QUARANTENA- Un diario dell’immoto

Sto pensando alle persone che si trovano in difficoltà in questo momento così particolare, riesco a percepire il loro dolore.

 

È un isolamento forzato, che ci nega la scelta di con chi vogliamo passare il tempo, e così abbiamo la sensazione di sprecarlo.

Non è più nostra la facoltà di stare da soli (chi non ha privacy in casa), di stare con chi desideriamo e di evitare chi non desideriamo.

 

È una costrizione in un luogo dato, e così alla amara sensazione di sprecare il nostro tempo, si unisce quella acidissima di non essere nel posto in cui dovremmo essere.

Non è più nostra la facoltà di andare ad annusare i fiori o di prendersi la pioggia in faccia, o di scappare da un posto che ci dà la nausea.

 

È una situazione di immoto che ferma la vita degli uomini e non quella della natura, e così abbiamo la sensazione di essere così piccoli.

Noi costretti a stare fermi e tutto il mondo fuori che continua; Le rondini sono arrivate.

 

È la constatazione più dolorosa: non si può più scappare, non ci si può più distrarre, non ci si può più voltare dall’altra parte. Non si può più scegliere di guardare il bene, si deve fare i conti col dolore.

Si deve affrontare il dolore di un cuore spezzato, di un’ingiustizia subita, di una perdita. E arrivano gli attacchi di panico, l’insonnia, l’ansia…

 

Il vaso di Pandora si sta aprendo e noi non possiamo più tenerlo chiuso.

 

I frammenti che le onde ci stanno portando a riva non possiamo più ignorarli e ributtarli in mare.

Il dolore è come le conchiglie a riva, ci possono far sanguinare, ma se finalmente le raccogliamo, ce ne prendiamo cura e le congiungiamo con un filo, adorneranno il nostro petto, che sarà più leggero.

 

Il superamento del dolore è il superamento di noi stessi, il dolore ci da la possibilità di guardarci dentro, di rompere qualcosa di chiuso e buio per farci entrare la luce.

 

Non facciamoci spaventare dal dolore, ma accogliamolo… lasciamolo urlare, rompere tutto quello che abbiamo dentro, macchiare tutto di nero e poi facciamolo uscire, con le lacrime con le parole e con i disegni, con la musica e con il respiro.

 

E poi sarà tutto finito. Il dolore sarà passato e vi avrà lasciato i suoi regali.

Lisa Andrea Veronesi

Da quando non facevo una sorpresa?

Io per prima, che mi dicevo sognatrice, che mi volevo inedita, lontana dalla velocità di un mondo che mi sembrava stesse inaridendo gli altri, scopro, in questi giorni che fanno spazio ad un buio senza spettatori, che io per prima, io per prima, mi affannavo nella rincorsa di un posto migliore, che stavo annegando nell’illusione di star muovendo dei passi verso un’ambizione diversa da chi desiderava solo divenire, apparire, obbedendo alla stessa, invece. 

 

Ho rimandato un viaggio, l’ho desiderato tanto e poi ho detto “quando avrò tempo”;

non ho pianto davanti ad un amico dal quale mi ero sentita tradita, non ho gridato a voce alta le mie ragioni ma le ho soffocate e ho lasciato che svanisse dalla mia quotidianità;

ho messo da parte la compagnia di persone lontane, dandola vinta allo spazio e tacendo l’affetto che mi anima; 

ho lasciato che la distanza fisica allentasse i rapporti che ho costruito fino al giorno della mia partenza;

ho pensato che piangere fosse da deboli;

ho pensato che “fragile” fosse da sfigati;

ho sostituito la rabbia alla tristezza;

ho pensato che il mio dolore fosse più grande di quello di chiunque altro; 

ho creduto di dover contare solo sulle forze mie senza mai chiedere aiuto;

ho abbracciato sempre meno gli altri;

da quando non facevo una sorpresa?;

da quanto tempo non sceglievo con cura un regalo?; 

ho squalificato ingiustamente qualcuno dai miei pensieri, sentendomi “più alta”; 

e soprattutto ho creduto che così fosse la vita.

Quando mi ritenevo insoddisfatta di certi miei nuovi costumi, con superficialità mi raccontavo “è che sono cresciuta, è normale il disincanto, è normale anche il disprezzo”.

 

E ho legittimato il male, l’ho normalizzato, mi era sembrato comune, qualcosa da cui “perché proprio io devo sfuggirvi?”

E mi sembrava che in certi momenti fosse non solo opportuno ma necessario dirmi : “digrigna i denti, rispondi male, non lasciare che ti lascino indietro, mordi, cazzo, mordi, non lo vedi che ti vogliono a terra?”. 

E oggi che le strade vuote mi sembrano il riflesso di chi stavo diventando, mi chiedo contro chi stessi andando se non contro me stessa. 

 

Non volevo diventare grigia e imputavo a qualcuno la responsabilità di starmi facendo diventare tale. E oggi, che imbarazzo, mi accorgo di aver perso colore, di aver sciolto un ghiacciaio, di aver inquinato il mio ambiente, di aver detto cazzate, di aver sprecato del cibo, di aver sprecato degli anni;

E ne pago il conto, io per prima, io per prima, che vorrei abbracciarvi tutti e regalarvi un fiore senza pensare che sarebbe banale, soltanto il primo gesto per ricominciare, insieme.

