Parc du Champ de Mars

Ratti sperduti
sotto la torre,
un prato disteso
allo scintillio
intermittente.
Un odore di vino
e tabacco
e poi il sapore
di carne francese.
Qual era il tuo
nome?
Stelle ridenti
ballavano su di me.
Un’orgia di colori
e di orizzonti
a migliaia
sempre più dilatati.

 

Mirco Giarré

I FINISTER CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Elia Rinaldi sembra essersi appena svegliato, o almeno i suoi capelli sembrano raccontare ciò. In realtà è sveglio da ventitrè anni e fa sentire la sua voce da dieci. Un animo poetico che si è formato fra la facoltà di filosofia, Firenze e Londra. Non male, vero? È il cantante dei Finister, una band abbastanza conosciuta nell’underground fiorentino. È difficile che non siano menzionati in quest’ambito, sia per la loro lunga produzione musicale, sia per il loro impatto. È un tipo di compagnia: quando ci parla, è estremamente rilassato e molto disponibile. Nelle sue parole ricorre più volte il desiderio di empatia, sentimento alla base di un auspicabile successo e tratto vitale per la costruzione di una crescente comunità.

 

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2009. Inizialmente eravamo in due, nel 2012 siamo diventati quattro. Abbiamo prodotto un EP, siamo andati per la prima volta a suonare in Inghilterra a diciassette anni. Nel 2015 è uscito il primo disco, pubblicato dalla casa discografica Red Cat, con la quale abbiamo fatto uscire anche il secondo disco. Abbiamo fatto i primi tour fra l’Italia e l’estero. Nel 2017 ci siamo trasferiti in momenti diversi in Inghilterra. In uno spazio di tre mesi, in cui eravamo tutti assieme, siamo riusciti a lavorare. Lì è nato il secondo disco, uscito nel 2018.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

No, abbiamo partecipato anche alla prima edizione. Condividiamo l’idea di rivitalizzare l’ambiente della musica dal vivo. Penso che a Firenze non sia emersa chiaramente una scena musicale come altrove, ad esempio Roma o Milano. Lì c’è stato maggior spirito di comunità: gli artisti hanno capito che il successo di un singolo elemento poteva contribuire a quello degli altri. A Firenze questo non è mai accaduto. Nell’ambiente a volte vi sono individui più interessati al lato economico che a quello artistico, persone che tendono a sfruttare le band, soprattutto se composte da ragazzi. Per questo motivo, il nostro gruppo si impegna da qualche mese ad agire in modo autonomo. Qualcosa però si sta muovendo, soprattutto da parte dei ragazzi.

Si sta creando quindi una comunità?

Credo sia presto per dirlo. Lavoriamo per far passare il messaggio che il successo di un singolo possa aiutare quello degli altri. Siamo però lontani da una scena vera e propria a Firenze. Ci sono anche altre realtà attive.

Avete fatto esperienza sulla scena londinese. Raccontacela.

S’incrociano vicende personali e musicali. Per un periodo abbiamo vissuto in una città all’estero. Sono sorte problematiche ma anche situazioni positive. È stato stressante, ma credo che trovarsi nell’estrema povertà sia un’opportunità creativa. Mi ha colpito il fatto che abbiamo deciso di non lavorare per dedicarci a tempo pieno alla musica. Finendo i soldi da parte, ci siamo ritrovati per dieci giorni a dover saltare la cena. A livello fisico è stato devastante, tuttavia ha mantenuto lo spirito creativo e ha stimolato la nostra produttività.

Avendo avuto quest’esperienza, come si può paragonare a quella italiana?

Non è semplice rispondere. Per certi aspetti, la realtà musicale italiana è in un buon momento: ci sono generi come l’indiee la trap in crescita. Se canti in italiano, il pubblico si allarga. In Inghilterra sicuramente c’è molto spazio per le band underground. C’è una realtà diversa da quella italiana: mentre in Italia il concerto è un’esperienza incentrata sull’esibizione dal lato artistico-musicale (con un pubblico più ristretto), in Inghilterra lo stesso evento diventa anche un’esperienza sociale, che ti permette di conoscere persone e divertirti, senza essere necessariamente conoscitori della band che suona. Ciò nonostante, non mi sento di poter dire di aver trovato un abisso di qualità.


