Don’t wanna be an American idiot

Così si apre il brano American Idiot, singolo dei Green Day che dà il titolo anche all’album da cui proviene.
Pubblicato il 21 settembre 2004, questa traccia sintetizza ed esprime il dissenso di una parte significativa della società statunitense (e occidentale) verso la presidenza Bush (junior).

Premessa deontologica: questo è un articolo di parte.

Contesto storico

Settembre 2004: mancano due mesi alle presidenziali di novembre, che premieranno George W. Bush alle urne per il suo secondo e ultimo mandato.
La presidenza Bush nasce male e si sviluppa ancor peggio: le elezioni del novembre 2000 sono fra le più controverse dell’intera storia politica yankee. Vince per una manciata di voti e di Grandi Elettori, sconfiggendo il candidato democratico Al Gore e riconsegnando la Casa Bianca ai Repubblicani.
Il vicepresidente di Bush, Dick Cheney, recentemente oggetto di un film biografico interpretato da un mostruoso Christian Bale, assomiglia per certi aspetti a Goebbels: squalo politico dall’intelligenza sopraffina, responsabile di buona parte della campagna elettorale (insieme a Roger Stone, altro “genio del male” oggetto di un interessantissimo documentario prodotto da Netflix), sfrutta tutta la potenza di fuoco dei media statunitensi. La politica statunitense fa una decisa virata a destra dopo due mandati centristi e relativamente stabili da parte di Bill Clinton.
Il primo mandato di Bush vede il mondo distrarsi per i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001.
L’evento più significativo del secolo, fino a questo momento, sono sicuramente gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
In poche ore, due aerei si schiantano contro il World Trade Center.
Le immagini fanno il giro del mondo. Muoiono più di 5000 persone. Gran parte dei problemi del mondo attuale provengono da quell’evento.
Le Torri Gemelle prendono fuoco, collassano, si dissolvono e formano le macerie dell’ormai defunto sogno americano.
Sessant’anni di politica estera statunitense si frantumano in poche ore.
Il vuoto e il trauma non sono sanabili: cosa farà il Presidente? Dov’è il Presidente? Come reagirà l’Occidente?
Per oltre un anno e mezzo, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica statunitense e occidentale si stringe intorno alla persona più potente del mondo: George W. Bush, fino a venti anni prima un uomo oppresso dall’eredità paterna, solo, non molto intelligente e non preparato, deve gestire uno dei momenti più importanti e significativi della storia.

Saddam



Nasce la lista degli “stati canaglia”. Bush decide di parlare al mondo: o con noi o contro di noi.
Eravamo impreparati, adesso siamo tornati. Nessuno minaccerà il nostro stile di vita. Ci difenderemo e attaccheremo quando, dove e come riterremo necessario.
Gli Stati Uniti si preparano ad invadere l’Iraq, volendo portare a termine quanto fatto, dieci anni prima, da Bush senior.
Tony Blair, primo ministro britannico, appoggia la linea di politica estera di Bush.
Le piazze di tutto il mondo si riempiono: questa guerra è inutile, è una guerra imperialista, non si scambia il sangue per il petrolio.
Solo a Roma, una manifestazione di protesta raduna 3.000.000 di persone.
Tutto inutile: nel 2003 una vasta coalizione (alla salda guida statunitense) invade l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa e di proteggere il piccolo nucleo di talebani presenti nel suo stato.
La guerra effettiva giunge a una rapida conclusione: lo squilibrio delle forze in campo gioca tutto a favore degli Stati Uniti.
Saddam viene catturato, processato e impiccato.
La botola sotto ai suoi piedi si apre, il suo collo si rompe e insieme a esso il precario equilibrio mediorientale.
1-0 per Bush? Pazientate…

Torture, torture, torture

Si verrà a scoprire, a fatti compiuti, che dei prigionieri iracheni sono stati torturati.
Emblematica la foto, sintetizzante buona parte della gestione Bush.

Le torture e la repressione politica, silenziosa e non eclatante come in passato (Nixon e Reagan su tutti), sono giustificate dallo stato di guerra, che comporta poteri quasi illimitati al presidente.
I consensi crollano: Bush riesce a far irritare la Left statunitense impedendo i matrimoni omosessuali, esprimendo una posizione anti-abortista, varando il Patriot Act (un pacchetto di legge che permette al governo statunitense di invadere la privacy dei cittadini, ufficialmente per motivi di sicurezza).
Il secondo mandato Bush è una fotocopia sbiadita del primo. Passerà alla storia come uno dei presidenti meno amati dagli statunitensi. Parte del tracollo finanziario dell’ultimo trimestre 2007 e dell’inizio del 2008 è da imputare a lui, capace di varare ulteriori deregolamentazioni in ambito finanziario.
Nel novembre 2008, nel mezzo della tempesta, Barack Obama, democratico, sarà eletto presidente.


Welcome to a new kind of tension

American Idiot riassume tutto questo.
Nel brano dei Green Day, gruppo nato non casualmente a Berkeley, California, centro universitario motore del ’68, il cantante esprime in modo provocatorio il suo dissenso contro la nuova ventata di conservatorismo.

Spinto da un finto patriottismo (Don’t want a nation under the new mania/And can you hear the sound of hysteria?/The subliminal mind-fuck America), l’idiota americano sventola felice la bandiera a stelle e strisce.
L’idiota americano è il marine che crede nella sua nazione e dà la vita per gli interessi delle compagnie petrolifere.
L’idiota americano è attaccato alla televisione come un neonato è attaccato al capezzolo della sua nutrice.
L’idiota americano è anche George W. Bush.

Contro tutto ciò, i Green Day (e una parte significativa degli USA e dell’Occidente) decidono di esprimere il loro dissenso e, in modo molto provocatorio ma efficace, non si affaticano a tentare di spiegare ciò che per loro risulta palese (Television dreams of tomorrow/We’re not the ones who’re meant to follow/For that’s enough to argue).

Il cantante, notoriamente bisessuale, esprime tutto il proprio disprezzo per un mondo reazionario e conservatore, una parte molto radicata nel profondo Sud degli Stati Uniti (Well maybe I’m the faggot America/I’m not a part of a redneck agenda).