 

Federica Concolino

Versi di nostalgia

Sai
Saisai di
Sabbia
Sai?
So.
Che sai.
La sabbia sa
Di
Tedio
Porco


Mentre vo pei prati,
Ch’i pantalon calati,
Uno strano stimol
Che dall’intestin provien,
Del mi deretano,
Vuol far scivolo.
Preso alla sprovvista in tal pianura,
Capii che resister
Sarebbe stata cosa dura.
Col cuor affranto,
Pel mio tormento
Nel cul sentivo il triste cemento
Così attonito, sgomento
Dovetti sparir, senza rimpianto
Interdetto assai dal gran trambusto,
Mi ritrovai a cagar
Dietro un arbusto.


Pascolando ch’i miei compari
Pei grigi prati in fiore,
Pensando i nostri cari
Al pari del buon cantore,
Io vidi già tutta rosata,
La Fulva sì superba,
Seppur ombrata,
Ch’ella mi parve più dolce dell’erba.
Ed io potei vigilar tutta ‘l dia,
Si lei poscia,
Mostrammi la dolce coscia
O altresì curva pia.
Ma poiché l’amico mio scossemi la testa
Dovetti uscir da tal caverna,
Per tornare alla vita funesta
E non senza una basterna
Abbandonai tal fiamma manifesta,
Così da una nuvola di fiori
Caddi in una colonna in festa
Confondendo i suoi vapori,
Tosto che m’apparve solo il rosso manto
Sommerso da diabolici cori.

 

FrancisB

Una quarantena spaziale

Marzo 2050

Vi scrivo dalla navicella spaziale VDG0027 che orbita intorno allo spazio terreste da tredici giorni, esattamente da quando un virus mortale ha invaso il pianeta. Ci hanno fatto evacuare nello spazio, in delle navicelle che sono state assegnate casa per casa.

Era un giorno come un altro, quando all’improvviso alle sei del mattino io e i miei coinquilini siamo stati svegliati dall’allarme. Cioè, sì, loro sono stati svegliati, io faccio parte di quella categoria di individui che non sentono la sveglia. Comunque ci hanno caricato su queste bettole e ci hanno spedito qua nel remoto e infinito spazio, con la promessa di farci rientrare appena la terra sarà sanificata e nuovamente abitabile.

All’interno della navicella con me ci sono Cosimo detto “Il bestemmiatore” e Donatello detto “Er donnola”. Sono persone di buona compagnia, quando vogliono.

Cosimo è quel tipo di persona che prende le cose con tranquillità, ad esempio si affaccia ogni giorno all’oblò della navicella e rivolgendosi ai nostri vicini, urla: “FIODENA, ANDRA’ TUTTO BENE, *BESTEMMIONE DIVERSO GIORNO PER GIORNO*”. Due cose non gli puoi togliere: il Campari e la pasta al sugo. Ho il forte dubbio che a breve sbotterà di testa, ne ho avuto il presentimento quando l’ho visto farsi dei milk-shake con la frutta al posto del pranzo. Non è per niente da lui rinunciare al quantitativo calorico che puoi assumere solo mangiandoti un branco di bovini per dei milk-shake.

E poi c’è Donatello, che dire di lui? All’ordine prendete solo il necessario dalle vostre case, l’ho visto arrivare con tutto l’impianto stereo per imbastire il djset del secolo. Ha organizzato delle dirette su un canale e si fa ascoltare mentre suona, ogni giorno alla stessa ora. Almeno ci distrae dai vicini di navicella, che hanno deciso di deliziare i nostri apparati uditivi con l’intero panorama musicale italiano degli anni ’80. Apprezzabile eh, ma variare un pochino no? Oltre a questo, Donatello passa il tempo a creare nuovi match su Tinder, ha stilato una lista di ragazze da incontrare quando questa storia sarà finita, è in astinenza, dice.

Io sono più un tipo da “ho la paranoia ma non lo lascio trasparire”, “mi rompo il cazzo di non poter far niente”, “mi lamento a caso con gemiti incomprensibili”. Ho la terribile paura di ritrovarmi a fine di questo periodo come i personaggi sovrappeso del film “Wall-E” e ho cominciato a fare esercizio, in modo insensato, probabilmente non come andrebbe fatto, ma a livello psicologico mi sento un’atleta. In questo modo posso tenere a bada i sensi di colpa quando mi scofano la combo pizza surgelata-crocchette di pollo. Inoltre, faccio mille videochiamate al giorno in modo da prevenire la perdita delle capacità sociali e ordino nel sito di acquisti spaziale molteplici e variegati kit: kit per fare le candele, kit per fare il sapone, kit per farsi le unghie, kit per stampare le foto, kit per la masturbazione, ecc. ecc.

Siamo qua, nello spazio incontaminato, giorno dopo giorno. Ci hanno disposto una navicella lontana almeno a un kilometro dall’altra, non sia mai che ci venga voglia di fare un quarantena-party nello spazio. Dobbiamo stare a distanza, ci hanno detto. Il virus potrebbe essere latente in qualcuno di noi e potremmo infettare gli altri. Ma i più fortunati sono loro, i cani-muniti. Loro possono accedere, uno alla volta, alla “piattaforma spazio-parco” per portare il cane a rilasciare i propri escrementi. Un giorno ho visto uno fingersi un cane per entrare lì dentro. Non c’è dubbio che qualcuno ne uscirà pazzo. Gli anziani, ad esempio, a volte, hanno la magnifica idea di uscire dalla navicella con la tuta spaziale e con le borse della spesa in mano. Il punto è non esistono supermercati qua, il cibo ce lo portano, tutti i giorni. Ma ho cominciato a credere che faccia tutto parte di un rituale particolare di cui solo loro sono a conoscenza.

