“Zobi la mouche” -Les Négresses vertes

Quella che vedete in copertina è la copertina dell’album dei Les Négresses Vertes Le grand déballage (2002), pubblicato nel 2002.
Il gruppo esordì nel 1988 con l’album Mlah (dall’arabo, letteralmente “tutto bene”). Il loro genere musicale è definibile come patchanka, una produzione musicale dai contorni misti e globali. Per intendersi, l’esponente più conosciuto di questo genere è Manu Chao.
È interessante notare che i membri dei Les Négresses Vertes fossero francesi figli di immigrati algerini. Négresses vertes significa “negri verdi”: termine dispregiativo per indicare gli stranieri immigrati in Francia dalle sue colonie.
Dobbiamo fare un brevissimo passo indietro, prima di addentrarci nell’analisi del loro singolo di maggior successo.

Nel corso dell’Ottocento, la Francia seguì una progressiva campagna di colonizzazione di molte parti dell’Africa. Il continente con la maggiore presenza della lingua francese, al mondo, è proprio l’Africa per questo motivo.
L’Impero coloniale francese, così come tutti gli altri imperi coloniali europei, conobbe un periodo di fortissima crisi a partire dal secondo dopoguerra. Non è mia intenzione esaminare tutte le cause che portarono alla sua dissoluzione.
Quel che mi interessa segnalare è una questione in particolare: la questione algerina.

Dal secondo dopoguerra, la Francia tentò di mantenere il controllo delle sue colonie extra-europee. Nel 1954-1955 dovette abbandonare il Vietnam, il Laos e la Cambogia, un territorio molto vasto e dall’importanza strategica ribattezzato “Indocina francese”.
I francesi se ne andarono ma la situazione non migliorò. Ah sì, ci fu anche una piccola scaramuccia (di cui forse avrete sentito parlare) chiamata “Guerra del Vietnam”.
In Indocina i francesi combatterono, poi decisero di lasciare il testimone alla diplomazia internazionale ma non ci furono eccessivi spargimenti di sangue. In Algeria questo non avvenne.
L’Algeria era una colonia francese dagli anni ’30 dell’Ottocento. Era considerata parte del territorio nazionale francese, non una colonia. Lo slogan, condiviso dalla maggior parte dell’opinione pubblica francese negli anni ‘50, era il seguente: “La Francia è l’Algeria e l’Algeria è la Francia”. Per questo motivo, le spinte separatiste e indipendentiste francesi erano state represse con la violenza: vi piacerebbe se la regione Lazio si staccasse dall’Italia e formasse uno stato autonomo?

algei

Donne di Algeri nei loro appartamenti Eugene Delacroix, olio su tela, 1834, Louvre, Parigi Il quadro è posteriore di quattro anni alla conquista di Algeri da parte dell’esercito francese, data simbolo d’inizio dell’occupazione francese dell’Algeria. Fra i vari elementi del quadro, spicca il narghilè in posizione quasi centrale: provate a rileggere qualche brano dei “Paradisi artificiali” di Baudelaire e capirete quanto la letteratura francese deva all’esperienza coloniale francese in Algeria.

Nel 1962, dopo un lungo e sanguinoso conflitto con il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, un feroce dibattito interno all’opinione pubblica francese e un tentato colpo di stato, De Gaulle concesse a luglio l’indipendenza dell’Algeria.
Se paragoniamo la Francia a un esagono (ed effettivamente questa figura geometrica assomiglia molto ai confini francesi, qualora si guardi la terra conquistata dalle legioni di Giulio Cesare più di duemila anni fa), sicuramente almeno un lato ha tratti misti alle culture africane.
Moltissimi immigrati, nei circa tre secoli di colonialismo, giunsero in Francia e contribuirono a definire il profilo multiculturale della nazione che diede i natali a Voltaire.
Risultato? Già dagli anni ’60 in Francia si potevano vedere poliziotti di colore per le strade: avevano sicuramente il vantaggio di conoscere già la lingua, insegnata in tutte le scuole dei territori controllati dall’impero coloniale francese, certo, ma ridurre la complessissima vicenda migratoria francese solo a questo è fin troppo semplice.

Veniamo dunque a questo brano.
Zobi la mouche, “Zobi la mosca”: la canzone parla di Zobi, uomo frequentatore di locali parigini, dallo spiccato accento algerino, inaffidabile e gaudente.
Un personaggio che sembra affiorare dalle pagine di Maupassant.

STRUMENTI

Particolarmente efficace è la scelta degli strumenti musicali, provenienti (tratto caratteristico del genere patchanka) da diverse culture liricamente unite.
Fra essi distinguiamo chiaramente:
– Una fisarmonica: la cultura tradizionale francese, uno strumento che incarna l’Ottocento e il Novecento francese (e non solo) appieno che fa da sottofondo;
– Due chitarre: una che simboleggia il legame con la musica latino-americana, l’altro il discendente del liuto trobadorico (quindi un legame anche affettivo, “filosofico”, con la lirica trobadorica e tutta terrena che accomuna i trovatori provenzali e i membri del gruppo);
– Tamburi suonati a mano: l’elemento nordafricano, arabeggiante e algerino;
– Nacchere: ancora un elemento latino o spagnoleggiante.

COMMENTO AL TESTO

Cantato in un francese che volutamente ricalca i ritmi tipici dei figli di prima o seconda generazione algerini, il titolo stesso del brano è una provocazione (oltre al nome del gruppo) agli stereotipi sugli immigrati franco-algerini nella Francia del secondo dopoguerra.
Zobi, il protagonista, è un uomo vagabondo e dalla potente carica sessuale che cerca di esprimere seducendo una ragazza, ma non una ragazza qualunque, probabilmente una “brava ragazza bianca francese”.
La chitarra che accompagna i primi trenta secondi del testo, accompagnati dalla voce del cantante, è sì un omaggio alla musica latino-americana (vera base del patchanka), ma ha ritmi che ricordano quasi il Sahara.
Dopo trenta secondi esatti inizia la canzone vera e propria: sembra di essere catapultati in un bazar nordafricano, fra colori, suoni e immagini orientaliste (e non orientali). La risata dell’anziano a 1:04 potrebbe essere quella di un anziano commerciante algerino, di un gitano apolide o di un qualunque signore francese in una cantina di Montmartre.
È la fisarmonica che apre il testo e cuce insieme i ritornelli: oltre alla sua versatilità, strumento difficilissimo da padroneggiare, riesce a unire le varie culture della canzone. Questa scelta sembra quasi volerci dire che le conseguenze storiche del colonialismo francese possano, provocatoriamente, portare a qualcosa di buono: popoli e culture differenti e che non erano mai venute in contatto si ritrovano a comunicare, per la prima volta in assoluto, a causa della lingua dei colonizzatori.
Brano veramente eclettico e frizzante, sono sicuro che questo ritmo semi-sconosciuto vi piacerà.
Se volete capire cosa abbia significato essere un franco-algerino nella Parigi di fine anni ’80, non potete non ascoltare questa canzone.

