Don’t wanna be an American idiot

Così si apre il brano American Idiot, singolo dei Green Day che dà il titolo anche all’album da cui proviene.
Pubblicato il 21 settembre 2004, questa traccia sintetizza ed esprime il dissenso di una parte significativa della società statunitense (e occidentale) verso la presidenza Bush (junior).

Premessa deontologica: questo è un articolo di parte.

Contesto storico

Settembre 2004: mancano due mesi alle presidenziali di novembre, che premieranno George W. Bush alle urne per il suo secondo e ultimo mandato.
La presidenza Bush nasce male e si sviluppa ancor peggio: le elezioni del novembre 2000 sono fra le più controverse dell’intera storia politica yankee. Vince per una manciata di voti e di Grandi Elettori, sconfiggendo il candidato democratico Al Gore e riconsegnando la Casa Bianca ai Repubblicani.
Il vicepresidente di Bush, Dick Cheney, recentemente oggetto di un film biografico interpretato da un mostruoso Christian Bale, assomiglia per certi aspetti a Goebbels: squalo politico dall’intelligenza sopraffina, responsabile di buona parte della campagna elettorale (insieme a Roger Stone, altro “genio del male” oggetto di un interessantissimo documentario prodotto da Netflix), sfrutta tutta la potenza di fuoco dei media statunitensi. La politica statunitense fa una decisa virata a destra dopo due mandati centristi e relativamente stabili da parte di Bill Clinton.
Il primo mandato di Bush vede il mondo distrarsi per i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001.
L’evento più significativo del secolo, fino a questo momento, sono sicuramente gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
In poche ore, due aerei si schiantano contro il World Trade Center.
Le immagini fanno il giro del mondo. Muoiono più di 5000 persone. Gran parte dei problemi del mondo attuale provengono da quell’evento.
Le Torri Gemelle prendono fuoco, collassano, si dissolvono e formano le macerie dell’ormai defunto sogno americano.
Sessant’anni di politica estera statunitense si frantumano in poche ore.
Il vuoto e il trauma non sono sanabili: cosa farà il Presidente? Dov’è il Presidente? Come reagirà l’Occidente?
Per oltre un anno e mezzo, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica statunitense e occidentale si stringe intorno alla persona più potente del mondo: George W. Bush, fino a venti anni prima un uomo oppresso dall’eredità paterna, solo, non molto intelligente e non preparato, deve gestire uno dei momenti più importanti e significativi della storia.

Saddam



Nasce la lista degli “stati canaglia”. Bush decide di parlare al mondo: o con noi o contro di noi.
Eravamo impreparati, adesso siamo tornati. Nessuno minaccerà il nostro stile di vita. Ci difenderemo e attaccheremo quando, dove e come riterremo necessario.
Gli Stati Uniti si preparano ad invadere l’Iraq, volendo portare a termine quanto fatto, dieci anni prima, da Bush senior.
Tony Blair, primo ministro britannico, appoggia la linea di politica estera di Bush.
Le piazze di tutto il mondo si riempiono: questa guerra è inutile, è una guerra imperialista, non si scambia il sangue per il petrolio.
Solo a Roma, una manifestazione di protesta raduna 3.000.000 di persone.
Tutto inutile: nel 2003 una vasta coalizione (alla salda guida statunitense) invade l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa e di proteggere il piccolo nucleo di talebani presenti nel suo stato.
La guerra effettiva giunge a una rapida conclusione: lo squilibrio delle forze in campo gioca tutto a favore degli Stati Uniti.
Saddam viene catturato, processato e impiccato.
La botola sotto ai suoi piedi si apre, il suo collo si rompe e insieme a esso il precario equilibrio mediorientale.
1-0 per Bush? Pazientate…

Torture, torture, torture

Si verrà a scoprire, a fatti compiuti, che dei prigionieri iracheni sono stati torturati.
Emblematica la foto, sintetizzante buona parte della gestione Bush.

