Intervista a Murdock Boomin

Leonardo Balducci classe 1997 di origine pesarese, è presente nella scena rap ormai da quasi dieci anni con il nome di Murdock Boomin.

Un inizio da freestyler, che lo ha portato a partecipare a svariate battle locali e regionali, sino all’abbraccio di quella che poi si è rivelata la sua grande passione… i testi scritti.

Attualmente conta un Ep dal titolo “Abnormal” uscito nel 2019 con 6 tracce, oltre che tre singoli di cui l’ultimo internazionale con un artista tedesco “Sunset ft. Spektrum” e un featuring con Fill Koi nella canzone “OneTake Sound Garden”.

 

T: Dunque Doc, posso chiamarti Doc vero? ah!ah!ah! Come hai iniziato ad avvicinarti a questo mondo?

D: L’inizio se dovessi riassumertelo te lo racconterei con due album, entrambi di Fibra… “Sindrome di fine millennio” e “Turbe Giovanili”.

Ho iniziato come tutti al parchetto sotto casa a Soria, facendo freestyle verso i 13/14 anni, poi, l’anno dopo, con un amico mio, mi sono messo a fare i primi singoli assieme a lui e ci siamo avvicinati al centro sociale di Pesaro.

Dopo un annetto da lì è nata una Crew, la Freak Family… che sicuramente non conoscerai…

 

T: Mai sentita.

D: Idiota.

Da lì comunque abbiamo iniziato a organizzare le prime jam, i primi eventi, le prime battle, i primi live… a girare facendo esibizioni per qualche evento o locale di zona, portando la nostra musica, ma tanto ne facevi parte anche tu, quindi lo saprai.

 

T: Quello che so io non conta ah!ah!ah! Comunque, cosa ti ha portato dalle battle alle canzoni?

M: Non ricordo il momento preciso, sicuramente influenzato dai miei idoli dell’epoca che scrivevano dischi, mi sono trovato a riflettere sul fatto che il freestyle è un’arte improvvisata, è la tua reazione all’emozione di quell’istante che scorre come le acque di un ruscello, mentre l’incidere una traccia è una visione diversa, costruita, forse più consapevole, che rimane incisa nel tempo; quindi si trasforma in qualcosa di atemporale, per me, un’emozione che non svanisce.

Ho ragionato quindi pensando che la gente si ricorda magari che c’era un ragazzo bravo a fare freestyle ma poi non si ricorda di me, forse perché c’è gente molto più forte nel freestyle o forse perché facevo fatica a lasciare un messaggio sui miei turbamenti interiori, avendo una persona davanti con cui competere, credo più nel confronto, probabilmente non era la mia strada.

Sicuramente molto hanno contribuito Fibra, Neffa, Kaos, Deda, insomma quella gente lì, vedendoli lì nell’olimpo con i loro dischi, così ho pensato voglio farlo anche io.

 

T: Differenze invece che hai notato tra i live delle battle e quelli dei concerti?

M: Di base hai comunque il cuore che ti batte a mille. Quando fai freeestyle e inizi un esibizione improvvisata, l’emozione ti secca la bocca perché non sai bene quello che dirai, se l’altro è in giornata, se è forte davvero, se metteranno la base giusta, quindi hai tutta una serie di incertezze che rendono quell’emozione molto stimolante e adrenalinica, mentre durante il live hai un’emozione più sicura, più costruita, più consapevole.

È creata in un altro modo, c’è un altro motivo. Voglio darti quel concetto e preparo il live per darti quel concetto.

Poi anche il pubblico è diverso, è lì per un altro motivo, è lì per vedere l’artista cantare qualcosa su di sé che poi lo faccia ridere o piangere e indifferente, è lì per sentire qualcosa di te, diversamente dalle battle dove credo che la gente vada lì per una sfida tra due persone per vedere chi prevale; è diverso principalmente nella preparazione: in uno ti alleni, in uno devi preparare uno show, costruire qualcosa da presentare al pubblico, questa è la cosa sostanziale.

 

T: Cos’è che ti ha portato a tutto questo? Cosa ti ha portato a fare un EP? È proprio questa concezione atemporale?

M: Sì questo EP è fondamentalmente il momento di cambiamento della mia personalità, del mio essere Leonardo o Murdock e delle mie consapevolezze consolidate nel tempo.

Volevo riunire ciò che ero prima di quell’EP e infatti le canzoni sono tutte riflessioni su me stesso, sul rapporto con gli altri e sull’amore.

Si chiama “Abnormal” appunto per questa sensazione di anormalità che sta nel sentirsi diverso dalla massa.

Inizialmente mi sentivo indicato come diverso o non valido e poi con il tempo è venuto fuori che in realtà era stata soltanto una visione sbagliata da parte di chi mi ascoltava o di chi mi guardava senza farlo, magari anche da parte mia.

Ho deciso quindi di costruire una strada nonostante non sapessi nemmeno io dove mi stavo dirigendo.

Doveva essere un punto da dove iniziare un nuovo cammino e lo è stato.

Ho rinchiuso le mie emozioni del passato lì dentro e da lì ho avuto un approccio diverso con la musica e con le canzoni.

 

T: Cos’è questo approccio? Questa evoluzione di cui parli?

M: È cambiato il punto di vista su questo mondo, ho abbandonato le certezze e riscoperto il dubbio, il dubbio che ti porta a crescere, a riflettere.

Quando hai certezze pensi sempre di essere nel giusto ma quando dai credito al dubbio inizi a vedere molti più punti di vista, aspetti della cosa completamente sconosciuti e quindi devi rimettere tutto nuovamente in discussione.

Eviti di darti pregiudizi musicali, riformuli i tuoi ascolti.

Come ad esempio il parere sulla musica. Semplificando… all’inizio non mi piaceva la trap, però aprendo il mio orecchio ho scoperto di esserci molto affine, semplicemente avevo un pregiudizio che è una cosa sbagliata e quindi non riuscivo a capirla. Me la precludevo ancor prima di sentirla realmente.

Mentre ora vedo tutto da più prospettive.

 

T: Cos’hai in serbo adesso? Sei pronto per un album?

M: Diciamo che sono pronto per cercare la mia dimensione, sono alla ricerca del mio spazio, del mio “io”, sia musicale che non.

Perché di base io so di non sapere ancora chi sono.

Quindi sto sperimentando tante cose nuove, sia musicalmente parlando che espressivamente.

Potrà piacere ad alcuni e ad altri no però è quello che mi rappresenta in questo momento.

Quindi adesso usciranno alcuni singoli tutti diversi, tipo “Dammi un minuto” che è techno-house oppure “247” prodotta da mio fratello Ha-Maze che ha una sonorità fresca ma più classica.

Uscirà di tutto insomma, sonorità dalle più hardcore a quelle più chill, dalle liriche più metriche a quelle più aperte, dal riflessivo all’egotrip.

Lo scopo sarà non essere mai uguale a ciò che ho fatto prima, per cercare una nuova dimensione dove creare qualcosa di nuovo e poi, chissà, distruggere tutto per ricominciare.

Per me la musica è questo, una ricerca continua di nuovi spazi musicali.

Ad esempio l’ultimo singolo internazionale: ha un sound lo-fi hiphop, chill, in feat con Spektrum direttamente da Berlino, produzione di Ha-Maze e Oblio, fatta con un mpc1000… un pezzo di storia!

 

T: Visto che hai tutte queste diversità musicale nella c’è qualcuno in cui ti rivedi?

M: Italiano in questo periodo non saprei, l’ascolto sempre meno. Sembra sempre più frivola e priva di contenuto e mi piacerebbe una ricerca dei vecchi valori e contenuti, quindi forse la persona più adatta adesso sarebbe Marracash con “persona” perché ha alzato notevolmente l’asticella. È riuscito a mettere dei contenuti più spessi nelle canzoni mantenendo sempre altissimi livelli tecnici e di sound, creando un concept album che non si era mai visto e che ha avuto comunque un signor successo perché è stato compreso, non solo ascoltato, probabilmente da un pubblico più adulto.

Per le produzioni e l’originalità stimo molto Tha Supreme e FSK, anche se non per i contenuti. Greg Willem (produttore FSK) è secondo me il precursore di qualcosa di nuovo, qualcosa che deve ancora nascere, quindi sempre per quel discorso di nuove visioni, non può che prendermi.

In Italia ho sempre stimato Salmo per il suo approccio alla musica e all’arte, secondo me dopo “Hellvisback” non è riuscito ad andare oltre se non nei numeri. Secondo me lì ha raggiunto l’apice tra metriche, sonorità, flow e immagine. Per me è il prototipo di disco perfetto quindi penso che sia difficile che mi stupisca ancora, ma mai dire mai, è comunque Salmo…

T: Bene Doc, ora passiamo alle tre domande finali… Artista e canzone preferita?

M: Non ho un artista preferito e neanche una canzone, è difficile per me averne una preferita. È un po’ una domanda bastarda. Parlando di canzoni “nuove” potrei dirti una di quelle che ascolto e apprezzo di più come “Apnea” di Rkomi, molto ermetica come canzone. Riesce, tramite le sue nuove sonorità e le sue particolari parole, a ricreare la stessa bellissima e confusa emozione di quando si prova un forte sentimento, riesce a creare l’ambiente intorno a te, non capisci come, non sai cos’è e dove ti porterà, però lo accetti e te ne prendi carico, provi a tenerlo e a dargli un nome e quindi appunto ti senti in “Apnea”, senza fiato, per lo sforzo di trovare un nome a qualcosa di troppo grande per averlo. Questo è il trip che mi faccio ascoltando la sua musica.

 

T: Invece un feat impossibile ed uno italiano?

M: Minchia… bella domanda. Se potessi fare un feat con chiunque ce ne sarebbero troppi ah!ah!ah!

Partiamo dai rapper italiani… ti direi Izi o Rkomi o vabbè Fibra ovviamente, perché è il padre della mia musica. Gli altri due invece perché esprimono in modi nuovi e molto profondi le loro emozioni, non c’è nulla di classico bensì un modo tutto loro e quindi ne apprezzo l’originalità e la ricercatezza.

Impossibile potrei farti una lista di chilometri: Skepta , Asap Rocky, Ocean Wisdom, Lamar, 50 Cent, Logic…

Faresti prima a chiedermi con chi non lo farei ahahah

 

T: Ahahahah. Concludiamo comunque con un consiglio a una new entry…

M: Adesso visto il momento che c’è, gli consiglierei di decidere cosa vuoi fare davvero e di farlo “non stop”, senza mai ascoltare chi parla per dirti che sbagli, se a te piace va bene così.

Accetta i consigli, ma non cambiare per i gusti degli altri e soprattutto esci, non lasciare la tua roba nel cassetto a prendere polvere, dagli aria.

NON FARTI TROPPI COMPLESSI. Fai dell’insicurezza il tuo cavallo di battaglia.

Teobaldo Bianchini

Intervista ad Mc Om

Dino Forte, in arte Mc Om, classe 1990, nato a Bologna. Tra i fondatori dello Zoo Rap, collettivo di rapper bolognesi, nonché uno tra i primi freestyler della new generation che dal 2010 ad oggi annovera più di 200 battle (da quando ha smesso di contarle), tra i suoi lavori musicali spicca invece “Per Stare Bene Mixtape” prodotto nel 2017.