 

 
Leonardo Mori

The shores of America

BREVE STORIA AFROAMERICANA

Immaginate di essere un uomo di venticinque anni che sta facendo una passeggiata con degli amici. Improvvisamente, vedete degli uomini, all’orizzonte, che si avvicinano. Vi picchiano, vi catturano e vi mettono in catene. Voi e i vostri amici camminate in colonna, incatenati, per giorni e giorni.
Arrivate finalmente all’oceano, dove venite caricate in una nave con tutti gli altri. Venite stipati nella stiva, sempre in catena, siete immobilizzati e supini, non c’è spazio per muoversi. I vostri compagni muoiono di stenti e di asfissia, mentre voi fortunosamente riuscite a sopravvivere, pur essendo costretti a mangiare pochissimo e a defecarvi e urinarvi addosso. Dopo un periodo di tempo lunghissimo, un fascio di luce vi acceca e gli uomini che vi hanno catturato vi spingono fuori, urlando in una lingua sconosciuta. Voi e i vostri amici sopravvissuti attraccate a questo piccolo porto, per poi camminare incatenati verso la piazza della città. Entrate in un edificio, venite picchiati di nuovo e portati via. Da quel momento in poi, inizierete piano piano ad imparare la lingua degli abitanti del posto e a servirli in ogni modo possibile. Se avrete fortuna, starete in casa a fare il domestico. Se invece non avrete fortuna alcuna, è molto probabile che finiate in una miniera, in una piantagione, nei campi.
Diverse generazioni dopo, una guerra civile vi libererà dalle catene materiali per costringervi in catene sociali ed economiche.
Per circa un secolo, rischierete di essere impiccati, dovrete usare strutture riservate a persone che hanno il vostro stesso colore della pelle, quasi ovunque vi impediranno di votare, quasi ovunque non avrete la possibilità di difendervi in un tribunale, di trovare lavoro, di essere trattati come persone.
Sarete considerati oggetti, animali o, nel migliore dei casi, appartenenti a una specie diversa o inferiori.
Tre secoli dopo il vostro arrivo, i vostri discendenti, i vostri simili, costituiranno la parte più consistente dei detenuti, faranno parte di una larga minoranza e della fascia di popolazione più povera.

C’è una canzone molto particolare che riesce a interpretare tutto questo.
Questa canzone è un mash-up, ossia una traccia che unisce brani e spezzoni da più fonti.
È un brano che ci permette di analizzare una piccola goccia nell’oceano della cultura statunitense.
Un piccolo spaccato di quattro secoli e mezzo di identità afro-americana.
In breve, cosa significhi essere nero in un mondo dominato da bianchi.

Niente moralismi o ipocrisie: l’autore di questo articolo è un maschio, bianco, borghese, europeo ed eterosessuale.
Non è un conservatore. Non è tossico. Non è razzista. Non è un rivoluzionario. Non è nemmeno un intellettuale. Adesso sparirà e leggerete l’articolo, mettetevi comodi, dentro di sé spera di riuscire a farvi sentire le sue stesse emozioni.

CAMBOGIA

Le basi di questa canzone sono tre tracce, tutte inerenti alla cultura e alla storia statunitensi.
La melodia di sottofondo è la melodia di una canzone cambogiana (anche se modificata) di Ros Serey Sothea, attiva fino all’avvento dei Khmer rossi, scomparsa sotto la dittatura di Pol Pot alla fine degli anni ‘70.
La canzone, composta nel 1970, anno dell’invasione statunitense della Cambogia (stato bombardato pesantemente dagli Stati Uniti fino al 1975), parla della morte del figlio della cantante.
Il ritmo malinconico e le note della traccia si fondono insieme, mischiando elementi che incidono profondamente nelle tavole di pietra della storia statunitense.
È l’addio doloroso di una madre al figlio, è la voce di una persona appartenente a uno stato dall’esistenza travagliata, inserita nella cornice più ampia e tragica della Guerra del Vietnam.
È l’espressione di una persona non bianca, così come non bianchi erano una parte consistente delle truppe statunitensi coinvolte nel conflitto. Sono gli afroamericani, difatti, ad aver costituito la maggior parte dei soldati semplici inviati nel Sud-est asiatico fra gli anni ‘60 e i primissimi anni ‘70.

Gli afroamericani hanno partecipato a tutti i conflitti che hanno interessato gli Stati Uniti: dalla guerra d’Indipendenza in poi, la presenza afroamericana nell’esercito statunitense è sempre stata continua e, fino all’intervento statunitense nella Prima guerra del Golfo, è stata segnata da molteplici episodi di discriminazione, espressi dai semplici insulti verbali a un salario inferiore rispetto ai compatrioti bianchi.

GRAN BRETAGNA

Dopo circa un minuto di instrumental, MF Doom, misterioso quanto potentissimo cantante hip-hop britannico, inizia a cantare (la sua parte è ripresa da una canzone del 2002 intitolata It ain’t nuttin, basata sul gioco di parole fra nothing, ossia “niente”, e nuttin’, possibile richiamo a un termine che può significare “pazzo”, “svitato”, “noci”, “testicoli”, “sperma”; potrebbe anche essere semplicemente il modo con cui una persona nera ed anglofona si esprime gergalmente, pronunciando nothing nuttin”). Sebbene la sua parte sia veramente troppo complessa per essere analizzata nel dettaglio, le parole sono orchestrate in maniera singolarmente efficace, unendo eufonia a un contenuto di denuncia sociale che solo un pensiero profondo può concepire. Inutile ricordare che MF Doom sia nero. La sua traccia, infatti, denuncia la condizione di MF Doom stesso. Complessità, umorismo e denuncia sono le tre caratteristiche che ritroviamo nelle parole di un artista che, fattore questo importantissimo, si esibisce sempre con una maschera e ha volutamente calato una forte aura di mistero intorno alla sua persona.
L’origine britannica e il livello di istruzione di MF Doom si palesano nel seguente verso, veramente significativo nell’interpretazione della traccia:

Bloody rap game like leviathan
 Leave a bad taste, killin my high like niacin
Stop kiddin middlemen need Ritalin
Hit me with the full tin of gin and im a kid again


Un gioco rap sanguinante come il Leviatano
Lascia un cattivo sapore, uccide la mia fattanza come la niacina
Basta prendere in giro, l’uomo medio ha bisogno del Ritalin
Colpiscimi con una latta piena di gin e torno bambino

Spezzone molto complesso ma degno di un tentativo di analisi.
Il richiamo al Leviatano, la maggiore opera del teorico politico Hobbes, inglese di metà del ‘600, si riallaccia alla sensazione provata da MF Doom nell’eseguire la sua canzone.
Nel Leviatano, Hobbes presenta la sua visione politica e filosofica dell’uomo. Per Hobbes, allo stato di natura e prima della società, l’uomo è profondamente malvagio e farebbe di tutto per danneggiare i suoi simili. Tuttavia questo stato non può durare per sempre: nessuno sarebbe al sicuro, poiché dovrebbe essere sempre vigile e potrebbe essere schiacciato e ucciso da una persona più forte. Per cooperare ed evitare la morte di tutti, gli uomini siglano un contratto con una persona (il sovrano) o un ente (un parlamento) cui donano tutti i loro diritti dello stato di natura, consegnando un potere assoluto. In questo modo, l’umanità perde tutti i diritti, compreso quello di usare la violenza in modo incontrollato.
Tutto ciò provoca una considerazione amara dell’esistenza e della società (leave a bad taste: notare il gioco di parole, sulla parola “taste”, che può significare sia “gusto” in senso sensoriale che “gusto” in termine di preferenze), che risveglia la sua coscienza addormentata dalle droghe, sostanze necessarie per andare avanti al mondo e permettere sia di eseguire la canzone che di vivere.
Il verso successivo è una critica e insieme una compartecipazione dell’autore: l’uomo medio ha bisogno del Ritalin, uno psicofarmaco che aumenta l’attenzione ed è usato per persone affette da disturbo di deficit di attenzione (per intendersi, lo stesso disturbo da cui è affetto Tigro in Winnie the Pooh, vi ho rovinato l’infanzia, prego). Indipendentemente dal colore della pelle e dall’etnia, la vita dell’uomo contemporaneo necessita di sostanze e meccanismi per far fronte al logorio e alla frenesia della società. Se MF Doom però usa altre sostanze per affrontare l’acquisita coscienza dei drammi e dei limiti della vita, l’uomo medio usa sostanze come il Ritalin (e per estensione psicofarmaci) perché ha la coscienza addormentata. Il cantante poi afferma che lanciargli del gin lo potrebbe far tornare bambino, ossia potrebbe farlo felice oppure in condizione di non nuocere e quindi di addormentarlo. È una sua richiesta volontaria di addormentarsi di nuovo o una constatazione del fatto che, alterato dall’alcol, non sia in grado di esprimere la sua voce come nella canzone?
Un nero britannico che indossa volutamente una maschera: più che a Pirandello (elemento troppo estraneo per essere inserito in questo discorso), ci potrebbe essere un interessantissimo riferimento a Francis Scott-Fitzgerald, come si vede da questo spezzone:

Coco butter on a very ashy day, fam
With Ray-Bans on the islands of Cayman
Or I’ll break it down for the layman
Bain de Soleil for the St Tropez… tan
A can of Old Gold, too cold to hold, slow ya roll.