È nell’assolo della parte centrale della canzone che si convoglia tutta la nostalgia verso un decennio travagliato, sporco di sangue, precario, destinato a crollare con una crisi economica che ancora si sente (a dodici anni di distanza).
Gli anni 2000 sono segnati dalla presidenza Bush, che governa dal gennaio 2001 al novembre 2008.
Era un mondo più semplice rispetto a quello attuale.
Un mondo violento e segnato dagli equilibri sempre più precari, dai linguaggi sempre più violenti e da un depauperamento morale ed economico della società.
Bush, tuttavia, non è stato un presidente reazionario ed eccessivamente autoritario.
Volendo passare alla storia come il nuovo Reagan, pur fallendo clamorosamente, il suo linguaggio e la sua azione politica non sono comparabili a quelli di Donald Trump.

In questo caso, la profezia sul nuovo tipo di tensione (Welcome to a new kind of tension) dei Green Day si è avverata. La radio si è spenta e la loro musica non è più trasmessa quotidianamente.
Tuttavia, il dissenso non cessa mai di esistere: semplicemente, si sposta.

L’autore di questo articolo intende far presente alla lettrice/al lettore che, durante la presidenza Bush, il sottoscritto ha finito l’asilo e terminato le scuole elementari e ha iniziato la prima media con la presidenza Obama.

– Leonardo Mori

Bad boys, bad boys

Cosa accomuna una canzone reggae di inizio anni ’90, uno show televisivo cancellato da poco e i recenti disordini negli Stati Uniti?
Indizio: è il colore opposto al bianco.

BREVE INTRODUZIONE STORICA

Nel 1555 un corsaro inglese al servizio di Elisabetta I, Sir John Hawkins, deporta una manciata di schiavi nelle coste nordamericane per venderli ai coloni bisognosi di manodopera.
Inizia la “diaspora africana”, la tratta degli schiavi. Sui libri di scuola abbiamo tutti sentito parlare, a un certo punto, del “commercio triangolare”. Nei territori che ora formano gli Stati Uniti, per oltre tre secoli vi sono stati luoghi di produzione (miniere, piantagioni, campi eccetera eccetera) lavorati da manodopera schiavista. Questo ha contribuito a rendere gli Stati Uniti quello che sono adesso: lo Stato più potente e più ricco della storia ed uno spazio (reale e culturale) infinitamente contraddittorio e lacerato da divisioni.

Milioni di donne, uomini e bambini africani furono deportati, torturati, sfruttati fino allo sfinimento, discriminati e uccisi per buona parte della storia della “Terra dei Liberi”: un epiteto presente anche negli inni dello stato che si dichiarò indipendente il 4 luglio 1776.

Gli uomini che firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America scrissero queste parole, ripetute allo sfinimento e conosciute da ogni statunitense da quel momento in poi:
“Noi riteniamo queste verità essere per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali.”
Gli autori erano tutti proprietari di schiavi.
Gli Stati Uniti, prima ancora di nascere ufficialmente, mostrano una contraddizione (spaventosa ma affascinante) fra le dichiarazioni d’intenti e la realtà.

Una guerra civile negli anni ’60 dell’Ottocento, il conflitto più sanguinoso dell’intera storia statunitense, non termina la questione della schiavitù.
“E adesso coi negri che si fa?”
“Ora che i negri sono liberi ci uccideranno?”
“Non voglio che un negro stupri mia figlia.”

La schiavitù viene abolita, nel Profondo Sud fiorisce la segregazione razziale.
Oltre alla segregazione, i neri del Sud sono spesso linciati, discriminati e privi di lavoro e istruzione.
Molti scappano nelle grandi città del Nord: Chicago, New York, Philadelphia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70 la segregazione razziale finisce de iure e (quasi) de facto.

Oggi, gli Stati Uniti hanno quasi un quarto dei detenuti del mondo.
Di questi detenuti, più della metà sono afroamericani.
Un afroamericano maschio su tre, entro i primi 25 anni di vita, finirà per un certo periodo in prigione.
La minoranza afroamericana, la seconda più consistente dopo quella degli ispano-americani, rappresenta la fascia di popolazione più povera (e quindi più esposta a tutte le conseguenze del vivere in uno “stato sociale leggero” quali gli USA).

UOMO NERO A TERRA

Nel 1987 il gruppo reggae Inner Circle rilascia un singolo, Bad Boys, che passa inosservato.

Il singolo è una traccia di musica reggae che parla di un ragazzo che vuole diventare un uomo ma non capisce il valore della famiglia. Il tutto in un messaggio che, anche se non esplicitato, palesa il suo pubblico: adolescenti afroamericani, una fascia di popolazione molto più esposta ad abuso di stupefacenti, alcolismo, depressione, disoccupazione, bassa istruzione e alta criminalità rispetto ai coetanei non afroamericani.

Bad boys, bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?

Cosa farete quando vi prenderanno?

È un invito fatto da una band composta da membri di colore ad altre persone di colore, per dissuaderle da comportamenti violenti, illegali o comunque dannosissimi.
Insomma, state calmi o rischiate grosso.
Un tema presente e impegnato per una canzone diretta a degli adolescenti.

Nel 1989 va in onda il primo episodio di Cops (Poliziotti), uno show televisivo che riprende la vita e l’esperienza (sul campo) delle forze dell’ordine statunitensi mentre preservano l’ordine ed arrestano sospettati.

La sigla, dal primo episodio, è proprio il singolo degli Inner Circle. Motivo: la band piaceva molto a uno dei produttori.

Cops, andato in onda dal 1989 al 2020 sulla Fox (nota emittente conservatrice), è stato un programma televisivo molto popolare.
Nella maggior parte dei casi, i sospettati sono afroamericani.
Gli afroamericani sono sovra-rappresentati rispetto a qualsiasi altra etnia o minoranza.
Violenza preventiva, accanimento sulle fasce sociali più deboli della società (senzatetto, prostitute, tossicodipendenti, ladruncoli e così via) con la imprevedibile dimenticanza dei criminali bianchi e ricchi: questo (ma non solo questo) è stato Cops.


