai esistita, mi guardano dritto e ricompaiono periodicamente nella mia mente. Ho un rapporto problematico con le donne, questo è vero. Tendo a essere codardo, rivendo la mia riservatezza con punte di ipocrisia e falsa umiltà.
Lei è Musa e figura malvagia. Deve, senza alcun dubbio deve, rimanere ignara di come la stia sfruttando. È come un serbatoio illimitato d’ispirazione, ridotta a un oggetto come un altro. Vi saranno sicuramente differenze fra lei e uno schermo, e dei fotogrammi in movimento che compiono acrobazie fisiche. Le espressioni alla fine sono sempre uguali, così come lo sono magari nei secoli dei secoli… amen? Un’altra ardita provocazione alla morale cristiana: non c’è male, non c’è male! Torniamo a lei: le ho parlato, abbiamo giocato, ha riso, sono salito su da lei, l’ho circuita e sedotta. Si è abbandonata al piacere, è stato un bell’amplesso dopotutto. Questo lo spero e basta, ovviamente non potrò mai sapere quanto abbia finto. È possibile che in realtà la sua stanchezza sia causata più dalla finzione che dal piacere. Può darsi. Tange poco il mio interesse, in verità.
Prima ho parlato di serbatoio: non mi riferivo certo a una fonte di piacere meramente fisico, a uno scambio di linguaggi o a chissà cosa. Fin troppo semplice così. Semplicemente faccio ciò che natura vuole, aspetto che si addormenti fra le mie braccia, appena posso sguscio via e mi rintano nella mia postazione. Ho legato il prodotto del mio lavoro, il mio nuovo romanzo, a questa relazione. Sapete, ho deciso tempo fa di andare oltre il legame fra arte e vita. Ho trasfuso, piegando i sentimenti e l’istinto atavico insito in ogni essere umano, ossia il desiderio di sentirsi amato e accettato, tutto il mio talento in una pozzanghera dorata. Fuor di metafora: inganno, seduco, produco, scaccio. In un’altra epoca sarei stato elogiato come un libertino. Molte donne invece m’insulterebbero e basta. Difendermi? Da cosa, esattamente?
Ogni mia produzione ha il nome di una donna dentro. Ecco un paio di occhi neri, un romanzo cupo ma acerbo e dalle poche vendite. Al nero di quegli occhi, eccone un paio più chiari: già meglio, qualcosa di apprezzabile dalla critica letteraria.
Vi potreste chiedere se io sia cattivo o meno. Quel che mi attende, nessuno lo sa.
Ho la sensazione di essere impunito. Sapete, sono diventato piuttosto bravo, negli anni. La mia abilità nel sedurre le donne e il pubblico è cresciuta parimenti alla mia freddezza e alla mia malizia. Più ho successo, più è semplice ingannarle, più sono sicuro, più scrivo.
Colleziono donne come un adolescente colleziona fazzoletti sporchi. Un po’ violenta come frase, distaccarsi dalla realtà (qualunque cosa voglia dire) è tuttavia un peccato che ancora non ho avuto il coraggio di compiere.
Tutto questo ha un limite: invecchierò come tutti e presto o tardi il successo svanirà. A quel punto, se avrò avuto abbastanza soldi, potrò trovare una compagna giovane, bella e falsa. I soldi possono comprare veramente tante cose. C’è chi direbbe che tutto questo sia fatto per mera cupidigia. È vero per certi aspetti, non lo è per altri. Sono stanco.
Spengo la sigaretta. Lei dorme e adesso abbozza un sorriso. È davvero bella. Sì, questo romanzo si scrive da solo. Venderà molte copie, ne sono sicuro.