Cosa c’entra un autore statunitense, bianco, degli anni ‘20 con la canzone di un cantante hip-hop britannico e nero? MF Doom si presenta, in modo satirico, come un pagliaccio che canta per i ricchi bianchi in vacanza, siano essi nelle isole Cayman o a St. Tropez. Un pagliaccio povero, che coinvolge alla fine della sua parte cantata il pubblico, che si fa pagare in birre e si congeda con un brindisi.
Se nell’opera di Scott-Fitzgerald l’affresco della società statunitense è dipinto a tinte che sono sia splendide e ricche che forti e di denuncia, la voce di MF Doom apporta un’ulteriore pennello al quadro, un pennello intinto di un colore nero come la sua pelle e la sua rabbia. Non ci sono personaggi di colore nelle opere di Scott-Fitzgerald, non per un motivo razzista, bensì perché le tematiche da lui affrontate sono dedicate a una parte di società benestante che, all’epoca, non contava una presenza afroamericana o di fasce sociali diverse da quelle WASP (acronimo per White Anglo-Saxon Protestant, ossia Bianco Anglo-Sassone Protestante, i tre tratti della maggioranza della popolazione degli Stati Uniti).
Qui subentra MF DOOM. La sua non è la voce di un autore che desideri entrare in quel mondo, negatogli anche per il colore della sua pelle e delle condizioni sociali: è la voce di un autore che denuncia i limiti di una fascia privilegiata della popolazione, tanto ricca a livello economico quanto povera a livello umano, mischiando questa denuncia alla considerazione che non si possa fare niente contro l’intrattenimento e la sua industria. Industria, è bene ricordare (qui sta la genialità di MF Doom), cui l’autore appartiene.

STATI UNITI

Immediatamente dopo la parte di MF Doom, entra in scena RZA, cantante rap afroamericano attivo negli anni ’90. La sua parte è presa dalla traccia The Night the Earth cried (“La notte in cui la Terra pianse”).
RZA espone, in modo rapido e conciso, una lezione di storia sul primo arrivo degli afroamericani nel continente americano.

I came to the shores of America disguised as a pillar
The alpha and omega and the home of the beggars, the black sellers
Who been beaten, raped, lynched, robbed and stoned
And caused to roam the earth in service cause they couldn’t maintain at
Home

Sono arrivato alle rive d’America camuffato da colonna
(L’America è)L’alfa e l’omega e la casa dei mendicanti, dei venditori neri (e del mercato nero) (non c’è un gioco di parole voluto, fottetevi)
Che sono stati picchiati, stuprati, linciati, derubati e lapidati
E fatto vagare la terra in servizio perché non potevano mantenerla a
Casa

Schiavi neri che arrivano nella Terra della Libertà, Land of the free, come esprime, in una delle infinite e affascinanti contraddizioni degli Stati Uniti, l’inno statunitense.
Gli Stati Uniti visti come inizio e fine di una nuova fase, di una nuova vita e di una morte.
Gli Stati Uniti caratterizzati da marcate diseguaglianze sociali ed economiche, dei venditori neri (e per estensione degli afroamericani) costretti a vagare per gli stati della federazione, colpiti da discriminazioni e violenze.
RZA dice che tutto ciò rimanda al 1555, quando la prima tribù di africani fu catturata, messa in un brigantino alto cinquanta piedi e portata, dopo un viaggio di novemila miglia, sulle coste delle Tredici Colonie (la costa orientale degli attuali Stati Uniti), dove essi furono venduti.
Schiavi sopravvissuti alla schiavitù ma rimasti senza identità, senza radici: gli schiavi afroamericani non potevano essere alfabetizzati e potevano rischiare la vita, se il padrone avesse scoperto ciò. È il terrore di una rivolta di schiavi, il terrore di vedere i propri simili bianchi uccisi o violentati, un genuino e profondo razzismo negli stati del sud degli Stati Uniti che viene colpito dalla voce del cantante di colore.
Vi è anche una staffilata violenta contro Sir John Hawkins, mercante inglese di metà Cinquecento, considerato il pioniere del commercio triangolare e del commercio di schiavi. Hawkins accumulò un’immensa fortuna grazie alla tratta di schiavi dalle coste africane all’America settentrionale.
Le critiche non sono monodirezionali. RZA accusa anche W.D. Feraud, fondatore della Nation of Islam, movimento (cui apparteneva Malcolm X) per la separazione fra bianchi e neri negli Stati Uniti e risolvere i problemi “interraziali”. Secondo RZA, Feraud avrebbe fondato un movimento che avrebbe inasprito il problema, sottolineando le differenze fra bianchi e neri e non favorendo un’apertura coscienziosa dell’opinione pubblica dei bianchi statunitensi, facendoli spostare su posizioni ancora più ostili o allontanandoli dall’affrontare una questione tuttora irrisolta.

CANTO DEL CIGNO

La copertina di questo articolo è la stessa dell’edizione italiana del 2018 del libro Storia del popolo americano, dal 1492 a oggi, opera che racchiude una fatica trentennale di Howard Zinn, storico e attivista radicale statunitense (1922-2010).
Quest’opera, dall’importanza capitale, non tratta della storia dei presidenti statunitensi.
Non c’è alcun elogio, nessuna pretesa di supremazia, nessun tacito assenso all’ “eccezionalismo” statunitense.  Niente di tutto ciò: è, come da titolo, la storia del popolo americano.
La storia delle donne, dei poveri, degli operai, dei sindacalisti, dei contadini, degli schiavi e degli ex-schiavi.
La storia, insomma, del vero motore della storia, le persone comuni che troppo spesso sono dimenticate dai libri di storia e dai manuali scolastici.
Nella copertina, un uomo nero, vestito dignitosamente, guarda con espressione seria e civilmente impegnata l’obiettivo della macchina fotografica.
La foto è in bianco e nero ed è stata scattata durante una protesta per i diritti civili degli afro-americani negli anni ’60.
L’uomo mostra un cartello con uno degli slogan più fortunati ed utilizzati da quelle fasce sociali desiderose di migliorare la propria condizione.
“I AM A MAN”
“IO SONO UN UOMO”
Per il razzismo statunitense, i neri erano visti come animali, come non-uomini.
La copertina dell’articolo è legata alla canzone. Razzismo e Stati Uniti sono elementi che, a livello storico, viaggiano insieme. La frase precedente è volutamente ambigua.

L’autore tiene a ricordare che questo articolo sia uscito in un periodo storico di tensioni sociali, episodi di razzismo e discriminazione, “decreti sicurezza” e questioni onnipresenti relative all’immigrazione.
Questo per riaffermare, una volta di più, che parlare delle rive dell’America (the shores of America) e parlare delle rive di Lampedusa significa, drammaticamente, trattare di due questioni non così distanti.

Questo articolo è una delle tante espressioni di tutti coloro che, nella Storia, hanno lottato e lottano perché l’uomo consideri, un giorno, i suoi simili in base alla personalità e non ad altro.