Che risposta vi aspettate dal DIY Firenze Festival?

Non pretendo di parlare a nome di tutti gli altri. Personalmente sarei felice di vedere molte persone e di non trovare un ambiente competitivo. Sono sicuro che non ci sarà agonismo e secondo me il Festival è già un successo.

Come potrebbe migliorare la realtà musicale fiorentina?

Credo ci siano degli spazi in crescita. A livello di opportunità, è necessario che gli artisti trasmettano maggiormente il senso di unità e collaborazione. Servirebbe del ricambio generazionale fra i gestori dei locali. Purtroppo molti di essi non rischiano, proponendo dei format di successo ma ripetitivi. Pochi ragazzi hanno compiti di responsabilità, per la mia esperienza credo che quando ci siano la qualità sia ottima. Ritengo che ci sarà un ricambio. Firenze è comunque una città difficile, dall’immagine molto forte. Spesso non è semplice far emergere dei ragazzi. Sono comunque fiducioso.

Quali esigenze ha un artista?

Parlerò a livello personale. L’esigenza non consiste nell’espressione. Per me consiste nell’empatizzare. Mi correggo: più che un’esigenza, è una soddisfazione. Quando qualcuno canta le canzoni al concerto mi ritengo molto soddisfatto. Quando qualcuno mi dice di aver ascoltato la nostra musica è un’esperienza molto positiva.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Ci sono state tante situazioni. Una volta eravamo a Rotterdam, in un hotel che teneva anche concerti. Avevo il mal di gola e già la situazione non prometteva bene. Siamo andati in un hotel che all’apparenza sembrava interessante, però non lo era così tanto in realtà e il pubblico consisteva in una ventina di persone. Era una classe che non aspettava altro che uscire a divertirsi. Immaginate un po’ cosa possano aver fatto! A loro non importava niente di noi che suonavamo. La cosa più tremenda è che, pur con il mal di gola e in pessime condizioni, abbiamo fatto un concerto bellissimo. Dormivamo in un ostello. La nostra stanza era accanto a un’altra, dove essiccavano i formaggi e c’era un tanfo nauseante. Gli altri decisero di andare in discoteca, io rimasi da solo a dormire su un letto bassissimo e quasi rasente al pavimento. È stata un’esperienza un po’ traumatica.
Un’altra volta ci siamo trovati in una situazione surreale: due ore prima del concerto, abbiamo scoperto di avere un’unica cassa. Il locale era molto bello e c’era tanto pubblico. Eravamo nervosi e, mentre suonavamo, un gruppo vicino a noi improvvisamente ha iniziato a suonare una canzone di compleanno. Ci siamo arrabbiati molto e siamo quasi venuti alle mani.
Comunque, non abbiamo mai avuto esperienze drammatiche, per quanto strane.

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

Gomitolo elettrico

Affascinata da più o meno qualunque cosa, un giorno mi ritrovo a pensarne una delle mie; quante volte assorta nelle mie distrazioni, camminando volgendo lo sguardo verso l’alto, sono rimasta affascinata da colori e scorci che Bologna regala a chi è pronto a coglierli. Così un giorno di luglio ho deciso e mi sono svegliata presto per cercare di catturare qualcosa che avevo già “adocchiato” nei miei precedenti pellegrinaggi urbani e che aveva smosso qualcosa dal di dentro. Ed ecco che tac, 17 scatti selezionati dopo mesi e mesi di indecisioni.

Intendiamoci, sono solo banalità e banalità unite a piaceri visivi plastici.