Leonardo Mori

Dark Bologna, maggio 2017

La mia coinquilina C. mi regala due prevendite per un evento techno alla terrazza del Teatro Comunale di Bologna.  Ci vado con G., passa in bici sotto casa mia e andiamo assieme. Siamo cariche, sappiamo che faremo la il pre serata e che dopo tanto si va a casa di Marians –le sue feste sono sempre una garanzia-. Prima di entrare in teatro ci beviamo in fretta due spritz campari; ne smezziamo un terzo, ma la coda si fa all’improvviso più rapida e finisco per congelarmi il cervello scolandolo tutto d’un fiato pur di non buttarlo. Non si spreca mai da bere, soprattutto se sei un fuorisede mezzo alcolizzato. Insomma entriamo in questo posto, saliamo un po’ di rampe di scale seguendo la strada fatta da divieti e da bodyguard che ti mostrano la via e ci troviamo in una sala in stile Luigi XIV, dove in ogni parete abbiamo specchi e stucchi dorati; al soffitto un imponente lampadario intimorisce colui che ci passa sotto. Il targhet è veramente eterogeneo: lavoratori trentenni, radical chic senza età, un paio di universitari fighetti, bolognesi doc, qualche giovane mamma assieme al proprio bimbo e poi noi. Ce n’è per tutti insomma. Rimaniamo subito impressionate dalle costellazioni proiettate sul soffitto di questo salone da ballo. Usciamo e ammiriamo il panorama che si vede da questo terrazzone a forma di L. Tutto è illuminato da una luce verde acido che fa molto alien e c’è pure uno stand dove il barman ti aiuta a creare il tuo proprio cocktail. Però noi siamo pigre per cui torniamo al bar di dentro e con l’omaggio ci pigliamo due negroni. Passiamo il tempo a chiacchierare, fumare paglini e osservare il degrado di piazza Verdi dall’alto e ridiamo come matte osservando tutti quei ragazzi impegnati come formichine pazze a fare cose altrettanto folli, quello che facciamo noi ogni sera a parte questa. All’improvviso vedo Gae e caccio un urlo per chiamarlo (ammetto di aver cercato con cura, per un buon lasso di tempo, qualcuno che potessi conoscere per tirarmela un po’). Lui alza la testa e rimane stupido, come noi d’altronde, chissà come cazzo ha fatto ad averci riconosciute da così distante, poi sono le dieci ma il terrazzo è già pieno. Tentiamo una comunicazione in stile telefono senza fili che però non va in porto, comunque no problem ci si becca da Marians più tardi- gli faccio io- e ci spostiamo per continuare il giro esplorativo. Torniamo dentro, siamo un po’ brilline ma neanche tanto, la location è stra figa ma la musica fa schifo. Techno ambient che ogni volta che sembra partire un basso peso si stoppa e lascia tutti in sospeso. Musica che non è né carne né pesce, dio quanto la odio. Finiamo a ballare a caso tentando di scorgere una parvenza di kick battuto a tripletta (siamo due goane del cazzo io e la mia socia) quando a una certa un tipo, osservando la nostra danza strana, ci chiede se siamo solite andare a serate indie. “Ok qui abbiamo finito” abbiamo pensato in contemporanea, o almeno questo diceva il nostro scambio di sguardi. Prima di uscire G. propone uno shot di Montenegro, sono solo due euro è fattibile. Accetto e torniamo al bar. Grazie ai nostri occhioni blu riusciamo a farci offrire un terzo shot  dal barista, che dividiamo in maniera molto democratica. È tempo di andare da Marians, quindi usciamo e ci incamminiamo verso il Labas. Appena scese è Piazza Verdi ad accoglierci, dove ci attende E, uscita con la sua solita lemma fiorentina (è sempre in ritardo quella ragazza).  