Leonardo Mori

Disorganic

“L’Internet” nasconde tesori. Più precisamente, all’interno di esso, Youtube nasconde tesori.
In questi tesori, vi è una gemma dalla potenza di fuoco ricchissima e che ben sintetizza la frenesia e la confusione che caratterizzano l’uomo contemporaneo.
“Frontier psychiatric” è un brano del gruppo australiano “The Avalanches” (letteralmente “Le Valanghe”).
Il videoclip di questo brano è uscito nel 2000, l’ultimo anno del Secondo Millennio e pietra tombale del Novecento. La caratteristica fondamentale del gruppo australiano sta nel fatto che essi producono tutti i loro brani montando samples da più fonti, siano esse film, canzoni, trasmissioni radiofoniche.
Dov’è la genialità di questo brano?
Prima di tutto esso dimostra la profonda creatività degli attori, che riescono a mischiare in maniera follemente magistrale brevissimi spezzoni (“samples”, appunto), sfruttando tecniche di produzione non accessibili fino al tardo Novecento. Se non avessero avuto accesso a tali strumenti, invece di una console e un computer avrebbero avuto bisogno come minimo di un centinaio di persone e relativi strumenti musicali. Ma la genialità di questo brano non si limita a questo.
Questo brano sintetizza, in modo a mio parere singolare, una fetta cospicua della cultura contemporanea (in stragrande maggioranza anglofona) degli ultimi sessant’anni.
In ordine sparso, troviamo:
-Un riferimento a un gatto presente nel dipinto “Il Sonno della ragione genera mostri” di Goya
-Una scimmia che suona la batteria (forse proveniente da 2001: Odissea nello spazio?)
-Un gabbiano, che in seguito duetterà con la scimmia
-Dodici messicani che suonano
-Uno scrittore alcolizzato e sporco
-Tre ragazze asiatiche che suonano violini
-Due signori anziani (forse psichiatri)
-La testa di un uomo anziano dal corpo di tartaruga
-Una signora anziana che suona la batteria
-Due cowboys di colore
-Un nativo americano
-Un orologio a cucù
-Un ventriloquo che fa parlare un burattino la cui testa è una noce di cocco
-Degli spettri (proiettati)
-Uno scheletro che sistema un vinile
-Un nano vestito da bebè
-Un marinaio
-Un ipnotista
-Una dentiera in un bicchiere d’acqua che parla
-Una ballerina che ricorda vagamente Cleopatra
-Una maestra anziana che educa una bambina
Benché il testo di questo brano si riduca a samples in lingua inglese, non è possibile capire appieno da dove vengano tutti i samples presenti in esso. Non solo: il videoclip stesso scava a fondo nella psiche dello spettatore/ascoltatore, confuso come non mai nelle due frasi più frequenti in assoluto: “That boy needs therapy” e “Purely psychosomatic” (“Quel ragazzo ha bisogno di psicoterapia”; “Puramente psicosomatico”). Quel ragazzo ha bisogno di psicoterapia o è solo una manifestazione psicosomatica?
Due voci antitetiche che non permettono di farci capire quale delle due opinioni sia corretta.
I riferimenti si sprecano: può l’uomo contemporaneo avere una bussola nella sua società, così complessa e potenzialmente nociva alla sua sanità mentale?
Occorre gustare la canzone e il videoclip senza tentare di comprenderne il senso. Forse è questo, infatti, il messaggio ultimo della band: “Don’t try”. Non provare.

I REDTREE GROOVE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Un gioco di parole e un gioco di suoni contraddistingue questa band. Un sapore di fatto in casa, come i loro dischi, trova spazio su quasi tutti i palchi che Firenze offre. Da Martino (e dal suo basso) arrivano parole dure verso la realtà artistica fiorentina, ma chi meglio di loro, che dicono chiaramente “i locali li abbiamo girati praticamente tutti”, può dircelo? Per il cantante, Dylan, abbiamo un pedigree singolare: Cortona e Stati Uniti. In questo intrigo internazionale (manco fossimo in un film di Hitchcock), ci trasportano in un viaggio attraverso onde psichedeliche.

Raccontate ai nostri lettori com’è nata la band?


DYLAN: Ufficialmente la nostra band è nata partecipando all’edizione del Rock Contest       del 2015. Mi ero appena trasferito a Firenze, sono di Cortona e per metà sono statunitense. Avevamo iniziato due progetti separatamente e abbiamo fondato la band nell’estate del 2015. Attualmente siamo in quattro, nel 2016 si è aggiunto il batterista. Alla fine dello stesso anno siamo arrivati finalisti all’edizione di Capitalent, il contest di musica di Radio Capital. Il nome della nostra band verte su un gioco di parole: “red tree” significa “sequoia”, mentre “groove” significa “ritmo”, mentre “grove” significa “bosco”. Volevamo che il nome rimandasse a un significato naturale. Il progetto punta molto alle linee di basso di Martino, quindi il ritmo è fondamentale. La nostra produzione è interamente in home-studio. Il nostro ultimo disco risale al 2018. Ne abbiamo registrato un altro, durante la scorsa estate. Presenteremo il materiale nuovo fra qualche mese ma nel Festival anticiperemo con tracce del tutto nuove.

Che genere di musica fate?

MARTINO: Siamo partiti da una matrice reggae, adesso prevalentemente suoniamo musica di tipo pop contaminato da influenze hip-hop, elettroniche.

Qual è il vostro pubblico?

DYLAN: Dipende dal tipo di produzione delle tracce. Se rientra in una produzione collettiva, vorremmo rivolgerci al più alto numero possibile di persone. Quando invece la produzione è dal contenuto più intimo e personale, benché comunque la ricezione da parte del pubblico conti, l’espressione gioca un ruolo fondamentale. Non riteniamo di avere un target Specifico. Bisogna dire che l’impiego di ritornelli di stampo pop aiuta molto ad ampliare la porzione di pubblico. Le nostre tracce sono interamente anglofone e questo non aiuta molto nella diffusione verso il pubblico italiano.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


MARTINO: Sì, questa è la nostra prima volta. Abbiamo scelto di partecipare perché ci hanno invitato. Per noi lo spirito di comunità ha giocato un ruolo fondamentale in questa scelta, così come è molto importante l’aspetto ludico.  Purtroppo crediamo che Firenze pecchi di educazione alla musica dal vivo. Noi saremo il gruppo d’apertura del Festival e riteniamo che la nostra partecipazione possa aggiungere del colore in più all’evento. Abbiamo deciso di aprirci alla sperimentazione in ambito musicale, tenendo d’occhio il mondo statunitense. Il DIY Firenze Festival è una risposta anche di protesta e un momento di creatività per sopperire alla mancanza di pubblico e di spazi nella città.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?

DYLAN: C’è un elemento ludico nella trasferta. Non abbiamo avuto l’occasione di fare molte trasferte, ma nelle poche che abbiamo fatto ci siamo trovati molto bene. Abbiamo fatto esperienza in località più sperdute, dove la ricezione è stata sempre molto positiva, proprio perché in questi eventi gli organizzatori cercano volontariamente gruppi che vengano da fuori.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

MARTINO: Gli spazi ci sono, ma non sono facilmente accessibili. Per le band, soprattutto se emergenti, non ci sono molti spazi. Non voglio parlare in nome di nessuno né dare un giudizio totale. La differenza con realtà extra-fiorentine, per la nostra esperienza, consiste in una maggiore curiosità e accoglienza. Purtroppo Firenze non ha un nucleo interno di vita culturale a livello contemporaneo. Si riducono progressivamente gli spazi dedicati ai giovani, ma in questo modo una città muore. Mi viene in mente un aneddoto a riguardo: se un uomo del Cinquecento venisse a chiedermi quali siano i maggiori artisti del momento a Firenze, nessuno saprebbe rispondergli. Abbastanza triste per una città che ha ospitato artisti come Michelangelo, Leonardo e Brunelleschi…Non ci sono canali che trasmettano un’autentica vita culturale in città.
Firenze è una città ricca di artisti ma povera di spazi. I pochi eventi musicali, come il Firenze Rock, secondo noi riscontrano molto successo ma rientrano in una logica di economia turistica, tratto vitale per Firenze.

