GLI HANDSHAKE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Giulio, cantante degli Handshake, ci regala parole leggere che diventano decise quando provengono dal palco. Dall’apertura al concerto degli Zen Cirus ad una (quasi) rissa con una spettatrice non proprio fan, questa band porta un messaggio che trova terreno fertile al DIY FIRENZE FESTIVAL: l’ascolto della musica dal vivo è una delle poche esperienze vere in un mondo, specie quello musicale, che ci spinge sempre di più verso il sintetico, il plastico e il virtuale. In un mondo dai ritmi sempre più veloci e dai divertimenti tendenti a passare velocemente di moda, riportare la propria espressione in un ambito antico come l’umanità stessa, ossia la musica dal vivo, è un atto di coraggio che ci ha raccontato con piacere.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?


La band è nata nel 2015, come duo. Volevamo essenzialmente divertirci e suonare musica psichedelica. Col tempo siamo cambiati, adesso siamo in tre. La nostra musica è più orientata al pop. Non avevo mai sentito i Beatles fino al 2016. C’è quindi un formato pop con base psichedelica.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?


Inizialmente, nella fase creativa si punta al pubblico più vasto possibile. Principalmente il nostro è un pubblico anglofono, poiché fra le nostre influenze figurano sicuramente i Tame Impala, Radiohead, St. Vincent. Cerchiamo un pubblico educato al neo-psichedelico. Vorremo puntare al pubblico internazionale. Le nostre canzoni sono in inglese.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


Abbiamo partecipato anche alla prima, insieme ai Finister. Penso che la musica dal vivo sia rimasta l’unica realtà intima. Ormai ascoltare musica in streaming risulta talmente facile da svalutare tutto. Portare un progetto dal vivo è una bella responsabilità, così come può essere anche soddisfacente. A Firenze l’attenzione dal parte del pubblico è altalenante. Partecipiamo al Festival anche per attirare l’attenzione di esso, proponendo un bello spettacolo che stimoli l’interesse per questi eventi. È un’opportunità per Firenze, dove la realtà delle band di musica dal vivo è presente, numerosa e forte. Purtroppo da parte del pubblico, come ho già detto, non c’è sempre la risposta che desidereremmo. Non escludiamo un fine pedagogico alla nostra musica.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?


Abbiamo suonato in Emilia due volte ed è andata molto bene. Andammo per un contest, lo vincemmo e in questo modo potemmo aprire il concerto degli Zen Circus a un concerto. Il pubblico rispose molto positivamente. Abbiamo suonato anche a Savignano sul Rubicone, un posto molto piccolo dove il dado fu tratto (ride). Suonammo anche in piazza e il pubblico fu numeroso.
Abbiamo suonato anche a Roma, purtroppo il concerto è stato tenuto alle 20.00 e non c’erano molte persone ad ascoltarci. Il festival era organizzato principalmente da dei collettivi, ragazzi giovani come noi che si sono attivati molto per organizzare un momento culturale e interdisciplinare. Anche il DIY Firenze Festival è un buon formato per raccogliere consensi e attenzioni.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

Penso che realtà come questo Festival siano estremamente positive, per quanto difficili da organizzare. Ci dovrebbe essere maggiore collaborazione fra gruppi, maggior coraggio. Solitamente non si osa troppo e questo danneggia l’ambiente. Firenze è ricca di artisti ma non produce abbastanza pubblico, probabilmente manca la curiosità. Ci sono però buone prospettive e margini di miglioramento consistenti.

Qual è il vostro pubblico?

Ci rivolgiamo a gente comune, anche se tuttavia spesso dimostra di non apprezzare musica innovativa. L’intento è quello di educare meglio questo pubblico. I fiorentini a volte dimostrano pigrizia.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

L’esperienza più negativa è stata forse quando abbiamo suonato alle Pavoniere (un ristorante-pizzeria-piscina al parco delle Cascine a Firenze, NdA). Il pubblico era totalmente disinteressato verso la nostra musica. A un certo punto una signora di una certa età ha esternato, urlando, il suo disappunto. Il batterista ha instaurato una sorta di sfida con la spettatrice (ride). In quel concerto una corda della chitarra si ruppe, è andato tutto malissimo, il morale era sotto i piedi. Mi ha ricordato molto i Blues Brothers (ride).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

I FINISTER CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Elia Rinaldi sembra essersi appena svegliato, o almeno i suoi capelli sembrano raccontare ciò. In realtà è sveglio da ventitrè anni e fa sentire la sua voce da dieci. Un animo poetico che si è formato fra la facoltà di filosofia, Firenze e Londra. Non male, vero? È il cantante dei Finister, una band abbastanza conosciuta nell’underground fiorentino. È difficile che non siano menzionati in quest’ambito, sia per la loro lunga produzione musicale, sia per il loro impatto. È un tipo di compagnia: quando ci parla, è estremamente rilassato e molto disponibile. Nelle sue parole ricorre più volte il desiderio di empatia, sentimento alla base di un auspicabile successo e tratto vitale per la costruzione di una crescente comunità.

 

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2009. Inizialmente eravamo in due, nel 2012 siamo diventati quattro. Abbiamo prodotto un EP, siamo andati per la prima volta a suonare in Inghilterra a diciassette anni. Nel 2015 è uscito il primo disco, pubblicato dalla casa discografica Red Cat, con la quale abbiamo fatto uscire anche il secondo disco. Abbiamo fatto i primi tour fra l’Italia e l’estero. Nel 2017 ci siamo trasferiti in momenti diversi in Inghilterra. In uno spazio di tre mesi, in cui eravamo tutti assieme, siamo riusciti a lavorare. Lì è nato il secondo disco, uscito nel 2018.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

No, abbiamo partecipato anche alla prima edizione. Condividiamo l’idea di rivitalizzare l’ambiente della musica dal vivo. Penso che a Firenze non sia emersa chiaramente una scena musicale come altrove, ad esempio Roma o Milano. Lì c’è stato maggior spirito di comunità: gli artisti hanno capito che il successo di un singolo elemento poteva contribuire a quello degli altri. A Firenze questo non è mai accaduto. Nell’ambiente a volte vi sono individui più interessati al lato economico che a quello artistico, persone che tendono a sfruttare le band, soprattutto se composte da ragazzi. Per questo motivo, il nostro gruppo si impegna da qualche mese ad agire in modo autonomo. Qualcosa però si sta muovendo, soprattutto da parte dei ragazzi.

Si sta creando quindi una comunità?

Credo sia presto per dirlo. Lavoriamo per far passare il messaggio che il successo di un singolo possa aiutare quello degli altri. Siamo però lontani da una scena vera e propria a Firenze. Ci sono anche altre realtà attive.

Avete fatto esperienza sulla scena londinese. Raccontacela.

S’incrociano vicende personali e musicali. Per un periodo abbiamo vissuto in una città all’estero. Sono sorte problematiche ma anche situazioni positive. È stato stressante, ma credo che trovarsi nell’estrema povertà sia un’opportunità creativa. Mi ha colpito il fatto che abbiamo deciso di non lavorare per dedicarci a tempo pieno alla musica. Finendo i soldi da parte, ci siamo ritrovati per dieci giorni a dover saltare la cena. A livello fisico è stato devastante, tuttavia ha mantenuto lo spirito creativo e ha stimolato la nostra produttività.