Passiamo ogni giorno dopo l’altro cercando di inventare delle attività, tipo: lunedì ore 14 laboratorio del fai da te, martedì ore 16 festa in piscina nella vasca rigorosamente in costume, venerdì ore 19 cena a base di cibi di colore giallo, sabato ore 17 gara a chi rimane più tempo su una gamba sola. Insomma, ci si tiene impegnati, in un modo o nell’altro.

Tutti si chiedono continuamente quando questa situazione finirà, quando potremo tornare a casa, tornare ad abbracciarci e a non avere più paura di stare vicini. Si chiedono se il genere umano sopravvivrà e sconfiggerà anche questo ennesimo duro e difficile momento. Ma una domanda rimbomba costante nella mia mente, ogni giorno, ogni ora: “perché ho continuamente voglia di ravioli al vapore?”

 

Giulia Giampaoli

SCREENING DI PERSONALITÀ DEANDREIANA – QUALE PERSONAGGIO DELLE CANZONI DI DE ANDRÉ SEI?

IL PESCATORE

-ti piace il mare d’inverno

-ti sei fatto almeno tre tatuaggi di nascosto

-rigorosamente un numero dispari per varie credenze perturbanti e irrazionali

-inspiegabilmente hai la fedina penale pulita

 

BOCCA DI ROSA

-al liceo ti (s)parlavano tutte alle spalle per il tuo successo con gli uomini

-nemmeno tu sai il motivo del tuo successo con gli uomini

-hai un QI sopra la media ma fingi di essere scema per non discutere con gli altri

-posti foto per fare body positivity

 

IL SUONATORE JONES

-hai imparato a suonare la chitarra per attirare fig@

-però ti chiedono sempre di suonare Wonderwall

-bevi più di tutti gli altri messi insieme

-metti sempre tu i soldi per parcheggio e benzina

 

CODA DI LUPO

-quando eri piccolo ti innamoravi di tutto

-vuoi più bene ai tuoi nonni che ai tuoi genitori

-vuoi più bene ai cani che ai tuoi nonni

-la gente pensa che ti lavi poco

 

GEORDIE

-preferisci Milano a Roma

-sei ricco, ma rubi al supermercato per combattere il capitalismo

-conduci una vita perlopiù sedentaria per non appassire dietro la fatica

-dici sempre che ti ammazzerai, ma nessuno ti crede

 

MARINELLA

-hai il fascino della diva di Hollywood

-fingi di vivere negli anni 70

-al liceo facevano a cazzotti per provarci con te

-ma a te piaceva l’unico che non ti si filava

 

TERESA

-guardi solo film in costume

-non hai nessun profilo social

-hai tinto i capelli viola dopo la prima/sola delusione amorosa

-ti piacciono i codici medievali

 

ANGIOLINA

-hai almeno cento polaroid attaccate alla parete della tua camera

-hai la testa fra le nuvole

-ti piacciono i mercatini delle pulci

-sperimenti nel DIY dai tempi di ArtAttack

 

SALLY

-a sedici anni hai mollato la scuola e sei scappata di casa

-hai una cartella in cui salvi tutte le foto che fai al tramonto

-rimpiangi l’infanzia per le cacce al tesoro

-sei vegana

 

MICHÈ

-non sai come risolvere i tuoi problemi ma hai sempre un consiglio per tutti

-soffri di un disturbo narcisistico, ma te ne rendi conto e ti fa star male

-sei il maggiore di sette figli

-sei anche il meno benvoluto dei sette

 

NINA

-a venticinque anni ti chiedono ancora la carta di identità al bar

-hai mille sogni nel cassetto ma il tempo per realizzarne mezzo

-passi per la “spensierata” del gruppo ma in realtà soffri come un cane

-vesti vintage

 

JAMIN-A

-hai fatto sei mesi di galera per una scazzottata col tuo ex

-inspiegabilmente sei finita in galera tu, e non il tuo ex

-in fin dei conti non puoi contare su nessuno

-e ti va bene così

 

UN MATTO

-prendi le scale per evitare i condomini in ascensore

-o forse loro ti evitano?

-soffri di tricotillomania

-hai imparato davvero la Treccani a memoria

 

PRINÇESA

-il tuo sogno nel cassetto è fare la mamma surrogata

-vesti firmat*

-ti accusano di avere gusti kitsch, ma non è poi una vera e propria accusa

-odi le TERF

 

Chiara Memè

Fascia debole della società è anche chi soffre di problemi psichici

Si sa, quando si sta un mese chiusi a casa, preesistono di solito tre scenari: 1. stai facendo una maratona di Friends; 2. sei in sessione; 3. probabilmente soffri di un disturbo psichico; alle volte finisce bene, si fa per dire, come ogni altro giorno dell’anno, il tuo disturbo viene invalidato da etichette linguistiche quali “pigrizia”, “noia”, “asocialità” et cetera; e continui a vivere all’ombra del tanto decantato “senso civico e responsabilità” tipico di un’emergenza sanitaria come quella del Covid-19. Altre volte, finisce peggio, senza bisogno di specificare.