Una curiosità: ci raccontereste un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

DYLAN: Siamo un po’ come Mia Martini: portiamo sfiga (ride). Ovunque andiamo, il locale dove ci esibiamo chiude dopo che abbiamo suonato.
Il nostro peggior concerto è stato al Nabucco Wine Bar a Firenze (tanto per non fare nomi) . Il palco consisteva in un tavolino per i clienti, quindi non abbiamo avuto abbastanza spazio per suonare. Una volta ci chiamarono al Centro JAVA, punto di recupero per giovani tossicodipendenti, sito all’Arco di San Pierino, qui a Firenze. Non sapevamo niente del posto. Arrivati lì, ci rendemmo conto del posto in cui eravamo. Suonammo bene e alla fine dell’esibizione ci regalarono degli opuscoli dettagliati sugli effetti delle sostanze stupefacenti. Abbiamo apprezzato molto (ridono).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

GLI HANDSHAKE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Giulio, cantante degli Handshake, ci regala parole leggere che diventano decise quando provengono dal palco. Dall’apertura al concerto degli Zen Cirus ad una (quasi) rissa con una spettatrice non proprio fan, questa band porta un messaggio che trova terreno fertile al DIY FIRENZE FESTIVAL: l’ascolto della musica dal vivo è una delle poche esperienze vere in un mondo, specie quello musicale, che ci spinge sempre di più verso il sintetico, il plastico e il virtuale. In un mondo dai ritmi sempre più veloci e dai divertimenti tendenti a passare velocemente di moda, riportare la propria espressione in un ambito antico come l’umanità stessa, ossia la musica dal vivo, è un atto di coraggio che ci ha raccontato con piacere.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?


La band è nata nel 2015, come duo. Volevamo essenzialmente divertirci e suonare musica psichedelica. Col tempo siamo cambiati, adesso siamo in tre. La nostra musica è più orientata al pop. Non avevo mai sentito i Beatles fino al 2016. C’è quindi un formato pop con base psichedelica.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?


Inizialmente, nella fase creativa si punta al pubblico più vasto possibile. Principalmente il nostro è un pubblico anglofono, poiché fra le nostre influenze figurano sicuramente i Tame Impala, Radiohead, St. Vincent. Cerchiamo un pubblico educato al neo-psichedelico. Vorremo puntare al pubblico internazionale. Le nostre canzoni sono in inglese.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


Abbiamo partecipato anche alla prima, insieme ai Finister. Penso che la musica dal vivo sia rimasta l’unica realtà intima. Ormai ascoltare musica in streaming risulta talmente facile da svalutare tutto. Portare un progetto dal vivo è una bella responsabilità, così come può essere anche soddisfacente. A Firenze l’attenzione dal parte del pubblico è altalenante. Partecipiamo al Festival anche per attirare l’attenzione di esso, proponendo un bello spettacolo che stimoli l’interesse per questi eventi. È un’opportunità per Firenze, dove la realtà delle band di musica dal vivo è presente, numerosa e forte. Purtroppo da parte del pubblico, come ho già detto, non c’è sempre la risposta che desidereremmo. Non escludiamo un fine pedagogico alla nostra musica.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?


Abbiamo suonato in Emilia due volte ed è andata molto bene. Andammo per un contest, lo vincemmo e in questo modo potemmo aprire il concerto degli Zen Circus a un concerto. Il pubblico rispose molto positivamente. Abbiamo suonato anche a Savignano sul Rubicone, un posto molto piccolo dove il dado fu tratto (ride). Suonammo anche in piazza e il pubblico fu numeroso.
Abbiamo suonato anche a Roma, purtroppo il concerto è stato tenuto alle 20.00 e non c’erano molte persone ad ascoltarci. Il festival era organizzato principalmente da dei collettivi, ragazzi giovani come noi che si sono attivati molto per organizzare un momento culturale e interdisciplinare. Anche il DIY Firenze Festival è un buon formato per raccogliere consensi e attenzioni.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

Penso che realtà come questo Festival siano estremamente positive, per quanto difficili da organizzare. Ci dovrebbe essere maggiore collaborazione fra gruppi, maggior coraggio. Solitamente non si osa troppo e questo danneggia l’ambiente. Firenze è ricca di artisti ma non produce abbastanza pubblico, probabilmente manca la curiosità. Ci sono però buone prospettive e margini di miglioramento consistenti.

Qual è il vostro pubblico?

Ci rivolgiamo a gente comune, anche se tuttavia spesso dimostra di non apprezzare musica innovativa. L’intento è quello di educare meglio questo pubblico. I fiorentini a volte dimostrano pigrizia.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

L’esperienza più negativa è stata forse quando abbiamo suonato alle Pavoniere (un ristorante-pizzeria-piscina al parco delle Cascine a Firenze, NdA). Il pubblico era totalmente disinteressato verso la nostra musica. A un certo punto una signora di una certa età ha esternato, urlando, il suo disappunto. Il batterista ha instaurato una sorta di sfida con la spettatrice (ride). In quel concerto una corda della chitarra si ruppe, è andato tutto malissimo, il morale era sotto i piedi. Mi ha ricordato molto i Blues Brothers (ride).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

I FINISTER CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Elia Rinaldi sembra essersi appena svegliato, o almeno i suoi capelli sembrano raccontare ciò. In realtà è sveglio da ventitrè anni e fa sentire la sua voce da dieci. Un animo poetico che si è formato fra la facoltà di filosofia, Firenze e Londra. Non male, vero? È il cantante dei Finister, una band abbastanza conosciuta nell’underground fiorentino. È difficile che non siano menzionati in quest’ambito, sia per la loro lunga produzione musicale, sia per il loro impatto. È un tipo di compagnia: quando ci parla, è estremamente rilassato e molto disponibile. Nelle sue parole ricorre più volte il desiderio di empatia, sentimento alla base di un auspicabile successo e tratto vitale per la costruzione di una crescente comunità.

 

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2009. Inizialmente eravamo in due, nel 2012 siamo diventati quattro. Abbiamo prodotto un EP, siamo andati per la prima volta a suonare in Inghilterra a diciassette anni. Nel 2015 è uscito il primo disco, pubblicato dalla casa discografica Red Cat, con la quale abbiamo fatto uscire anche il secondo disco. Abbiamo fatto i primi tour fra l’Italia e l’estero. Nel 2017 ci siamo trasferiti in momenti diversi in Inghilterra. In uno spazio di tre mesi, in cui eravamo tutti assieme, siamo riusciti a lavorare. Lì è nato il secondo disco, uscito nel 2018.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

No, abbiamo partecipato anche alla prima edizione. Condividiamo l’idea di rivitalizzare l’ambiente della musica dal vivo. Penso che a Firenze non sia emersa chiaramente una scena musicale come altrove, ad esempio Roma o Milano. Lì c’è stato maggior spirito di comunità: gli artisti hanno capito che il successo di un singolo elemento poteva contribuire a quello degli altri. A Firenze questo non è mai accaduto. Nell’ambiente a volte vi sono individui più interessati al lato economico che a quello artistico, persone che tendono a sfruttare le band, soprattutto se composte da ragazzi. Per questo motivo, il nostro gruppo si impegna da qualche mese ad agire in modo autonomo. Qualcosa però si sta muovendo, soprattutto da parte dei ragazzi.

Si sta creando quindi una comunità?

Credo sia presto per dirlo. Lavoriamo per far passare il messaggio che il successo di un singolo possa aiutare quello degli altri. Siamo però lontani da una scena vera e propria a Firenze. Ci sono anche altre realtà attive.

Avete fatto esperienza sulla scena londinese. Raccontacela.

S’incrociano vicende personali e musicali. Per un periodo abbiamo vissuto in una città all’estero. Sono sorte problematiche ma anche situazioni positive. È stato stressante, ma credo che trovarsi nell’estrema povertà sia un’opportunità creativa. Mi ha colpito il fatto che abbiamo deciso di non lavorare per dedicarci a tempo pieno alla musica. Finendo i soldi da parte, ci siamo ritrovati per dieci giorni a dover saltare la cena. A livello fisico è stato devastante, tuttavia ha mantenuto lo spirito creativo e ha stimolato la nostra produttività.