Avendo avuto quest’esperienza, come si può paragonare a quella italiana?

Non è semplice rispondere. Per certi aspetti, la realtà musicale italiana è in un buon momento: ci sono generi come l’indiee la trap in crescita. Se canti in italiano, il pubblico si allarga. In Inghilterra sicuramente c’è molto spazio per le band underground. C’è una realtà diversa da quella italiana: mentre in Italia il concerto è un’esperienza incentrata sull’esibizione dal lato artistico-musicale (con un pubblico più ristretto), in Inghilterra lo stesso evento diventa anche un’esperienza sociale, che ti permette di conoscere persone e divertirti, senza essere necessariamente conoscitori della band che suona. Ciò nonostante, non mi sento di poter dire di aver trovato un abisso di qualità.


Che risposta vi aspettate dal DIY Firenze Festival?

Non pretendo di parlare a nome di tutti gli altri. Personalmente sarei felice di vedere molte persone e di non trovare un ambiente competitivo. Sono sicuro che non ci sarà agonismo e secondo me il Festival è già un successo.

Come potrebbe migliorare la realtà musicale fiorentina?

Credo ci siano degli spazi in crescita. A livello di opportunità, è necessario che gli artisti trasmettano maggiormente il senso di unità e collaborazione. Servirebbe del ricambio generazionale fra i gestori dei locali. Purtroppo molti di essi non rischiano, proponendo dei format di successo ma ripetitivi. Pochi ragazzi hanno compiti di responsabilità, per la mia esperienza credo che quando ci siano la qualità sia ottima. Ritengo che ci sarà un ricambio. Firenze è comunque una città difficile, dall’immagine molto forte. Spesso non è semplice far emergere dei ragazzi. Sono comunque fiducioso.

Quali esigenze ha un artista?

Parlerò a livello personale. L’esigenza non consiste nell’espressione. Per me consiste nell’empatizzare. Mi correggo: più che un’esigenza, è una soddisfazione. Quando qualcuno canta le canzoni al concerto mi ritengo molto soddisfatto. Quando qualcuno mi dice di aver ascoltato la nostra musica è un’esperienza molto positiva.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Ci sono state tante situazioni. Una volta eravamo a Rotterdam, in un hotel che teneva anche concerti. Avevo il mal di gola e già la situazione non prometteva bene. Siamo andati in un hotel che all’apparenza sembrava interessante, però non lo era così tanto in realtà e il pubblico consisteva in una ventina di persone. Era una classe che non aspettava altro che uscire a divertirsi. Immaginate un po’ cosa possano aver fatto! A loro non importava niente di noi che suonavamo. La cosa più tremenda è che, pur con il mal di gola e in pessime condizioni, abbiamo fatto un concerto bellissimo. Dormivamo in un ostello. La nostra stanza era accanto a un’altra, dove essiccavano i formaggi e c’era un tanfo nauseante. Gli altri decisero di andare in discoteca, io rimasi da solo a dormire su un letto bassissimo e quasi rasente al pavimento. È stata un’esperienza un po’ traumatica.
Un’altra volta ci siamo trovati in una situazione surreale: due ore prima del concerto, abbiamo scoperto di avere un’unica cassa. Il locale era molto bello e c’era tanto pubblico. Eravamo nervosi e, mentre suonavamo, un gruppo vicino a noi improvvisamente ha iniziato a suonare una canzone di compleanno. Ci siamo arrabbiati molto e siamo quasi venuti alle mani.
Comunque, non abbiamo mai avuto esperienze drammatiche, per quanto strane.

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

I GOD OF THE BASEMENT CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Fra una risposta e l’altra, Enrico, chitarrista dei God of Basement, classe 1988 1888, è riuscito ancora a trasmetterci la sua voglia di divertirsi sul palco. Un arzillo “vecchietto”, diciamo noi pischelli nati dieci anni dopo di lui. Per farvi capire quale sia la differenza, lui è nato sotto Craxi, noi sotto Berlusconi. Leggete il tutto con tono ironico: Enrico ha ancora quella voglia di fare casino che diede vita, nella Londra del 2016, alla band. I God of Basement vivono la musica come pura passione, senza presunzioni poetiche o profetiche.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2016. L’idea nacque da una convivenza a Londra con un altro membro. Inizialmente eravamo solo noi due, adesso siamo in cinque. C’eravamo ripromessi che se fossimo tornati a Firenze avremmo formato una band. Il nostro intento principale era (ed è ancora) quello di divertirsi, l’aspetto ludico conta molto. La leggerezza e il fare casino sono fra i nostri principi. Nella nostra band siamo tutti più o meno sui trent’anni di età. Non pretendiamo di fare poesia o di lanciare un messaggio.

Che tipo di musica fate?

Facciamo musica ritmata e orecchiabile. A livello di genere, siamo alternative rock. I nostri gruppi di riferimento sono i Beck, i Gorillaz e i Beastie Boys. Ci sono comunque schitarrate e non abbiamo mai incanalato in un unico genere la nostra musica.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

A livello di band sì. Personalmente ho collaborato all’edizione del 2018, con un altro progetto. Come gruppo è la nostra prima volta. Lì ho conosciuto Federico Burgio e da quel momento siamo sempre rimasti in contatto. È nata un’amicizia e una collaborazione, quindi credo molto nello spirito del festival. Partecipiamo perché è un’ottima occasione anche per suonare e per creare spirito di comunità.

Cosa ne pensi della realtà artistica fiorentina?

Ritengo che stia migliorando molto, proprio per il principio di collaborazione fra gruppi. Qualche anno fa non c’era questa consapevolezza. Adesso è venuta fuori perché la situazione è cambiata, non ci sono più così tanti talent-scout come negli anni ’90. Il principio più utile è quello di allargare la rete di conoscenze, proprio per espandere il pubblico e collaborare. C’è molto rispetto fra gruppi. Si sta formando un buon ambiente. Non ho mai notato rancori.

A Firenze che tipo di pubblico c’è?

Bella domanda. Il pubblico si sta ampliando, però al momento c’è meno attenzione per la musica dal vivo. Questa cultura va recuperata in Italia, spesso purtroppo c’è pigrizia, anche se non manca l’interesse.

Avete avuto altre esperienze estere o comunque fuori da Firenze?

Abbiamo suonato qualche anno fa a Londra. Il locale era molto piccolo ma il pubblico ha risposto alla grande, benché fossimo un gruppo sconosciuto da una località lontana come Firenze. È stata una bellissima esperienza. Abbiamo suonato aprendo un concerto a Milano. Fu il nostro terzo concerto. Adesso stiamo chiudendo delle date nella penisola.

Cosa ne pensi della realtà fiorentina?

Credo che a livello organizzativo ci sia tanta voglia di fare, tanta disponibilità ad accogliere gruppi di altre realtà. È un modo semplice per crescere tutti insieme e collaborare. Va detto che a Firenze manca un po’ l’educazione all’ascolto e alla musica dal vivo. In altre città più grandi forse c’è più interesse, anche perché vi abitano più persone. L’Italia non promette molto a livello di musica dal vivo.