Sì: c’è un’altra contraddizione.
La canzone è fatta da un gruppo reggae, un genere musicale caraibico-creolo nato alla fine degli anni ’60, il cui alfiere più conosciuto è Bob Marley, quindi non esattamente per benpensanti timorati di Dio.
Il riferimento ai “Cattivi ragazzi” è l’unica cosa che rimane di una canzone il cui testo è stato completamente traviato.
Aggiungete questa canzone di sottofondo mentre due poliziotti immobilizzano a terra un sospettato afroamericano di sedici anni.

BLACK LIVES…

Negli ultimi mesi, le esposizioni mediatiche, in merito alle proteste anti-razziste e contrarie alla violenza delle forze dell’ordine scatenatesi negli Stati Uniti, sono aumentate a dismisura.
La black history negli Stati Uniti ha un’origine abbastanza recente, a livello accademico, ma la questione è lontanissima, estremamente complessa e risalente persino a prima che un concetto come Stati Uniti esistesse.

La presidenza Trump non ha fatto niente di concreto nel condannare le violenze mosse da motivazioni razziste e/o suprematiste.
Gli Stati Uniti, un Paese dove al 2002 c’erano almeno 250 milioni di armi da fuoco (nel censimento del 2010, gli Stati Uniti hanno superato i 300 milioni di abitanti), sembrano sul punto di scoppiare.

La recente pandemia, problemi sociali non rinviabili, la questione delle disuguaglianze schiaccianti, la brutalità della polizia, la violenza imperante, le infinite contraddizioni di una società che difficilmente si potrebbe definire in ascesa, sono tutti fattori che non possono lasciare indifferente un osservatore esterno. 

La maggior parte delle proteste per i diritti civili sono mosse da un intento economico: perché io non posso accedere all’abbondanza del sogno americano solo perché sono nero?
Qui non mi è consentito andare troppo oltre.
Un conto è stare seduti in poltrona, scrivere un articolo che pochi leggeranno, in una situazione confortevole e sicura da buon maschio bianco borghese.
Un altro è vivere in un quartiere malfamato, non avere un lavoro, avere magari un parente in galera e vivere continuamente con un “non morire” che ti rimbomba in testa.

Dal 30 maggio 2020 Cops non è più in onda.
In seguito all’ondata di proteste scoppiate in tutto il paese dall’omicidio di George Floyd, lo show televisivo è stato sospeso e cancellato.

Le proteste e la violenza continuano.
George Floyd non è il primo né sarà l’ultimo afroamericano ucciso dalle forze dell’ordine.
La Terra dei Liberi diventerà mai tale?

Bad boys bad boys
Whatcha gonna do?
Whatcha gonna do when they come for you?


-Leonardo Mori

La destra nazionale

 

Chi vi scrive non è di destra.
Questo non significa che non possa dire la sua.

La destra

Giorgia Meloni è presidente del partito politico Fratelli d’Italia (FDI), una forza politica in crescita da anni e che, al momento in cui scrivo, secondo gli ultimi sondaggi, raccoglierebbe oltre il 10% dei voti alle elezioni nazionali.
È un partito di destra o di estrema destra, erede di Alleanza Nazionale (AN), cui segretario più importante fu Gianfranco Fini, erede a sua volta del Movimento Sociale Italiano (MSI), cui principale esponente fu Giorgio Almirante.

Il Movimento Sociale Italiano era un partito di destra/estrema destra attivo fino al 1994.
Nel 1994 il partito si sciolse e confluì in Alleanza Nazionale, segnando la svolta “democratica” definitiva del partito.WhatsApp Image 2020-05-01 at 18.07.39

Giorgia Meloni militò, negli anni liceali, in formazioni studentesche di destra e fu responsabile di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile di Alleanza Nazionale. È presidente di Fratelli d’Italia dal 2014.

Essere una donna, nel panorama politico italiano, per le dinamiche storiche, sociali e politiche dell’Italia, non è affatto semplice. La politica, specialmente quella di rilevanza nazionale, è stata dominata dagli uomini per lunghissimo tempo.
Il suffragio femminile in Italia è storicamente datato al 1945 durante una riunione del CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale.
Questo è solo uno dei dati che permettono di chiarire meglio la situazione. Cosa c’entra con la destra italiana? Ora ci arriviamo, tranquilli, abbiate un po’ di pazienza.

 

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La destra italiana e l’estrema destra in particolare hanno una visione conservatrice della famiglia.
Questo è un dato oggettivo, se intendiamo per “conservatore” chiunque si riconosca in un sistema di valori che individua nella tradizione e nella conservazione dell’esistente i pilastri del proprio pensiero politico.
In una visione conservatrice (attenzione: non sto facendo una critica, sto semplicemente analizzando e usando liberamente il mio pensiero) della società e della famiglia, il ruolo femminile ha limiti e confini ben precisi.

Tenendo conto che l’esperienza del regime politico fascista sia stata per lungo tempo un richiamo politico positivo per l’estrema destra italiana (e parte della destra stessa), tenendo conto anche che il fascismo abbia espresso un’impostazione delineata e ferrea del femminile, potremmo a ragione sentirci stupiti che il segretario di uno dei principali partiti della politica italiana (e un partito di destra o di estrema destra) sia una donna.

Dopotutto, è una donna anche Marine Le Pen, segretaria del partito di estrema destra Rassemblement National (RN).
Era una donna anche Margaret Thatcher, Primo Ministro britannico dal 1979 al 1990.

Questo però non ci deve ingannare.
Queste donne non rispecchiano né eccezioni alla regola né una contraddizione: sono semplicemente delle donne che, tramite militanza, impegno politico e carisma, sono giunte a ruoli preminenti nell’area politica nella quale si rispecchiano.
Il fatto che esse si rispecchino in un’area politica di destra (e siano riuscite ad emergere) non è né indice di una trasformazione conservatrice o nazionalista sul ruolo della donna, né frutto di machiavelliche misure di immagine.