Nel mare magnum di aperitivi, apericena, spritzini, disco party, locali, balotta, sushi all you can eat e chi più ne ha, più ne metta, c’è anche chi esce di casa per allontanarsi, per qualche ora, da azioni quotidiane che sono asfissianti e interminabili fonti d’ansia. Sembra un romanzo di Franz Kafka – o meglio, una pellicola di Yorgos Lanthimos – ma ci sono individui per cui accendere un interruttore, chiudere una porta, raccogliere una matita caduta per terra comporta lo stesso sforzo mentale che un ragazzino al primo anno di liceo classico impiegherebbe per svolgere un integrale indefinito senza che nessuno gli abbia spiegato come fare.

Che ci si trovi nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria, un nuovo decreto legge, la scoperta di un nuovo pianeta, il timore della terza guerra mondiale, l’ufficializzazione della Brexit, ci sarà sempre una categoria di semi-umani, assolutamente non degni della minima considerazione: chi soffre di un disturbo psichico.
Non è sempre stato così, ovviamente. Nell’Inghilterra del Settecento c’erano tantissime persone che soffrivano di un disturbo psichico. Potevi avere sfortuna e fare parte di una massa innumerabile di anonimi “pazzi”, “deviati” rinchiusi in manicomi (dove si poteva accedere pagando un biglietto per divertirsi a guardarli e, con qualche penny in più, picchiarli, come a Bedlam); potevi avere fortuna e regnare su un quinto delle terre emerse, terminando tra i sorrisi dei tuoi inferiori ogni frase con la parola “pavone” ed essere soprannominato Giorgio III. Nella storia, il prestigio sociale di un individuo affetto da disturbo psichico ha giocato un ruolo decisivo nella vita dello stesso. Sei ricco e potente? Pazienza, ti aiuteremo comunque o almeno non finirai male. Sei una persona comune? Sarai rinchiuso in un posto dal quale difficilmente uscirai. Credete che sia una banalità non attuale? Provate a pensare al manager narcisista che distrugge i suoi dipendenti, elevate il tutto all’ennesima potenza e vi ritrovate con sofferenza collettiva e problemi di ogni tipo.

C’è tanta matematica in questo articolo. La matematica si basa sulla logica. La logica permette di ordinare il pensiero e i concetti. Non è detto che una logica abbia la stessa validità di un’altra, bisogna vedere in quale campo essa opera. Per una persona non affetta da disturbi, è logico, ad esempio, lasciare agli altri il tempo di parlare. Non per la logica di una persona affetta da disturbo istrionico. Il fatto che sia un comportamento esecrabile e maleducato è dovuto a norme sociali. Nel nostro mondo così frenetico e cangiante, quanto è probabile destinare tempo e risorse a chi soffre di queste patologie gravissime?

A quasi quarantadue anni dalla legge Basaglia, anche uno dei leader politici con più consensi si concede il lusso e la sfacciataggine di metterne in dubbio le fondamenta e l’effettiva validità.

“Come un cane!”, concludeva il già menzionato Kafka uno dei suoi romanzi più straordinari, Il processo, per bocca del protagonista K. E invece no, chi soffre di un disturbo psichico, deve subire in silenzio, tra le varie disposizioni, anche l’essere posposti ai nostri compagni quadrupedi, i quali al parco, accompagnati al guinzaglio dai loro padroni, possono circolare indisturbati.

E dopo gli anziani, gli ammalati, i cani e così via, ci sono loro, la fogna della società, dimenticati, ancora oggi, dai più, dai decreti ministeriali, dal senso civico comune. Perché che tu sia depresso, se davanti non c’è il prefissoide “immuno”, non interessa a nessuno. E che invalidino la tua condizione, è il meglio che possa accaderti.

 

Chiara Memè
Leonardo Mori

Tra le mie braccia

Dedicato a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno scritto qualcosa a una persona con la quale si sono mostrati vulnerabili e che adesso non c’è più.

 

Mi piace la letteratura.
Penso che la letteratura sia una delle più alte espressioni dell’animo umano e che, senza di essa, gran parte della vita sarebbe buttata via.
Sono un giovane maschio eterosessuale. Preciso la mia condizione perché tu possa inquadrarmi, giudicarmi e mettermi in una categoria. Come altro dato, scrivo in italiano, la mia lingua madre.
La letteratura della mia lingua è nata e si è sviluppata intorno a un tema a me molto caro: l’amore verso una donna.
Fino a non molto tempo fa, l’istruzione è stata riservata solo ai maschi. Ne consegue che, essendo la maggioranza dei maschi, nelle varie epoche della storia, eterosessuale, il tema dell’amore verso una donna abbia trovato tantissimo spazio.
L’uomo non è sempre uguale a se stesso: cambiano le forme, cambiano i suoni, cambiano gli spazi e i tempi in cui agisce e consuma la propria vita.

Cosa ci lega a una persona, quando essa non è più con noi? I ricordi, sepolti nella nostra psiche. Ricordi che affiorano grazie a un odore, alla battuta di un amico, a una canzone, a qualche parola letta, ascoltata o pronunciata senza pensare che ci riporta, almeno col pensiero, a un periodo ormai perso nelle sabbie del tempo. A volte questi ricordi ci colgono completamente alla sprovvista, riemergono dal terreno dei nostri pensieri, dalle tombe delle nostre emozioni che credevamo sepolte e che invece per un breve momento ci guardano, con pallore cadaverico e occhi privi di iride.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di rapportarmi con donne singolari. Certo, avevano tutte qualche tratto in comune sui quali sorvolo per rispetto prima di tutto verso i miei confronti e, solo successivamente, verso i loro.
Non devo fare troppi sforzi per rileggere qualche pagina dal libriccino dei miei ricordi, sfogliati come l’Aida protagonista, per me, più di Rino Gaetano che di Giuseppe Verdi.