Come potrebbe migliorare la realtà artistica fiorentina?

Secondo me a livello di amministrazione dovrebbe esserci maggior apertura. Ci vorrebbe più coraggio a livello di locali: spesso non si rischia a chiamare band meno conosciute. Capisco comunque che un gestore non possa investire a fondo perduto, servono certezze. Succede anche che i locali chiamino gruppi sconosciuti ma la situazione potrebbe migliorare.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Devo dire che abbiamo avuto piuttosto fortuna in questo. Non abbiamo avuto esperienze assurde. Una volta però ci trovammo a suonare in un centro sociale a Firenze. L’organizzazione era pessima: fino a mezz’ora prima non sapevamo neppure se ci fosse il palco e gli strumenti tecnici adatti per suonare. Una volta trovammo una data all’ultimo momento all’Urban, a Perugia. Fu un onore suonare lì. Un’altra volta a Milano la promoter ci stava trattando malissimo. Il cantante della band a cui noi aprivamo il concerto intervenne, fulminandola con gli occhi e portandoci nel camerino: è stato un getto che abbiamo molto apprezzato.

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

GLI HANDLOGIC CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte loro parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: l’abbondanza di artisti si accompagna alla carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Leonard, il tastierista degli Handlogic, sembra un tipo vispo e gentile. La sua capigliatura, un mix fra Ben Harper e Frank Zappa (circa), rientra perfettamente nel suo personaggio.  Lo incontriamo ad un tavolino delle Murate (un bar vicino al centro di Firenze): è lui a mettere noi a nostro agio, non il contrario. Questo tratto, per quanto utile, ci incuriosisce, denotando una certa naturalezza nell’esprimersi.
Ci racconta del loro esordio fortunato, delle oltre centoventi date affrontate, dell’impegno che loro stessi hanno messo per promuoversi. Sembra riposato, fresco, determinato. È una band giovane che ha già compreso come muoversi in questo mondo (quindi, Handlogic, non potete denunciarci per diffamazione).

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band è nata a Firenze nel 2016. Nel nucleo originale eravamo inizialmente tre, fra membri uscenti ed entranti siamo quattro. Ognuno di noi era in altre band e ci siamo uniti in seguito.
Abbiamo esordito con il primo posto al Rock Contest di Controradio nel 2016. Questo ci ha permesso di fare tour su scala nazionale, abbiamo prodotto un EP alla fine del 2016 e il primo disco è stato pubblicato a maggio 2019 con l’etichetta Woodward.

Che tipo di musica fate?

È difficile da dire. Noi lo definiamo pop sperimentale, perché è un contenitore molto comodo. Su una base pop sperimentiamo molto. Siamo partiti inizialmente da un tipo di musica elettronica e ci siamo aperti progressivamente ad altri generi.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?

Domanda interessante!

Inizialmente non avevamo un target di riferimento, ci siamo detti: “Facciamo questa musica, vediamo chi la ascolta.” Siamo stati fortunati, riscontrando successo da vari tipi di pubblico. Siamo entrati nel giro dell’indie italiano, ma girando per l’Italia abbiamo avuto anche la possibilità di aprire un concerto di Paolo Fresu, noto jazzista italiano.
Speriamo che non sia un pubblico di soli musicisti, perché se da un lato avere l’apprezzamento di altri artisti è soddisfacente, dall’altro significa che il messaggio non oltrepassa il confine tecnico.

Cerchiamo di arrivare a un pubblico il più ampio possibile.

È la prima volta che partecipate al DYI Firenze Festival?

Sì. Abbiamo scelto di partecipare perché siamo stati invitati e perché desideriamo, dopo un lungo tour per la penisola, chiuderlo a casa. Celebriamo così l’underground fiorentino. Il Festival risponde a quest’esigenza. Vogliamo contribuire il più possibile al tessuto musicale della città. A Firenze ci sono moltissimi musicisti, che però non sempre hanno uno spirito di comunità o l’occasione di esprimersi.

 

Avete avuto esperienze artistiche in altre realtà diverse da quella fiorentina?

Abbiamo fatto 120 date negli ultimi anni. Siamo stati fortunati a vedere altre realtà in Italia. A livello di comunità, c’è molta varietà. Il DIY Firenze Festival ci piace perché pesca dal territorio fiorentino, cosa che non succede spesso. A Napoli ad esempio c’è molta partecipazione dal basso, come nei centri sociali. Generalmente ci sono tante persone che organizzano eventi in periferia. A Milano il discorso è completamente opposto ma anche lì c’è molta partecipazione. Ci sono moltissimi festival che tendono a riproporre le stesse cose perché danno successo assicurato, mentre altri festival, magari meno importanti, propongono nuovi artisti che altrove non si esibiscono.

Hai detto che a Firenze ci siano molti artisti, ma c’è il pubblico?

La situazione potrebbe migliorare. Ci dovrebbe essere più la consuetudine di andare ai concerti. Confrontandosi con coetanei (persone fra i 20 e i 30 anni), non è così scontata la curiosità di andare a dei concerti con artisti magari meno conosciuti. Questo dovrebbe essere incoraggiato, perché creerebbe un circolo virtuoso.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Me ne vengono in mente due. La peggiore in assoluto è stata in un paesino di montagna dove abbiamo suonato in un pub. L’alloggio era davvero umido: c’erano due stufe in una stanza. Abbiamo suonato sudati fradici. Il locale era piccolissimo, per fortuna il pubblico beveva birre ed era di spalle rispetto a noi. Era praticamente una cantina.

Un’altra volta abbiamo suonato nel sud della Toscana. Il locale era pieno… ma tutte le persone erano fuori! C’era un solo spettatore, che ha comprato due dischi. È stata una delle rare volte in cui abbiamo venduto più dischi rispetto al numero di spettatori!

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

 

FLORENCE UNDERGROUND

In occasione del DIY Firenze Festival, giunto alla 3° edizione, che si svolgerà il 20 settembre 2019 al Titty Twister Club a Firenze, abbiamo incontrato uno degli organizzatori e le band.
L’organizzatore si chiama Federico Burgio.
Ventitré anni, pantaloni a sigaretta color vinaccia, simpatico codino biondo (ma non scemo), maglietta bianca.
Fra una sigaretta e l’altra, abbiamo conosciuto il suo giovane spirito imprenditoriale che, unito alla passione per la musica, ha dato un palco e un microfono al mondo underground fiorentino.
Retorica a parte, è stato gentile e disponibile.
Lo ringraziamo e, senza spoilerarvi niente, cercheremo di darvi un assaggio della sua esperienza.

Sei fra gli organizzatori del DIY Firenze Festival e creatore del “Lo_Fi.Management.Booking”.
Ci puoi spiegare in cosa consiste il tuo lavoro?

Ho iniziato questo lavoro tre anni fa, seguendo le band fiorentine Finister e Handshake, trovando loro le date. Ho intercettato le esigenze che hanno le band nella ricerca di spazi dove esprimersi.  Il mio lavoro consiste nello scoprire band underground, trovare delle date e dei luoghi dove possano esibirsi.