Niente di tutto ciò: sono semplicemente delle persone che si rispecchiano in un determinato sistema di valori e di pensiero e che, coerentemente con tale sistema, militano e hanno un ruolo attivo nel mondo politico. Né Madonne, né puttane: donne e basta. 

 

Simbolo

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I tre partiti principali della destra sociale e dell’estrema destra italiana sono stati l’MSI, AN e FDI.
Ogni raggruppamento politico, parlamentare o extraparlamentare che sia, si è sempre riunito intorno a un simbolo. Un simbolo è caricato di significato, dà compattezza, dà un segnale ben identificabile ed associa potentemente un concetto a un’area politica.
La Statua della Libertà è un simbolo potentissimo del liberalismo statunitense (benché quello espresso in quello spaccato di secolo), così come la bandiera rossa è associata al socialismo e al comunismo.

Nel caso della destra sociale/estrema destra italiana, il simbolo principe è la fiamma tricolore.

Cosa indica ciò?
1) La fiamma è un simbolo di eredità fascista, a sua volta ispirato alla fiamma del Tempio di Vesta. Nell’antica Roma, si diceva che, finché la fiamma non si fosse spenta, Roma non sarebbe perita.
Potrebbe (ma non ne sono certo né intendo essere querelato, quindi il condizionale è d’obbligo) collegarsi anche ai roghi che gli squadristi fascisti organizzavano per bruciare quotidiani, opuscoli, libri o sezioni anti-fasciste nei primissimi anni ’20 del secolo scorso.

2) Il tricolore italiano è un richiamo esplicito al nazionalismo, altro tratto politico insito in FDI e nei due partiti cui raccoglie (almeno in parte) l’eredità.

Il nome stesso del partito, Fratelli d’Italia, rende lampante l’adesione ai valori del nazionalismo: quelle tre parole sono le prime dell’inno nazionale italiano.

Questa posizione non è molto lontana dalla dottrina sociale fascista, che eliminava il concetto marxista di “lotta di classe” e quello (anche) borghese di “classe” sostituendolo con il concetto della nazione.
Un bracciante, un operaio, un industriale, un commerciante erano tutti e quattro uniti nella medesima comunità, la nazione; non la nazione di matrice ottocentesca, bensì la nazione rinvigorita e rigenerata dalla rivoluzione fascista.

Programma politico

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Il programma che analizzerò, in alcuni punti, è quello dal sito del partito stesso.
È possibile che questo programma cambi prima di tornare alle urne.

IL MOVIMENTO DEI PATRIOTI IN 15 PRIORITÀ

 Movimento”, non “partito”: nell’immaginario collettivo italiano, dall’Unità ad oggi o, perlomeno, dall’Italia Repubblicana, il termine “partito” è stato associato ad una connotazione negativa del termine. Quando si pensa a “partito” si pensa a qualcosa di lontano, di oscuro, un luogo di potere lontano dalla popolazione. Ciò non vale ovviamente per tutti; c’è però una parte della popolazione che la pensa così: il partito che ha il maggior numero dei parlamentari, al momento, è il Movimento 5 Stelle.

Patrioti”: un richiamo ai valori nazionalisti e popolari-democristiani. “Dio, patria e famiglia” è la triade politica di riferimento per una buona parte della destra italiana in particolare e del conservatorismo mondiale in generale.

Priorità”, non “punti”: questo è il luogo più comunicativamente intenso fra i tre. Se difatti i primi due termini possono essere inseriti in categorie già sperimentate e conosciute, il fatto di sostituire “punto” con “priorità” indica un’attenzione decisiva e lontana dal linguaggio politico tradizionale.
È un termine che si riscontra in più campi semantici, da quello militare a quello burocratico

1- IL PIÙ IMPORTANTE PIANO DI SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE E ALLA NATALITÀ DELLA STORIA D’ITALIA 

Il partito crede in un’impostazione tradizionale, mono-nucleare ed etero-sessuale della famiglia.
Poiché da anni l’Italia è in crisi demografica, FDI propone come prima priorità del suo programma politico l’attenzione al rilancio alla natalità e alle famiglie.
Si legge peraltro “difesa della famiglia naturale, lotta all’ideologia gender e sostegno alla vita.
Tradotto in termini ancora più comprensibili: “la famiglia naturale è quella formata da un uomo e da una donna, lottiamo contro coloro che desiderano distruggerla, siamo contro l’aborto”.

2- PRIMA L’ITALIA E PRIMA GLI ITALIANI

Lampante richiamo al nazionalismo e alla difesa della società tradizionale, attaccata dal multiculturalismo e dall’immigrazione, visti come fenomeni negativi all’interno della società italiana. Il punto prevede anche una ridiscussione totale dei trattati siglati con l’Unione Europea.

3- PRIORITÀ A SICUREZZA E LEGALITÀ

È una concreta adesione al valore principale dell’area di centro-destra: il valore dell’“ordine”.
Cosa sia o come sia esso espresso, non sta a me dirlo. Dentro questa priorità vi è anche la chiusura dei campi rom, una legge che dica che la difesa è sempre legittima e la revisione del reato di tortura.

4- CONTRASTO ALL’IMMIGRAZIONE IRREGOLARE E NO ALLO IUS SOLI

Leitmotiv della destra negli ultimi trent’anni: in difesa dei valori tradizionali, in una cornice di condivisione di un’identità nazionale legata a tratti etnico-linguistici, l’immigrazione è vista come una minaccia a quanto finora detto. Il programma prevede l’espulsione immediata di ogni immigrato clandestino e l’attivazione di test e requisiti nel limitare i flussi migratori.

