Don’t wanna be an American idiot

Così si apre il brano American Idiot, singolo dei Green Day che dà il titolo anche all’album da cui proviene.
Pubblicato il 21 settembre 2004, questa traccia sintetizza ed esprime il dissenso di una parte significativa della società statunitense (e occidentale) verso la presidenza Bush (junior).

Premessa deontologica: questo è un articolo di parte.

Contesto storico

Settembre 2004: mancano due mesi alle presidenziali di novembre, che premieranno George W. Bush alle urne per il suo secondo e ultimo mandato.
La presidenza Bush nasce male e si sviluppa ancor peggio: le elezioni del novembre 2000 sono fra le più controverse dell’intera storia politica yankee. Vince per una manciata di voti e di Grandi Elettori, sconfiggendo il candidato democratico Al Gore e riconsegnando la Casa Bianca ai Repubblicani.
Il vicepresidente di Bush, Dick Cheney, recentemente oggetto di un film biografico interpretato da un mostruoso Christian Bale, assomiglia per certi aspetti a Goebbels: squalo politico dall’intelligenza sopraffina, responsabile di buona parte della campagna elettorale (insieme a Roger Stone, altro “genio del male” oggetto di un interessantissimo documentario prodotto da Netflix), sfrutta tutta la potenza di fuoco dei media statunitensi. La politica statunitense fa una decisa virata a destra dopo due mandati centristi e relativamente stabili da parte di Bill Clinton.
Il primo mandato di Bush vede il mondo distrarsi per i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001.
L’evento più significativo del secolo, fino a questo momento, sono sicuramente gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
In poche ore, due aerei si schiantano contro il World Trade Center.
Le immagini fanno il giro del mondo. Muoiono più di 5000 persone. Gran parte dei problemi del mondo attuale provengono da quell’evento.
Le Torri Gemelle prendono fuoco, collassano, si dissolvono e formano le macerie dell’ormai defunto sogno americano.
Sessant’anni di politica estera statunitense si frantumano in poche ore.
Il vuoto e il trauma non sono sanabili: cosa farà il Presidente? Dov’è il Presidente? Come reagirà l’Occidente?
Per oltre un anno e mezzo, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica statunitense e occidentale si stringe intorno alla persona più potente del mondo: George W. Bush, fino a venti anni prima un uomo oppresso dall’eredità paterna, solo, non molto intelligente e non preparato, deve gestire uno dei momenti più importanti e significativi della storia.

Saddam



Nasce la lista degli “stati canaglia”. Bush decide di parlare al mondo: o con noi o contro di noi.
Eravamo impreparati, adesso siamo tornati. Nessuno minaccerà il nostro stile di vita. Ci difenderemo e attaccheremo quando, dove e come riterremo necessario.
Gli Stati Uniti si preparano ad invadere l’Iraq, volendo portare a termine quanto fatto, dieci anni prima, da Bush senior.
Tony Blair, primo ministro britannico, appoggia la linea di politica estera di Bush.
Le piazze di tutto il mondo si riempiono: questa guerra è inutile, è una guerra imperialista, non si scambia il sangue per il petrolio.
Solo a Roma, una manifestazione di protesta raduna 3.000.000 di persone.
Tutto inutile: nel 2003 una vasta coalizione (alla salda guida statunitense) invade l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa e di proteggere il piccolo nucleo di talebani presenti nel suo stato.
La guerra effettiva giunge a una rapida conclusione: lo squilibrio delle forze in campo gioca tutto a favore degli Stati Uniti.
Saddam viene catturato, processato e impiccato.
La botola sotto ai suoi piedi si apre, il suo collo si rompe e insieme a esso il precario equilibrio mediorientale.
1-0 per Bush? Pazientate…

Torture, torture, torture

Si verrà a scoprire, a fatti compiuti, che dei prigionieri iracheni sono stati torturati.
Emblematica la foto, sintetizzante buona parte della gestione Bush.

Le torture e la repressione politica, silenziosa e non eclatante come in passato (Nixon e Reagan su tutti), sono giustificate dallo stato di guerra, che comporta poteri quasi illimitati al presidente.
I consensi crollano: Bush riesce a far irritare la Left statunitense impedendo i matrimoni omosessuali, esprimendo una posizione anti-abortista, varando il Patriot Act (un pacchetto di legge che permette al governo statunitense di invadere la privacy dei cittadini, ufficialmente per motivi di sicurezza).
Il secondo mandato Bush è una fotocopia sbiadita del primo. Passerà alla storia come uno dei presidenti meno amati dagli statunitensi. Parte del tracollo finanziario dell’ultimo trimestre 2007 e dell’inizio del 2008 è da imputare a lui, capace di varare ulteriori deregolamentazioni in ambito finanziario.
Nel novembre 2008, nel mezzo della tempesta, Barack Obama, democratico, sarà eletto presidente.


Welcome to a new kind of tension

American Idiot riassume tutto questo.
Nel brano dei Green Day, gruppo nato non casualmente a Berkeley, California, centro universitario motore del ’68, il cantante esprime in modo provocatorio il suo dissenso contro la nuova ventata di conservatorismo.