 

T: Come ti sei avvicinato al rap? Quali sono stati i tuoi primi passi…

O: Praticamente Bot Mc è stata la chiave per il mio percorso ed il mio avvicinamento, lo scatto è partito dopo che mi ero lasciato con una tipa, già avevo idea di scrivere un testo, poi però, quando questa mi ha lasciato, ho trovato il luogo dove sfogare le mie parole ed emozioni cioè un foglio di carta e mezza boccia di vodka, oltre ovviamente a Bot che mi fece conoscere la filosofia hip hop e ascoltare e guardare per tutta la sera la musica e video di Tupac.

Dopo sono arrivati gli Assalti Frontali primi su tutti e Inoki con Joe Cassano, 60 Hz lo facevo girare spesso… Mondo Marcio, Fibra e Caparezza, sono arrivati poco più tardi e poi vabbè son diventato un nerd, ed ho iniziato ad ascoltarli tutti.

Era un periodo dove per me più uno era sconosciuto e più mi gasava ascoltarlo.

 

T: Ci racconti invece del tuo primo contest e della battle più bella che hai affrontato?

O: La mia prima battle porca putt*na! Le prime due ti devo dire, una sola non è possibile! Perché la prima non fu ufficiale e la feci contro Bot davanti al multisala con i ragazzi del paese e anche se è stata una cosa molto underground e tutta a cappella, devo contarla assolutamente, alla fine c’era la gente che ci sentiva e ci votava, quindi era una battle, non un freestyle di allenamento! Sennò ufficialmente, la prima fu all’Energy, in riviera romagnola, e andrai contro H2yo, un ragazzo con il quale mi ero allenato nei giorni precedenti in casa (e uno degli mc insieme a Inda e i SottoSopraSquod che mi presentò buona parte della scena bolognese quando tornai dalla provincia) e che, guarda caso, fu anche il primo che sfidai, mentre dopo persi contro Irol.

Due mesi dopo invece ci fu la seconda e mio primo contest a Bologna nel dicembre 2010 al Cocktail Club, eravamo penso 10 MC una cosa del genere, forse 12. Fu una battle assurda, molto bella, mi sfidai con Inda e in finale con Aly B e MinaSeven (female mc che poi entrò nella mia crew Facce Plastiche). Si trattava di una finale a tre e vinse Aly B, il primo che sfidai non ricordo chi era.

Le più belle sono due, la prima è il prequel della Battle Arena del 2011, contro Posaman in finale, dopo 7 spareggi, nelle fasi precedenti battei Frah Quintale, Ogaman, cioè gente che aveva un nome! Fu la prima battle dove mi misi in luce con la mia città, c’erano comunque 400/500 persone ed è stato anche il primo contest che ho vinto in assoluto. L’altra invece che è stata la più bella per sensazione e per come l’ho vissuta fu con Frank al Red Lion a Modena, battendolo in finale e facendo finire io stesso la battle dopo 30 min di mazzate. Perché scherzandogli in rima gli dissi “dammi la mano” e Frank non me la diede, così dopo, quasi indispettito dal gesto gli rimai “va bene la sfida, ma se non mi dai la mano per te la battle è finita”, posai il microfono e scesi dal palco tra la folla in visibilio. Uno dei giudici per questo decise di votare Frank, cioè alla fine non è che potevi andartene, dovevano decidere i giudici quando terminava il tutto, ma il pubblico era dalla mia. In seguito ho ri-sfidato Frank almeno altre 5 volte e mi ha sempre menato di brutto, poi vabbè ha vinto il Tecniche Perfette e quindi ciao ah!ah!ah! Però ancora oggi per quella cosa lo prendo in giro.

 

T: Si vede che ami questo mondo e lo si è visto anche durante questa quarantena. Prima il rap nel cortile del palazzo e poi sul tetto, è stato uno sfogo dovuto alla pandemia?

O: Io non mi sono fatto troppo un’idea a riguardo, non so per quale motivo ho avuto una sorta di reazione che mi ha portato ad ignorare la cosa nonostante sia sulla mia pelle tutti i giorni. La mia pelle, come quella di tutti. Però ho avuto voglia di viverla normalmente e io, normalmente, faccio live. Quindi sono andato prima nel cortile e poi sul tetto, inoltre ti confesso che è sempre stato il io sogno andare sul tetto a fare rap. Dal mio blocco, rappo al mondo!

Però ecco, l’ho fatto perché per me era normalità.

Ad esempio ho ricevuto due nomination nei vari quarantena-freestyle che si sono susseguiti in questo periodo, ma non ho partecipato perché non mi piaceva l’idea generale. Non voglio giudicare però, perché io mi son tenuto lontano da queste dinamiche reagendo così, se l’arte è la descrizione di quello che si vive, ben venga se c’è qualcuno che riesce a descrivere questo momento.

 

T: Freestyle, canzoni, tra i tanti intervistati tu sei l’unico al momento che fa entrambe le cose e le fa con un certo peso anziché lasciare andare. Cos’hanno di diverso le due cose?

O: Certo ogni volta che scrivo un pezzo lo scrivo barra dopo barra in freestyle e di conseguenza ogni volta che faccio una barra sono quindi testi riciclati… [silenzio] …scherzo ovviamente! Però si sa che anche quello fa parte del gioco.

Ora, detta ‘sta stronzata, non è facile conciliarle per il tempo materiale e la continuità. Dipende poi anche dalla persona che sei tu, io sono molto discontinuo e faccio molta fatica infatti. Solitamente se mi concentro solo su uno, l’altro lo accantono. Le battle mi suscitano emozioni ma quando scrivo non le voglio, voglio il mio equilibrio di scrittura.

Quindi ho capito che se devo scrivere devo interrompere almeno per tre mesi il mio rapporto con i contest, però poi devo recuperare nel freestyle quando li riprendo. Il freestyle tra amici invece lo faccio sempre, però non ti alleni quanto con le battle. Lì devi affrontare anche le tue emozioni. Io sono sempre stressato prima di una sfida ma poi converto quello stress in gioia, rabbia, energia, allegria… insomma trasformo un male in un’emozione semplicemente con un microfono.

 

T: Una realtà che mi ha sempre coinvolto da quando sono a Bologna era proprio un contest organizzato da te, penso tu abbia capito di cosa parlo… quindi, se ti dico Zoo Rap, cosa mi rispondi?

O: Non saprei. Tanto, tanto, tanto amore. Perché non so, è come se fosse un figlioletto, un progetto artistico veramente molto bello. L’idea dell’unione che fa la forza partito da sei, sette ragazzi bolognesi che si è evoluta in tre anni di serate.

Adesso quei ragazzi sono cresciuti, fanno interviste, live, contest, si è creata una grande ballotta, si passano informazioni, si tramanda la cultura… è gran bel paragrafo della mia carriera.

Ho veramente tanti ricordi, mi ha insegnato a stare con gli altri, mi ha formato anche nelle serate da presentatore o da giudice (se mi chiamano per farlo oggi lo devo sicuramente a quello), ma soprattutto ciò che più mi ha dato è la stima di tutti quelli che venivano alle serate.

 

T: Parliamo della “fredda e rossa Bolo” direbbe Inoki. È da sempre patria dell’hip hop in Italia e tu l’hai vissuta a cavallo di due ere. Ce ne parli un po’? Com’era la scena a Bologna prima e com’è oggi?

O: Beh quando sono arrivato a bologna c’era l’Arena051 che organizzava le serate in maggioranza, comunque c’erano altri organizzatori, però appunto l’Arena faceva le serate di punta dove veniva gente da fuori per ascoltare del rap underground fatto bene e io quello che respiravo da ventenne era una Bologna piena di fazioni con tante crew che invidiavano quello che era l’Arena e la situazione che riusciva a creare.

Prima di loro ci sono stati Soul Boy, Royal Mehdi, PMC, BPS, Shezan il Ragio, insomma però dopo questi grandi pionieri c’erano i regaz dell’Arena e un po’ tutti gli altri ragazzi che volevano visibilità, ma nel rap o ti sbatti per averla o te la compri o sei un supertalento, e guadagnarsela vuol dire quindi anche organizzarsi la serata! Questo molti non lo capivano e tutt’ora molti continuano a non capirlo, mentre i figli dell’Arena di quella generazione hanno imparato ad aggregarsi a loro volta perché si sono semplicemente chiesti… “dell’Arena cos’è che ha funzionato? L’aggregazione!” E infatti ci siamo aggregati, sono nate crew: Bologna Air Linez, Zoom Click, GENS, OTM, Over The Flow, Fotta Anomala e i collettivi come La Congrega o lo Zoo Rap e questa nuova onda che non è un ritorno alla crew ma ha lo stesso scopo, condividere la passione.

Ecco, secondo me ora è cambiato questo, c’è più collaborazione.

 

T: Musicalmente parlando invece? C’è qualcosa che preferisci in particolare? Perché tra old, new, bombap, trap… alla fine hai fatto tutto e fai tutto…

O: Beh perché è questo il mio scopo, io faccio tutta la musica che posso fare.

Siccome sono in primis un ascoltatore provo a fare la musica che vorrei ascoltare. Se a me un genere piace provo a riprodurlo magari in chiave rap perché vabbè… Il rap mi prende molto più degli altri generi. Cioè potrei dirti che un giorno magari farò uscire un “’O sole mio” versione trap perché alla fine mi piace e se mi piace, questo basta per riprodurla.

Magari se a te piace la bossa nova e piace anche a me, se faccio un pezzo di quel genere può anche succedere che lo apprezzi e ti vai ad ascoltare qualcos’altro di mio.

La realtà però è che lo faccio principalmente perché secondo me ti rende un artista migliore.

Imparare a cantare raggeemuffin o RnB mi piacerebbe un botto, ma devo lavorarci ancora parecchio.

 

T: Bene, ora veniamo alle tre domande di rito … Rapper e canzone preferita?

O: [minuto di silenzio] … non sono semplici… [minuto di silenzio] … te ne dico uno americano e uno italiano o è barare? Americano Tupac perché ha un flow e un timbro che mi mette tranquillo, mi tranquillizza troppo. Italiano… [momento di silenzio] …difficile uno solo porca tro*a… [silenzio] …porca miseria … Gemitaiz… il vecchio Gemitaiz… [silenzio] …dai ti dico Marracash, si ti dico Marracash perché intelligangsta!

 

T: Invece se potessi fare ft impossibile e uno con un italiano?

O: Impossibile con Gallo, che è il ragazzo con cui rappavo che non c’è più, con cui ho fatto i primi dischi.

Mentre invece, improbabile non impossibile perché dai prima o poi farò un ft con tutti! Porca tro*a… però uno solo… aspe… ci arriviamo… [silenzio] … Caparezza… sì… Anzi no! …qua mettici Gemitaiz! Per fare il paraculo Gemitaiz, ma solo fino al 2013-15, il vecchio Gem, solo lui. Sennò Caparezza, a lui la scelta!

Poi sicuramente tra oggi e domani ci penserò e dirò “no gliene dovevo dire un altro! Lo sapevo!”

 

T: Se dovessi dare un consiglio ad un emergente cosa gli diresti?

O: Gli consiglierei di chiedere tanto a chi lo fa da prima, di ascoltarlo con umiltà, ma comunque di trovare la propria strada e poi, se è relativamente giovane, di rispettare sì gli altri, ma ancora prima di ascoltare se stesso, perché penso che questo sia uno dei primi dogmi dell’hip hop e poi, secondo punto, in una parola… Sbattiti! Se ti aspetti che le cose ti arrivino puoi solo piangerti addosso, invece se ti sbatti a qualcosa arrivi, non so a cosa, ma arrivi!