5- TUTELA DELLA NOSTRA IDENTITÀ DAL PROCESSO DI ISLAMIZZAZIONE

“Contrasto al proselitismo integralista che alimenta il terrorismo e introduzione del reato di integralismo islamico. Albo degli imam e obbligo di sermoni in italiano. Nessun cedimento a chi vorrebbe eliminare i simboli della nostra tradizione cristiana, vietare il presepe o rimuovere i crocifissi dai luoghi pubblici”.
Da queste frasi si può vedere come il partito consideri l’Islam (e l’immigrazione di persone di fede musulmana in Italia) una minaccia all’integrità dell’identità nazionale.
In questo senso, il partito non è su una linea favorevole al multiculturalismo, bensì all’assimilazionismo.
Un altro elemento associato all’identità nazionale italiana è il cristianesimo: il partito quindi non è favorevole a una laicità di stato propriamente detta, bensì si considera difensore di quei tratti, anche religiosi, identificabili con la cultura della Penisola. Anche il punto seguente procede in questo senso:
“Tetto al numero massimo di alunni stranieri per classe e politiche di integrazione che non portino alla nascita di quartieri ghetto sul modello delle banlieue parigine”.

12- PER IL DIRITTO AL FUTURO DEI GIOVANI

“Promozione dei corretti stili di vita; lotta all’alcolismo, alla droga e ai trafficanti di sostanze stupefacenti”. Secondo solo all’ultimo punto del programma affrontato nell’articolo, storicamente questo è più di un richiamo a un “corretto stile di vita”: esso s’inserisce appieno nel tentativo di recupero del vigore e della bellezza fisica, un retaggio del fascismo italiano in nome di un maggior controllo sociale dello Stato sulla popolazione.

15- PER UN GOVERNO FORTE E ISTITUZIONI EFFICIENTI

Riforma presidenziale della Repubblica con elezione diretta del capo dello Stato o del Governo”.
Questo è un punto fondamentale per comprendere la proposta politica della destra sociale/estrema destra: una riforma in questo senso (unita al “superamento del bicameralismo perfetto”) implicherebbe una svolta presidenzialista del nostro sistema politico, passando dal parlamentarismo a bicameralismo perfetto (due camere che si equivalgono) a un presidenzialismo privo di bicameralismo perfetto (non è chiaro cosa indichi il superamento del bicameralismo perfetto).
È anche il punto che più si avvicina a quella concezione di uno stato “forte”, ossia uno stato in grado di mantenere l’ordine punendo e controllando maggiormente gli elementi sovversivi o dannosi dell’identità nazionale.
Per difendere l’identità nazionale, si richiede, coerentemente, un campo maggiore d’intervento da parte dello Stato: è in questa chiave di lettura che va letto quest’ultimo punto.

L’opinione

 

(N.B. questo video è stato scelto senza commento alcuno poiché è un tema oggettivamente presente e attinente a FDI)

Altri punti del programma mischiano elementi d’intervento statale nell’economia, soprattutto in ambito sociale (aggettivo assorbito in una ridefinizione linguistica da parte proprio di Meloni), ad elementi di liberismo.
Si propone una riduzione delle tasse ma un maggior intervento statale “negli ambiti non essenziali”.
Una de-regolazione di alcuni settori bilanciata da un più stretto controllo, anche normativo, su altri: una ricetta economica dove lo Stato s’impegna ad avere più presa ed impegno in campi ritenuti indispensabili, soprattutto a livello sociale, mentre dà più spazio all’iniziativa privata in altri settori. Non si comprende quindi se la ricetta economica debba volgere a un maggior intervento statale o a elementi liberisti. Un tentativo simile di “terza via” è già stato attuato ma non sta a me dirvi quando. Vi basterà sapere che c’è stato quasi un secolo fa, in Italia.
La proposta dell’abolizione del tetto all’uso del contante coesiste con la lotta alle mafie e alla criminalità, ma il tetto è stato imposto proprio per aiutare a limitare i due fenomeni: attuare entrambe le proposte è difficile.

Queste non sono sciocchezze: il programma politico, perlomeno in alcuni punti, non è oggettivamente coerente. Nell’esprimere ciò sto tentando, con mia grande fatica, di non giudicare negativamente un’area politica a me totalmente opposta. Sto tentando di comprenderla nei suoi tratti e nelle sue proposte, argomentando (per quanto mi è possibile) la mia opinione in merito.

Rimarco una seconda volta il concetto: io non sono, né mi sento, “di destra.
Non sono di destra perché non mi riconosco in quel sistema di valori né in quei punti sopra affrontati.
Il mio pensiero e la mia esperienza non condividono quei valori né quella narrativa.
In breve, quella visione del mondo non mi appartiene.
Ad esempio, ritengo che il multiculturalismo e il pluralismo siano valori da difendere e da diffondere, ho una visione diversa della società, della vita e della cultura.
Non credo che il libero mercato sia la soluzione, credo che un intervento statale nell’economia, perlomeno a favore dei più deboli, sia necessario.
Credo che le fasce sociali della popolazione debbano essere difese a prescindere dalla loro etnia o dalla lingua che parlano.
Trovo contraddittorio difendere gli emarginati esclusivamente italiani: gli emarginati sono anche gli immigrati, quelli che ad esempio raccolgono pomodori in Puglia sotto il sole. Loro sono i più deboli: generalmente non godono di buone condizioni economiche, sono indifesi, non sono visti di buon occhio e sono ben individuabili.
Dissento anche sulla difesa dei valori cristiani, perché non li sento miei. Sono un fiero sostenitore della laicità di stato, perché credo sia l’unica forma possibile che tuteli tutti, credenti e non credenti.
Mi sembra sbagliato legare il concetto di “patria” alla forza militare o alle forze dell’ordine e penso che nel mondo in cui viviamo il nazionalismo sia una risposta troppo semplice e passata per interpretare appieno il presente. Dissento su una narrativa di contrapposizione, giocata su chi è patriota e chi non lo è.
Non penso che la famiglia mono-nucleare sia la base della società: esistono tanti tipi di famiglia e non per forza gli altri sono sbagliati o corrotti.
L’aborto è una scelta difficile per una donna, ma è una scelta basata sulla sua condizione oggettiva: per me non è un omicidio e penso che lo Stato debba consentirlo (anche in forme più razionali della legge attuale) anche per evitare che le donne in gravidanza che desiderano avere un aborto si rechino da mammane o si buttino dalle scale.
Potrei andare avanti per molto ma non la finirei più e non per questo ho scritto quest’articolo.