Cosa ti ha portato ad avvicinarti a questo ambito lavorativo?

Ho sempre avuto la passione per la musica e ho sempre suonato. Dopo il liceo ho deciso che avrei voluto vivere di questo e mi sono approcciato al mondo del booking musicale. Il contatto con le realtà del posto (come i locali) è un mondo che mi ha sempre incuriosito e lo adoro.

Siamo alla terza edizione di “DIY Firenze Festival”, che nasce dalla tua passione. Quali difficoltà avete incontrato nell’organizzarvi?

L’organizzazione si sta allargando sempre di più. Quest’anno abbiamo incluso il tema dello Street Food e la presenza di bicchieri riutilizzabili. Sarà un festival No Plastic.  Il tutto è stato possibile grazie a Legambiente, Ekoe Compostabile e Cuore Verde, azienda agricola rigenerativa. L’anno prossimo a Firenze ci sarà l’obbligo di usare bicchieri riutilizzabili, nell’ambito degli eventi. Al Festival abbiamo anticipato questo tema: ci sarà una cauzione di 1€ dove il consumatore potrà decidere di tenersi il bicchiere, o di restituirlo, riprendendo così la cauzione.
La difficoltà principale in questi eventi è il reperimento di fondi tramite persone e aziende. Un evento prevede sempre dei costi e delle responsabilità. Per finanziarci impieghiamo principalmente la bigliettazione e il contributo degli sponsor. I costi di un festival prevedono principalmente il Cachet, gli strumenti necessari come l’impianto e il mixer. Nel mio lavoro punto moltissimo sul fatto che le band debbano essere pagate (non si campa d’aria).

Come si presenta oggi la scena artistica fiorentina?

La scena fiorentina è molto ampia. Tuttavia Firenze adesso pecca di coesione e di curiosità verso le nuove realtà artistiche del territorio. La città offre una programmazione artistica legata al passato, ripresentando spesso sempre lo stesso format che ha riscontrato successo.
Per quanto concerne la musica underground, essa ha bisogno di spazi. Il Festival avanza in questa direzione.
In senso tecnico-organizzativo, si cerca spesso la collaborazione fra band. Si ricerca uno spirito di comunità. Questo Festival dovrebbe interessare tutto il mondo underground fiorentino, anche per marcare il senso di protesta contro la mancanza di spazi e interesse verso questi eventi.

Che tipo di musica proponete? A quale pubblico vi rivolgete?

Il Festival promuove la cultura underground fiorentina. Quest’anno sono presenti più generi: non si limita solo alla musica del vivo, c’è anche il DJ set.  A Firenze c’è molta musica internazionale e vorremmo sfruttare bene questo elemento. I generi presenti variano dal rock (con tutte le contaminazioni possibili) al pop.
Ci rivolgiamo al pubblico universitario, quello che frequenta i locali di musica dal vivo. La nostra idea è di riuscire a coinvolgere più generazioni in un progetto che, al momento, a Firenze manca, vale a dire quello dell’ascolto di musica dal vivo.

Che rapporto c’è fra l’ambiente artistico e le istituzioni?

In tutta onestà, il rapporto negli ultimi anni è peggiorato. I locali faticano a riempirsi per gli eventi alla musica dal vivo, difficilmente tentano di aprirsi alla novità a causa dell’incertezza di successo dal punto di vista economico.  Manca la curiosità. Fino al 2011 la situazione era completamente differente. Ho notato però segnali di rinascita e miglioramento a Firenze: ci sono molti giovani che portano passione e forza a questo mondo e alcuni locali portano il format della musica dal vivo.

Come potrebbe la politica sostenere gli eventi culturali in territorio fiorentino?

Il Comune, aprendo il “Bando dell’Estate Fiorentina”, ha dato un buon contributo.
In generale, il Comune dovrebbe sensibilizzare il più ampio pubblico possibile al tema della cultura, in tutte le sue espressioni a più livelli. Nel festival ci saranno anche esposizioni artistiche. C’è un bisogno di trovare spazi e incuriosire il pubblico per un mondo che è vivo, spesso sottovalutato ma con realtà importanti. Il metodo del Comune più valido sarebbe quello di finanziare questi eventi o permettere di ricevere finanziamenti attraverso sponsor/realtà esterne, creando nuovi spazi.

Questo non andrebbe contro il concetto di musica underground, poiché è istituzionalizzata?

La musica underground è una pentola che bolle. L’aiuto del Comune dovrebbe essere prettamente amministrativo, concedendo spazi. Ci saranno sempre persone che creano nuove situazioni che possano attirare l’attenzione, aldilà dei vincoli istituzionali. Manca la sensibilizzazione riguardo all’arte.

Sono state riscontrate difficoltà a organizzare il Festival nel territorio fiorentino, a livello logistico?

Ci sono sempre difficoltà in questi eventi. È comunque un azzardo. Firenze è una piazza importante, con un grandissimo potenziale a livello musicale e artistico. Ci sono grandi organizzazioni nel territorio fiorentino. A Firenze però manca il lato riguardante la vita notturna giovanile: ultimamente la città sta incentivando opportunità per gli studenti fuorisede. Sta infatti nascendo una situazione di disparità fra domanda e offerta. Il Festival vuole intercettare questi bisogni, proponendo una vita notturna alternativa alle discoteche.  Diamo opportunità agli artisti di esprimersi, cercando di farli recepire al pubblico, tratto mancante nel territorio fiorentino.

Qual è per te un buon modello di riferimento?

Ho avuto l’opportunità di incontrare altre realtà nazionali. Nell’aretino c’è il Mengofest, una realtà ormai consolidata che propone artisti di caratura nazionale. Mi piace anche il Liverockad Acquaviva, fra il senese e l’aretino, presente dal 1997. L’idea di coinvolgere (come abbiamo fatto) il Rock Contest di Controradio, attivo dal 1984 è interessante e positivo.  L’idea sarebbe di crescere e proporre un formato europeo, ovvero “no-token” (copiose risate).

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

ANALISI: “PER NON DIRE BASTA” – Loop Therapy feat. Turi

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=iILeH-Q59OU   (Originale)

https://www.youtube.com/watch?v=e4LtHx0g4z4 (Ice One remix)

Ecco il secondo brano di rap italiano analizzato per la rubrica di critica musicale di Luft.                    

La canzone su cui mi focalizzerò oggi è “Per non dire basta” (Loop Therapy ft. Turi, 2014).

Piccola premessa: lo scopo di questa rubrica non è prettamente informativo, quanto più di analisi e interpretazione. Per quanto riguarda le informazioni sul progetto Loop Therapy, mi limiterò a riportare quanto scritto nella descrizione sotto il video di Youtube. Qua sopra troverete non solo il video del brano originale, ma anche il remix realizzato da Ice One. 