 

Teobaldo Bianchini

Intervista a Rage Hoover

 

Rage Hoover, classe 1991, nato a Foggia ma adottato dalla provincia pesarese all’età di 12 anni, ha esordito nella scena tre anni dopo come producer fino alla maggiore età dove ha iniziato a darsi anche al rap scritto e cantato per poi verso i 20 anni dedicarsi esclusivamente a quello, abbandonando i beat.

Ad oggi conta 3 mixtape di strumentali, 2 mixtape musicali e un totale di 700mila ascolti su Spotify, oltre che più di 100mila su YouTube.

 

T: Rage sei forse uno dei primi che ha iniziato a fare rap nel panorama di Pesaro, Fano e Urbino della tua generazione. Da dove nasce questa passione?

R: Probabilmente nasce da quando ero piccolo, anche se alla mia età, quando avevo 14-15 anni, non era come oggi, adesso ci nascono direttamente. Quindi ti parlo di 15 anni fa, era veramente strano. Mi ero trasferito da poco, avevo conosciuto delle persone quindi non è che soffrissi tanto il trasferimento però boh ascoltando Club Dogo e Articolo 31, Sacre Scuole mi sono “auto introdotto” in un mondo che sentivo mio forse più della provincia in cui mi ero trasferito. È nato tutto scoprendo un programma per fare beat e mi ha preso così tanto che l’ho visto come un modo per evadere, è stato un modo per ambientarmi in un luogo nuovo nonostante alla fine non lo facesse nessuno.

 

T: Tra tutti gli intervistati tu e Simon Skunk siete sicuramente tra i più old, tuttavia avete da sempre avuto due approcci al rap totalmente differenti, come mai?

S: Questa è una bella domanda, è complicato dargli una risposta. Io ho ascoltato tanto old school e amavo le loro basi però quando ho iniziato a rappare l’ho sempre visto come un rap-cantato e nonostante mi piacesse campionare i beat vecchi ho sempre voluto provare ad andare oltre i soliti canoni, provare qualcosa di nuovo. Un approccio che oggi chiamano indie anche se secondo me con l’indie non centro nulla.

Per me, quello che faccio io, è unire il rap al cantato su basi pop. Come ad esempio nel caso di Coez o di Frah Quintale, loro hanno fatto uguale. Facevano old e poi hanno iniziato a cantare, può sembrare un metodo per entrare nel mainstream ma non me n’è mai fregato nulla.

Anche se vorrei viverci mi va bene anche solo farlo, perché mi piace… e basta.

 

T: Si può dire che fai musica di un genere magari più “commerciale”, la definirebbero così i puristi, pensi sia giusto come epiteto?

R: Fondamentalmente potrebbe essere così perché tanto l’old non è commerciale, è proprio questo il significato.

Tutti ci son passati, anche Fibra prima faceva old school vero però poi si è messo a fare il commerciale, ma è una cosa strana da definire.

Per entrare nel mainstream sicuramente devi mantenere certi canoni, tutte le canzoni che sfondano se guardi sono così, un po’ pop.

Io lo faccio però perché mi piace fare musica nuova, essendo appassionato dei Dogo che già da Sacre Scuole e Mi fist tendevano a quell’impronta lì nei ritornelli nonostante fossero old school era sin da principio forse quello che mi prendeva, poi con i sint e i campioni di Don Joe sono esplosi definitivamente.

Penna capitale ad esempio, il secondo album, potremmo dirlo totalmente commerciale però erano comunque veri, avevano voglia di fare ed essendo un loro fan sfegatato li ho seguiti.

Alla fine il primo album ch ho ascoltato erano gli Articolo 31 quindi già si capiva dove sarei andato a finire ah!ah!ah!

 

T: Da un punto di vista musicale collabori molto con Dask, produttore pesarese, si potrebbe dire che da quando vi siete incontrati non vi siete più lasciati. Hai trovato la tua anima gemella musicale? Cos’è che deve avere un produttore per prenderti così tanto?

R: Ai tempi che facevo musica con Quel Baby nel 2013-14 e facevamo molte serate, suonavamo spesso alle varie feste di Pesaro ed un giorno è successo che chiamarono loro un dj che poi diede forfait nel pomeriggio. Ricordai quindi che un anno prima avevo ricevuto un messaggio con una canzone di Dask e mi ero complimentato con lui (anche se però, nonostante gli avessi fatto i complimenti, lui mi aveva detto che preferiva fare il dj) e quindi, a un anno di distanza, quel pomeriggio gli scrissi. Ricordo che gli trovai io le canzoni trap per quel dj set e da lì ci siamo trovati. Lo abbiamo chiamato la serata dopo e quella dopo ancora e poi si è appassionato di basi definitivamente iniziando a produrre fino al 2016, quando abbiamo aperto lo studio insieme e da lì con il “Reset Studio” siamo stati sempre insieme.

Infatti l’anno dopo è subito partito il progetto nostro, prima di allora solo nel 2015 aveva prodotto una canzone per me, quindi diciamo che il progetto vero e proprio è partito l’anno successivo.

Per cui penso che ora sia normale il fatto che collaboriamo sempre insieme, lui sa già quello che mi piace quindi quando gli faccio sentire una canzone lui sa già come voglio il beat, è il mio producer di fiducia e non ne vorrei un altro.

 

T: Un tuo format che ti ha reso praticamente l’unico nel tuo genere è stato Hoover Burger che ha avuto un notevole successo su tutti i social, da dove nasce quest’idea?

R: Vedi, io ho fatto il cuoco per 9 anni ed era complicato far musica lavorando in cucina, quindi è una cosa che ho sempre avuta come passione ma insieme erano incompatibili, così ho mollato la cucina.

Ho fatto due conti, cosa mi fa stare meno male se la lascio ed è risultata la cucina.

Così nel 2016 mentre ci pensavo ho detto perché non fonderle? Ma soprattutto… come fonderle? La cosa più diretta sembrava fare degli hamburger e rapparli, quindi l’ho fatto.

Poi ero fissato con Chef Rubio in quel periodo e infatti nella prima puntata ho usato la musica di “Unti e bisunti”, ricordo che era agosto 2016 e andò benissimo, così ho continuato anche se sporadicamente, facendo più o meno un video ogni due mesi.

Nel 2019, quindi l’anno scorso, ho poi pensato di riprenderla perché alla fine lasciarla era stata veramente una cazzata e l’ho ripresa.

Ho iniziato di nuovo a maggio nel 2019 e per tutta l’estate ho fatto 1 episodio ogni 2 settimane, una stagione da 9 puntate di un minuto su Instagram mentre la seconda l’ho voluta spostare su YouTube inserendo delle puntate più lunghe e producendo magliette e grembiuli del format Hoover Buger.

Avrei dovuto fare tutte le regioni d’Italia, la canzone sul panino la prima settimana e la seconda invece dedicata ai backstage, ma ho potuto farlo soltanto fino a fine febbraio poiché per via dell’emergenza Covid-19 sono stato costretto a fermarmi fino a data da destinarsi.

 

T: Tra album, mixtape, ep, ecc. ne hai fatti uscire veramente tanti, hai intenzione di fermarti o sei pronto per buttare fuori qualcos’altro a breve?

R: A livello di album non ho intenzioni in questi mesi di fare uscire nient’altro mentre a livello di singoli ne abbiamo pronti già un tot, sia con Dask che con Steph Sinatra, il cugino con cui ho iniziato a fare musica che era con me quando ho scoperto il programma per fare basi.

Ho un sacco di pezzi pronti con lui e uno solo con Dask però solo singoli, per ora l’idea è questa.

 

T: Nonostante gli album trovi anche tempo per dare spazio appunto anche a dei singoli, l’ultimo ad esempio qualche settimana fa “Bambola”, perché secondo te alcune canzoni vanno fatte uscire da sole mentre altre presentate in un album?

R: Beh diciamo che se uno lavora a un singolo dovrebbe valere molto, dovrebbe essere un top anche se a volte magari hai una canzone da parte e lo fai uscire comunque.

Pensare ad un album è un peso diverso, quindi abbiamo pensato di concentrarci adesso su una canzone e basta e farla bene, in un album puoi fare belle canzoni ma le hit sono poche, le altre ti riempiono l’album e basta alla fine.

Al momento quindi voglio puntare su una canzone alla volta sperando di consolidare una grande fan base perché soltanto quando hai la gente che ti aspetta puoi fare uscire un album, diciamo che ti dà più soddisfazione anche se in questo momento storico, musicalmente parlando, fare un singolo è tutto.

E siccome tralasciando la passione voglio comunque iniziare a concretizzare un po’ il tutto, se voglio veramente campare di musica devo velocizzarmi e fare quindi quello che bisogna fare in questo momento, ovvero i singoli.

 

T: Bene, ora le tre domande di rito… Artista e canzone preferita, vai!

R: Artista preferito ovviamente Gue, ma potevi dirlo anche tu ah!ah!ah! È il mito musicale, quello che sarei voluto essere ma so che siamo distanti. Riconosco che non ho il suo carattere e quindi scrivere pezzi come lui sembrerebbe finto nel mio caso, mentre lui qualsiasi cosa faccia riesce a risultare reale. Per questo lo ammiro.

Per quanto riguarda la canzone, ti direi “Una volta sola” perché per me parla di tutto, di storie vere in cui mi sono ritrovato tantissimo e che ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca ogni volta che l’ascolto. È la canzone più bella che abbiano mai fatto secondo me. Mi ritrovo nelle frasi, nei versi, nelle rime… poi è stata una delle prime canzoni che mi ha fatto appassionare a questo mondo quindi ci sono anche tanto affezionato.

 

T: E se invece potessi fare un feat con chiunque e uno con un italiano chi mi citeresti?

R: Impossibile ti direi Jay-Z che ho stimato tantissimo o sennò come tanti Tupac o Notorius, ma Jay-Z va benissimo. Se invece dovesse essere esterno alla scena hip hop beh… assolutamente Michael Jackson .

Italiano beh… che te lo dico a fare! Sono 10 anni che sogno di fare un feat con Gue, lo avevo pure contattato una volta per email e mi aveva anche risposto. Era l’anno di transizione tra i Dogo e la carriera solista.

Il problema fu che gliela mandai da una mail anonima che non uso mai praticamente e quindi, nonostante lui mi avesse risposto dopo due settimane, lo vidi soltanto con tre mesi di ritardo.

 

T: Un consiglio ad una new-entry che si affaccia in questo mondo?

R: Gli consiglierei di non fare il mio errore all’inizio, perché nonostante fosse difficile pubblicare ho fatto uscire comunque delle cose che anni dopo ho definito io stello delle “porcherie” ah!ah!ah! Quindi gli consiglierei vivamente di avere una forte autocritica nei suoi confronti e di pubblicare il pezzo soltanto quando realmente vale.

 

Teobaldo Bianchini

Intervista a El Manuelito

INTERVISTA A EL MANUELITO

T: Manuel Pagnini detto El Manuelito classe ’97 vincitore della terza selezione della jam For Grow 2018 e finalista dell’edizione finale della stessa jam. Rapper che fa il suo esordio musicale con “Macedonia ep” raggiungendo oltre 20mila ascolti tra YouTube e Spotify in meno di un mese.

Tra tutti quelli intervistati fino ad ora forse tu sei il più moderno, un rapper dell’ultima generazione potremmo dire. Come ti sei affacciato quindi a questa scena?