Ci fermiamo al Piccolo e Sublime e G. inizia ad ordinare shottini per tutte. Nel mentre arriva pure M., e tra un giro al bagno e uno shot finiamo per farne ben più di quattro o cinque. Ricordo in particolare quello verde, che il barman ha precedentemente incendiato, invitandoci ad aspirare il vapore dell’alcool e poi a bere lo shot. Perfetto G. ci ha distrutto, siamo già tutte e quattro barcollanti e non siamo nemmeno a metà strada. Non so come arriviamo in via Orfeo e nemmeno in che stato entriamo nella casa. C’è un botto di gente che quasi non si respira, ci mettiamo un bel po’ a beccare e salutare il proprietario di casa. “Marians ma chi è tutta sta gente?” esordisco “Che ne so ne conosco meno della metà” sbiascica lui. In effetti ci sono tanti volti nuovi rispetto alle ultime due feste. Ma questa volta lui, L. e K. (i suoi due coinquilini) hanno fatto le cose in grande. L’impianto è molto più grosso rispetto all’ultima volta, e sto giro c’è pure il videoproiettore che proietta un video psichedelico sul muro. Grande Marians che non smette mai di stupirci. Insomma ci perdiamo in chiacchere con gente varia, ballando ritmi ripetitivi, continuiamo a bere vino rosso e bianco di pessima qualità. Ormai la stecca è alta, siamo esagitate e splendide, quella forza che solo l’alcool e la bugiarda sanno tirarti fuori. Si spaccano un paio di bottiglie per terra, ma tanto la prima a farne cadere una è stata la mia coinquilina L. il che fa sentire tutti gli altri meno in colpa. A una certa  vedo il tipo di E. Lei mi aveva chiesto specificamente di tenerglielo distante quella sera perché non avrebbe voluto incontrarlo, e io mi ritrovo in un attimo tra loro due. Lui fa per salutarci, io presa dalla foga lo spingo via con uno strattone urlando “lasciala stare questa sera è mia!”.  La mia amica mi ha amato in quel momento, nonostante quella sera sia finita col farci pace e portarselo a casa, ma questa è un’altra storia. Continuiamo la serata quando ad un certo punto mi si piazza davanti A. Dalla bassa veneta, un ragazzo con un’aura molto oscura, uno scoppiato di quelli che portano con se un fascino da maledetto a tratti da psicolabile. Abbiamo avuto un trascorso strano e rocambolesco. Insomma inizia a sfottermi, facendo battutine per stuzzicarmi. Ma io sono ubriaca, senza filtri e senza remore, e le parole escono dalla mia bocca come micce incendiarie. Tocco tasti dolenti e lui in preda alla rabbia prende la bottiglia di bianco che ha in mano e me la rovescia per metà addosso. Io non ci vedo più e inizio a tirargli pugni e spintoni, e il bello arriva ora. I nostri amici, almeno quelli che hanno assistito alla scena, decidono che è più divertente, o più onesto non so, ma è più probabile la prima ipotesi, tenere fermo l’A e lasciarmi fare. Deve entrare in scena L. trascinandomi via a forza per far calare il sipario sullo squallido teatrino. Finisce che mi trascina fuori, fuori dalla casa in strada, e mi chiede cosa cavolo sia successo. Io ubriaca inizio ad urlare, non voglio che mi veda così ubriaca, sarò ubriaca ma so con chi voglio perdere la dignità e con chi no. Lui ride e mi dice che sono stupenda anche quando faccio la scema, finiamo a casa sua a concludere la serata in intimità. Saranno state le tre, io ero ubriachissima e sarei rimasta volentieri alla festa ancora un po’ per smaltire la sbornia ma ero talmente fuori che non ho subito realizzato la cosa e non sono nemmeno riuscita a far valere le mie opinioni con lui. Succube, sempre succube. Pendevo dalle sue labbra in quel periodo, facendomi trattare da pezza da piedi, a volte consapevolmente altre no, però in cuor mio credevo di meritarmelo, meritarmi lui e anzi dover ringraziare di avere almeno lui. Ovviamente le cose sono un po’ cambiate da maggio a oggi, ottobre. Molte cose, per fortuna.