Ci sono tanti, troppi punti che contrastano con la mia sensibilità e con il mio pensiero per trovarmi d’accordo anche limitatamente a qualcosa di quel programma e di quella area politica.
Certo è che non sarebbe neppure corretto tentare di comprendere chi non la pensi come me.

Detto ciò, non mi piacerebbe vedere Giorgia Meloni o il suo partito al governo perché non rispecchiano il mio pensiero.

 

Leonardo Mori

Ricordi di Liberazione

Ho sempre avuto, fin da bambina, l’abitudine di raccogliere immagini, giravo per casa con la telecamera e riprendevo ogni cosa, quasi come a volere ad ogni costo preservare in ogni modo tutto ciò che mi circondava, di fatto la mia più grande paura è sempre stata quella di dimenticare.

Ero affascinata dalla memoria di mia nonna e vedevo in lei un enorme serbatoio di ricordi che per me rappresentavano all’epoca delle semplici storie, che magari mi raccontava prima che mi addormentassi o quando facevo i capricci. Questo è sicuramente uno dei video più belli che feci all’epoca: mia nonna, seduta sul suo divano, con i suoi soliti orecchini, gli stessi, ogni giorno di cui ne ho ricordo.

Avevo dieci, forse undici anni e le chiesi cos’era la guerra. Lei mi raccontò questo aneddoto, nel dialetto della sua terra: la Garfagnana. Mi raccontò dei partigiani, delle bombe, della liberazione e della cioccolata. Io di certo non capivo e mai capirò veramente cosa lei potesse aver provato in quel momento della sua vita. Solo con il tempo capii che mi stava raccontando le storie della resistenza.

Le zone della Garfagnana tra il settembre del 1944 e l’aprile del 1945 furono teatro degli scontri tra gli Alleati che, aiutati dai gruppi locali dei partigiani, combatterono contro i nazifascisti cercando di sfondare il fronte tirrenico della linea Gotica, un’opera difensiva fortificata costruita dall’Esercito tedesco.

Il 18 aprile 1945 scattò l’Operazione Second Wind: un’azione combinata messa in atto con mitragliamenti e bombardamenti con cui i partigiani sfondarono la Linea Gotica, seguiti dagli Alleati che il 20 aprile 1945 riuscirono a entrare a Castelnuovo. La Garfagnana, dopo la liberazione di Piazza al Serchio e dei comuni circostanti avvenuta entro il 25 aprile 1945, era stata liberata definitivamente dall’oppressione Nazista.

In totale si contarono: 360.000 sfollati, 1300 civili e partigiani caduti in battaglia, 2500 civili morti contando i massacri dei Nazisti.

Questo è un omaggio:

a mia nonna,

ai suoi ricordi,

alla sua vita,

ai partigiani

e alla libertà.

 

 

Giulia Giampaoli

 

Pacifismo a stelle e strisce

Gli Stati Uniti sono lo stato, militarmente ed economicamente parlando, più potente della storia.
In nessuna epoca della storia dell’umanità, nessuno stato ha mai avuto un’influenza così ampia su una porzione pressoché totale del globo. Nessuno potrebbe mettere in discussione, aldilà delle proprie posizioni politiche, che il loro primato si sia basato anche su un dominio militare che non ha eguali né trova raffronti comparabili nella storia. L’intero esercito dell’Impero romano potrebbe essere spazzato via in poco tempo da una misera frazione della fanteria statunitense.
Se ne potrebbe concludere che, visto tale primato, la stragrande maggioranza della cultura statunitense, l’opinione pubblica e lo statunitense medio siano fieri militaristi convinti.
La situazione, come sempre, è invece terribilmente più complicata e complessa.

È un esercizio utile e divertente, nell’analizzare le attuali culture dominanti o comunque ben presenti sullo scenario politico mondiale, cosa esse abbiano prodotto prima di aver raggiunto una stabile e unita entità politica.
La Divina Commedia di Dante Alighieri, insuperabile capolavoro della letteratura italiana, anticipa di più di cinquecento anni la nascita del Regno d’Italia.
La burocrazia francese è nata molto prima dell’attuale conformazione esagonale dello stato francese.
La traduzione della Bibbia in dialetto sassone da parte di Martin Lutero è di circa trecento anni più vecchia della proclamazione del Secondo Reich e quindi dell’unificazione tedesca.
Tre esempi utili, certamente riduttivi, che possono far comprendere i caratteri nazionali di queste tre entità politiche.
A mio modesto parere, è possibile (ma non è sicuramente detto né pretendo che questa mia opinione abbia un valore dogmatico) rintracciare quindi un carattere lirico degli italiani, un carattere amministrativo dei francesi e un carattere tendente all’ordine dei tedeschi.
Facciamo finta che questo gioco sia valido, solo per un momento: il corpo dei Marines nacque nel 1775, otto anni prima della nascita degli Stati Uniti d’America.
Concentriamoci su di loro per un attimo, ripercorrendo molto velocemente i punti salienti che hanno portato questa federazione ad avere un’impronta profondissima nell’ultimo secolo (non a caso, dal punto di vista storiografico, da molti indicato quale secolo americano).

Alla fine del XVIII secolo, gli Stati Uniti erano una neonata entità politica di modesta importanza, relegata alla periferia del vero centro di potere globale all’epoca (l’Europa), con un’economia prostrata dalla guerra d’Indipendenza e una forza militare di umile entità.
Non esisteva ancora una cultura propriamente statunitense, né una letteratura in tal senso: per arrivare alle fondamenta di esse bisogna aspettare Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Mark Twain (considerato da Hemingway come il vero padre della letteratura statunitense).
Così si presentava la vita per la maggioranza dei cittadini statunitensi fino alla prima metà dell’Ottocento.

 



Nel secolo successivo, trasformazioni economiche, sociali e politiche legate anche all’istituzione della schiavitù (termine non presente nella Costituzione né nella Dichiarazione d’Indipendenza) condussero la nazione ad una sanguinosissima guerra civile.
La Guerra di Secessione americana è stato, fino ad oggi, il conflitto nel quale gli Stati Uniti hanno registrato il più alto numero di perdite.
Stiamo parlando di un’entità politica che non ha impiegato i Marines, dalla nascita degli Stati Uniti ad oggi, solamente in due anni: il 1977 e il 1979.