M: Beh ti dico, io prima dei tredici/quattordici anni non sapevo niente di rap… forse anche fino a 15. Poi con i vari eventi che si sono sviluppati a Pesaro ho iniziato a sentire le prime battle e mi hanno gasato troppo! Parole a caso che però avevano un senso, punch, metrica… geniale! Quindi ho deciso di entrare nel giro ed ho iniziato come freestyler, perché era quello che mi appassionava, non il rap in sé e per sé. Ad un certo punto però è arrivato Fibra, le sue canzoni mi sono piaciute a tal punto che ho deciso di scrivere anche io iniziando a ricercare altri rapper che potessero sia incoraggiarmi che indirizzarmi da un punto di vista musicale come ad esempio nel caso di Lazza e Nait perché mi sono rivisto nel loro stile tra il cantato ed melodico che secondo me rappresenta al meglio la mia natura musicale, il mio genere.

 

T: Cos’è invece che ti ha spinto a fare rap?

M: Ti dico le cose più importanti. La prima essenzialmente è che mi piace e vorrei farne un lavoro perché in quel caso per me sarebbe divertirsi e non lavorare, il secondo è economico… siamo onesti, se devo cantare in cameretta evito di pubblicare cose per cui vorrei anche un ritorno economico. Più che per me lo vorrei però per una soddisfazione personale, così potrei mostrare ai miei che non sono solo un fattone ma che faccio questo per un motivo, che ci credo e che vengo ricambiato per questo!

 

T: Siccome sei appunto il primo rapper della newschool che intervistiamo, secondo te è giusto distinguere tra rap e trap?

M: La distinzione in realtà per me c’è e non c’è. Il rap è lo stile da cui nasce, la base, quindi è ovvio che se dovessi parlare di rap come deve essere, nella sua purezza, ti parlerei di quello da Fibra o Claver Gold. Poi però già se parliamo di Caparezza si va a parlare di un genere che non è definibile in realtà, perché secondo me lo ha inventato lui stesso. Quindi se dovessi distinguerli direi che il rap è l’old school che tutti conosciamo mentre la trap è la sua innovazione. Qualcosa che non c’era prima e che ora c’è, poi può piacere o non piacere ma per me è una visione moderna del rap con beat e metriche più attuali, non si punta più sul dire qualcosa e portare un contenuto con la stessa intensità di prima magari, però si presta più attenzione a metrica e flow.

 

T: In freestyle invece? Mi dicono che te la cavi.

M: Sì dai, così dicono ah!ah!ah! Magari più ai tempi d’oro che oggi dove penso di aver perso un po’ la mano. Inizialmente mi hanno conosciuto così, anche perché facevo solo quello. Non scrivevo niente, anzi il mio sogno era solo di fare freestyle.

Sicuramente devo riconoscere che per quello che faccio oggi ha rappresentato però un grandissimo aiuto a livello di scrittura perché ti si apre la mente molto più rispetto a chi rappa e non lo fa. Ciò non vuol dire che chi non lo fa non migliora ma almeno per me è così, inoltre ti dà la possibilità di esprimere ciò che pensi e provi nello stesso momento.

 

T: Per quanto riguarda i testi invece hai iniziato con “È finita l’estate” che è stato il testo con il quale hai iniziato a vivere la scena e poi mesi dopo sei uscito a San Valentino con “Macedonia ep” tra cui “Ti volevo dire”che ha spopolato in maniera incredibile, ha superato 12mila ascolti su Spotify, cosa ne pensi di ciò? Di questo salto in avanti quasi improvviso forse?

M: Mah guarda, penso che la canzone abbia fatto il botto perché anche se non sono di quel mood sono riuscito a rivedermi lo stesso molto e infatti adesso sto cercando di unire quello stile lì con la trap anche se è difficile. Però mi ha comunque dato una bella spinta verso la mia strada musicale. Quello che penso è che sicuramente bisogna farsi vedere più che come rapper anche come una brava persona e penso che la gente l’abbia capito con “Ti volevo dire”. Lo noto, le mie canzoni mi hanno dato una grande mano e le persone ora che conoscono il mio carattere mi appoggiano molto di più, quindi penso che il successo sia dovuto anche al supporto che mi hanno dato tutti loro sia di persona che sui social.

Poi comunque i numeri significano fino ad un certo punto, è solo una motivazione che mi dice di continuare a farlo perché ce la posso fare ed è soltanto l’inizio .

Non ho avuto poi così tante visualizzazioni se confrontato ai grandi numeri della scena rap anche solo italiana, ma per me sono veramente tante rispetto a quello che mi aspettavo e quindi mi spronano a continuare.

 

T: Un album invece quando?

M: Eh bella domanda, sicuramente lo farò ma più avanti. Per ora vorrei andare solo di singoli per poi uscire con un album perché in questo momento comunque ancora non sono nessuno ed ho notato che se fai un ep o un album alla fine si risalta solo il pezzo migliore tra tutti, quindi ho paura che sbattendomi per sette canzoni ne venga vista solo una che magari è veramente la più bella, però rischia poi di sminuire le altre.

Quindi volevo continuare ad attirare l’attenzione con i singoli e poi uscire con un album.

Ne ho già uno pronto, in realtà due. Uno molto trap mentre il secondo mantiene lo stile di “Ti volevo dire”. È solo questione di tempo.

 

T: Invece un parere sugli emergenti già noti? Chi preferisci e perché?

M: Beh tra tutti direi sicuramente Mattak perché riesce a fare tutto, dal rap alla trap, e lo fa benissimo! Metricamente è un mostro, un fenomeno. Per me è indiscutibile. Un altro poi che seguo da poco ma che ho iniziato a seguire intensamente è Leon Faun che fa qualcosa di simile a me ovvero trap mischiata con il melodico e quindi lo sto considerando sempre più ultimamente.

Poi vabbè Supreme ma non è un emergente, lui non fa, lui è la trap.

 

T: Bene, ora siamo giunti alle tre solite domande prima dei saluti. Partiamo subito… Rapper e canzone preferiti

M: Allora questa è dura, è sempre stato Fibra per me ma in ‘sto momento Dani Five è il mood che più mi piace ed io vado molto a periodi, per cui ora ti dico lui, ma domani potrei già cambiare idea ah!ah!ah! La mia canzone preferita è ancora più difficile, ce ne sono tante, adesso addirittura sto finendo ad innamorarmi delle canzoni spagnole quindi sono davvero indeciso… se te ne devo dire una ti direi una canzone di Shiva “Ragazzi Miei” oppure “La città”di Mostro ma anche “m12ano” di Supreme e Mara Sattei… ah!ah! ah! Mi dispiace ma una sola proprio non riesco! È impossibile!

 

T: Passiamo alla prossima allora, con chi faresti un feat? Puoi dirmene uno impossibile e uno italiano…

M: Mmmm… impossibile farei un feat con Ed Sheeran perché melodicamente è fantastico, canta in maniera assurda e per me sarebbe un onore o vabbè… andrebbe bene anche Supreme perché è un esempio per me. A 20 anni avere il successo che ha avuto e aver rinnovato la trap in Italia… cioè, puoi solo fargli un applauso e complimentarti.

Italiano invece con Fibra… assolutamente! Perché non sono solo cresciuto con lui ma mi ha fatto anche crescere. È il sogno della vita. Uno più fattibile sennò sarebbe Frah Quintale magari che è quello con il flow più simile al mio.

 

T: Invece cosa consiglieresti a chi inizia adesso?

M: Gli consiglierei quello che forse consiglierebbe ogni rapper ad un emergente… sii te stesso! Non farti influenzare da amici o da chi ti dice che non gli piace quello che fai. Perché se piace a te e sei convinto di quello che fai, una volta che non sei influenzato da nessuno vedrai che prima o poi alla fine piacerà a tutti. Se lo fai insomma lo devi fare perché ti piace, punto e basta!

 

Teobaldo Bianchini

 

Intervista a Fill Koi

 

T: Filippo D’Ambrosio, in arte Fill Koi, è un rapper classe ‘98 di Pesaro, si avvicina al rap frequentando un movimento di rapper di Ravenna capeggiato da Moder ed attualmente studia per diventare tecnico del suono al NAIVE Studio. Fa il suo ingresso nella scena rap con il suo ep “Verità e Visioni” che riscuote un notevole successo nelle Marche e che lo porterà nel giro di pochi mesi ad essere uno dei rapper più noti nel panorama pesarese.

Com’è che ti sei avvicinato al rap?

F: Beh sicuramente tramite l’ascolto di numerosi brani che mi hanno coinvolto sempre di più sino a spronarmi nel partecipare. Ricordo che inizialmente, tra gli undici ed i quattordici anni ascoltavo principalmente Salmo, ma poi, per motivi personali di cui preferirei non parlare, a quattordici anni ho avuto bisogno di qualcos’altro, di qualcuno o di qualcosa che riuscisse a comprendere e placare il mio dolore e così ho scoperto questa cultura. Ricordo in particolar modo Fibra tra tutti, quello di Uomini di Mare e Sindrome, che mi fecero scoprire due miei amici e che inizialmente stentavo a credere fosse realmente lui. Fui rapito da “Verso Altri Lidi” in una maniera spaventosa e lì compresi che c’era molto di più nel rap di quanto potessi immaginare sino ad allora per poi scoprire “Soffio Di Lucidità” di Claver Gold ed innamorarmene completamente.

Da lì è quindi iniziato il vero ascolto ed i primi freestyle per poi concentrarmi sui testi che è quello che prediligo.

T: Si sente che il rap fa proprio parte di te da come ne parli, cos’è dunque che significa secondo Fill?

S: Per me significa esprimere quello che ho dentro in maniera personale e unica perché solo tu puoi conoscere veramente ciò che significa ogni tuo testo e ciò per me lo rende molto importante.

Non mi interessa fare il rapper politico, preferisco essere più introspettivo, come se scrivere mi permettesse di tirare fuori qui demoni giornalieri e quotidiani. Per questo amo molto parlare della vita tramite metafore, film e libri. È tutto nell’arte, sta tutto lì.

T: Pensi che in tutto questo percorso ci sia stato qualche artista che ti ha dato di più e se attualmente magari ce n’è uno in cui ti rivedi in particolar modo?

F: Non è stato sicuramente soltanto uno ma se proprio dovessi farti dei nomi ti direi Salmo, Claver Gold e Nitro che per me sono la mia trinità in Italia. Se si parla invece a livello di musica internazionale è un altro discorso perché ce ne sarebbero davvero troppi. Sostanzialmente quelli che mi hanno introdotto al rap americano, non per esser scontato, ma sono Tupac e Big, i simboli delle due coste opposte e da loro poi si è aperto tutto. Dr Dre, Ice cube, Nas, Wu-tang, Jay-Z, Sean P.

Se ti devo dire però quello in cui mi rispecchio di più è ovviamente della scena italiana e si tratta di Claver Gold. Ha quel modo di viversi la vita introspettivo un po’ come me. In lui mi ci rivedo, è il mio alter ego. Calmo e sereno ma affronta le situazioni in una maniera spaventosa e poi vabbè anche per le situazioni che descrive, lo senti che è marchigiano e secondo me è anche per questo che mi ci rivedo. Penso sia stato un ragazzo proprio come noi, vissuto nella nostra stessa realtà.

T: “Sempre nei soliti posti con gli stessi stress” avrebbe detto qualche rapper di Bologna. Ma torniamo a noi… Quanto è cambiato il tuo approccio con il rap dopo il primo ep e se è cambiato?

F: È cambiato totalmente, nel primo ep c’era la voglia di uscire in una data maniera perché me lo sentivo e sapevo già cosa sarebbe successo dopo. Diciamo che mi sono tolto un sassolino dalla scarpa così da poter finalmente andare avanti e vederla in una maniera più versatile (mantenendo sempre però il mio stampo).