Avendo avuto quest’esperienza, come si può paragonare a quella italiana?

Non è semplice rispondere. Per certi aspetti, la realtà musicale italiana è in un buon momento: ci sono generi come l’indiee la trap in crescita. Se canti in italiano, il pubblico si allarga. In Inghilterra sicuramente c’è molto spazio per le band underground. C’è una realtà diversa da quella italiana: mentre in Italia il concerto è un’esperienza incentrata sull’esibizione dal lato artistico-musicale (con un pubblico più ristretto), in Inghilterra lo stesso evento diventa anche un’esperienza sociale, che ti permette di conoscere persone e divertirti, senza essere necessariamente conoscitori della band che suona. Ciò nonostante, non mi sento di poter dire di aver trovato un abisso di qualità.


Che risposta vi aspettate dal DIY Firenze Festival?

Non pretendo di parlare a nome di tutti gli altri. Personalmente sarei felice di vedere molte persone e di non trovare un ambiente competitivo. Sono sicuro che non ci sarà agonismo e secondo me il Festival è già un successo.

Come potrebbe migliorare la realtà musicale fiorentina?

Credo ci siano degli spazi in crescita. A livello di opportunità, è necessario che gli artisti trasmettano maggiormente il senso di unità e collaborazione. Servirebbe del ricambio generazionale fra i gestori dei locali. Purtroppo molti di essi non rischiano, proponendo dei format di successo ma ripetitivi. Pochi ragazzi hanno compiti di responsabilità, per la mia esperienza credo che quando ci siano la qualità sia ottima. Ritengo che ci sarà un ricambio. Firenze è comunque una città difficile, dall’immagine molto forte. Spesso non è semplice far emergere dei ragazzi. Sono comunque fiducioso.

Quali esigenze ha un artista?

Parlerò a livello personale. L’esigenza non consiste nell’espressione. Per me consiste nell’empatizzare. Mi correggo: più che un’esigenza, è una soddisfazione. Quando qualcuno canta le canzoni al concerto mi ritengo molto soddisfatto. Quando qualcuno mi dice di aver ascoltato la nostra musica è un’esperienza molto positiva.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Ci sono state tante situazioni. Una volta eravamo a Rotterdam, in un hotel che teneva anche concerti. Avevo il mal di gola e già la situazione non prometteva bene. Siamo andati in un hotel che all’apparenza sembrava interessante, però non lo era così tanto in realtà e il pubblico consisteva in una ventina di persone. Era una classe che non aspettava altro che uscire a divertirsi. Immaginate un po’ cosa possano aver fatto! A loro non importava niente di noi che suonavamo. La cosa più tremenda è che, pur con il mal di gola e in pessime condizioni, abbiamo fatto un concerto bellissimo. Dormivamo in un ostello. La nostra stanza era accanto a un’altra, dove essiccavano i formaggi e c’era un tanfo nauseante. Gli altri decisero di andare in discoteca, io rimasi da solo a dormire su un letto bassissimo e quasi rasente al pavimento. È stata un’esperienza un po’ traumatica.
Un’altra volta ci siamo trovati in una situazione surreale: due ore prima del concerto, abbiamo scoperto di avere un’unica cassa. Il locale era molto bello e c’era tanto pubblico. Eravamo nervosi e, mentre suonavamo, un gruppo vicino a noi improvvisamente ha iniziato a suonare una canzone di compleanno. Ci siamo arrabbiati molto e siamo quasi venuti alle mani.
Comunque, non abbiamo mai avuto esperienze drammatiche, per quanto strane.

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

I GOD OF THE BASEMENT CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Fra una risposta e l’altra, Enrico, chitarrista dei God of Basement, classe 1988 1888, è riuscito ancora a trasmetterci la sua voglia di divertirsi sul palco. Un arzillo “vecchietto”, diciamo noi pischelli nati dieci anni dopo di lui. Per farvi capire quale sia la differenza, lui è nato sotto Craxi, noi sotto Berlusconi. Leggete il tutto con tono ironico: Enrico ha ancora quella voglia di fare casino che diede vita, nella Londra del 2016, alla band. I God of Basement vivono la musica come pura passione, senza presunzioni poetiche o profetiche.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2016. L’idea nacque da una convivenza a Londra con un altro membro. Inizialmente eravamo solo noi due, adesso siamo in cinque. C’eravamo ripromessi che se fossimo tornati a Firenze avremmo formato una band. Il nostro intento principale era (ed è ancora) quello di divertirsi, l’aspetto ludico conta molto. La leggerezza e il fare casino sono fra i nostri principi. Nella nostra band siamo tutti più o meno sui trent’anni di età. Non pretendiamo di fare poesia o di lanciare un messaggio.

Che tipo di musica fate?

Facciamo musica ritmata e orecchiabile. A livello di genere, siamo alternative rock. I nostri gruppi di riferimento sono i Beck, i Gorillaz e i Beastie Boys. Ci sono comunque schitarrate e non abbiamo mai incanalato in un unico genere la nostra musica.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

A livello di band sì. Personalmente ho collaborato all’edizione del 2018, con un altro progetto. Come gruppo è la nostra prima volta. Lì ho conosciuto Federico Burgio e da quel momento siamo sempre rimasti in contatto. È nata un’amicizia e una collaborazione, quindi credo molto nello spirito del festival. Partecipiamo perché è un’ottima occasione anche per suonare e per creare spirito di comunità.

Cosa ne pensi della realtà artistica fiorentina?

Ritengo che stia migliorando molto, proprio per il principio di collaborazione fra gruppi. Qualche anno fa non c’era questa consapevolezza. Adesso è venuta fuori perché la situazione è cambiata, non ci sono più così tanti talent-scout come negli anni ’90. Il principio più utile è quello di allargare la rete di conoscenze, proprio per espandere il pubblico e collaborare. C’è molto rispetto fra gruppi. Si sta formando un buon ambiente. Non ho mai notato rancori.

A Firenze che tipo di pubblico c’è?

Bella domanda. Il pubblico si sta ampliando, però al momento c’è meno attenzione per la musica dal vivo. Questa cultura va recuperata in Italia, spesso purtroppo c’è pigrizia, anche se non manca l’interesse.

Avete avuto altre esperienze estere o comunque fuori da Firenze?

Abbiamo suonato qualche anno fa a Londra. Il locale era molto piccolo ma il pubblico ha risposto alla grande, benché fossimo un gruppo sconosciuto da una località lontana come Firenze. È stata una bellissima esperienza. Abbiamo suonato aprendo un concerto a Milano. Fu il nostro terzo concerto. Adesso stiamo chiudendo delle date nella penisola.

Cosa ne pensi della realtà fiorentina?

Credo che a livello organizzativo ci sia tanta voglia di fare, tanta disponibilità ad accogliere gruppi di altre realtà. È un modo semplice per crescere tutti insieme e collaborare. Va detto che a Firenze manca un po’ l’educazione all’ascolto e alla musica dal vivo. In altre città più grandi forse c’è più interesse, anche perché vi abitano più persone. L’Italia non promette molto a livello di musica dal vivo.

Come potrebbe migliorare la realtà artistica fiorentina?

Secondo me a livello di amministrazione dovrebbe esserci maggior apertura. Ci vorrebbe più coraggio a livello di locali: spesso non si rischia a chiamare band meno conosciute. Capisco comunque che un gestore non possa investire a fondo perduto, servono certezze. Succede anche che i locali chiamino gruppi sconosciuti ma la situazione potrebbe migliorare.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Devo dire che abbiamo avuto piuttosto fortuna in questo. Non abbiamo avuto esperienze assurde. Una volta però ci trovammo a suonare in un centro sociale a Firenze. L’organizzazione era pessima: fino a mezz’ora prima non sapevamo neppure se ci fosse il palco e gli strumenti tecnici adatti per suonare. Una volta trovammo una data all’ultimo momento all’Urban, a Perugia. Fu un onore suonare lì. Un’altra volta a Milano la promoter ci stava trattando malissimo. Il cantante della band a cui noi aprivamo il concerto intervenne, fulminandola con gli occhi e portandoci nel camerino: è stato un getto che abbiamo molto apprezzato.