INFORMAZIONI

“Loop Therapy feat. TURI – Per Non Dire Basta (Video Ufficiale) è un progetto musicale che fonde le sonorità funk e hip hop con il sound e l’improvvisazione jazz. I brani proposti sono strumentali ricchi di contaminazioni sonore che spaziano dalla musica jazz all’ elettronica, da sonorità squisitamente acustiche a campionamenti e scratch. A questi, si aggiungono tre brani rap nati dalla collaborazione con alcuni tra i più importanti artisti hip hop della scena italiana: Colle Der Fomento, Turi e Bassi Maestro. Il video “Per non dire basta” è stato girato a Milano presso lo studio Belmusic di Patric Pecchenini e rappresenta molto chiaramente l’incontro tra il sound del gruppo e il rap di Turi.”

TESTO

(Turi)E’ solo questa la mia dote chiudi gli occhi che ti porto in alte quote
faccio leva sul tuo cuore con l’aiuto di ‘ste note
questa è musica che scuote per le vostre vite vuote
io rimargino ferite e vi battezzo come un sacerdote
psico-acustico peyote mò ti sciogli
è il miracolo dell’acqua che scalfisce vecchi scogli
piante secche che producono germogli
su ‘sta melodia di piano seminiamo le emozioni che raccogli
posso cambiare questo clima e a quanto pare
la tua mente assorbe ogni segnale che ti detta ogni mia rima
sono miracoli sonori in anteprima
è la corrente di un torrente che ti porta fino in cima
niente è rimasto come prima basta drammi
ogni paranoia è spenta mentre ascolti e poi ti infiammi
se fai musica col cuore senza schemi e pentagrammi
lei ricambia con l’amore a patto che poi non la inganni!

-rit.E quando non ci sei tu lo sai bene il mio umore si guasta
ogni giorno che passa un giorno per non dire basta
ma ora sorrido entusiasta
tu sei la signora musica sei l’unica certezza rimasta!

(Turi)La gente che ti ignora mia signora sta allo sbando
continua a starmi accanto da quando sto con te sto migliorando
d’altrocanto se io respiro è perché canto
c’è chi pensa solo a vivere e a chi vivere pensando
la musica ti tira su se stai precipitando
io credo a ciò che vedo e adesso sono al tuo comando
35 primavere e pare che mò sto iniziando
vitale come l’acqua altro che un placebo blando
volevo dirti solo grazie
per come mi hai cresciuto e coccolato e cancellato le mie ansie
tu sei cibo per la mente anche per le teste sazie
una spalla su cui piangere e affrontare le disgrazie

e di te io non mi privo tu sei un infinito assolo percussivo
come il battito del cuore che mi tiene ancora vivo
e già questo è un buon motivo e per questo ancora scrivo
senza mai un punto d’arrivo!

-rit.E quando non ci sei tu lo sai bene il mio umore si guasta
ogni giorno che passa un giorno per non dire basta
ma ora sorrido entusiasta, tu sei la signora musica sei l’unica certezza rimasta

ANALISI E INTERPRETAZIONE

Questo pezzo mi ha colpito dal primo ascolto, in quanto nella sua semplicità veicola un messaggio profondo e importante.

Il brano è costruito attorno al topic della “signora musica”: si tratta di un ringraziamento, quasi un’ode, alla musica, di cui si elogia il valore salvifico nel riuscire a risollevare il morale anche nei momenti più bui, aggrappandocisi come fosse “l’unica certezza rimasta”. 

La melodia della base, costituita da percussioni, tastiera,  piano, contrabbasso e sax esprime una musicalità dolce, rilassata, lenta e molto gradevole, nella sua sonorità che è un misto tra jazz, funk ed elettronica. Ciò che ne esce è un mix perfetto, e il contenuto viene veicolato alla perfezione dalla musicalità oltre che dalle parole, che inizio ad analizzare qui di seguito dalla prima strofa, citando alcuni dei versi più rappresentativi.

-Il brano inizia con un richiamo, un’allocuzione diretta all’ascoltatore: il rapper invita questo “tu generico” e assurge alla figura di guida da seguire nel percorso della canzone, promettendo di emozionarlo e di curarlo attraverso la musica, come si trattasse di musicoterapia (non a caso “Loop Therapy” è il nome del progetto). Questa sorta di dialogo con l’ascoltatore è molto significativo e viene portato avanti per l’intera durata del brano.   

(“chiudi gli occhi che ti porto in alte quote, faccio leva sul tuo cuore con l’aiuto di ‘ste note”).

-Nella seconda strofa sono presenti alcune metafore belle ed efficaci riguardo il passato (la memoria) e il futuro (il rinnovamento).  

(“è il miracolo dell’acqua che scalfisce i vecchi scogli, piante secche che producono germogli, (…) seminiamo le emozioni che raccogli”)

-Nella terza strofa Turi afferma, grazie al potere della musica e delle parole nel riuscire a trascinare l’ascoltatore in questo “loop musicale”, di poter cambiare il suo mood, di riuscire a coinvolgerlo in questo viaggio a tal punto da far sì che la sua mente assorba ogni segnale, ogni stimolo che la sua voce emette, come sintetizza perfettamente nella metafora che paragona questo suo trascinare l’ascoltatore al potere di una corrente di un torrente.

“è la corrente di un torrente che ti porta fino in cima”

-Nella quarta strofa, quella che precede il ritornello, il rapper constata di essere riuscito a spegnere ogni dramma, ogni paranoia nell’ascoltatore grazie al potere del suono, ma non solo, di averlo fatto rinsavire, infiammare. L’ultima parte di questa strofa invece è una riflessione su un certo modo di fare musica, di farla col cuore: così facendo l’amore verrà ricambiato.

“Se fai musica col cuore senza schemi e pentagrammi, lei ricambia con l’amore a patto che poi non la inganni”

-Il ritornello è una summa di ciò che è stato detto finora, e al suo interno, come accennato qui sopra, vi è un chiarimento definitivo su quale sia il soggetto a cui il rapper inneggia: la cosiddetta “signora musica” (a cui Turi si rivolge dando del ”tu”), che riesce a risollevare un umore guastato e a strappare un sorriso entusiasta, a tal punto da venire definita “l’unica certezza rimasta”.

– Nella strofa che segue Turi continua a rivolgersi alla signora musica e a definirla indispensabile: a suo dire, infatti, le persone che la ignorano stanno allo sbando, in quanto ha la capacità di far riflettere.

“c’è chi pensa solo a vivere, chi a vivere pensando”

-Turi prosegue evidenziando il carattere di rinnovamento interiore che continuamente apporta la musica a un individuo. 

“35 primavere e pare che mo’ sto iniziando, vitale come l’acqua  (…)”

-Un altro ringraziamento esplicito, per averlo aiutato a crescere e alleviare le ansie. In quanto arte, viene definita “cibo per la mente”, ma con un bel gioco di parole “anche per le teste sazie”: ha ragione, perché di musica non ci si sazierà mai a sufficienza.

– Ho poco da aggiungere riguardo la strofa che precede l’ultimo ritornello, in quanto Turi utilizza un bellissimo ed efficace paragone che si commenta da solo. La musica è infinita, ed è la musica il motivo per cui l’artista continua a lottare e a scrivere, potenzialmente all’infinito, “senza mai un punto d’arrivo”, proprio come in un loop. Non a caso.