Dopo il primo ep infatti ho cambiato i miei ascolti e ho iniziato a cercare sempre cose nuove, per questo mi sento più cresciuto. Più sento, più cose imparo e di conseguenza sperimento più cose. Diciamo che se prima vedevo la musica in una direzione ascoltandone tante, ora sono arrivato al punto dove le tante hanno preso il sopravvento ed è per questo che non vedo l’ora che esca il nuovo disco, così capiranno che non son solo quello di “Verità e Visioni” ma un rapper in grado di fare tutto, mantenendo sempre però la mia persona ed il mio stile, perché per me sono indispensabili per fare musica.

T: Parlando di ciò che verrà, è da poco uscito un tuo nuovo singolo dal nome “Amore che dà amore che toglie” e che appunto faceva parte dell’ep. Ha riscosso un notevole successo. Più di 10mila visualizzazioni in due settimane. Come mai secondo te? È stato il testo? La canzone? Sei migliorato tu?

F: Sì, sicuramente un po’ sono migliorato io. Scrivere sempre aiuta a scrivere sempre meglio, molte cose le butti comunque però vengono fuori anche dei bei testi e, in questo caso, secondo me ha riscosso tutto questo successo perché sono riuscito a comunicare le cose in una certa maniera, con una certa voce e soprattutto con una certa sincerità, che è ciò che ti permette di mettere empatia ed emozione reale nel testo sia quando registri che quando la ascolti. “Amore che dà, amore che toglie” parla di cose che provo, di parti del mio passato che magari in altri pezzi non c’erano o almeno non erano così evidenziate.

T: Quanto pensi ti stia dando tutto questo? Come ti senti nel leggere questi numeri?

F: Fondamentalmente per quanto riguarda i numeri dipende dai giorni, alcune volte vengo assalito dalla paranoia e altre dalla sicurezza, dipende da come mi sento. Sono molto instabile e di questo ne risente anche la scrittura. In certi giorni vorrei fosse la mia vita normale e quindi vado alla ricerca del nuovo per migliorarmi, altri giorni invece sono depresso e c’è una voce che mi dice “non lo sai fare” e quindi penso che fino ad ora mi è andata solo bene. Penso quindi che dovrei lavorare sui miei aspetti.

Per quanto riguarda il lato umano però mi ha dato molta consapevolezza perché forse ho pensato di aver capito quale sia il mio stile da migliorare nei giorni.

T: Adesso quindi, con questa consapevolezza, cos’hai in mente di fare?

F: Adesso sto facendo il disco nuovo anche se non so quando uscirà per via della situazione. Praticamente sto scrivendo e registrando una canzone ogni due giorni quindi spero esca fuori a breve.

T: Ci puoi dare qualche chicca a riguardo?

F: Non posso dire molto perché preferisco tenere ancora tutto in gran segreto, sappi però che ci sarà un pezzo con un produttore importante che chi ascolta Glory Hole conoscerà sicuramente e che dovrebbe uscire verso maggio o giugno. Per l’album invece, se tutto va bene si parla di luglio o agosto però purtroppo questo non dipende da me.

T: Bene, siamo giunti alle ultime tre domande di rito. Partiamo subito con la prima… quali sono il tuo artista preferito e la tua canzone preferita?

F: Se ne devo dare uno è sicuramente Claver e la canzone è “Soffio di Lucidità”. Vi ho già detto il perché riguardo l’artista, la scelta della canzone invece è dovuta al fatto che è attraverso “Soffio di Lucidità” che sono riuscito a scoprirlo. Quando ho sentito la frase: “da sta cultura che da tempo mi ha donato il lume quando ho perso la lucidità” mi sono sentito preso a pieno perché mi ridà alla mente l’immagine, il principio, da cui sono partito, da cui è iniziato tutto.

T: Se invece potessi fare un feat con chiunque chi sceglieresti e perché?

S: Il mio sogno sarebbe un feat con Dave East e se potessi lo farei all’istante ma è oggettivamente inarrivabile, già lo so.

Se parliamo della scena italiana penso lo avrete già capito… di che stiamo a parla’? Prossima domanda.

T: Cos’è che invece diresti a qualcuno che si avvicina al rap oggi? Cosa gli consiglieresti?

F: Innanzitutto gli direi di stare cauto e di prendersela con responsabilità oltre che avere cura di essere se stesso e non imitare o emulare nessun’altro, perché la musica per me è questo, è conoscere te stesso. Ascolta la musica, conosci la musica, conosci te stesso. Sennò quando inizierai la gente sentirà già da subito che è qualcosa di finto.

T: Vuoi aggiungere qualcos’altro?

F: Si… Questa è stata l’intervista pià bella di tutte!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a Simon Skunk

T: Simone Sartini, in arte Simon Skunk, è un rapper classe ’91 del pesarese, esploso nella scena italiana grazie alle sue numerose battle di freestyle tra cui, tra le tante vittorie, annovera un titolo da finalista al Fight Club 2018, un altro titolo da finalista per il Tecniche Perfette Emilia 2019, un titolo di campione del Tecniche Perfette Marche 2018 e la partecipazione tra i migliori 16 d’Italia al Mic Tyson 2019, selezionato da Nitro.

Potremmo quindi dire che stiamo parlando con un veterano ormai. Ma com’è che hai iniziato?

S: Beh tutto è iniziato guardando MTV, poi da lì ad un certo punto ho sentito qualcosa ed ho deciso di iniziare a vivere il rap dal vivo. Ci sono stati due momenti sicuramente fondamentali che hanno contribuito a tutto questo: innanzitutto un mio vecchio amico che mi passava le canzoni mp3 da emule e che mi mostrò l’esistenza di blog di freestyle scritti su internet. Così iniziai a fare le prime rime e le prime sfide su sms, sino ad arrivare al Fanella, la squadra di calcio dove giocavo da ragazzino. Ogni fine allenamento nello spogliatoio prima delle docce giocavamo ad insultarci la madre e quindi ho detto, perché non farlo sopra a un palco?

T: Questa degli spogliatoi mi mancava! In realtà anche quella dei freestyle scritti…

S: Sì, che poi se non rispondevi entro uno o due minuti voleva dire che avevi perso, perché ci stavi pensando troppo.

T: Delle vere e proprie battle quindi ah!ah!ah! E tra un messaggio e l’altro, quand’è che hai capito che il rap sarebbe diventato una parte di te, quantomeno nella quotidianità?

S: Onestamente non ci ho mai pensato, non saprei darti un momento preciso. Inizialmente forse, sia per una mia chiusura mentale, che per la mancanza di eventi intorno, pensavo di essere un lupo solitario e quindi non faceva parte della mia vita. Poi, con la nascita delle prime Jam a Pesaro ho conosciuto Frank e Tusco e lì è forse iniziato tutto. Erano ragazzi che venivano a Pesaro soltanto per fare battle. Questo concetto mi aprì un nuovo sguardo, mi diede quello spirito di avventura che poi mi ha portato a girare l’Italia, ma soltanto vincendo ho realmente compreso che il freestyle era una parte di me.

 

T: Parlando di battle, visto che hai parlato dei tuoi viaggi in giro per l’Italia, da dove ti è nata questa voglia? Pensi che fare le battle sia fondamentale per fare rap?

S: Nasce dal divertimento sano, che per noi giovani oggi sembra qualcosa di raro ma che il freestyle rappresenta appieno. È un’arte. Insulti le persone con cui poi mangi e dormi assieme, ti insegna quindi secondo me tanto altro oltre al fare musica… che è già importante in sé.

Per quanto riguarda il rap penso che sia un discorso più personale, come in generale il fare musica.

È tutto molto soggettivo, non esiste una risposta univoca. Penso che la cosa più importante sia avere una motivazione, poi il resto viene da sé.

 

T: Beh devi avere avuto una grande motivazione visto che Nitro ti ha chiamato per il Mic Tyson 2019, cos’è stata per te quella scelta e cos’ha rappresentato per la tua carriera?

S: A dire il vero quando uscirono i nomi ero a Pesaro con altri rappers che avevo finito di fare freestyle e me ne stavo tornando verso casa quando un amico mio mi ha chiamato riferendomi la notizia, io però pensavo mi prendesse in giro e quindi ho chiuso la chiamata, per cui l’ho vissuta in due momenti separati. Da quando l’ho saputo a quando me ne sono reso realmente conto.

Sicuramente è stata una grande soddisfazione, ma il viverlo ancora di più. Si facevano le prove microfono, le persone quando ti affacciavi gridavano il tuo nome, insomma… per me è significato come un punto di arrivo che non avevo nemmeno calcolato. Avevo pensato a fare freestyle e basta fino ad allora e non a farne una professione. Sono arrivato lì perché spaccavo non perché ero amico di amici e questo è un altro aspetto bellissimo del freestyle, la meritocrazia.

T: Diciamo che però bisogna farsi anche notare e tu direi che lo hai fatto abbastanza. Ad esempio tutte le volte che hai partecipato al Tecniche Perfette ottenendo nel 2018 anche il titolo della regione Marche e arrivando alla finale emiliana del 2019.

Visto che sei juventino, si può dire che è un po’ la tua Champions?

S: Assolutamente! Sì, è stata la mia Champions. La finale nazionale del Tecniche è sempre stato il mio obbiettivo e non avrei mai pensato di rappare su quel palco e a dirmelo, è stato lo stesso che mi aveva avvisato del Mic Tyson. È arrivato, mi ha preso e mi ha portato ad Osimo dove ho vinto il titolo delle Marche che mi ha permesso poi di partecipare alla finalissima.

T: È un po’ il tuo angelo custode insomma?

S: Diciamo di sì, ma lo sono anche io per lui.

T: Che differenza c’è tra il Tecniche ed il Tyson?

S: il Tyson ti rende un professionista e ti trattano come tale. Fai delle prove su come funziona, ti leggono il regolamento, hai un lungo backstage, la live Twitch, insomma è un vero e proprio evento.

Il tecniche invece è al mammamia, casa mia. Quindi per me è molto più emozionante, molto più teso. Diciamo che il Tyson è stato come andare a Mirabilandia e dare uno sguardo al professionismo di come vorrei che si evolvesse il freestyle.

T: Come mai invece, nonostante le battle e la popolarità, oltre a qualche singolo su youtube non hai ancora fatto uscire un ep o un album?

S: La popolarità tra virgolette… chi ascolta freestyle non è detto che ascolti anche le canzoni. Devi scindere le due cose e trovare il tempo per fare entrambe, ma le gare ne prendono già tanto. Se ti alleni nel freestyle non vuol dire che ti stai allenando anche nei testi perché lì dopo hai da pensare anche al mix e al master ad esempio. Nonostante ciò i live però riesco a farli grazie al freestyle ed invidio chi riesce a fare al meglio entrambe le cose. L’Elfo ad esempio è bravo in entrambe ma si è dato prima ad una e poi ad un’altra, quindi magari ora che ho una certa età penso che farò un po’ come lui e inizierò a concentrarmi più sui pezzi.

T: Visto che lo hai detto tu stesso di iniziare ad avere una certa età, vorrei chiederti appunto come hai vissuto e cavalcato entrambe le ere, quella rap e quella trap… spesso si dibatte molto sulla questione, quindi ecco… risolvici questo enorme dilemma, come ti poni nel conflitto e se pensi sia giusta questa distinzione?

S: Vedi, io penso che tutto faccia parte del gioco, anche il conflitto che è un conflitto fino a un certo punto.