Elisa Citterio

Diario di bordo Grecia-Punta Ala

Mi chiamo Cesare, ho 20 anni e studio giurisprudenza all’università di Bologna.

Questo è il diario di bordo di un viaggio in barca a vela dalla Grecia alla Toscana. Ho cercato di documentare al meglio delle mie possibilità le emozioni vissute e le difficoltà incontrate, lasciandomi spesso andare a riflessioni personali che rappresentano il punto di vista di chi non avrebbe mai neppure pensato di vivere un’esperienza simile.

Oltre a me, gli altri membri dell’equipaggio erano Tommaso (Tom), Claudio (Cla), Bernardo (John) e Gianni, padre di Tommaso e capitano della spedizione, nonché proprietario del Suahil (la barca).  L’imbarcazione era lunga circa 13 metri e sottocoperta c’erano due piccoli bagni, un cucinotto e 6 posti letto piuttosto stretti. Io dormivo con John.

La nostra piccola Odissea è cominciata ufficialmente da Meganissi, una piccola isoletta nella parte occidentale della Grecia, non troppo lontana dall’Itaca di Ulisse. In 8 giorni abbiamo percorso circa 660 miglia (poco più di 1200 km), attraversando il mar Ionio, passando per lo Stretto di Messina e risalendo il mar Tirreno fino a Punta Ala.  Durante il tragitto abbiamo fatto tappa due notti, a Messina e a Ventotene, mentre nel resto del tempo abbiamo navigato ininterrottamente.

 

 

GIORNO UNO

Ora mi trovo nella camera di un piccolo hotel a Preveza. È stata una giornata molto faticosa, che è terminata con una cena a base di pesce e vino in un’osteria qui vicino.

Durante la cena l’oste ci ha detto che la Roma stava perdendo 5-0 col Liverpool. Domattina ci alziamo alle 7.30.  Scrivo due righe per ricordarmi meglio di oggi e poi dormo.

Siamo partiti da Siena alle ore 8.00, in direzione Roma Termini.  Dopo aver perso il treno che di lì ci avrebbe portato a Fiumicino – ed esser stati costretti da un simpatico controllore a scendere dal treno successivo – siamo arrivati a stento in aeroporto a bordo di un taxi.

Sull’aereo ho avuto il piacere di avere intorno a me una scolaresca di quindicenni greci che tornavano a casa da una gita.

Una volta atterrati a Corfù, per non farci mancare niente, abbiamo anche dovuto prendere un traghetto per Igoumenitza. Durante la prima ora in mezzo al mare, al tramonto, c’era una bella atmosfera; io e gli altri ci siamo presi qualche lattina di birra greca che era uguale all’ Heineken.

L’arrivo al porto è stato abbastanza traumatico, perché prima di raggiungere la nostra destinazione mancavano ancora 80 km e non c’ erano mezzi pubblici. Abbiamo anche pensato bene di discutere con gli unici tassisti nel raggio di 20 km, nel tentativo di ottenere uno sconto.  Alla fine, la Grecia, ha vinto. Siamo tornati indietro disposti ad accettare ogni condizione che ci avrebbero imposto.

Dal taxi, i panorami dell’entroterra Greco visti al crepuscolo, mi hanno fatto sentire in uno stato di tranquillità interiore.

 

 

 

 

SECONDO GIORNO

Stamattina, quando mi sono svegliato, ero in un bagno di sudore. I piumoni bianchi sintetici dell’hotel hanno dato un’unica risposta: MALATTIA.

Fatta colazione, abbiamo raggiunto la marina dove si trovava la nostra barca a vela. Il Suahil era fuori dall’acqua da qualche mese per lavori di manutenzione. Dopo che i ragazzi del porto l’hanno calata in acqua con una specie di gru per barche, siamo stati tre ore a pulirla da cima a fondo e poi siamo subito partiti per il primo tratto a vela.

Da Preveza a Meganissi ci abbiamo messo circa 3 orette.

Non ho ancora capito come funzionino queste barche, con tutte le corde che tirano le vele e la direzione del vento che cambia in continuazione…  Gianni e Tommaso, al contrario, sembrano due bravi velisti.

Prima di arrivare nella piccola Marina in cui siamo ormeggiati, abbiamo gettato l’ancora e ci siamo fatti un bagno gelido. Adesso sono davvero sicuro che mi ammalerò.

Stasera ci attenderà la tipica cena in osteria a base di insalata greca e frittura di pesce, prima di passare la prima notte in barca. Gli odori e i colori di quest’isola mi ricordano molto un paesino della Sicilia e i suoi abitanti sono molto ospitali. Tommaso ci ha presentato un po’ di persone che già conosceva da quest’estate, quand’era venuto qui due mesi per lavorare nel porticciolo.

Finora, anche se il raffreddore inizia a darmi fastidio, ho avuto buone sensazioni.

 

 

 

GIORNO 3

Mi sono appena svegliato dopo 16 ore di blackout. Adesso siamo in mezzo allo Ionio e mi sento la febbre alta. Il viaggio però sembra procedere tranquillo.

Cerco di dormire ancora mentre aspetto di riprendermi.

Purtroppo non c’è molto che io possa scrivere…

 

IV

Stamani, quando mi sono alzato, mi sentivo meglio. Ieri ho attraversato momenti molto difficili. Dopo che sono uscito all’aperto, però, ci sono capitati un sacco di eventi fortunati.