“tu sei un infinito assolo percussivo

 come il battito del cuore che mi tiene ancora vivo,

 e già questo è un buon motivo, e per questo ancora scrivo

 senza mai un punto d’arrivo”

 

Giacomo Helferich 

 

“Please, take your time” Intervista ai FINISTER

Il 16 gennaio, al Mikasa di Bologna, abbiamo incontrato i Finister, una band fiorentina di alternative psychedelic rock, che ha fatto uscire di recente il nuovo album: PLEASE, TAKE YOUR TIME.

Quello che vi proponiamo è un’intervista al cantante Elia Rinaldi e al batterista Lorenzo Burgio, in cui vengono affrontate tutte le canzoni contenute nel disco.

Ascoltando i loro pezzi abbiamo notato il fascino di questa band, che si concretizza sopratutto nella loro capacità di sperimentare senza mai perdere la propria essenza.

È un viaggio tra suoni tribali, vapor, progressive ed elettronici, pur sempre distesi su un intramontabile Rock and Roll.

XXXTentation e il suo mondo controverso (+Playlist)

In occasione dei 6 mesi dalla morte di Jahnseh Dwayne Ricardo Onfroy , in arte XXXTentacion, abbiamo deciso di creare una playlist per Luft con alcuni dei suoi brani migliori secondo noi. Il 18 giugno 2018, infatti, X è stato trovato in fin di vita, appena diciannovenne, nella sua auto in seguito ad una sparatoria causata da tre soggetti (che sono stati identificati e condannati) nel tentativo di rubargli una borsa Vuitton. Le controversie nel passato di questo personaggio sono note a molti: infatti ha passato qualche mese in galera a seguito di varie accuse, per le quali X è sicuramente condannabile, ma riteniamo vada distinto il piano della persona da quello artistico. Probabilmente è stato proprio il suo passato a portarlo a una concezione della vita tale da permettergli di essere forse uno degli artisti più innovatori e poliedrici nell’ambito del genere Rap/Trap/Lofi degli ultimi anni. Infatti è stato capace, da adolescente o poco più, di riscuotere un successo incommensurabile grazie al suo modo di approcciarsi alla musica, sia dal punto di vista di musicalità che di contenuti. Nel pezzo “Look at me”, ad esempio, X si fa portavoce di un messaggio antirazzista sfruttando la sua immagine e notorietà. Nelle sue canzoni, è ricorrente e riscontrabile da chiunque il tema del dolore esistenziale, in tutte le sue varie forme (amore tormentato, dubbi, soldi, successo, rapporti umani in generale, morte). Tuttavia, oltre a questo, spesso si nota un attaccamento alla vita e un velato messaggio di speranza nel dolore (vedi “Fuck Love”). Non a caso, il suo album più celebre non ha un nome vero e proprio, ma è un semplice quanto emblematico punto di domanda (“?”). Si consiglia vivamente di ascoltare i pezzi con il testo sott’occhio, per averne una più piena comprensione. Dal punto di vista delle sonorità, così come da quello dei contenuti, X ha mostrato una grande malleabilità e diversità interna: possiamo trovare pezzi urlati, violenti e dai “808” distorti (vedi “Take a step back”), così come pezzi rilassanti Lo-fi accompagnati dal campionamento della voce dolce e malinconica del misterioso artista Shiloh Dinasty. Non ci resta che augurarvi buon ascolto, e, per chi non lo conoscesse, una buona immersione nel controverso e colorito mondo musicale di XXXTentacion.

Rest in Peace

Davide Bagni e Giacomo Helferich (ZRR), per la sezione musicale di Luft

Motta + Les Filles des Illighadad live @ Linecheck Music Meeting and Festival, Milano (24/11/2018) – Articolo a cura di Luca Barenghi  

Troppo spesso, tra i discorsi sia degli appassionati che, addirittura, della critica musicale serpeggia il pensiero, estremamente pregiudizievole, che la musica debba per forza avere un “colore”, che per forza esista una musica “bianca” e una musica “nera” e che queste, per essere di qualità, debbano rimanere intatte nella loro solitudine, nella loro “purezza”, pena la perdita della loro presunta “originalità”. Questo discorso, ormai sorpassato da qualche decina d’anni, ma che ancora resiste nel pensiero di molti, è stato spazzato via per l’ennesima volta sabato 24 novembre 2018, durante la terza e ultima serata del Linecheck Music Meeting and Festival presso lo spazio BASE di Milano. L’evento si inserisce all’interno della Milano Music Week, settimana di concerti, showcase, incontri, workshop, mostre e presentazioni che hanno dato a Milano, durante questa penultima settimana di novembre, lo scettro di capitale della musica in Italia. Un festival, il Linecheck, davvero unico nel suo genere e che, giunto ormai alla sua quarta edizione, si è concluso nel migliore dei modi con il favoloso show offerto da Francesco Motta, uno dei massimi esponenti della nuova ondata di musica indipendente italiana, accompagnato per l’occasione da Les Filles de Illighadad, collettivo femminile proveniente da un piccolissimo villaggio alle porte di Tahoua, nel Sud-Ovest del Niger e formato da Fatou Seidi Ghali, da sua cugina Alamnou Akrouni e da Madassane Ahmoudou. Il cantante livornese, ancora fresco della seconda Targa Tenco per il suo secondo lavoro, Vivere o Morire (la prima l’aveva ricevuta due anni prima per l’opera prima La fine dei vent’anni, N.d.R.), ha deciso, a meno di 2 mesi dall’ultima data del tour promozionale della sua seconda fatica, di concludere al meglio questo magico 2018 con altri 4 concerti (Milano 24 Novembre – Bologna 25 Novembre – Livorno 26 Novembre – Roma 27 Novembre) in compagnia delle tre musiciste tuareg di cui si è follemente innamorato dopo averle viste in azione ad un concerto a Berlino.

Partiti da lontano…

Alle 23:30 spaccate Fatou, Madassane e Alamnou salgono sul palco tra gli applausi dell’ormai stracolmo parterre del BASE. Le tre ragazze tengono fede alle lodi sperticate che Motta ha sempre dedicato loro, intonando brani che affondano le loro radici nel profondo della cultura della loro terra natale, il Niger, e che accompagnano ogni singolo rito e celebrazione significativi per la loro comunità: nascite, matrimoni e funerali. Grazie al loro ricercato mix che naviga sapientemente tra seducenti arpeggi di chitarra elettrica, incalzanti tappeti ritmici di tende, tamburo in pelle di capra tipico della loro terra ed ipnotiche nenie, queste tre ragazze catapultano gli spettatori dei loro concerti all’interno del loro mondo, così sfortunatamente lontano dal nostro ma, allo stesso tempo, così maledettamente affascinante.