Le scene più potenti come quella americana, inglese e francese se ne fregano del conflitto, anzi le contaminazioni sono più che apprezzate. Anche se è giusto che ci sia chi ricerca quella purezza di suono e di sound non è giusto ascoltare sempre gli stessi dischi degli anni ‘90 secondo me. Un rapper oggi deve saper fare entrambe le cose, quello che però è più importante è crearsi un’identità musicale visto che c’è una grande omologazione.

Come diceva Freud dal conflitto si risolve la salute mentale. Quindi risolto il conflitto si farà musica migliore.

Supreme ad esempio ha messo d’accordo tutti ed anche se può non piacerti bisogna riconoscere che qualcosa si sta muovendo.

T: Bene, veniamo ora alle tre domande finali di routine… Il tuo artista e la tua canzone preferita?

S: È una domanda difficile, potrei rispondere ogni volta in maniera diversa a seconda del momento.

Sicuramente consiglio Kendrick Lamar, e la sua canzone “m.A.A.d city”.

Descrive delle immagini di lui che vive la città e ad un certo punto, dopo le nefandezze che ha visto, dice una frase: “sono Lamar, se a 12 anni avessi sparato a un nero tu ci crederesti” e questa per me in sintesi è dimostrazione di cos’è il rap, una storia cruda e sconosciuta che ti entra dentro.

T: Se invece potessi fare un feat con chiunque chi sceglieresti e perché?

S: Uno sicuramente è irrealizzabile e sarebbe con i Beatles, ma giusto per vedere come va a finire una giornata in una stanza con John Lennon e gli altri.

Se invece dovessi dirtene uno che comunque rimane impossibile allora direi Fibra. Se sei un rapper e sei delle marche direi che dopo aver fatto un feat con lui puoi dirti più che soddisfatto. Nei suoi primi tre dischi parla di noi, delle nostre storie: “la mia provincia la giri in 20 minuti”. Mi ci rivedo molto nei suoi testi e per questo, tra tutti, se proprio potessi, vorrei condividere con lui questi racconti.

 

T: È rimasta l’ultima domanda… cosa diresti a qualcuno che si avvicina al rap oggi? Cosa gli consiglieresti?

S: C’è solo una cosa da consigliare, divertirsi ed ascoltare tutto, senza pregiudizi, anche nello scrivere canzoni. Scrivi e ascolta quello che ti fa sentire bene, perché è soltanto così che può iniziare un viaggio che potrebbe essere e di ricordarsi che senza input non hai output.

 

Teobaldo Bianchini

“Zobi la mouche” -Les Négresses vertes

Quella che vedete in copertina è la copertina dell’album dei Les Négresses Vertes Le grand déballage (2002), pubblicato nel 2002.
Il gruppo esordì nel 1988 con l’album Mlah (dall’arabo, letteralmente “tutto bene”). Il loro genere musicale è definibile come patchanka, una produzione musicale dai contorni misti e globali. Per intendersi, l’esponente più conosciuto di questo genere è Manu Chao.
È interessante notare che i membri dei Les Négresses Vertes fossero francesi figli di immigrati algerini. Négresses vertes significa “negri verdi”: termine dispregiativo per indicare gli stranieri immigrati in Francia dalle sue colonie.
Dobbiamo fare un brevissimo passo indietro, prima di addentrarci nell’analisi del loro singolo di maggior successo.

Nel corso dell’Ottocento, la Francia seguì una progressiva campagna di colonizzazione di molte parti dell’Africa. Il continente con la maggiore presenza della lingua francese, al mondo, è proprio l’Africa per questo motivo.
L’Impero coloniale francese, così come tutti gli altri imperi coloniali europei, conobbe un periodo di fortissima crisi a partire dal secondo dopoguerra. Non è mia intenzione esaminare tutte le cause che portarono alla sua dissoluzione.
Quel che mi interessa segnalare è una questione in particolare: la questione algerina.

Dal secondo dopoguerra, la Francia tentò di mantenere il controllo delle sue colonie extra-europee. Nel 1954-1955 dovette abbandonare il Vietnam, il Laos e la Cambogia, un territorio molto vasto e dall’importanza strategica ribattezzato “Indocina francese”.
I francesi se ne andarono ma la situazione non migliorò. Ah sì, ci fu anche una piccola scaramuccia (di cui forse avrete sentito parlare) chiamata “Guerra del Vietnam”.
In Indocina i francesi combatterono, poi decisero di lasciare il testimone alla diplomazia internazionale ma non ci furono eccessivi spargimenti di sangue. In Algeria questo non avvenne.
L’Algeria era una colonia francese dagli anni ’30 dell’Ottocento. Era considerata parte del territorio nazionale francese, non una colonia. Lo slogan, condiviso dalla maggior parte dell’opinione pubblica francese negli anni ‘50, era il seguente: “La Francia è l’Algeria e l’Algeria è la Francia”. Per questo motivo, le spinte separatiste e indipendentiste francesi erano state represse con la violenza: vi piacerebbe se la regione Lazio si staccasse dall’Italia e formasse uno stato autonomo?

algei

Donne di Algeri nei loro appartamenti Eugene Delacroix, olio su tela, 1834, Louvre, Parigi Il quadro è posteriore di quattro anni alla conquista di Algeri da parte dell’esercito francese, data simbolo d’inizio dell’occupazione francese dell’Algeria. Fra i vari elementi del quadro, spicca il narghilè in posizione quasi centrale: provate a rileggere qualche brano dei “Paradisi artificiali” di Baudelaire e capirete quanto la letteratura francese deva all’esperienza coloniale francese in Algeria.

Nel 1962, dopo un lungo e sanguinoso conflitto con il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, un feroce dibattito interno all’opinione pubblica francese e un tentato colpo di stato, De Gaulle concesse a luglio l’indipendenza dell’Algeria.
Se paragoniamo la Francia a un esagono (ed effettivamente questa figura geometrica assomiglia molto ai confini francesi, qualora si guardi la terra conquistata dalle legioni di Giulio Cesare più di duemila anni fa), sicuramente almeno un lato ha tratti misti alle culture africane.
Moltissimi immigrati, nei circa tre secoli di colonialismo, giunsero in Francia e contribuirono a definire il profilo multiculturale della nazione che diede i natali a Voltaire.
Risultato? Già dagli anni ’60 in Francia si potevano vedere poliziotti di colore per le strade: avevano sicuramente il vantaggio di conoscere già la lingua, insegnata in tutte le scuole dei territori controllati dall’impero coloniale francese, certo, ma ridurre la complessissima vicenda migratoria francese solo a questo è fin troppo semplice.

Veniamo dunque a questo brano.
Zobi la mouche, “Zobi la mosca”: la canzone parla di Zobi, uomo frequentatore di locali parigini, dallo spiccato accento algerino, inaffidabile e gaudente.
Un personaggio che sembra affiorare dalle pagine di Maupassant.

STRUMENTI

Particolarmente efficace è la scelta degli strumenti musicali, provenienti (tratto caratteristico del genere patchanka) da diverse culture liricamente unite.
Fra essi distinguiamo chiaramente:
– Una fisarmonica: la cultura tradizionale francese, uno strumento che incarna l’Ottocento e il Novecento francese (e non solo) appieno che fa da sottofondo;
– Due chitarre: una che simboleggia il legame con la musica latino-americana, l’altro il discendente del liuto trobadorico (quindi un legame anche affettivo, “filosofico”, con la lirica trobadorica e tutta terrena che accomuna i trovatori provenzali e i membri del gruppo);
– Tamburi suonati a mano: l’elemento nordafricano, arabeggiante e algerino;
– Nacchere: ancora un elemento latino o spagnoleggiante.

COMMENTO AL TESTO

Cantato in un francese che volutamente ricalca i ritmi tipici dei figli di prima o seconda generazione algerini, il titolo stesso del brano è una provocazione (oltre al nome del gruppo) agli stereotipi sugli immigrati franco-algerini nella Francia del secondo dopoguerra.
Zobi, il protagonista, è un uomo vagabondo e dalla potente carica sessuale che cerca di esprimere seducendo una ragazza, ma non una ragazza qualunque, probabilmente una “brava ragazza bianca francese”.
La chitarra che accompagna i primi trenta secondi del testo, accompagnati dalla voce del cantante, è sì un omaggio alla musica latino-americana (vera base del patchanka), ma ha ritmi che ricordano quasi il Sahara.
Dopo trenta secondi esatti inizia la canzone vera e propria: sembra di essere catapultati in un bazar nordafricano, fra colori, suoni e immagini orientaliste (e non orientali). La risata dell’anziano a 1:04 potrebbe essere quella di un anziano commerciante algerino, di un gitano apolide o di un qualunque signore francese in una cantina di Montmartre.
È la fisarmonica che apre il testo e cuce insieme i ritornelli: oltre alla sua versatilità, strumento difficilissimo da padroneggiare, riesce a unire le varie culture della canzone. Questa scelta sembra quasi volerci dire che le conseguenze storiche del colonialismo francese possano, provocatoriamente, portare a qualcosa di buono: popoli e culture differenti e che non erano mai venute in contatto si ritrovano a comunicare, per la prima volta in assoluto, a causa della lingua dei colonizzatori.
Brano veramente eclettico e frizzante, sono sicuro che questo ritmo semi-sconosciuto vi piacerà.
Se volete capire cosa abbia significato essere un franco-algerino nella Parigi di fine anni ’80, non potete non ascoltare questa canzone.

 

 
Leonardo Mori

The shores of America

BREVE STORIA AFROAMERICANA

Immaginate di essere un uomo di venticinque anni che sta facendo una passeggiata con degli amici. Improvvisamente, vedete degli uomini, all’orizzonte, che si avvicinano. Vi picchiano, vi catturano e vi mettono in catene. Voi e i vostri amici camminate in colonna, incatenati, per giorni e giorni.
Arrivate finalmente all’oceano, dove venite caricate in una nave con tutti gli altri. Venite stipati nella stiva, sempre in catena, siete immobilizzati e supini, non c’è spazio per muoversi. I vostri compagni muoiono di stenti e di asfissia, mentre voi fortunosamente riuscite a sopravvivere, pur essendo costretti a mangiare pochissimo e a defecarvi e urinarvi addosso. Dopo un periodo di tempo lunghissimo, un fascio di luce vi acceca e gli uomini che vi hanno catturato vi spingono fuori, urlando in una lingua sconosciuta. Voi e i vostri amici sopravvissuti attraccate a questo piccolo porto, per poi camminare incatenati verso la piazza della città. Entrate in un edificio, venite picchiati di nuovo e portati via. Da quel momento in poi, inizierete piano piano ad imparare la lingua degli abitanti del posto e a servirli in ogni modo possibile. Se avrete fortuna, starete in casa a fare il domestico. Se invece non avrete fortuna alcuna, è molto probabile che finiate in una miniera, in una piantagione, nei campi.
Diverse generazioni dopo, una guerra civile vi libererà dalle catene materiali per costringervi in catene sociali ed economiche.
Per circa un secolo, rischierete di essere impiccati, dovrete usare strutture riservate a persone che hanno il vostro stesso colore della pelle, quasi ovunque vi impediranno di votare, quasi ovunque non avrete la possibilità di difendervi in un tribunale, di trovare lavoro, di essere trattati come persone.
Sarete considerati oggetti, animali o, nel migliore dei casi, appartenenti a una specie diversa o inferiori.
Tre secoli dopo il vostro arrivo, i vostri discendenti, i vostri simili, costituiranno la parte più consistente dei detenuti, faranno parte di una larga minoranza e della fascia di popolazione più povera.