Per prima cosa, un tonno ha abboccato alla nostra lenza di fortuna. Poi, mentre ci avvicinavamo sempre più alla Sicilia, ci siamo imbattuti in due testuggini e in un branco di delfini che nuotavano intorno alla prua della barca, quasi come in un film.

Per me che fino a quel momento ero stato costretto dall’influenza a restare al chiuso, vedere quell’immensa distesa blu ha significato sentirmi libero. Ho realizzato che lì, in mezzo al nulla, non esistevano falsi bisogni.

Verso le 8 di sera poi, in preda all’euforia, abbiamo pescato il secondo tonno mentre facevamo il terzo/quarto aperitivo della giornata.

Dopo 2 ore che era calato il buio, siamo finalmente arrivati al porto di Messina. Mi mancava già la terraferma…

Io e gli altri ci siamo fatti un giro per il centro della città e ci siamo presi una pizza, prima di tornare a letto.

Ora sono disteso, aspettando di prendere sonno. L’influenza va sempre meglio, anche grazie alla farmacia che la mamma di John è riuscita ad infilargli in valigia. Domani dobbiamo alzarci molto presto per fare provviste, visto che ci attendono altri due giorni di navigazione ininterrotta prima di fare un’altra sosta.

 

 

V

Oggi, la giornata è iniziata nel migliore dei modi. Mentre eravamo in giro per fare provviste, ci siamo fermati a fare colazione con granita al caffè e brioche siciliana. Camminando per le vie di Messina, ho visto davvero parecchi manifesti del Movimento 5 Stelle. L’intera città aveva l’odore del mare, e sembrava che la vita dei suoi abitanti fosse scandita dal ritmo delle onde.

I primi problemi sono arrivati quando io, Claudio e Bernardo abbiamo deciso di sfilettare uno dei tonni proprio nel momento in cui stava gettando gli ormeggi una barca della Guardia Costiera. Passandoci accanto, le autorità ci hanno spiegato che forse, uno dei tonni che giacevano a pezzi sul pontile, apparteneva ad una specie protetta.

Dopo aver passato le 2 successive ore a spiegare la nostra buona fede ai due agenti, cercando di evitare dodicimila euro di multa per quello che sarebbe potuto diventare il pesce più amaro mai mangiato, siamo riusciti a partire. La multa, grazie a dio, non ce l’hanno fatta.

Uno dei momenti senz’altro più belli di questa giornata è stato il passaggio da Stromboli. Mentre in piena notte stavo fuori, disteso sotto le stelle a tenere compagnia a Tom, il vulcano ci ha salutati con un piccolo zampillo di lava incandescente.

Il viaggio prosegue nel migliore dei modi.

 

 

 

SEI

Il sesto giorno verrà ricordato come il vero giorno del tonno. Dopo il turno di notte di ieri mi sono alzato piuttosto tardi, dopo essere stato svegliato dalle grida degli altri che avevano avvistato altri delfini. Il pranzo è stato il vero pezzo forte della giornata, perché finalmente abbiamo deciso di cucinare il tonno più sudato del Mediterraneo. In due anni da studente fuorisede, non avrei mai pensato che una pasta al tonno potesse essere tanto buona.

Ora sono le 8.30 di sera e da non molto siamo arrivati a Ventotene, dopo essere passati vicini a Capri e Ischia.  Qui c’è un antico porto romano scavato nella roccia e le case sono tutte colorate, quasi come in un paesino delle Cinque Terre. Dalla costa si riesce a vedere il carcere borbonico costruito nel diciottesimo secolo sulla vicina isola di Santo Stefano.  Leggendo un libro trovato in una piccola libreria del centro, ho anche scoperto che durante il fascismo Ventotene era un luogo di confino per coloro che si opponevano al regime.

Il viaggio è vicino alla fine, e sento già la nostalgia per tutte i momenti che sto ancora vivendo.

Sta sera dormiremo ormeggiati in porto.

 

 

 

GIORNO 7

Siamo partiti da Ventotene in tarda mattinata, sperando che il mare si calmasse.

Appena siamo usciti dal porto ci siamo ritrovati in mezzo alle onde, con più di venti nodi di vento che venivano da prua. E’ difficile andare a vela quando sei controvento. Grazie alla bravura di Gianni e Tommaso, e all’andatura di bolina – che permette di risalire il vento – la barca solcava il mare a tutta velocità, inclinata di quasi 70 gradi. Io, nel frattempo, ero in un mix di adrenalina, paura e nausea per lo sballottamento. Con il passare delle ore, però, sono riuscito a riprendermi.