Le torture e la repressione politica, silenziosa e non eclatante come in passato (Nixon e Reagan su tutti), sono giustificate dallo stato di guerra, che comporta poteri quasi illimitati al presidente.
I consensi crollano: Bush riesce a far irritare la Left statunitense impedendo i matrimoni omosessuali, esprimendo una posizione anti-abortista, varando il Patriot Act (un pacchetto di legge che permette al governo statunitense di invadere la privacy dei cittadini, ufficialmente per motivi di sicurezza).
Il secondo mandato Bush è una fotocopia sbiadita del primo. Passerà alla storia come uno dei presidenti meno amati dagli statunitensi. Parte del tracollo finanziario dell’ultimo trimestre 2007 e dell’inizio del 2008 è da imputare a lui, capace di varare ulteriori deregolamentazioni in ambito finanziario.
Nel novembre 2008, nel mezzo della tempesta, Barack Obama, democratico, sarà eletto presidente.


Welcome to a new kind of tension

American Idiot riassume tutto questo.
Nel brano dei Green Day, gruppo nato non casualmente a Berkeley, California, centro universitario motore del ’68, il cantante esprime in modo provocatorio il suo dissenso contro la nuova ventata di conservatorismo.

Spinto da un finto patriottismo (Don’t want a nation under the new mania/And can you hear the sound of hysteria?/The subliminal mind-fuck America), l’idiota americano sventola felice la bandiera a stelle e strisce.
L’idiota americano è il marine che crede nella sua nazione e dà la vita per gli interessi delle compagnie petrolifere.
L’idiota americano è attaccato alla televisione come un neonato è attaccato al capezzolo della sua nutrice.
L’idiota americano è anche George W. Bush.

Contro tutto ciò, i Green Day (e una parte significativa degli USA e dell’Occidente) decidono di esprimere il loro dissenso e, in modo molto provocatorio ma efficace, non si affaticano a tentare di spiegare ciò che per loro risulta palese (Television dreams of tomorrow/We’re not the ones who’re meant to follow/For that’s enough to argue).

Il cantante, notoriamente bisessuale, esprime tutto il proprio disprezzo per un mondo reazionario e conservatore, una parte molto radicata nel profondo Sud degli Stati Uniti (Well maybe I’m the faggot America/I’m not a part of a redneck agenda).


È nell’assolo della parte centrale della canzone che si convoglia tutta la nostalgia verso un decennio travagliato, sporco di sangue, precario, destinato a crollare con una crisi economica che ancora si sente (a dodici anni di distanza).
Gli anni 2000 sono segnati dalla presidenza Bush, che governa dal gennaio 2001 al novembre 2008.
Era un mondo più semplice rispetto a quello attuale.
Un mondo violento e segnato dagli equilibri sempre più precari, dai linguaggi sempre più violenti e da un depauperamento morale ed economico della società.
Bush, tuttavia, non è stato un presidente reazionario ed eccessivamente autoritario.
Volendo passare alla storia come il nuovo Reagan, pur fallendo clamorosamente, il suo linguaggio e la sua azione politica non sono comparabili a quelli di Donald Trump.

In questo caso, la profezia sul nuovo tipo di tensione (Welcome to a new kind of tension) dei Green Day si è avverata. La radio si è spenta e la loro musica non è più trasmessa quotidianamente.
Tuttavia, il dissenso non cessa mai di esistere: semplicemente, si sposta.

L’autore di questo articolo intende far presente alla lettrice/al lettore che, durante la presidenza Bush, il sottoscritto ha finito l’asilo e terminato le scuole elementari e ha iniziato la prima media con la presidenza Obama.

– Leonardo Mori

Storia bislacca degli Stati Uniti da Merica- Ep. 1

 