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

GLI HANDLOGIC CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte loro parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: l’abbondanza di artisti si accompagna alla carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Leonard, il tastierista degli Handlogic, sembra un tipo vispo e gentile. La sua capigliatura, un mix fra Ben Harper e Frank Zappa (circa), rientra perfettamente nel suo personaggio.  Lo incontriamo ad un tavolino delle Murate (un bar vicino al centro di Firenze): è lui a mettere noi a nostro agio, non il contrario. Questo tratto, per quanto utile, ci incuriosisce, denotando una certa naturalezza nell’esprimersi.
Ci racconta del loro esordio fortunato, delle oltre centoventi date affrontate, dell’impegno che loro stessi hanno messo per promuoversi. Sembra riposato, fresco, determinato. È una band giovane che ha già compreso come muoversi in questo mondo (quindi, Handlogic, non potete denunciarci per diffamazione).

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band è nata a Firenze nel 2016. Nel nucleo originale eravamo inizialmente tre, fra membri uscenti ed entranti siamo quattro. Ognuno di noi era in altre band e ci siamo uniti in seguito.
Abbiamo esordito con il primo posto al Rock Contest di Controradio nel 2016. Questo ci ha permesso di fare tour su scala nazionale, abbiamo prodotto un EP alla fine del 2016 e il primo disco è stato pubblicato a maggio 2019 con l’etichetta Woodward.

Che tipo di musica fate?

È difficile da dire. Noi lo definiamo pop sperimentale, perché è un contenitore molto comodo. Su una base pop sperimentiamo molto. Siamo partiti inizialmente da un tipo di musica elettronica e ci siamo aperti progressivamente ad altri generi.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?

Domanda interessante!

Inizialmente non avevamo un target di riferimento, ci siamo detti: “Facciamo questa musica, vediamo chi la ascolta.” Siamo stati fortunati, riscontrando successo da vari tipi di pubblico. Siamo entrati nel giro dell’indie italiano, ma girando per l’Italia abbiamo avuto anche la possibilità di aprire un concerto di Paolo Fresu, noto jazzista italiano.
Speriamo che non sia un pubblico di soli musicisti, perché se da un lato avere l’apprezzamento di altri artisti è soddisfacente, dall’altro significa che il messaggio non oltrepassa il confine tecnico.

Cerchiamo di arrivare a un pubblico il più ampio possibile.

È la prima volta che partecipate al DYI Firenze Festival?

Sì. Abbiamo scelto di partecipare perché siamo stati invitati e perché desideriamo, dopo un lungo tour per la penisola, chiuderlo a casa. Celebriamo così l’underground fiorentino. Il Festival risponde a quest’esigenza. Vogliamo contribuire il più possibile al tessuto musicale della città. A Firenze ci sono moltissimi musicisti, che però non sempre hanno uno spirito di comunità o l’occasione di esprimersi.

 

Avete avuto esperienze artistiche in altre realtà diverse da quella fiorentina?

Abbiamo fatto 120 date negli ultimi anni. Siamo stati fortunati a vedere altre realtà in Italia. A livello di comunità, c’è molta varietà. Il DIY Firenze Festival ci piace perché pesca dal territorio fiorentino, cosa che non succede spesso. A Napoli ad esempio c’è molta partecipazione dal basso, come nei centri sociali. Generalmente ci sono tante persone che organizzano eventi in periferia. A Milano il discorso è completamente opposto ma anche lì c’è molta partecipazione. Ci sono moltissimi festival che tendono a riproporre le stesse cose perché danno successo assicurato, mentre altri festival, magari meno importanti, propongono nuovi artisti che altrove non si esibiscono.

Hai detto che a Firenze ci siano molti artisti, ma c’è il pubblico?

La situazione potrebbe migliorare. Ci dovrebbe essere più la consuetudine di andare ai concerti. Confrontandosi con coetanei (persone fra i 20 e i 30 anni), non è così scontata la curiosità di andare a dei concerti con artisti magari meno conosciuti. Questo dovrebbe essere incoraggiato, perché creerebbe un circolo virtuoso.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Me ne vengono in mente due. La peggiore in assoluto è stata in un paesino di montagna dove abbiamo suonato in un pub. L’alloggio era davvero umido: c’erano due stufe in una stanza. Abbiamo suonato sudati fradici. Il locale era piccolissimo, per fortuna il pubblico beveva birre ed era di spalle rispetto a noi. Era praticamente una cantina.

Un’altra volta abbiamo suonato nel sud della Toscana. Il locale era pieno… ma tutte le persone erano fuori! C’era un solo spettatore, che ha comprato due dischi. È stata una delle rare volte in cui abbiamo venduto più dischi rispetto al numero di spettatori!

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

 

FLORENCE UNDERGROUND

In occasione del DIY Firenze Festival, giunto alla 3° edizione, che si svolgerà il 20 settembre 2019 al Titty Twister Club a Firenze, abbiamo incontrato uno degli organizzatori e le band.
L’organizzatore si chiama Federico Burgio.
Ventitré anni, pantaloni a sigaretta color vinaccia, simpatico codino biondo (ma non scemo), maglietta bianca.
Fra una sigaretta e l’altra, abbiamo conosciuto il suo giovane spirito imprenditoriale che, unito alla passione per la musica, ha dato un palco e un microfono al mondo underground fiorentino.
Retorica a parte, è stato gentile e disponibile.
Lo ringraziamo e, senza spoilerarvi niente, cercheremo di darvi un assaggio della sua esperienza.

Sei fra gli organizzatori del DIY Firenze Festival e creatore del “Lo_Fi.Management.Booking”.
Ci puoi spiegare in cosa consiste il tuo lavoro?

Ho iniziato questo lavoro tre anni fa, seguendo le band fiorentine Finister e Handshake, trovando loro le date. Ho intercettato le esigenze che hanno le band nella ricerca di spazi dove esprimersi.  Il mio lavoro consiste nello scoprire band underground, trovare delle date e dei luoghi dove possano esibirsi.

Cosa ti ha portato ad avvicinarti a questo ambito lavorativo?

Ho sempre avuto la passione per la musica e ho sempre suonato. Dopo il liceo ho deciso che avrei voluto vivere di questo e mi sono approcciato al mondo del booking musicale. Il contatto con le realtà del posto (come i locali) è un mondo che mi ha sempre incuriosito e lo adoro.

Siamo alla terza edizione di “DIY Firenze Festival”, che nasce dalla tua passione. Quali difficoltà avete incontrato nell’organizzarvi?

L’organizzazione si sta allargando sempre di più. Quest’anno abbiamo incluso il tema dello Street Food e la presenza di bicchieri riutilizzabili. Sarà un festival No Plastic.  Il tutto è stato possibile grazie a Legambiente, Ekoe Compostabile e Cuore Verde, azienda agricola rigenerativa. L’anno prossimo a Firenze ci sarà l’obbligo di usare bicchieri riutilizzabili, nell’ambito degli eventi. Al Festival abbiamo anticipato questo tema: ci sarà una cauzione di 1€ dove il consumatore potrà decidere di tenersi il bicchiere, o di restituirlo, riprendendo così la cauzione.
La difficoltà principale in questi eventi è il reperimento di fondi tramite persone e aziende. Un evento prevede sempre dei costi e delle responsabilità. Per finanziarci impieghiamo principalmente la bigliettazione e il contributo degli sponsor. I costi di un festival prevedono principalmente il Cachet, gli strumenti necessari come l’impianto e il mixer. Nel mio lavoro punto moltissimo sul fatto che le band debbano essere pagate (non si campa d’aria).