La navigazione è andata avanti allo stesso modo fino all’ora di cena. Con l’arrivo della luna piena nel cielo il vento ha iniziato a soffiare sempre di meno. L’ultima notte è stata senz’altro la più bella. Siamo passati di fronte al promontorio del Circeo, dove secondo la tradizione i compagni di Ulisse sarebbero stati trasformati in porci dalla famosa maga. Abbiamo anche visto dal mare le coste dell’isola di Ponza.

Come tutte le altre volte che navigavamo di buio, abbiamo fatto i turni per dormire. Adesso mi attendono 4 misere ore di riposo e io, intelligentemente, sto scrivendo il mio diario.

 

 

FINE

L’arrivo a Punta Ala è stato diverso da come ce lo aspettavamo. Quando eravamo vicini all’isola del Giglio, di fronte alla Toscana, il cielo ha iniziato a rannuvolarsi e in poco tempo è scoppiato un temporale. Per un attimo ho pensato a come sarebbe andata se fosse piovuto a quel modo durante la traversata dello Ionio.

A 15 miglia dalla nostra destinazione un uccellino zuppo è entrato sotto coperta, senza uscire all’aperto fino a quando non abbiamo gettato l’ancora.

Claudio non riusciva più camminare, il mal di mare si era ormai trasformato in mal di terra. John camminava benissimo, e in sette giorni sarebbe già stato in grado di progettare una barca a vela. Gianni e Tom, come se niente fosse, erano già pronti per fare aperitivo. Col gin tonic in mano, dopo una settimana così faticosa, ho realizzato che ben presto sarei tornato alla mia vita normale.

Il viaggio è terminato, e adesso sono a casa di Claudio. La doccia e il letto sono due lussi che imparerò ad apprezzare. Durante questa settimana ho capito davvero che cosa significa vivere senza telefono, senza appuntamenti e distrazioni “artificiali”. Ho condiviso dei bei momenti con delle belle persone e ho visto posti magnifici, viaggiando con lo stesso metodo con cui Odisseo e i suoi compagni avevano vagato per il Mediterraneo per 10 anni. Alla fine, anche io, sono tornato nella mia Itaca.

 

 

-Cesare Faustini

Foto di Cesare Faustini e Bernardo Snickars

Il confessore

Non so dire esattamente quando tutto è cominciato. Da piccolo mi divertivo un mondo ad afferrare il naso delle persone e a tirarlo, in realtà volevo strapparlo via per sapere cosa ci fosse sotto. Già a quell’età ero convinto che la pelle fosse un semplice sacchetto destinato a contenere quell’insalata mista scondita che chiamiamo corpo. Tuttavia mi domandavo se l’interno del suddetto sacchetto fosse più simile a delle arance o a della salsa al pomodoro.

Questo mio dubbio, questa mania, mi restò attaccata ogni istante della vita. C’era qualcosa che non capivo in quella pelle, in quella facciata intonacata che non mi lasciava intravedere la vera essenza delle persone, il loro vero essere ed il loro reale colore.
La situazione cominciò a prendere una piega diversa dopo la rottura con Elisa, che mi mollò dopo avermi sorpreso a spiare all’interno delle sue narici, mentre dormiva. Dopo un periodo confuso e di consueta depressione, in cui preso dallo sconforto mi tatuai sulla schiena la parola “spiedino”, senza motivo, per dimostrarmi che potevo farlo, giunsi finalmente a quella che amo definire la mia meta conclusiva. Fu infatti in questo difficoltoso periodo che conobbi Gesù. Inizialmente fu un rapporto platonico in cui lui mi portava fuori a cena e io pagavo il conto, ma ben presto qualcosa sbocciò tra noi due. Lui mi insegnava che se volevo veder chiaramente ciò che si annidava dentro le persone dovevo lasciar perdere tutte quelle idee riguardanti la pelle.
-La pelle lasciala a gli estetisti caro mio, il vero essere è nello spirito.- Diceva sollevando un bicchiere d’acqua che come sempre, curiosamente, sembrava inebriarlo.
-Ma..-
-Lo so.- Sollevando la mano destra per fermare i miei dubbi. -E’ difficile da accettare per uno come te che pensa che l’essenza dell’uomo sia simile a un barattolo contenente succo di pomodoro.- Io annuivo. -Ma devi comprendere che hai commesso un’errore alla base del tuo ragionamento. L’essenza umana non è come succo di pomodoro bensì come un sacchetto di arance .-

-Sono sempre stato indeciso tra le due possibilità.- Cercai di scusarmi.
-Questo è lo scontro eterno tra bene e male.- Mi rispose lui comprensivo.