… E di colpo arrivare ad essere contenti

Quasi in concomitanza con l’uscita di Les Filles de Illighadad si presenta sul palco, puntuale come un treno svizzero, Motta, fondamentalmente il motivo per il quale questa terza data del Linecheck è finita sold-out. Il cantautore livornese sale sul palco da solo, imbracciando la sua chitarra Maton completamente nera, alla Johnny Cash, sotto l’occhio vigile della sua ragazza, l’attrice Carolina Crescentini, che si sta godendo lo show in mezzo al pubblico. Neanche il tempo di toccare le sei corde che subito l’intera sala del Linecheck intona a squarciagola le parole di Vivere o morire, la title-track del suo ultimo lavoro. Ed è con La fine dei vent’anni (brano che, come quello precedente, dà il titolo al primo disco di Motta)  che finalmente la fantastica band, formata da Giorgio Maria Condemi (chitarra), Carmine Iuvone (violoncello) e Cesare Petulicchio (batteria e campionatori), irrompe sul palco centrale del BASE. Le prime parole che Motta proferisce rivolto al pubblico, ormai completamente trasportato all’interno della sua musica, arrivano alla fine di Del tempo che passa la felicità: “Ciao a tutti… E bravi che siete venuti!”. Dopo una bellissima versione di Mio padre era comunista, riarrangiata per l’occasione come molti dei brani proposti durante la serata, decide di staccare la sua chitarra dall’amplificatore e lasciare che sia il pubblico a cantare insieme a lui Sei bella davvero, in quello che forse è il momento più bello dell’intero show. Il resto del primo set scorre liscio come l’olio tra Cambio la faccia, omaggio ai Criminal Jokers, gruppo del quale è stato il leader prima di intraprendere la carriera solista, e tre brani tratti dal suo secondo album: il singolone di lancio La nostra ultima canzone, Chissà dove sarai e la commovente Mi parli di te. Dopo una brevissima pausa il palco del BASE di Milano viene nuovamente assediato da Les Filles de Illighadad che, dopo essersi buttate in un’altra delle loro ipnotiche jam, vengono raggiunte sul palco dal cantautore toscano e il suo gruppo. È con questa fantastica formazione che il pubblico assiste a due a dir poco infuocate versioni di Ed è quasi come essere felice e Roma Stasera che chiudono ufficiosamente il concerto. Prima di abbandonare il palco Motta ribadisce il suo amore per le 3 ragazze nigerine: “Loro sono Les Filles de Illighadad… E sono la cosa più bella che abbia visto in vita mia! Quello che abbiamo condiviso in questi due giorni è stato assolutamente meraviglioso… E noi stasera, come spero tutti voi, ci siamo divertiti tantissimo… Grazie!”. La band allargata abbandona il palco e dalle casse che lo sovrastano comincia a ronzare la malinconica musica che, generalmente, dovrebbe sancire la fine di un concerto. Ma il pubblico non ne ha abbastanza. Non vuole che la serata finisca: e infatti, tra il coro “Se non metti l’ultima noi non ce ne andiamo!” e innumerevoli “Fuori!” e “Ancora!”, Motta e il suo gruppo riappaiono dal sipario che sta dietro al palco e, dopo aver imbracciato i loro strumenti, concludono la serata con Abbiamo vinto un’altra guerra, la cui esecuzione viene “impreziosita” da una momentanea amnesia del cantautore che, dopo aver confuso una delle sue strofe, chiede con nonchalance al suo chitarrista “Com’è che faceva?” strappando al pubblico una risata e l’ennesimo applauso. Un concerto, quello andato in scena al Linecheck Music Meeting and Festival, davvero memorabile e che, oltre alla fantastica performance, porta con sé un messaggio estremamente positivo, soprattutto in riferimento ai tempi che stiamo vivendo: quello della forza prorompente della musica di creare collaborazione fra persone e comunità assai diverse tra loro, in uno scambio ininterrotto di idee e influenze reciproche che trascendono e abbattono ogni barriera culturale e velleità di etichettare e stereotipare la musica stessa, dividendola in compartimenti stagni, chiamati “generi”.

SETLIST

– Vivere o morire

– La fine dei vent’anni

– Quello che siamo diventati

– Del tempo che passa la felicità

– Mio padre era comunista

– Sei bella davvero (Unplugged col pubblico)

– La nostra ultima canzone

– Chissà dove sarai

– Cambio la faccia (cover dei Criminal Jokers)

– Mi parli di te

Motta + Les Filles des Illighadad

– Ed è quasi come essere felice

– Roma stasera

Encore

– Abbiamo vinto un’altra guerra

Luca Barenghi

Kendrick Lamar – Art of Peer Pressure – Lyrics Analysis

https://youtu.be/nmV_HEIwXGs

 

Everybody sit your bitch ass down and
Listen to this true mothafuckin’ story told by Kendrick Lamar on Rosecrans[*], ya bitchSmoking on the finest dope
Aye aye aye aye
Drank until I can’t no mo’
Aye aye aye aye
Really I’m a sober soul
But I’m with the homies
[*] right now
And we ain’t asking for no favors
Rush a nigga quick then laugh about it later
Aye aye aye aye
Really I’m a peacemaker
But I’m with the homies right now
And momma used to say
One day, it’s gon’ burn you out
One day, it’s gon’ burn you out, out
One day, it’s gon’ burn you out
One day, it’s gon’ burn you
I’m with the homies right now

[*]”Rosecrans” Avenue una strada vicino a Compton, conosciuta per i tanti episodi di crimine e violenza

[*]”Homies” solitamente indica gli amici più fidati, con i quali si passa più tempo. In questa traduzione userò il termine “altri” anche se non si addice molto mi sembrava la traduzione più corretta.

Tutti mettano il loro culo per terra e ascoltino la vera fottuta storia raccontata da Kendrick Lamar su Rosecrans.

Fumando la roba migliore, bevendo finché non ce la si fa più. Sono veramente una persona sobria ma sono con gli altri adesso.

E non chiediamo nessun favore, assalendo un ni**a velocemente, per poi farci una risata. Veramente, sono un tipo pacifico ma sono con gli altri adesso. E mia madre era solita dire un giorno finirai col bruciarti (x4). Ma sono con gli altri adesso.

Me and my niggas four deep in a white Toyota

A quarter tank of gas, one pistol and orange soda

Janky stash box when the federales’ll roll up

Basketball shorts with the Gonzales Park[*] odor

We on the mission for bad bitches and trouble
I hope the universe love you today

‘Cause the energy we bringin’ sure to carry away

A flock of positive activists that fill they body with hate

If it’s necessary[*]; bumpin’ Jeezy[*] first album, lookin’ distracted

Speakin’ language only we know, you think it’s an accent[*]
The windows roll down, all I see is a hand pass it

Hotboxin’ like George Foreman[*] grillin’ the masses

Of the workin’ world[*]; we pulled up on a bunch of workin’ girls[*]

And asked them what they workin’ with

Look at me, I got the blunt in my mouth

Usually I’m drug-free, but, shit, I’m with the homies

[*] ”Gonzales Park” è un parco con campo da basket a Compton

[*] ”A flock of positive…” qui si riferisce a tutte le conoscenze che ruotano intorno al loro gruppo (il gregge di attivisti) e che se è necessario sono disposti a tutto per difenderli, anche uccidere.

[*] Jeezy è un gangsta rapper, l’album a cui Kendrick si riferisce è “Let’s Get It: Thug Motivation 101”.