Cerco di ricordarmi come fosse il mio aspetto, cosa facessi in quel periodo, dove vivessi e cosa provassi. Mi aggrappo ai ricordi più dolci, guardandoli senza tristezza né gioia, senza indifferenza né malinconia, sforzandomi di non farmi trascinare a fondo da ciò che è stato e che ora non è più. Beninteso: ho superato ogni trauma e chiusura, non v’è nostalgia. Se qualcosa ha avuto fine, è perché vi erano più motivi e, qualora non ve ne siano, ho già fatto i conti con me stesso nell’apporre significato a tutto ciò.

Nel mio pensiero cerco di ricordarmi la dolcezza di momenti di pace.
Ho la pelle d’oca nel ripensare a quella sensazione di calore e quiete scioltasi dopo un rapporto sessuale cui la mia cultura ha dato, fra le tante perifrasi, una connotazione che rimanda all’industria (intesa come qualità e non come sistema produttivo) e all’artigianato.
“Fare l’amore” può voler dire proprio questo: produrre qualcosa con cura, con perizia, certamente con qualche inciampo, gattonando, battendo la testa, piangendo, strappandosi i capelli, urlando, incontrando la lingua altrui, chiudendo gli occhi, scrivendo, comunicando… tutti ostacoli, tutti aiuti che concorrono a questa definizione dal significato profondo e ineffabile.

Allora mi chiedo cosa abbia provato, nel ricordo in questione, l’altra persona.
Si sarà sentita protetta?
Quali pensieri e quali emozioni avranno attraversato la sua mente?
Voleva davvero essere lì?
Tutti interrogativi destinati a rimanere irrisolti e sui quali chiunque (o almeno chiunque abbia investito emotivamente in ciò) si è interrogato almeno una volta.

C’è chi come me ha risolto tali interrogativi scrivendo.

È con questo spirito che rileggo ciò che ho scritto a varie fanciulle, negli anni.
Senza sforzo e senza affanno assolvo i loro comportamenti nei miei confronti, censuro i miei errori, le cose che non andavano e anche quelle che sono andate. Guardare indietro a mente fredda, per questi eventi, è per me impossibile: troppa vita è passata sotto i ponti, troppi eventi sono stati portati via dalla corrente e non sono recuperabili.

Ed ecco che rivedo un romanzo (sì, un romanzo) scritto per il compleanno della ragazzina di cui ero innamorato al liceo.
Lo trovo lì, innocuo, finito quasi per sbaglio sulla scrivania del mio portatile, chiedendomi per un momento come sia sopravvissuto a sei anni, forse sette, di produzione e di vita.

Vita e letteratura non sono compatibili. La prima è infinitamente più grande e ricca della seconda per essere rinchiusa in carta e inchiostro. Ci sono troppe cose, troppo da narrare, troppo da esprimere.

Rivedo poi altri brani: brani di commiato, brani di scuse, brani d’intimità, brani di coesione e d’intesa che, anche se letti da altre persone, sono i ricordi più pregiati dello scrigno pieno di cianfrusaglie arricchitosi col tempo.
Allora sì, allora sì che penso a quanto sia stato ingenuo, quanto sia stato debole, quanto sia stato giudizioso e forte. Sono stato schiacciato e ho offeso.
Umiliato e offeso, tanto per riprendere il titolo di un romanzetto da quattro soldi russo di un certo Fëdor Dostoevskij, tento di dare significato a quanto scritto.

Sono una persona diversa?

Ho scritto che dopo la tensione c’è la quiete. Ecco, è proprio quella quiete, quella catarsi, quella sensazione che riaffiora nello scandagliare quanto da me espresso per fanciulle che hanno comunque potuto raccogliere un frammento di ciò che sono. Quel che hanno poi tesaurizzato oppure no, non mi riguarda. Si potrebbe anzi dire che non fosse quello il fine: non era tanto la volontà di condividere qualcosa, di farle entrare per un attimo nel mio mondo e far vedere loro chi io sia veramente. Non era neppure un tentativo di sopperire a un’inadeguatezza né un gesto di sottomissione. Erano semplicemente scritti che ho voluto condividere ed esprimere per quel paio di occhi che più mi facevano emozionare.

Rileggo quel che ho scritto, cerco di trovare un senso, una direzione, un significato: tutto inutile, è tutto perduto sottoterra e non ho voglia di scavare. È una miniera perduta per sempre, un filone esaurito.

Un lampo.
Una testa sopra il mio petto.
Una mano che accarezza dei capelli.
Un bacio.
Due persone sdraiate nello stesso letto.
Due occhi.

Inspiro: è tutto qui, dentro di me.
Per un momento, è stata lì.
Tra le mie braccia.

 

Leonardo Mori

Pacifismo a stelle e strisce

Gli Stati Uniti sono lo stato, militarmente ed economicamente parlando, più potente della storia.
In nessuna epoca della storia dell’umanità, nessuno stato ha mai avuto un’influenza così ampia su una porzione pressoché totale del globo. Nessuno potrebbe mettere in discussione, aldilà delle proprie posizioni politiche, che il loro primato si sia basato anche su un dominio militare che non ha eguali né trova raffronti comparabili nella storia. L’intero esercito dell’Impero romano potrebbe essere spazzato via in poco tempo da una misera frazione della fanteria statunitense.
Se ne potrebbe concludere che, visto tale primato, la stragrande maggioranza della cultura statunitense, l’opinione pubblica e lo statunitense medio siano fieri militaristi convinti.
La situazione, come sempre, è invece terribilmente più complicata e complessa.