Spinto da un finto patriottismo (Don’t want a nation under the new mania/And can you hear the sound of hysteria?/The subliminal mind-fuck America), l’idiota americano sventola felice la bandiera a stelle e strisce.
L’idiota americano è il marine che crede nella sua nazione e dà la vita per gli interessi delle compagnie petrolifere.
L’idiota americano è attaccato alla televisione come un neonato è attaccato al capezzolo della sua nutrice.
L’idiota americano è anche George W. Bush.

Contro tutto ciò, i Green Day (e una parte significativa degli USA e dell’Occidente) decidono di esprimere il loro dissenso e, in modo molto provocatorio ma efficace, non si affaticano a tentare di spiegare ciò che per loro risulta palese (Television dreams of tomorrow/We’re not the ones who’re meant to follow/For that’s enough to argue).

Il cantante, notoriamente bisessuale, esprime tutto il proprio disprezzo per un mondo reazionario e conservatore, una parte molto radicata nel profondo Sud degli Stati Uniti (Well maybe I’m the faggot America/I’m not a part of a redneck agenda).


È nell’assolo della parte centrale della canzone che si convoglia tutta la nostalgia verso un decennio travagliato, sporco di sangue, precario, destinato a crollare con una crisi economica che ancora si sente (a dodici anni di distanza).
Gli anni 2000 sono segnati dalla presidenza Bush, che governa dal gennaio 2001 al novembre 2008.
Era un mondo più semplice rispetto a quello attuale.
Un mondo violento e segnato dagli equilibri sempre più precari, dai linguaggi sempre più violenti e da un depauperamento morale ed economico della società.
Bush, tuttavia, non è stato un presidente reazionario ed eccessivamente autoritario.
Volendo passare alla storia come il nuovo Reagan, pur fallendo clamorosamente, il suo linguaggio e la sua azione politica non sono comparabili a quelli di Donald Trump.

In questo caso, la profezia sul nuovo tipo di tensione (Welcome to a new kind of tension) dei Green Day si è avverata. La radio si è spenta e la loro musica non è più trasmessa quotidianamente.
Tuttavia, il dissenso non cessa mai di esistere: semplicemente, si sposta.

L’autore di questo articolo intende far presente alla lettrice/al lettore che, durante la presidenza Bush, il sottoscritto ha finito l’asilo e terminato le scuole elementari e ha iniziato la prima media con la presidenza Obama.

– Leonardo Mori

Pacifismo a stelle e strisce

Gli Stati Uniti sono lo stato, militarmente ed economicamente parlando, più potente della storia.
In nessuna epoca della storia dell’umanità, nessuno stato ha mai avuto un’influenza così ampia su una porzione pressoché totale del globo. Nessuno potrebbe mettere in discussione, aldilà delle proprie posizioni politiche, che il loro primato si sia basato anche su un dominio militare che non ha eguali né trova raffronti comparabili nella storia. L’intero esercito dell’Impero romano potrebbe essere spazzato via in poco tempo da una misera frazione della fanteria statunitense.
Se ne potrebbe concludere che, visto tale primato, la stragrande maggioranza della cultura statunitense, l’opinione pubblica e lo statunitense medio siano fieri militaristi convinti.
La situazione, come sempre, è invece terribilmente più complicata e complessa.

È un esercizio utile e divertente, nell’analizzare le attuali culture dominanti o comunque ben presenti sullo scenario politico mondiale, cosa esse abbiano prodotto prima di aver raggiunto una stabile e unita entità politica.
La Divina Commedia di Dante Alighieri, insuperabile capolavoro della letteratura italiana, anticipa di più di cinquecento anni la nascita del Regno d’Italia.
La burocrazia francese è nata molto prima dell’attuale conformazione esagonale dello stato francese.
La traduzione della Bibbia in dialetto sassone da parte di Martin Lutero è di circa trecento anni più vecchia della proclamazione del Secondo Reich e quindi dell’unificazione tedesca.
Tre esempi utili, certamente riduttivi, che possono far comprendere i caratteri nazionali di queste tre entità politiche.
A mio modesto parere, è possibile (ma non è sicuramente detto né pretendo che questa mia opinione abbia un valore dogmatico) rintracciare quindi un carattere lirico degli italiani, un carattere amministrativo dei francesi e un carattere tendente all’ordine dei tedeschi.
Facciamo finta che questo gioco sia valido, solo per un momento: il corpo dei Marines nacque nel 1775, otto anni prima della nascita degli Stati Uniti d’America.
Concentriamoci su di loro per un attimo, ripercorrendo molto velocemente i punti salienti che hanno portato questa federazione ad avere un’impronta profondissima nell’ultimo secolo (non a caso, dal punto di vista storiografico, da molti indicato quale secolo americano).