Gesù m’insegnò a ignorare quel corpo che tanti interrogativi generava in me e m’introdusse allo studio e all’osservazione dello spirito. Quando anche lui mi mollò, a causa di una partita a monopoli in cui mi rifiutai di cedergli Corso Magellano, decisi che avrei comunque continuato le mie indagini. Superai la rottura con una maturità a cui non ero abituato e anche se passai sedici giorni a letto a maledire il mio nome, in fin dei conti, tutto si risolse nel migliore dei modi.
Era ovvio, la mia ricerca doveva spostarsi sul versante spirituale e psicologico ma mi mancava ancora il metodo con cui ottenere informazioni. La risposta giunse, ancora una volta, da Gesù. Passò infatti da casa mia, qualche settimana dopo la rottura, un prete di mezza età chiamato Valerio che doveva recuperare la roba lasciata dall’amico. L’ometto, dopo essersi caricato in spalla un numero incredibile di altarini, statuette e cerini, si voltò verso di me.
-Gesù mi ha detto di lasciarti il confessionale, dice che ti sarà utile.- E il regno dei cieli si spalancò davanti ai miei occhi. Con quello strumento, che avevo ignorato completamente e stavo utilizzando come voliera per falene, avrei potuto assorbire i più reconditi pensieri e peccati dell’animo umano e mi sarei così avvicinato al succo di quelle arance, che per Gesù componevano l’essenza del mondo.
Non appena padre Valerio ebbe lasciato la mia abitazione mi caricai in spalla il confessionale e lo portai all’esterno, sul marciapiede. La prima cliente, tuttavia, arrivò solo in serata. Si trattava di una vecchietta austera e rigida che prima di entrare nel confessionale lo osservò e vi girò intorno per una buona mezzora. Non fui in grado di trarre grandi informazioni da quella prima cliente ma da qualche parte si doveva pur iniziare. Inoltre feci una così buona impressione che il mattino successivo trovai davanti al confessionale una fila sterminata di vecchiette, affiancate da innumerevoli autobus che saettavano a prelevarle dalle case di riposo per condurle su quel marciapiede. Soddisfatto da questo palese successo mi vestiì in fretta e furia e cominciai a compiere il mio lavoro di confessore.
Per mezza giornata ascoltai confessioni e assolsi peccatori, neanche mi accorgevo del sole che modificava la sua posizione e nemmeno percepivo il caldo d’inizio estate. Le vecchiette al contrario si accasciavano a terra, ritmicamente, in preda ad attacchi di sonnolenza, per poi scattare in piedi urlando:
-E’ il mio turno, tre etti di crudo, un’aspirina e due caffé.- In alcuni casi scoppiavano delle vere e proprie liti, il caldo rendeva tutti nervosi e ogni vecchietta cercava un modo per superare chi aveva davanti, magari sfruttando quell’anno in più che la rendeva più anziana e rispettabile, con il ben noto “porta rispetto ai più vecchi.”; o la teatrale recita di un malore. Tutte erano pronte ad azzannarsi pur di consegnarmi, prima di altre, la loro confessione. I litigi si fecero così frequenti che dovetti istituire una forza di polizia con competenza su tutto il marciapiede. Era composta dalle vecchiette che più di altre si erano dimostrate affidabili ed aveva il compito di prevenire le liti e risolvere le controversie.
Continuai a confessare et assolvere fino a quando il sole non cominciò a velarsi di nubi rosacee e arancioni. Cacciai la testa fuori dal confessionale per avvisare che le confessioni sarebbero riprese l’indomani mattina, ma qualcosa di particolarmente colorato attirò la mia attenzione: si avvicinavano, infatti, due personaggi con vesti rigate di blu, giallo e rosso, di stampo spiccatamente rinascimentale. Tra le vecchiette si diffuse un chiacchiericcio nervoso e persino la mia polizia sparì rapidamente tra la folla.