È un esercizio utile e divertente, nell’analizzare le attuali culture dominanti o comunque ben presenti sullo scenario politico mondiale, cosa esse abbiano prodotto prima di aver raggiunto una stabile e unita entità politica.
La Divina Commedia di Dante Alighieri, insuperabile capolavoro della letteratura italiana, anticipa di più di cinquecento anni la nascita del Regno d’Italia.
La burocrazia francese è nata molto prima dell’attuale conformazione esagonale dello stato francese.
La traduzione della Bibbia in dialetto sassone da parte di Martin Lutero è di circa trecento anni più vecchia della proclamazione del Secondo Reich e quindi dell’unificazione tedesca.
Tre esempi utili, certamente riduttivi, che possono far comprendere i caratteri nazionali di queste tre entità politiche.
A mio modesto parere, è possibile (ma non è sicuramente detto né pretendo che questa mia opinione abbia un valore dogmatico) rintracciare quindi un carattere lirico degli italiani, un carattere amministrativo dei francesi e un carattere tendente all’ordine dei tedeschi.
Facciamo finta che questo gioco sia valido, solo per un momento: il corpo dei Marines nacque nel 1775, otto anni prima della nascita degli Stati Uniti d’America.
Concentriamoci su di loro per un attimo, ripercorrendo molto velocemente i punti salienti che hanno portato questa federazione ad avere un’impronta profondissima nell’ultimo secolo (non a caso, dal punto di vista storiografico, da molti indicato quale secolo americano).

Alla fine del XVIII secolo, gli Stati Uniti erano una neonata entità politica di modesta importanza, relegata alla periferia del vero centro di potere globale all’epoca (l’Europa), con un’economia prostrata dalla guerra d’Indipendenza e una forza militare di umile entità.
Non esisteva ancora una cultura propriamente statunitense, né una letteratura in tal senso: per arrivare alle fondamenta di esse bisogna aspettare Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Mark Twain (considerato da Hemingway come il vero padre della letteratura statunitense).
Così si presentava la vita per la maggioranza dei cittadini statunitensi fino alla prima metà dell’Ottocento.

 



Nel secolo successivo, trasformazioni economiche, sociali e politiche legate anche all’istituzione della schiavitù (termine non presente nella Costituzione né nella Dichiarazione d’Indipendenza) condussero la nazione ad una sanguinosissima guerra civile.
La Guerra di Secessione americana è stato, fino ad oggi, il conflitto nel quale gli Stati Uniti hanno registrato il più alto numero di perdite.
Stiamo parlando di un’entità politica che non ha impiegato i Marines, dalla nascita degli Stati Uniti ad oggi, solamente in due anni: il 1977 e il 1979.

Nel corso del XIX secolo gli Stati Uniti, attraversando molteplici eventi e prove (sui quali non mi soffermo per non perdere di vista il vero obiettivo di questo articolo), guadagnarono col tempo sempre maggiore importanza a livello economico.
Dopo la Prima guerra mondiale ottennero il primato economico.
Dopo la Seconda guerra mondiale a quel primato si aggiunse lo status di super-potenza anche a livello politico.
In seguito alla dissoluzione del blocco sovietico, al momento, benché apparentemente in declino e certamente contrastato da altri blocchi, gli Stati Uniti sono l’entità politica più influente a livello globale.

A cosa si deve questo primato militare?
A caratteristiche geografiche: gli Stati Uniti hanno due oceani che li dividono dall’Eurasia.

I loro vicini più prossimi sono, a nord, il Canada (potenza economica di media importanza ma sicuramente non in grado di competere con loro), a sud, il Messico (stato con problemi sociali gravissimi: basterebbe citare le oltre 50.000 morti dovuti alla guerra contro il narcotraffico).

A caratteristiche economiche: gli Stati Uniti posseggono risorse naturali inimmaginabili rispetto al continente europeo.

Per uno stato in cui, al compimento dei ventuno anni, in ogni momento della loro storia, un maschio adulto ha avuto la possibilità di partecipare a un conflitto con un’altra nazione, è indubbio che il carattere militare abbia dei riflessi significativi sulla cultura e sulla popolazione statunitensi.

È davvero così?
Gli statunitensi sono un blocco omogeneo, bellicoso, aggressivo e guerrafondaio?

Nel 1849 Henry Thoreau pubblica Disobbedienza civile, opera scritta in prigione. Thoreau era stato arrestato e recluso per non aver pagato alcune imposte destinate alla guerra contro il Messico.

Tutti conoscono, anche se superficialmente, le manifestazioni pacifiste e le proteste contro la guerra del Vietnam negli anni ’60 del secolo scorso.

Il più grande e numeroso movimento pacifista al mondo è negli Stati Uniti, dove le armi da fuoco superano il totale della popolazione (includendo infanti, anziani e tutti coloro impossibilitati, per un motivo o per un altro, ad imbracciare un’arma da fuoco).

È l’ennesima, inquieta, affascinante contraddizione intima al mondo statunitense in ogni suo aspetto, sia esso sociale, economico, culturale o politico.