Come si presenta oggi la scena artistica fiorentina?

La scena fiorentina è molto ampia. Tuttavia Firenze adesso pecca di coesione e di curiosità verso le nuove realtà artistiche del territorio. La città offre una programmazione artistica legata al passato, ripresentando spesso sempre lo stesso format che ha riscontrato successo.
Per quanto concerne la musica underground, essa ha bisogno di spazi. Il Festival avanza in questa direzione.
In senso tecnico-organizzativo, si cerca spesso la collaborazione fra band. Si ricerca uno spirito di comunità. Questo Festival dovrebbe interessare tutto il mondo underground fiorentino, anche per marcare il senso di protesta contro la mancanza di spazi e interesse verso questi eventi.

Che tipo di musica proponete? A quale pubblico vi rivolgete?

Il Festival promuove la cultura underground fiorentina. Quest’anno sono presenti più generi: non si limita solo alla musica del vivo, c’è anche il DJ set.  A Firenze c’è molta musica internazionale e vorremmo sfruttare bene questo elemento. I generi presenti variano dal rock (con tutte le contaminazioni possibili) al pop.
Ci rivolgiamo al pubblico universitario, quello che frequenta i locali di musica dal vivo. La nostra idea è di riuscire a coinvolgere più generazioni in un progetto che, al momento, a Firenze manca, vale a dire quello dell’ascolto di musica dal vivo.

Che rapporto c’è fra l’ambiente artistico e le istituzioni?

In tutta onestà, il rapporto negli ultimi anni è peggiorato. I locali faticano a riempirsi per gli eventi alla musica dal vivo, difficilmente tentano di aprirsi alla novità a causa dell’incertezza di successo dal punto di vista economico.  Manca la curiosità. Fino al 2011 la situazione era completamente differente. Ho notato però segnali di rinascita e miglioramento a Firenze: ci sono molti giovani che portano passione e forza a questo mondo e alcuni locali portano il format della musica dal vivo.

Come potrebbe la politica sostenere gli eventi culturali in territorio fiorentino?

Il Comune, aprendo il “Bando dell’Estate Fiorentina”, ha dato un buon contributo.
In generale, il Comune dovrebbe sensibilizzare il più ampio pubblico possibile al tema della cultura, in tutte le sue espressioni a più livelli. Nel festival ci saranno anche esposizioni artistiche. C’è un bisogno di trovare spazi e incuriosire il pubblico per un mondo che è vivo, spesso sottovalutato ma con realtà importanti. Il metodo del Comune più valido sarebbe quello di finanziare questi eventi o permettere di ricevere finanziamenti attraverso sponsor/realtà esterne, creando nuovi spazi.

Questo non andrebbe contro il concetto di musica underground, poiché è istituzionalizzata?

La musica underground è una pentola che bolle. L’aiuto del Comune dovrebbe essere prettamente amministrativo, concedendo spazi. Ci saranno sempre persone che creano nuove situazioni che possano attirare l’attenzione, aldilà dei vincoli istituzionali. Manca la sensibilizzazione riguardo all’arte.

Sono state riscontrate difficoltà a organizzare il Festival nel territorio fiorentino, a livello logistico?

Ci sono sempre difficoltà in questi eventi. È comunque un azzardo. Firenze è una piazza importante, con un grandissimo potenziale a livello musicale e artistico. Ci sono grandi organizzazioni nel territorio fiorentino. A Firenze però manca il lato riguardante la vita notturna giovanile: ultimamente la città sta incentivando opportunità per gli studenti fuorisede. Sta infatti nascendo una situazione di disparità fra domanda e offerta. Il Festival vuole intercettare questi bisogni, proponendo una vita notturna alternativa alle discoteche.  Diamo opportunità agli artisti di esprimersi, cercando di farli recepire al pubblico, tratto mancante nel territorio fiorentino.

Qual è per te un buon modello di riferimento?

Ho avuto l’opportunità di incontrare altre realtà nazionali. Nell’aretino c’è il Mengofest, una realtà ormai consolidata che propone artisti di caratura nazionale. Mi piace anche il Liverockad Acquaviva, fra il senese e l’aretino, presente dal 1997. L’idea di coinvolgere (come abbiamo fatto) il Rock Contest di Controradio, attivo dal 1984 è interessante e positivo.  L’idea sarebbe di crescere e proporre un formato europeo, ovvero “no-token” (copiose risate).

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

Lo-Fi Revolution

Il termine “Lo-Fi” negli ultimi anni ha preso d’assedio il mondo della musica: dall’enorme influenza nel mondo della musica trap (diverse canzoni degli ultimi due album di XXXtentacion, per citarne alcune), alle web radio che invadono ormai le home page di qualsiasi profilo youtube. Per musica Lo-Fi non si intende un genere musicale vero e proprio. Il termine deriva dall’inglese “low fidelty” che tradotto letteralmente significa “bassa fedeltà”. La parola nasce tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, un periodo in cui i primi studi di registrazione autonomi producevano tracce non professionali, con apparecchi poco costosi e di qualità audio inferiore a quella standard dell’epoca. Proprio da questi ambienti vengono alla luce canzoni autonome ma qualitativamente imperfette, sporche. Così si afferma sempre più questo tipo di approccio alla musica che già negli anni 70, durante la cultura punk/rock, si era manifestato e aveva preso il nome di “DIY: do it yourself”.

 

Note leggermente stonate, frequenze fastidiose, rumori indesiderati, tutto ciò sarebbe stato inaccettabile in uno studio professionale ma diventava caratteristico e quasi di tendenza per uno studio indipendente. Così quelle che erano un insieme di imperfezioni ricorrenti si trasformano in un vero e proprio stile musicale. Possiamo così dire che la Lo-Fi può comprendere un’ampia varietà di sottogeneri musicali, essendo solo uno stile, un approccio al fare musica. In questi ultimi anni, però, tale stile ha assunto delle sonorità sempre più circoscritte e definibili, divenendo una sorta di vero e proprio genere musicale. Oggi questo scenario è composto perlopiù da sonorità molto rilassanti (quasi chillwave) e malinconiche, comunicandoci uno strano miscuglio di depressione e tranquillità allo stesso tempo.

 

Negli ultimi anni la musica Lo-Fi ha conosciuto un’enorme popolarità, grazie sopratutto ad un suo sottogenere che vorrei portare alla luce: “Lo-Fi Hip Hop”. Quest’ultimo riprende la ritmicità e i classici groove hip-hop, unendoli a campionamenti di vecchi pezzi “cool jazz”. Dal punto di vista musicale le caratteristiche sono abbastanza inconfondibili: melodie perlopiù fatte da synth molto smooth e ripetitivi, beat leggermente sincopati, bassi e kick molto intensi e registrazioni ambientali con la presenza di dialoghi, originali o provenienti da vecchi film. La ripetitività dei pattern ha reso il genere Lo-Fi hip hop uno di quei generi fruibili in momenti di lavoro, studio, diventando per molti un sottofondo perfetto per rimanere maggiormente concentrati; non a caso molte delle web radio su youtube comprendono nel loro nome “beats to relax/ study to”.

La “bassa fedeltà” del suono persiste ma in modo diverso, ora è voluta; nella produzione si aggiunge il suono di un vecchio piatto dalla puntina rovinata, il ronzio di un lettore VHS, il rumore della pioggia. Così queste sonorità malinconiche e quasi vintage, ci trascinano verso un profondo e positivo senso di solitudine, quella solitudine che ci disconette momentaneamente dalla realtà esterna per trasportarci in quella interna a noi.

 

PLAYLIST LO-FI:

https://open.spotify.com/user/1194215435/playlist/5hNi8Sb0chI8ld2XdKKWdk?si=PrQZtnV3Ty-gAy-YUIBpIA

– Davide Bagni