C’è una canzone molto particolare che riesce a interpretare tutto questo.
Questa canzone è un mash-up, ossia una traccia che unisce brani e spezzoni da più fonti.
È un brano che ci permette di analizzare una piccola goccia nell’oceano della cultura statunitense.
Un piccolo spaccato di quattro secoli e mezzo di identità afro-americana.
In breve, cosa significhi essere nero in un mondo dominato da bianchi.

Niente moralismi o ipocrisie: l’autore di questo articolo è un maschio, bianco, borghese, europeo ed eterosessuale.
Non è un conservatore. Non è tossico. Non è razzista. Non è un rivoluzionario. Non è nemmeno un intellettuale. Adesso sparirà e leggerete l’articolo, mettetevi comodi, dentro di sé spera di riuscire a farvi sentire le sue stesse emozioni.

CAMBOGIA

Le basi di questa canzone sono tre tracce, tutte inerenti alla cultura e alla storia statunitensi.
La melodia di sottofondo è la melodia di una canzone cambogiana (anche se modificata) di Ros Serey Sothea, attiva fino all’avvento dei Khmer rossi, scomparsa sotto la dittatura di Pol Pot alla fine degli anni ‘70.
La canzone, composta nel 1970, anno dell’invasione statunitense della Cambogia (stato bombardato pesantemente dagli Stati Uniti fino al 1975), parla della morte del figlio della cantante.
Il ritmo malinconico e le note della traccia si fondono insieme, mischiando elementi che incidono profondamente nelle tavole di pietra della storia statunitense.
È l’addio doloroso di una madre al figlio, è la voce di una persona appartenente a uno stato dall’esistenza travagliata, inserita nella cornice più ampia e tragica della Guerra del Vietnam.
È l’espressione di una persona non bianca, così come non bianchi erano una parte consistente delle truppe statunitensi coinvolte nel conflitto. Sono gli afroamericani, difatti, ad aver costituito la maggior parte dei soldati semplici inviati nel Sud-est asiatico fra gli anni ‘60 e i primissimi anni ‘70.

Gli afroamericani hanno partecipato a tutti i conflitti che hanno interessato gli Stati Uniti: dalla guerra d’Indipendenza in poi, la presenza afroamericana nell’esercito statunitense è sempre stata continua e, fino all’intervento statunitense nella Prima guerra del Golfo, è stata segnata da molteplici episodi di discriminazione, espressi dai semplici insulti verbali a un salario inferiore rispetto ai compatrioti bianchi.

GRAN BRETAGNA

Dopo circa un minuto di instrumental, MF Doom, misterioso quanto potentissimo cantante hip-hop britannico, inizia a cantare (la sua parte è ripresa da una canzone del 2002 intitolata It ain’t nuttin, basata sul gioco di parole fra nothing, ossia “niente”, e nuttin’, possibile richiamo a un termine che può significare “pazzo”, “svitato”, “noci”, “testicoli”, “sperma”; potrebbe anche essere semplicemente il modo con cui una persona nera ed anglofona si esprime gergalmente, pronunciando nothing nuttin”). Sebbene la sua parte sia veramente troppo complessa per essere analizzata nel dettaglio, le parole sono orchestrate in maniera singolarmente efficace, unendo eufonia a un contenuto di denuncia sociale che solo un pensiero profondo può concepire. Inutile ricordare che MF Doom sia nero. La sua traccia, infatti, denuncia la condizione di MF Doom stesso. Complessità, umorismo e denuncia sono le tre caratteristiche che ritroviamo nelle parole di un artista che, fattore questo importantissimo, si esibisce sempre con una maschera e ha volutamente calato una forte aura di mistero intorno alla sua persona.
L’origine britannica e il livello di istruzione di MF Doom si palesano nel seguente verso, veramente significativo nell’interpretazione della traccia:

Bloody rap game like leviathan
 Leave a bad taste, killin my high like niacin
Stop kiddin middlemen need Ritalin
Hit me with the full tin of gin and im a kid again


Un gioco rap sanguinante come il Leviatano
Lascia un cattivo sapore, uccide la mia fattanza come la niacina
Basta prendere in giro, l’uomo medio ha bisogno del Ritalin
Colpiscimi con una latta piena di gin e torno bambino

Spezzone molto complesso ma degno di un tentativo di analisi.
Il richiamo al Leviatano, la maggiore opera del teorico politico Hobbes, inglese di metà del ‘600, si riallaccia alla sensazione provata da MF Doom nell’eseguire la sua canzone.
Nel Leviatano, Hobbes presenta la sua visione politica e filosofica dell’uomo. Per Hobbes, allo stato di natura e prima della società, l’uomo è profondamente malvagio e farebbe di tutto per danneggiare i suoi simili. Tuttavia questo stato non può durare per sempre: nessuno sarebbe al sicuro, poiché dovrebbe essere sempre vigile e potrebbe essere schiacciato e ucciso da una persona più forte. Per cooperare ed evitare la morte di tutti, gli uomini siglano un contratto con una persona (il sovrano) o un ente (un parlamento) cui donano tutti i loro diritti dello stato di natura, consegnando un potere assoluto. In questo modo, l’umanità perde tutti i diritti, compreso quello di usare la violenza in modo incontrollato.
Tutto ciò provoca una considerazione amara dell’esistenza e della società (leave a bad taste: notare il gioco di parole, sulla parola “taste”, che può significare sia “gusto” in senso sensoriale che “gusto” in termine di preferenze), che risveglia la sua coscienza addormentata dalle droghe, sostanze necessarie per andare avanti al mondo e permettere sia di eseguire la canzone che di vivere.
Il verso successivo è una critica e insieme una compartecipazione dell’autore: l’uomo medio ha bisogno del Ritalin, uno psicofarmaco che aumenta l’attenzione ed è usato per persone affette da disturbo di deficit di attenzione (per intendersi, lo stesso disturbo da cui è affetto Tigro in Winnie the Pooh, vi ho rovinato l’infanzia, prego). Indipendentemente dal colore della pelle e dall’etnia, la vita dell’uomo contemporaneo necessita di sostanze e meccanismi per far fronte al logorio e alla frenesia della società. Se MF Doom però usa altre sostanze per affrontare l’acquisita coscienza dei drammi e dei limiti della vita, l’uomo medio usa sostanze come il Ritalin (e per estensione psicofarmaci) perché ha la coscienza addormentata. Il cantante poi afferma che lanciargli del gin lo potrebbe far tornare bambino, ossia potrebbe farlo felice oppure in condizione di non nuocere e quindi di addormentarlo. È una sua richiesta volontaria di addormentarsi di nuovo o una constatazione del fatto che, alterato dall’alcol, non sia in grado di esprimere la sua voce come nella canzone?
Un nero britannico che indossa volutamente una maschera: più che a Pirandello (elemento troppo estraneo per essere inserito in questo discorso), ci potrebbe essere un interessantissimo riferimento a Francis Scott-Fitzgerald, come si vede da questo spezzone:

Coco butter on a very ashy day, fam
With Ray-Bans on the islands of Cayman
Or I’ll break it down for the layman
Bain de Soleil for the St Tropez… tan
A can of Old Gold, too cold to hold, slow ya roll.

Cosa c’entra un autore statunitense, bianco, degli anni ‘20 con la canzone di un cantante hip-hop britannico e nero? MF Doom si presenta, in modo satirico, come un pagliaccio che canta per i ricchi bianchi in vacanza, siano essi nelle isole Cayman o a St. Tropez. Un pagliaccio povero, che coinvolge alla fine della sua parte cantata il pubblico, che si fa pagare in birre e si congeda con un brindisi.
Se nell’opera di Scott-Fitzgerald l’affresco della società statunitense è dipinto a tinte che sono sia splendide e ricche che forti e di denuncia, la voce di MF Doom apporta un’ulteriore pennello al quadro, un pennello intinto di un colore nero come la sua pelle e la sua rabbia. Non ci sono personaggi di colore nelle opere di Scott-Fitzgerald, non per un motivo razzista, bensì perché le tematiche da lui affrontate sono dedicate a una parte di società benestante che, all’epoca, non contava una presenza afroamericana o di fasce sociali diverse da quelle WASP (acronimo per White Anglo-Saxon Protestant, ossia Bianco Anglo-Sassone Protestante, i tre tratti della maggioranza della popolazione degli Stati Uniti).
Qui subentra MF DOOM. La sua non è la voce di un autore che desideri entrare in quel mondo, negatogli anche per il colore della sua pelle e delle condizioni sociali: è la voce di un autore che denuncia i limiti di una fascia privilegiata della popolazione, tanto ricca a livello economico quanto povera a livello umano, mischiando questa denuncia alla considerazione che non si possa fare niente contro l’intrattenimento e la sua industria. Industria, è bene ricordare (qui sta la genialità di MF Doom), cui l’autore appartiene.

STATI UNITI

Immediatamente dopo la parte di MF Doom, entra in scena RZA, cantante rap afroamericano attivo negli anni ’90. La sua parte è presa dalla traccia The Night the Earth cried (“La notte in cui la Terra pianse”).
RZA espone, in modo rapido e conciso, una lezione di storia sul primo arrivo degli afroamericani nel continente americano.

I came to the shores of America disguised as a pillar
The alpha and omega and the home of the beggars, the black sellers
Who been beaten, raped, lynched, robbed and stoned
And caused to roam the earth in service cause they couldn’t maintain at
Home

Sono arrivato alle rive d’America camuffato da colonna
(L’America è)L’alfa e l’omega e la casa dei mendicanti, dei venditori neri (e del mercato nero) (non c’è un gioco di parole voluto, fottetevi)
Che sono stati picchiati, stuprati, linciati, derubati e lapidati
E fatto vagare la terra in servizio perché non potevano mantenerla a
Casa

Schiavi neri che arrivano nella Terra della Libertà, Land of the free, come esprime, in una delle infinite e affascinanti contraddizioni degli Stati Uniti, l’inno statunitense.
Gli Stati Uniti visti come inizio e fine di una nuova fase, di una nuova vita e di una morte.
Gli Stati Uniti caratterizzati da marcate diseguaglianze sociali ed economiche, dei venditori neri (e per estensione degli afroamericani) costretti a vagare per gli stati della federazione, colpiti da discriminazioni e violenze.
RZA dice che tutto ciò rimanda al 1555, quando la prima tribù di africani fu catturata, messa in un brigantino alto cinquanta piedi e portata, dopo un viaggio di novemila miglia, sulle coste delle Tredici Colonie (la costa orientale degli attuali Stati Uniti), dove essi furono venduti.
Schiavi sopravvissuti alla schiavitù ma rimasti senza identità, senza radici: gli schiavi afroamericani non potevano essere alfabetizzati e potevano rischiare la vita, se il padrone avesse scoperto ciò. È il terrore di una rivolta di schiavi, il terrore di vedere i propri simili bianchi uccisi o violentati, un genuino e profondo razzismo negli stati del sud degli Stati Uniti che viene colpito dalla voce del cantante di colore.
Vi è anche una staffilata violenta contro Sir John Hawkins, mercante inglese di metà Cinquecento, considerato il pioniere del commercio triangolare e del commercio di schiavi. Hawkins accumulò un’immensa fortuna grazie alla tratta di schiavi dalle coste africane all’America settentrionale.
Le critiche non sono monodirezionali. RZA accusa anche W.D. Feraud, fondatore della Nation of Islam, movimento (cui apparteneva Malcolm X) per la separazione fra bianchi e neri negli Stati Uniti e risolvere i problemi “interraziali”. Secondo RZA, Feraud avrebbe fondato un movimento che avrebbe inasprito il problema, sottolineando le differenze fra bianchi e neri e non favorendo un’apertura coscienziosa dell’opinione pubblica dei bianchi statunitensi, facendoli spostare su posizioni ancora più ostili o allontanandoli dall’affrontare una questione tuttora irrisolta.