Questa contraddizione affiora, a parer mio, in modo violento ed eufonico nel brano Volunteers del gruppo statunitense Jefferson Airplane.

L’esecuzione del brano dal vivo al Festival di Woodstock, nel 1969, è la testimonianza più viva e ineffabile del pacifismo a stelle e strisce e delle contraddizioni profonde che gli Stati Uniti, da qualunque punto di vista li si guardi, incarnano.

Un brano dove l’elemento bellico-militarista riaffiora attraverso i due secoli (fino al 1969) di vita dello stato americano.
Un brano dove si enuncia la volontà di partecipare a una rivoluzione prima di tutto sociale e di ingrossare le fila di un esercito per la pace, nella consapevolezza (stavolta veritiera e non contraddittoria) che tutti gli uomini sono creati uguali e che essi godono di diritti inalienabili, fra i quali figurano la vita (e non la morte), la libertà (non di uccidere chi non ci sta a genio) e la ricerca della felicità (impossibile in una situazione di conflitto).
Attorno a questi punti sta tutta la potenza espressiva del brano.
È come se dicessero “sì, siamo statunitensi, non possiamo ignorare che la nostra cultura abbia espresso continuamente conflitti e aggressività nei confronti di altri stati e di nemici interni. Dobbiamo arruolarci? Tanto vale farlo per una causa che sentiamo veramente nostra”.

In un mondo in conflitto e in tensione quotidiana, sarebbe bene riflettere su quanto sia utile, per noi privilegiati e fortunati, per noi che non viviamo in stati in guerra, lottare per la causa pacifista.

Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?». Egli rispose: «Non lo so; sono forse il custode di mio fratello?»

Genesi 4,9

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Leonardo Mori 

Naked lunch

“Naked lunch” (tradotto in italiano come “Pasto nudo” o “Il pasto nudo”) è un’opera scritta da William Burroughs, scrittore statunitense attivo nella seconda metà del secolo scorso, pubblicata nel 1959.
È un’opera caratterizzata da una pressoché totale assenza di trama, di dialoghi logicamente connessi fra loro e di caratteri. Un pasticcio più che un pasto, insomma.

Questa recensione potrebbe finire benissimo qui, ma io sono testardo e quindi tenterò di trarne qualche spunto di riflessione, senza alcuna pretesa di essere un critico della letteratura.
Fatta questa premessa (che mi serve più per legittimare qualsiasi castroneria che scrivo più che essere intellettualmente onesto, benché già affermando ciò cada in un paradosso logico inesplicabile, un po’ come se protestassi affinché la gente smetta di protestare), cercherò di dare una brevissima visione complessiva dell’opera.

IL TITOLO


Cominciamo dal principio. Che cosa voleva dirci in realtà Burroughs? Ci sono molteplici chiavi di lettura a riguardo: cercherò di proporre una mia sintesi che spero convinca il lettore.
Il termine “pasto” credo possa essere un riferimento, ironico e acido al contempo, al genere letterario del pastiche. Sono state date tantissime definizioni relative a questo concetto.
Sia sufficiente comprendere a grandi linee questo: qualora un’opera letteraria sia paragonabile a una pietanza, con tutti i suoi ingredienti, la preparazione, la cottura, la presentazione, il pastiche equivarrebbe a prendere parti da più ricette per proporre qualcosa di nuovo. A volte il tentativo riesce e ne esce un’opera come “Pasto nudo”. Altre volte ne deriva qualcosa d’illeggibile, anzi, d’immangiabile: un po’ come un tiramisù a base di funghi, radicchio e panna montata.
Se nei due secoli precedenti a Burroughs il pastiche aveva (talvolta) ottenuto una dignità letteraria ed era stato analizzato in modo critico e in sede accademica, Burroughs distrugge tutto questo e ci presenta non un pastiche, bensì un vero e proprio pasto.
Un pasto solitamente si consuma così com’è presentato. Nessuna persona sana di mente penserebbe di rivestire un piatto di spaghetti con un cappello, prima di consumarlo.  

Scartata questa connessione impropria, il termine “nudo” potrebbe riferirsi al consumatore del pasto.
Gli animali consumano nudi il proprio nutrimento.
Le persone solitamente no.
Chi potrebbe voler consumare un pasto pur essendo privo di vestiti?
Sì, proprio così: una persona alterata o una persona che non può essere vista da altri.
Ci sono tantissimi modi di alterarsi nella società di massa.
Burroughs sceglie le sostanze stupefacenti: l’opzione creativa preferita di moltissimi autori della beat generation.

DI COSA PARLA

Veniamo ora alla parte più problematica: di cosa accidenti parla questo “romanzo” (uso volutamente il virgolettato perché mi trovo incapace di classificare quest’opera)?
Rispondere è complicatissimo.
Innanzitutto, non rispecchia minimamente il flusso di coscienza joyciano. La punteggiatura Burroughs la usa. Piega all’inverosimile la struttura sintattica, certo, ma rispetta la punteggiatura. I periodi sono legati fra loro da un sottilissimo filo logico, talmente sottile da essere percepito creativo e folle al tempo stesso. È l’opera di un individuo che, per chi non lo sapesse, pur provenendo da una famiglia ricchissima, in vita sua sperimentò ogni sorta di sostanze e, nonostante tutto, morì in tarda età.
Ora, fin qui niente di troppo strano. In fondo, adoperare sostanze per stimolare la propria creatività e allargare i propri orizzonti è una pratica comune in ogni luogo e tempo.
Il problema è che Burroughs abbia prodotto quest’opera in uno stato talmente alterato da essere ritrovato da Ginsberg e Kerouac (altri due scrittori statunitensi quasi suoi coetanei) in una stanza, in stato confusionale e con centinaia di fogli che non si ricordava minimamente di aver scritto.