Nel corso del XIX secolo gli Stati Uniti, attraversando molteplici eventi e prove (sui quali non mi soffermo per non perdere di vista il vero obiettivo di questo articolo), guadagnarono col tempo sempre maggiore importanza a livello economico.
Dopo la Prima guerra mondiale ottennero il primato economico.
Dopo la Seconda guerra mondiale a quel primato si aggiunse lo status di super-potenza anche a livello politico.
In seguito alla dissoluzione del blocco sovietico, al momento, benché apparentemente in declino e certamente contrastato da altri blocchi, gli Stati Uniti sono l’entità politica più influente a livello globale.

A cosa si deve questo primato militare?
A caratteristiche geografiche: gli Stati Uniti hanno due oceani che li dividono dall’Eurasia.

I loro vicini più prossimi sono, a nord, il Canada (potenza economica di media importanza ma sicuramente non in grado di competere con loro), a sud, il Messico (stato con problemi sociali gravissimi: basterebbe citare le oltre 50.000 morti dovuti alla guerra contro il narcotraffico).

A caratteristiche economiche: gli Stati Uniti posseggono risorse naturali inimmaginabili rispetto al continente europeo.

Per uno stato in cui, al compimento dei ventuno anni, in ogni momento della loro storia, un maschio adulto ha avuto la possibilità di partecipare a un conflitto con un’altra nazione, è indubbio che il carattere militare abbia dei riflessi significativi sulla cultura e sulla popolazione statunitensi.

È davvero così?
Gli statunitensi sono un blocco omogeneo, bellicoso, aggressivo e guerrafondaio?

Nel 1849 Henry Thoreau pubblica Disobbedienza civile, opera scritta in prigione. Thoreau era stato arrestato e recluso per non aver pagato alcune imposte destinate alla guerra contro il Messico.

Tutti conoscono, anche se superficialmente, le manifestazioni pacifiste e le proteste contro la guerra del Vietnam negli anni ’60 del secolo scorso.

Il più grande e numeroso movimento pacifista al mondo è negli Stati Uniti, dove le armi da fuoco superano il totale della popolazione (includendo infanti, anziani e tutti coloro impossibilitati, per un motivo o per un altro, ad imbracciare un’arma da fuoco).

È l’ennesima, inquieta, affascinante contraddizione intima al mondo statunitense in ogni suo aspetto, sia esso sociale, economico, culturale o politico.


Questa contraddizione affiora, a parer mio, in modo violento ed eufonico nel brano Volunteers del gruppo statunitense Jefferson Airplane.

L’esecuzione del brano dal vivo al Festival di Woodstock, nel 1969, è la testimonianza più viva e ineffabile del pacifismo a stelle e strisce e delle contraddizioni profonde che gli Stati Uniti, da qualunque punto di vista li si guardi, incarnano.

Un brano dove l’elemento bellico-militarista riaffiora attraverso i due secoli (fino al 1969) di vita dello stato americano.
Un brano dove si enuncia la volontà di partecipare a una rivoluzione prima di tutto sociale e di ingrossare le fila di un esercito per la pace, nella consapevolezza (stavolta veritiera e non contraddittoria) che tutti gli uomini sono creati uguali e che essi godono di diritti inalienabili, fra i quali figurano la vita (e non la morte), la libertà (non di uccidere chi non ci sta a genio) e la ricerca della felicità (impossibile in una situazione di conflitto).
Attorno a questi punti sta tutta la potenza espressiva del brano.
È come se dicessero “sì, siamo statunitensi, non possiamo ignorare che la nostra cultura abbia espresso continuamente conflitti e aggressività nei confronti di altri stati e di nemici interni. Dobbiamo arruolarci? Tanto vale farlo per una causa che sentiamo veramente nostra”.

In un mondo in conflitto e in tensione quotidiana, sarebbe bene riflettere su quanto sia utile, per noi privilegiati e fortunati, per noi che non viviamo in stati in guerra, lottare per la causa pacifista.

Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?». Egli rispose: «Non lo so; sono forse il custode di mio fratello?»

Genesi 4,9

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Leonardo Mori 

Una lettera per la sinistra

Vista la situazione politica attuale in Italia, emerge evidente l’assenza di un’effettiva Sinistra in grado di dar voce a quelle ideologie e quei valori che l’hanno sempre distinta, così da poter contrastare o, quanto meno, tenere a freno, l’ascesa al potere non solo delle destra ma del populismo in generale.

Di fatto, basta osservare come, al diminuire dei votanti del PD, sono aumentati, di conseguenza, quelli del Movimento 5 Stelle (assieme ad altri elettori di destra che però, con Salvini, stanno pian piano ritornando al partito che più li identifica).

La presenza dei 5 Stelle, come portatori della voce del popolo e delle sue volontà, ha infatti destabilizzato non solo il PD, ma la sinistra in generale, a tal punto da portare via loro l’unica parola che, dai tempi del PCI ad oggi, hanno usato per trainare voti e ricevere consensi.

Come può, però, bastare soltanto questo a mandare in crisi la sinistra?

Se la parola “popolo” oggi viene attribuita più al Movimento 5 Stelle (e alla Lega) che ai partiti di sinistra, non può essere colpa soltanto del PD. Così facendo, di fatto, riconosceremmo al PD un ruolo e un’importanza, riguardo all’accaduto, forse sin troppo elevate (seppur le campagne mediatiche nei loro confronti abbiamo ormai palesemente affiancato al nome e all’immagine del loro partito più meme che effettive iniziative politiche). Sarebbe fuorviante, però, puntare il dito soltanto contro il governo Renzi.

Dovremmo piuttosto ragionare sul presente (pensando al presente), anziché osservare il passato limitandoci ad accusarlo come unica causa di ogni effetto odierno.

Non si può dare la colpa soltanto a un partito, perché la colpa è di tutti i partiti. Da Rifondazione Comunista a Sinistra Italiana, passando per il Partito Democratico e Potere al Popolo, curvando poi su Articolo 1 e Sinistra Ecologia & Libertà e così via.