-Ci manda il santo padre.- Disse una guardia svizzera appena giunta davanti a me.
-E’ un piacere avervi qui.- Risposi coinciliante.
-Gira voce.- Riprese lui. -Che qui si stiano svolgendo attività confessorie non autorizzate.-
-Il confessionale non è mio, è di Gesù, ha deciso di lasciarmelo dopo avermi mollato.- I due gendarmi si guardarono sorridendo.
-Gesù non è interessato a gli uomini come te, a lui piacciono alti, biondi e puri.-
-Mica è un nazista.- Il loro sguardo s’indurì.
-No, non è un nazista.- Ci fu un momento di silenzio in cui il bisbiglio delle vecchiette sembrò l’unica vibrazione in grado di tenere insieme l’universo. -Dunque, penso che sarebbe meglio ispezionarlo, questo confessionale.- Inizialmente non compresi la frase, alla fine si trattava solo di una scatoletta di legno a misura umana.
-Fate pure.- Una delle guardie mi passò dietro, entrò nel confessionale e rovistò per vari minuti.
-Ahi ahi ahi.- Borbottò dopo un attimo di completa immobilità.
-Cosa hai trovato?- Chiese l’altro.
-Ahi ahi ahi.-
-Cosa c’è?-
-Eh questo è un bel problema.- Uscì fuori dal confessionale tenendo tra le dita, come fossero pinzette, una fotografia che mostrò prontamente al collega.
-Ahi ahi ahi.- Fece appena la vide.
-Ahi ahi ahi.- L’altro fece eco. -Ti dice niente questa fotografia?- Mi passò l’immagine, era la foto della statua di Giordano Bruno in Campo dei fiori, a Roma.
-E’ Giordano Bruno, ho anche visto dal vivo questa statua. La foto però non è mica mia.- Feci per ridargliela ma con un gesto secco mi fece capire che avrei potuto tenerla.
-Dunque non è tua.- Disse sarcastico. -Anche quella è di Gesù?- Le guardie cominciarono a girarmi intorno lentamente e se non fossi stato un meraviglioso paranoico, probabilmente, nemmeno avrei notato i loro movimenti.
-Oh no, certo che no.- Realizzai in quell’istante che se la foto non era mia e nemmeno di Gesù doveva essere stata messa nel confessionale dalla guardia. -Fermi tutti, sei stato tu a mettere questa foto nel confessionale, Giordano Bruno, ma perchè?- Scoppiai a ridere, improvvisamente mi sembrò tutto uno scherzone ben riuscito.
-Io non ho proprio fatto niente.- Rispose la guardia con il massimo di ostilità possibile.
-Ma dai, mia non è, di Gesù non è, di qualcuno dovrà pur essere.-
-Infatti, è tua.-
-Va bene, se ci tieni tanto a regalarmela.- In pochi istanti l’altra guardia mi afferrò gettandomi a terra.
-Ha confessato, è sua.- Cominciò ad ammanettarmi.
-Cosa? Ma è assurdo? Cosa cazzo sta succedendo?-
-Sei in arresto per aver professato pratiche confessorie senza l’autorizzazione del santo padre e per aver conservato e diffuso materiali eretici.-
-Ma che cazzo di materiali eretici?- strillai tentando di dimenarmi.
-La foto è una prova più che sufficiente, chi lo sa, magari ti masturbavi davanti a quella immagine nominando l’oscuro signore, sei erotico.-

-Eretico.-

-Sì, quello.-
-Ma voi siete pazzi, siete pazzi.-
-In marcia.- Con uno strattone mi fece alzare in piedi e cominciò a sospingermi lungo la strada, mentre le vecchiette iniziavano a disperdersi. -E’ lunga fino a Roma.-
-Possiamo prendere il treno.- Balbettai in preda alla confusione. Le due guardie si scambiarono uno sguardo intristito.
-Non ho mai visto una guardia svizzera in treno.- Bisbigliarono scuotendo la testa. -Neanche in bicicletta in fin dei conti.

– Andrea Pezzotta