Questo pone anche un duplice problema:
1) Come si fa a ordinare qualcosa prodotto secondo una logica seguita in uno stato così alterato?
2) Come si fa a recuperare qualcosa di valido e lineare se non si può seguire, da “non alterati”, la logica che ha permesso quel processo creativo?

Risposte possibili (per me, non necessariamente per tutti):
1) Non si può. La differenza di coscienza e consapevolezza fra i due stati è talmente profonda che un criterio di ordine e selezione, in uno stato diverso dalla fase creativa, comporta inevitabilmente la perdita di qualcosa, svalutando l’originale. Quest’operazione non è escludibile neppure per i flussi di coscienza privi (o quasi) di punteggiatura: c’è comunque una campagna di revisione, che lo si voglia o no.
2) Per la prima risposta, non si può tentare una minima linearità senza alterare il lavoro complessivo. Arrendendoci a queste due considerazioni, ne consegue che nel riordinamento logico della produzione si potrà aggiungere qualcosa che leghi il tutto, oppure no. Ciò dipende dalla sensibilità dell’autore (traduzione: uno scrittore cattivo, NON un cattivo scrittore, tenterà di confondere al massimo il lettore, soprattutto se lo scrittore è un romanziere o poeta del XX secolo).

L’opera è divisa in sotto-sezioni, segnate da sottotitoli in corsivo.
Queste sotto-sezioni presentano, qua e là, tratti in comune.
Il tratto in comune dominante è, fra i tanti, sicuramente la passione per l’oscenità e il disgusto.
Vi sono scene di necrofilia, pedofilia, violenza, follia, isteria collettiva. Un’intera pagina (e per un romanzo simile posso assicurare che un’intera pagina dedicata al medesimo argomento sia una rarità) è dedicata alla descrizione di folle di adolescenti che compiono atti di follia incontrollata.
Un altro tratto in comune è sicuramente l’espressione della sensazione di soffocamento liberticida che provava l’autore quando scrisse l’opera. È una denuncia fortissima alla società e all’umanità, in particolare alla società e alla cultura statunitensi.  
Questa denuncia non propone niente di concreto. Burroughs è uno scrittore post-moderno e, almeno in questo caso, uno scrittore che ha prodotto un’opera simile sotto effetto di stupefacenti.


STILE

Lo stile dell’autore è prevalentemente non lineare. È frenetico, schizofrenico. I tempi dell’azione ora si dilatano, ora accelerano, ora s’interrompono del tutto per poi ripartire più velocemente che mai. Verrebbe da chiedersi il perché. Non ho una risposta. Posso solo affermare che vi sono spunti interessantissimi da cui trarre riflessioni e stimoli creativi: si passa da un “io narrante” a narrazioni in terza persona, da sezioni intere scritte con il tempo presente ad altre rivolte a tempi passati. Il fatto che la lingua originale dell’opera sia, ovviamente, l’inglese, complica ancora di più il tutto, proprio per le sfumature fra tempi verbali non bene trasponibili nell’italiano. Ci si aggiunga l’utilizzo di neologismi, forme colloquiali e slang esclusivamente statunitensi e capirete come mai non vi siano stati troppi volontari per la traduzione di quest’opera.
Si passa da tecniche narrative tipiche del linguaggio drammaturgico ad altre relative alle pubblicazioni scientifiche, passando da mancati flussi di coscienza (mancati perché tanto frenetici quanto presenti in punteggiatura) a sezioni intere dell’opera che appaiono sulla scena per non ricomparire più. 
Nonostante tutto, quest’opera non è particolarmente difficile da leggere. Non è affatto difficile nella misura in cui ci si arrenda all’evidenza di ricercare una linearità, una logica, un sottofondo comprensibile a un’opera scritta da uno degli autori più problematici di quel periodo.  Assente qualsiasi tipo di messaggio, qualora ci si riesca a spogliare della propria razionalità, si noterà quanto quest’opera possa essere un validissimo motivo di escapismo.
Ci si sente più mentalmente stabili nel leggerla.

“Ah certo, io avrò i miei problemi ma sicuramente non scriverei mai di mercanti arabi che sodomizzano previo equo pagamento chiunque entri nel loro bazar!”
“Quel Burroughs doveva proprio essere fuori di testa a scrivere qualcosa di così frenetico e privo di senso, non come me che passo il tempo libero su Internet cercando risposte!”
“È solo un cazzo di tossico.”


Queste potrebbero essere delle posizioni (attenzione: legittime pur nella loro crudezza) esprimibili dopo la lettura.
Peccato che Burroughs sia molto più di questo.
Forse questo scrittore non voleva dirci niente. Ammesso che ci volesse dire qualcosa, magari il messaggio essenziale potrebbe essere proprio questo: la vita è troppo complessa perché sia compresa e alla fine non c’è nessuna soluzione, né spiegazione.

Consiglio disinteressato n°1: abbandonate ogni logica prima di addentrarvi nella lettura.
Consiglio disinteressato n°2: non leggeteci risposte od omaggi letterari, non ci sono.
Consiglio disinteressato n°3: provate a leggere il libro mentre state mangiando. Nudi.

Leonardo Mori