Elisa Citterio

Loro 2 – Recensione

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A primo impatto, il titolo della seconda parte dell’ultima opera di Sorrentino potrebbe sembrare poco coerente. Più che degli ipotetici ‘loro’, l’ultima parte del dittico ci mostra un Lui, sempre presente, imponente, sotto qualsiasi luce e dietro qualsiasi ombra della pellicola. Anche quando vengono mostrati gli altri protagonisti, impegnati in diatribe, vessazioni, complotti, o personaggi apparentemente slegati alla trama (sempre se di trama si può parlare), Berlusconi c’è. Sempre. Ma è qualcosa non propriamente assimilabile a un burattinaio, o a un re che tutto vede e tutto amministra dall’alto della sua villa-roccaforte. Viene raffigurato un Berlusconi che ha a che fare con uno dei più esecrabili e classici drammi umani: la solitudine e la vecchiaia. Viene meno il suo sorriso/marchio di fabbrica, per quanto condito da festini, luci e ragazze in gonne succinte. Insomma, il nostro protagonista si rende conto di non essere nessuno se non è circondato dai feticci che lui stesso ha plasmato, se questi stessi feticci non lo riconoscono più. Ecco che nascono Loro.

Il tipo di taglio che Sorrentino ha voluto dare a questa parte è ben diversa dalla prima, ed è una differenza che si nota soprattutto in virtù della divisione tra Loro 1 e Loro 2; in ogni caso, è impossibile prescindere che “Loro” è un’unica opera, e che come tale va analizzata. La tipologia di narrazione che cambia dalla prima alla seconda parte, quindi, va considerata come un’evoluzione filmica che va a braccetto con quella del suo protagonista.

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Alla pellicola va riconosciuto il forte carico simbolico che porta con sé: personaggi come lo Spagnolo, una splendida Veronica Lario interpretata da Elena Sofia Ricci, le esagerazioni da Caligola, l’inno del PDL cantato da una miriade infinita di veline sono soltanto alcuni esempi degli elementi che sono di potente impatto visivo e di contenuto. Lo spettatore rimane per lo più con le mani in mano, o sui capelli, a prescindere da quanto vi stia simpatico Silvio Berlusconi e l’entourage che si è portato dietro dal 2006 al 2011.

Nonostante i continui (e nel film, per quanto sono dilatati, sembrano letteralmente infiniti) tentativi di mantenere il proprio “trono”, ovvero sé stesso, Servillo ci mostra un perdente: qualcuno che non riesce a vincere le tante sfide che si è posto e che sembra aver superato nel corso degli anni. Si fa chiamare Augusto Pallotta, un fittizio piazzista che parla dalla cornetta, per dimostrarsi come ‘il venditore dei sogni’ dei bei tempi che furono, si circonda di ragazze per poi addormentarsi con gli occhiali da sole su una di loro mentre vi condivide un ballo, viene descritto come un uomo dall’alito vecchio, “né profumato né puzzolente, solo da vecchio”, conquista un governo tramite l’acquisto di sei senatori per poi vedere il suo castello infranto dalla moglie che vuole il divorzio, dal suo cantante personale naufragare all’Isola dei Famosi, e, per ultimo, dal terribile terremoto che toglie quelle ultime luci dei riflettori che ancora puntavano su di lui. Poco importa se promette ad una vecchia signora dell’Aquila che ha perso casa e dentiera: nell’ultimissima parte del film non c’è più spazio per Lui, per il profano che lo aveva circondato e la frenesia che serviva a mantenerlo vivo. Berlusconi muore, in senso figurato ovviamente, allo stesso modo in cui è morta la statua del Gesù (ancora intatta) tirata fuori da una chiesa crollata. E’ qui che il ritmo del film si spezza: la statua sulle macerie viene appoggiata accanto ad altre, i pompieri che semimmobili fanno una pausa tra gli edifici crollati, in cerchio. Nessuna parola, nessun gesto particolare: soltanto volti e uno spiccato senso di realismo che chiude la pellicola e fa partire i titoli di coda.

– Alessandro Barbetti