Alla fine del XVIII secolo, gli Stati Uniti erano una neonata entità politica di modesta importanza, relegata alla periferia del vero centro di potere globale all’epoca (l’Europa), con un’economia prostrata dalla guerra d’Indipendenza e una forza militare di umile entità.
Non esisteva ancora una cultura propriamente statunitense, né una letteratura in tal senso: per arrivare alle fondamenta di esse bisogna aspettare Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Mark Twain (considerato da Hemingway come il vero padre della letteratura statunitense).
Così si presentava la vita per la maggioranza dei cittadini statunitensi fino alla prima metà dell’Ottocento.

 



Nel secolo successivo, trasformazioni economiche, sociali e politiche legate anche all’istituzione della schiavitù (termine non presente nella Costituzione né nella Dichiarazione d’Indipendenza) condussero la nazione ad una sanguinosissima guerra civile.
La Guerra di Secessione americana è stato, fino ad oggi, il conflitto nel quale gli Stati Uniti hanno registrato il più alto numero di perdite.
Stiamo parlando di un’entità politica che non ha impiegato i Marines, dalla nascita degli Stati Uniti ad oggi, solamente in due anni: il 1977 e il 1979.

Nel corso del XIX secolo gli Stati Uniti, attraversando molteplici eventi e prove (sui quali non mi soffermo per non perdere di vista il vero obiettivo di questo articolo), guadagnarono col tempo sempre maggiore importanza a livello economico.
Dopo la Prima guerra mondiale ottennero il primato economico.
Dopo la Seconda guerra mondiale a quel primato si aggiunse lo status di super-potenza anche a livello politico.
In seguito alla dissoluzione del blocco sovietico, al momento, benché apparentemente in declino e certamente contrastato da altri blocchi, gli Stati Uniti sono l’entità politica più influente a livello globale.

A cosa si deve questo primato militare?
A caratteristiche geografiche: gli Stati Uniti hanno due oceani che li dividono dall’Eurasia.

I loro vicini più prossimi sono, a nord, il Canada (potenza economica di media importanza ma sicuramente non in grado di competere con loro), a sud, il Messico (stato con problemi sociali gravissimi: basterebbe citare le oltre 50.000 morti dovuti alla guerra contro il narcotraffico).

A caratteristiche economiche: gli Stati Uniti posseggono risorse naturali inimmaginabili rispetto al continente europeo.

Per uno stato in cui, al compimento dei ventuno anni, in ogni momento della loro storia, un maschio adulto ha avuto la possibilità di partecipare a un conflitto con un’altra nazione, è indubbio che il carattere militare abbia dei riflessi significativi sulla cultura e sulla popolazione statunitensi.

È davvero così?
Gli statunitensi sono un blocco omogeneo, bellicoso, aggressivo e guerrafondaio?

Nel 1849 Henry Thoreau pubblica Disobbedienza civile, opera scritta in prigione. Thoreau era stato arrestato e recluso per non aver pagato alcune imposte destinate alla guerra contro il Messico.

Tutti conoscono, anche se superficialmente, le manifestazioni pacifiste e le proteste contro la guerra del Vietnam negli anni ’60 del secolo scorso.

Il più grande e numeroso movimento pacifista al mondo è negli Stati Uniti, dove le armi da fuoco superano il totale della popolazione (includendo infanti, anziani e tutti coloro impossibilitati, per un motivo o per un altro, ad imbracciare un’arma da fuoco).

È l’ennesima, inquieta, affascinante contraddizione intima al mondo statunitense in ogni suo aspetto, sia esso sociale, economico, culturale o politico.


Questa contraddizione affiora, a parer mio, in modo violento ed eufonico nel brano Volunteers del gruppo statunitense Jefferson Airplane.

L’esecuzione del brano dal vivo al Festival di Woodstock, nel 1969, è la testimonianza più viva e ineffabile del pacifismo a stelle e strisce e delle contraddizioni profonde che gli Stati Uniti, da qualunque punto di vista li si guardi, incarnano.

Un brano dove l’elemento bellico-militarista riaffiora attraverso i due secoli (fino al 1969) di vita dello stato americano.
Un brano dove si enuncia la volontà di partecipare a una rivoluzione prima di tutto sociale e di ingrossare le fila di un esercito per la pace, nella consapevolezza (stavolta veritiera e non contraddittoria) che tutti gli uomini sono creati uguali e che essi godono di diritti inalienabili, fra i quali figurano la vita (e non la morte), la libertà (non di uccidere chi non ci sta a genio) e la ricerca della felicità (impossibile in una situazione di conflitto).
Attorno a questi punti sta tutta la potenza espressiva del brano.
È come se dicessero “sì, siamo statunitensi, non possiamo ignorare che la nostra cultura abbia espresso continuamente conflitti e aggressività nei confronti di altri stati e di nemici interni. Dobbiamo arruolarci? Tanto vale farlo per una causa che sentiamo veramente nostra”.

In un mondo in conflitto e in tensione quotidiana, sarebbe bene riflettere su quanto sia utile, per noi privilegiati e fortunati, per noi che non viviamo in stati in guerra, lottare per la causa pacifista.

Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?». Egli rispose: «Non lo so; sono forse il custode di mio fratello?»

Genesi 4,9

paix-30085

Leonardo Mori