[*] ”speakin’ language only…” Qui il cantante si riferisce al fatto per cui all’epoca lui e i suoi parlavano uno slang così stretto che era quasi difficile da riconoscere come Inglese

[*] ”Hotboxing like George Foreman” hotboxing è la pratica di fumare marijuana al chiuso in macchina (il cosiddetto chiusino o sottomarino). George Foreman è invece un famoso marchio di griglie americane. Le due cose associate servono per esprimere quanto fossero “cotti” in quel momento.

[*] ”grillin’ the masses of…”  un modo di dire che indica il fare brutto, apparire come dei duri.

[*] ”workin’ girls” sono le prostitute

Io e miei quattro ni**a in una Toyota bianca, un quarto di tanica di benzina, una pistola e una soda di arancia. Janky nasconde la roba quando passano gli sbirri. Pantaloncini da basket e odore di Gonzales Park.

Siamo in missione alla ricerca di cattive puttane e problemi. Spero che l’universo vi ami oggi perché l’energia che portiamo ti potrebbe portare via. Il gregge di attivisti positivi potrebbero riempirvi il corpo di odio se è necessario.

Spingendo il primo album jeezy con aria distratta, mentre parliamo lingue che solo noi conosciamo, e voi che pensiate sia solo un accento. Il finestrino si abbassa, tutto quello che vedo è una mano che me lo passa. Facendo un chiusino come le George Forman che grigliano le folle del mondo dei lavoratori. Usciamo con molte ragazze lavoratrici e chiediamo loro con chi lavorano. Guardami, ho il blunt in bocca, solitamente sono no alla droga ma, merda, sono con gli altri adesso.

It’s 2:30 and the sun is beamin’

Air conditioner broke and I hear my stomach screamin’[*]
Hungry for anything unhealthy

And if nutrition can help me

I’ll tell you to suck my dick, then I’ll continue eatin’
We speedin’ on the 405, passin’ Westchester
[*]

You know, the light-skinned girls in all the little dresses
Good Lord, they knew we weren’t from ‘round there

‘Cause every time we down there

We pullin’ out the Boost Mobile SIM cards[*]
Bougie bitches with no extensions

Hood niggas with bad intentions, the perfect combination
Before we sparked a conversation

We seen three niggas in colors we didn’t like[*]

Then started interrogatin’
I never was a gangbanger, I mean

I never was stranger to the fonk[*] neither, I really doubt it

Rush a nigga quick and then we laugh about it

That’s ironic, ‘cause I’ve never been violent

Until I’m with the homies

[*] “my stomach screamin” qui il cantante ha la cosiddetta fame chimica. Se qualcuno gli dovesse far notare che sta mangiando schifezze allora lo manderà a fanculo

[*] “Westchester” è un quartiere famoso per una scuola femminile di ragazze perlopiù bianche

[*] “mobile sim card” sono le SIM usa e getta che Kenrick e gli amici usavano per rimorchiare

[*] “colors we didn’t like” Il rapper aveva il padre associato ai Piru, una gang legata ai Bloods (colore rosso), così vedendo dei ragazzi vestiti di blu si dirigono verso di loro.

[*] “fonk” è un termine usato dalla gang dei Piru; solitamente indica un qualche tipo di scontro o conflitto tra persone

Sono le 2:30 e il sole è cocente, l’aria condizionata è rotta e sento il mio stomaco urlare affamato di qualsiasi cosa non salutare e se la nutrizione mi può aiutare io gli dirò di succhiarmi il cazzo, per poi continuare a mangiare.

Stiamo viaggiando sulla 405, passando da Westchester. Lo sai, le ragazzine bianche nei loro piccoli vestiti. Buon Dio, loro lo sapevano che non eravamo di quelle parti perché ogni volta che passavamo di lì utilizzavamo delle sim prepagate. Puttane altolocate senza extensions, ni**as del ghetto con cattive intenzioni, la perfetta combinazione. Prima di iniziare la conversazione vediamo tre ni**as con dei colori che non ci piacciono così iniziamo a interrogarli. Non sono mai stato un membro attivo della gang, per così dire non sono neanche mai stato estraneo al fonk, lo dubito veramente,

assalire un ni**a velocemente per poi riderci sopra, è ironico, non sono mai stato violento finché non mi trovo con gli altri.

Braggin’ ‘bout the episode we just had
A shot of Hennessy[*] didn’t make me feel that bad
I’m usually a true firm believer of bad karma

Consequences from evil will make your past haunt ya[*]
We tryna conquer the city with disobedience
Quick to turn it up, even if we ain’t got the CD in
But Jeezy still playin’

And our attitude is still “nigga, what is you sayin’?”
Pull in front of the house
That we been campin’ out for like two months
The sun is goin’ down as we take whatever we want

[*] “Hennessy” è un liquore che serve a Kendrick per non sentirsi in colpa per quello che ha appena fatto

[*] “Haunt ya” qui si riferisce al karma che se ti comporti male ti inseguirà e ti caccerà (come un predatore e la sua preda)

Compiaciuti dell’episodio appena avuto, uno shot di Hennessy non mi fa sentire così male.

Normalmente sono un fermo credente del karma, le conseguenze di ciò che hai fatto di cattivo nel tuo passato ti cacceranno.

Noi cerchiamo di conquistare la città con disobbedienza, pronti ad alzare il volume anche se il CD non è più inserito ma Jeezy sta ancora suonando e la nostra attitudine è sempre: “ni**a cos’hai detto?”.

Parcheggiamo di fronte alla casa che abbiamo tenuto d’occhio per tipo due mesi. Quando il sole va giù noi ci prendiamo tutto quello che ci serve.

[*] arrivati in questo punto della canzone, il cantante insieme ai suoi amici cercano di derubare una casa. Nel break si capisce però che mentre entrano nella casa alla ricerca della refurtiva qualcuno si accorge che la casa non è vuota.

I hit the back window in search of any Nintendo

DVD’s, plasma-screen TV’s in the trunk
We made a right, then made a left, then made a right

Then made a left, we was just circlin’ life[*]
My mama called: “Hello? What you doin’?” — “Kickin’ it.”

I shoulda told her I’m probably ‘bout to catch my first offense

With the homies
But – they made a right, they made a left

Then made a right, then another right

One lucky night with the homies

[*]”we made a right […] circlin life” questo girare continuo può indicare il fatto che stessero scappando dalla polizia; allo stesso tempo le diverse svolte indicano le scelte che lui, a differenza dei suoi amici, ha preso per poter sopravvivere.

Entro dalla finestra posteriore alla ricerca di un qualsiasi Nintendo, DVD, TV al plasma da mettere nel baule.

Abbiamo girato a destra, poi a sinistra, poi a destra, poi di nuovo a sinistra, stavamo solo girando intorno alla nostra vita.

Mia madre mi chiama: “Ciao, cosa stai facendo?”, “nulla di che”. Le avrei dovuto dire che probabilmente stavo per essere arrestato per la mia prima volta.

[*] La canzone si chiude con un dialogo tra gli homies. Kendrick e i suoi sono riusciti a scappare dalla polizia e festeggiano la riuscita del furto.

Davide Bagni