Si potrebbe continuare così ad elencarli, non dico all’infinito, ma per almeno altre due, forse tre righe, se proprio si volesse essere pignoli e accusare tutti i partiti che oggi, attualmente, abbracciano ideali di Sinistra ed è proprio qui che si dovrebbe arrivare.

Prima però di analizzare questo discorso, al fine di dare delle fondamenta a ciò che verrà riportato, si torni indietro, nemmeno troppo con gli anni, sino ad arrivare al 2008 (anche se l’alleanza fu resa partito ufficialmente il 29 Marzo 2009). Questo è l’anno in cui Silvio Berlusconi torna alla carica contro le sinistre (mai forti come allora dai tempi del PCI) e per farlo, rendendosi conto della disgregazione che vi era nella politica italiana in quel momento tra i partiti minori e quelli di centro, decide di fondare il Popolo della Libertà, portando a se politici e voti da parte di tutti i liberali, democristiani e conservatori (Alleanza Nazionale di Fini su tutti). Il risultato? Il PDL governerà fino al 2013.

Se volessi tornare ancora più indietro, per prendere un caso ancora più eclatante, si potrebbe parlare di quando il PCI e la DC si unirono per andare al governo, ma in questo caso si dovrebbe parlare anche del conseguente “Affaire Moro” (per citare Sciascia); dunque, sarebbe preferibile affrontare la tematica con esempi più attuali, come per l’appunto è stato fatto poc’anzi, parlando del PDL di Berlusconi, così da avere un divario, meno rigido e più visibile, della situazione politica italiana nel 2019 al fine di rispondere alla domanda che sta per essere posta.

Come mai, in una situazione di crisi ideologiche, dove la parola popolo lentamente si sta trasformando in populismo e le destre sono sempre più incombenti, la Sinistra non è ancora riuscita ad emergere? Eppure sembra che il popolo abbia bisogno ora più che mai di un partito con tale schieramento, in grado di opporsi, in maniera rigida, al dominio della Lega in Italia (perché di fatto, ancora non comprendendone il motivo, Salvini sta riuscendo a governare, con meno del 20%).

Possibile mai che nessuno, in Italia, si sia deciso a fondare un partito di Sinistra che si rispetti?

Incuriosito da ciò, dopo una breve ricerca, ho notato che di fatto, in Italia, non mancano i partiti; anzi, attualmente ne troviamo attivi quasi 10 per regione (ovviamente tutti differenti):

– Partiti Principali: 6

– Partiti Maggiori: 25

– Partiti Minori: 59

– Totale: 90”

Il dato diventa ancora più significativo quando lo si confronta con quello degli altri stati.

La Germania e l’Inghilterra di fatto, nell’arco di tutta la loro storia (dunque non soltanto quelli in attività, come per quanto concerne quelli italiani), ne vantano rispettivamente 25 e 23.

La Francia, più vicina a noi, rimane comunque distante in merito a un simile dato: il numero dei loro partiti si ferma a 45 (anche in questo caso però, si prende come riferimento l’intera storia della Francia e non un anno solo, il 2019, come per il caso dell’Italia.)

Si lascia dunque così intendere che partiti di Sinistra, in Italia, ce ne sono eccome, questi rappresentano circa il 40% dei 90 elencati (quelli che si possono catalogare all’interno di quei valori e quegli ideali che definiremmo di Sinistra pura), se però si vuole allargare il cerchio incorporando anche il Centro (ovvero i partiti che si affacciano comunque su un principio Democratico e Costituzionale, senza sfociare per forza nel comunismo o nel socialismo), si intravede una fazione ormai completamente scomparsa dai vertici delle istituzioni, seppur numerosi e distribuiti su tutta la penisola italica.

Com’è dunque possibile che servano così tanti partiti per esprimere un concetto così chiaro? Eppure, per quanto differenti tra loro (per qualche aspetto), la forza del Popolo, dei suoi rappresentanti, dei “sinistroidi” dovrebbe risiedere proprio lì, nella coesione, nell’alleanza, nella forza di gruppo e non in continue scissioni che minano e dividono un elettorato oggi più unito che mai, per quanto riguarda determinate tematiche.

A cosa servono tutti questi partiti? Che scopo ha prendere una manciata di voti? Davvero la sinistra si è ridotta a ciò? Davvero si è sgretolata a tal punto soltanto per delle poltrone? Che il “fantasma del consumismo” di Pasolini sia riuscito definitivamente ad omologare a se anche la Sinistra, rendendola parte di questo sistema capitalistico che pone un debito pubblico prima delle persone?

Pare che siano tutti così convinti che i grillini e i leghisti, per come si stanno comportando e per come il popolo risponde ai loro comportamenti, stiano lentamente ricreando (seppur attualizzandone i processi e le dimostrazioni) lo stesso clima di quegli anni che tutti vorremmo dimenticare (si spera), tra il 1922 ed il 1933 (quando ciò che fino ad allora era passato come semplice nazionalismo si palesò realmente per ciò che era) per poi divenire, nei 12 anni a seguire, la più grande vergogna (oltre che il più grande scempio e genocidio) nella storia dell’umanità.

Cosa aspettano dunque? Che si ritorni a quel punto? Che si riprendano la libertà che i nostri nonni hanno conquistato per noi a costo della loro vita? Che si rivedano quartieri ghetto e campi di lavoro? Anche perché, se ci si affaccia, seppur solo per un istante, dalla finestra che dà sull’Europa, sembra di poter sentire soffiare un vento della medesima natura, che si nutre del malcontento e s’annida nell’ignoranza, proprio come accadde quella volta.

Per questo non si riesce a concepire come sia possibile che in questo momento, in cui la Sinistra dovrebbe presentarsi più compatta e determinata che mai, essa sia invece così fragile e frammentata, da ricordare più dei ragni che gettano fili un po’ ovunque e in qualsiasi momento, sperando di espandere la ragnatela a cui sono così attaccati e attrarre più prede possibile anziché unirsi in branco, come farebbero dei lupi, per difendere ciò che è più sacro al mondo, al pari della vita stessa… la libertà.

Teobaldo Bianchini