CANTO DEL CIGNO

La copertina di questo articolo è la stessa dell’edizione italiana del 2018 del libro Storia del popolo americano, dal 1492 a oggi, opera che racchiude una fatica trentennale di Howard Zinn, storico e attivista radicale statunitense (1922-2010).
Quest’opera, dall’importanza capitale, non tratta della storia dei presidenti statunitensi.
Non c’è alcun elogio, nessuna pretesa di supremazia, nessun tacito assenso all’ “eccezionalismo” statunitense.  Niente di tutto ciò: è, come da titolo, la storia del popolo americano.
La storia delle donne, dei poveri, degli operai, dei sindacalisti, dei contadini, degli schiavi e degli ex-schiavi.
La storia, insomma, del vero motore della storia, le persone comuni che troppo spesso sono dimenticate dai libri di storia e dai manuali scolastici.
Nella copertina, un uomo nero, vestito dignitosamente, guarda con espressione seria e civilmente impegnata l’obiettivo della macchina fotografica.
La foto è in bianco e nero ed è stata scattata durante una protesta per i diritti civili degli afro-americani negli anni ’60.
L’uomo mostra un cartello con uno degli slogan più fortunati ed utilizzati da quelle fasce sociali desiderose di migliorare la propria condizione.
“I AM A MAN”
“IO SONO UN UOMO”
Per il razzismo statunitense, i neri erano visti come animali, come non-uomini.
La copertina dell’articolo è legata alla canzone. Razzismo e Stati Uniti sono elementi che, a livello storico, viaggiano insieme. La frase precedente è volutamente ambigua.

L’autore tiene a ricordare che questo articolo sia uscito in un periodo storico di tensioni sociali, episodi di razzismo e discriminazione, “decreti sicurezza” e questioni onnipresenti relative all’immigrazione.
Questo per riaffermare, una volta di più, che parlare delle rive dell’America (the shores of America) e parlare delle rive di Lampedusa significa, drammaticamente, trattare di due questioni non così distanti.

Questo articolo è una delle tante espressioni di tutti coloro che, nella Storia, hanno lottato e lottano perché l’uomo consideri, un giorno, i suoi simili in base alla personalità e non ad altro.


Leonardo Mori

Disorganic

“L’Internet” nasconde tesori. Più precisamente, all’interno di esso, Youtube nasconde tesori.
In questi tesori, vi è una gemma dalla potenza di fuoco ricchissima e che ben sintetizza la frenesia e la confusione che caratterizzano l’uomo contemporaneo.
“Frontier psychiatric” è un brano del gruppo australiano “The Avalanches” (letteralmente “Le Valanghe”).
Il videoclip di questo brano è uscito nel 2000, l’ultimo anno del Secondo Millennio e pietra tombale del Novecento. La caratteristica fondamentale del gruppo australiano sta nel fatto che essi producono tutti i loro brani montando samples da più fonti, siano esse film, canzoni, trasmissioni radiofoniche.
Dov’è la genialità di questo brano?
Prima di tutto esso dimostra la profonda creatività degli attori, che riescono a mischiare in maniera follemente magistrale brevissimi spezzoni (“samples”, appunto), sfruttando tecniche di produzione non accessibili fino al tardo Novecento. Se non avessero avuto accesso a tali strumenti, invece di una console e un computer avrebbero avuto bisogno come minimo di un centinaio di persone e relativi strumenti musicali. Ma la genialità di questo brano non si limita a questo.
Questo brano sintetizza, in modo a mio parere singolare, una fetta cospicua della cultura contemporanea (in stragrande maggioranza anglofona) degli ultimi sessant’anni.
In ordine sparso, troviamo:
-Un riferimento a un gatto presente nel dipinto “Il Sonno della ragione genera mostri” di Goya
-Una scimmia che suona la batteria (forse proveniente da 2001: Odissea nello spazio?)
-Un gabbiano, che in seguito duetterà con la scimmia
-Dodici messicani che suonano
-Uno scrittore alcolizzato e sporco
-Tre ragazze asiatiche che suonano violini
-Due signori anziani (forse psichiatri)
-La testa di un uomo anziano dal corpo di tartaruga
-Una signora anziana che suona la batteria
-Due cowboys di colore
-Un nativo americano
-Un orologio a cucù
-Un ventriloquo che fa parlare un burattino la cui testa è una noce di cocco
-Degli spettri (proiettati)
-Uno scheletro che sistema un vinile
-Un nano vestito da bebè
-Un marinaio
-Un ipnotista
-Una dentiera in un bicchiere d’acqua che parla
-Una ballerina che ricorda vagamente Cleopatra
-Una maestra anziana che educa una bambina
Benché il testo di questo brano si riduca a samples in lingua inglese, non è possibile capire appieno da dove vengano tutti i samples presenti in esso. Non solo: il videoclip stesso scava a fondo nella psiche dello spettatore/ascoltatore, confuso come non mai nelle due frasi più frequenti in assoluto: “That boy needs therapy” e “Purely psychosomatic” (“Quel ragazzo ha bisogno di psicoterapia”; “Puramente psicosomatico”). Quel ragazzo ha bisogno di psicoterapia o è solo una manifestazione psicosomatica?
Due voci antitetiche che non permettono di farci capire quale delle due opinioni sia corretta.
I riferimenti si sprecano: può l’uomo contemporaneo avere una bussola nella sua società, così complessa e potenzialmente nociva alla sua sanità mentale?
Occorre gustare la canzone e il videoclip senza tentare di comprenderne il senso. Forse è questo, infatti, il messaggio ultimo della band: “Don’t try”. Non provare.

I REDTREE GROOVE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Un gioco di parole e un gioco di suoni contraddistingue questa band. Un sapore di fatto in casa, come i loro dischi, trova spazio su quasi tutti i palchi che Firenze offre. Da Martino (e dal suo basso) arrivano parole dure verso la realtà artistica fiorentina, ma chi meglio di loro, che dicono chiaramente “i locali li abbiamo girati praticamente tutti”, può dircelo? Per il cantante, Dylan, abbiamo un pedigree singolare: Cortona e Stati Uniti. In questo intrigo internazionale (manco fossimo in un film di Hitchcock), ci trasportano in un viaggio attraverso onde psichedeliche.

Raccontate ai nostri lettori com’è nata la band?


DYLAN: Ufficialmente la nostra band è nata partecipando all’edizione del Rock Contest       del 2015. Mi ero appena trasferito a Firenze, sono di Cortona e per metà sono statunitense. Avevamo iniziato due progetti separatamente e abbiamo fondato la band nell’estate del 2015. Attualmente siamo in quattro, nel 2016 si è aggiunto il batterista. Alla fine dello stesso anno siamo arrivati finalisti all’edizione di Capitalent, il contest di musica di Radio Capital. Il nome della nostra band verte su un gioco di parole: “red tree” significa “sequoia”, mentre “groove” significa “ritmo”, mentre “grove” significa “bosco”. Volevamo che il nome rimandasse a un significato naturale. Il progetto punta molto alle linee di basso di Martino, quindi il ritmo è fondamentale. La nostra produzione è interamente in home-studio. Il nostro ultimo disco risale al 2018. Ne abbiamo registrato un altro, durante la scorsa estate. Presenteremo il materiale nuovo fra qualche mese ma nel Festival anticiperemo con tracce del tutto nuove.

Che genere di musica fate?

MARTINO: Siamo partiti da una matrice reggae, adesso prevalentemente suoniamo musica di tipo pop contaminato da influenze hip-hop, elettroniche.

Qual è il vostro pubblico?

DYLAN: Dipende dal tipo di produzione delle tracce. Se rientra in una produzione collettiva, vorremmo rivolgerci al più alto numero possibile di persone. Quando invece la produzione è dal contenuto più intimo e personale, benché comunque la ricezione da parte del pubblico conti, l’espressione gioca un ruolo fondamentale. Non riteniamo di avere un target Specifico. Bisogna dire che l’impiego di ritornelli di stampo pop aiuta molto ad ampliare la porzione di pubblico. Le nostre tracce sono interamente anglofone e questo non aiuta molto nella diffusione verso il pubblico italiano.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


MARTINO: Sì, questa è la nostra prima volta. Abbiamo scelto di partecipare perché ci hanno invitato. Per noi lo spirito di comunità ha giocato un ruolo fondamentale in questa scelta, così come è molto importante l’aspetto ludico.  Purtroppo crediamo che Firenze pecchi di educazione alla musica dal vivo. Noi saremo il gruppo d’apertura del Festival e riteniamo che la nostra partecipazione possa aggiungere del colore in più all’evento. Abbiamo deciso di aprirci alla sperimentazione in ambito musicale, tenendo d’occhio il mondo statunitense. Il DIY Firenze Festival è una risposta anche di protesta e un momento di creatività per sopperire alla mancanza di pubblico e di spazi nella città.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?

DYLAN: C’è un elemento ludico nella trasferta. Non abbiamo avuto l’occasione di fare molte trasferte, ma nelle poche che abbiamo fatto ci siamo trovati molto bene. Abbiamo fatto esperienza in località più sperdute, dove la ricezione è stata sempre molto positiva, proprio perché in questi eventi gli organizzatori cercano volontariamente gruppi che vengano da fuori.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

MARTINO: Gli spazi ci sono, ma non sono facilmente accessibili. Per le band, soprattutto se emergenti, non ci sono molti spazi. Non voglio parlare in nome di nessuno né dare un giudizio totale. La differenza con realtà extra-fiorentine, per la nostra esperienza, consiste in una maggiore curiosità e accoglienza. Purtroppo Firenze non ha un nucleo interno di vita culturale a livello contemporaneo. Si riducono progressivamente gli spazi dedicati ai giovani, ma in questo modo una città muore. Mi viene in mente un aneddoto a riguardo: se un uomo del Cinquecento venisse a chiedermi quali siano i maggiori artisti del momento a Firenze, nessuno saprebbe rispondergli. Abbastanza triste per una città che ha ospitato artisti come Michelangelo, Leonardo e Brunelleschi…Non ci sono canali che trasmettano un’autentica vita culturale in città.
Firenze è una città ricca di artisti ma povera di spazi. I pochi eventi musicali, come il Firenze Rock, secondo noi riscontrano molto successo ma rientrano in una logica di economia turistica, tratto vitale per Firenze.

Una curiosità: ci raccontereste un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

DYLAN: Siamo un po’ come Mia Martini: portiamo sfiga (ride). Ovunque andiamo, il locale dove ci esibiamo chiude dopo che abbiamo suonato.
Il nostro peggior concerto è stato al Nabucco Wine Bar a Firenze (tanto per non fare nomi) . Il palco consisteva in un tavolino per i clienti, quindi non abbiamo avuto abbastanza spazio per suonare. Una volta ci chiamarono al Centro JAVA, punto di recupero per giovani tossicodipendenti, sito all’Arco di San Pierino, qui a Firenze. Non sapevamo niente del posto. Arrivati lì, ci rendemmo conto del posto in cui eravamo. Suonammo bene e alla fine dell’esibizione ci regalarono degli opuscoli dettagliati sugli effetti delle sostanze stupefacenti. Abbiamo apprezzato molto (ridono).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)