Siamo a metà Settecento.
Gli inglesi (da qui in avanti chiamati tracannabrodaglia) e i prussiani (grandi crucchi) salgono sul ring europeo, americano e asiatico per picchiarsi con i francesi (mangiarane), gli austriaci (piccoli crucchi), gli svedesi,  gli spagnoli, vari staterelli a giro per l’Europa.
Questo grande combattimento passa alla storia come Guerra dei Sette anni, perché “Guerra mondiale in costume e moschetto” suonava troppo male. Dopo sette round anni, i mangiarane perdono praticamente tutte le loro colonie, i grandi crucchi conservano la Slesia e i tracannabrodaglia si ritrovano in mano un impero coloniale più grande di quello che avevano prima.
Re Giorgio III d’Inghilterra, dopo aver speso un botto di soldi per difendere le Tredici Colonie (gli antenati degli Stati Uniti), chiede giustamente di pagare il conto.
I protoyankee non ci stanno, si incazzano di brutto, fanno guerra ai tracannabrodaglia e, dopo una serie di eventi storici che mi stanca ricordare ed elencare e tanti piccoli aiutini dai rancorosi mangiarane, riescono nel 1783 a staccarsi finalmente dalla Madrepatria. I tracannabrodaglia si ritirano in Canada e ciao.
Ah, nel mezzo c’è una curiosa Dichiarazione d’Indipendenza.
Vediamola insieme.
La Dichiarazione d’Indipendenza si basa su principi umanitari e democratici:
tutti gli uomini (bianchi, anglo-sassoni, anglofoni, protestanti, ricchi, puritani, schiavisti, eterosessuali) sono creati uguali (da qui la ganzissima teoria evoluzionista) da un Dio, che a differenza del Dio cattolico accattone onnipresente risiede nella Natura (che sarebbe anche Dio, in un curioso fraintendimento semantico dovuto alla mania dei Padri Fondatori per la botanica, in particolare la botanica delle piantagioni di cotone dove le loro allegre masse di schiavi neri lavoravano spontaneamente e soprattutto gratis).
“Tutti” gli uomini (quindi non le donne e tutti quelli che non rientrano negli aggettivi succitati)
sono quindi “creati” (non si sa bene come) da Dio, che gli fornisce inspiegabilmente diritti inalienabili, nel senso che se qualcuno prova a toglierli viene spedito a Guantanamo e se ha la pelle un po’ troppo scura viene freddato dalla polizia.

Fra questi diritti inalienabili, se ne segnalano tre:
1- La vita (che in termini contemporanei significa “il diritto di vivere come cazzo ci pare, tanto siamo bianchi”)
2- La libertà (“di fare come cazzo ci pare, tanto siamo ricchi”)
3- La ricerca della felicità (“la nostra”)
Dopo questi tre diritti, segue una sequenza di insulti e colorite ingiurie sui facili costumi dei parenti femminili di Giorgio III.
Perché dannarsi l’anima e stancarsi nell’arruolare e armare contadini che sono carne da cannone?
Non avevano proprio niente da fare? La risposta alla seconda domanda è: ovviamente sì.
La risposta alla prima invece sta tutta in una luuuuuuuuunga (e RICCA) corrente di storiografia liberale che la pone in questi termini, che prontamente tradurrò (la traduzione è in corsivo):

“Gli abitanti delle Tredici Colonie erano oppressi dall’ingiusta pressione fiscale del tirannico Re Giorgio III, che non permetteva un’adeguata rappresentanza e anzi permetteva che il parlamento inglese si basasse sui voti dei borghi marci, paeselli sperduti cui tuttavia spettava un seggio parlamentare. La classe politica inglese, avida e sorda alle giuste richieste dei coloni americani, si oppose a ogni istanza di questi ultimi.”

I riccastri schiavisti WASP (bianchi anglosassoni protestanti) non volevano scucire un quattrino a quelli che li avevano protetti fino al giorno prima. Re Giorgio III, dopo aver speso una fortuna per proteggerli, doveva da qualche parte cavare dei soldi e quindi decise di tassare i coloni. Nonostante fossero le colonie più ricche dell’Impero Tracannabrodaglia, l’esistenza dei borghi marci si spiegava dal fatto che anche in Gran Bretagna ci fossero altri riccastri (non proprio schiavisti però) che non volevano fare niente. I politici inglesi (che all’epoca non avevano i capelli biondi tinti e non erano sovranisti) se ne fottevano delle richieste dei riccastri schiavisti, soprattutto per il fatto che questi ultimi fossero lì proprio grazie ai primi e che soprattutto erano lì da nemmeno duecento anni, mentre loro si erano fatti il mazzo da oltre seicento.

“Dopo il massacro di Boston, la guerra divenne l’unica scelta: i coraggiosi patrioti si ribellarono alla tirannia di Re Giorgio, si armarono ed entrarono in guerra contro la madrepatria.”

Seguirebbe tutta una sfilza indigeribile di virtù yankee (ovviamente false come Giuda) quali fiducia nel progresso, pensiero illuminato, tolleranza, peni abbondanti ed efficienti ed equa distribuzione di vulve e caramelle per ogni maschio adulto. La taglio perché non ho voglia né tempo (e poi perché non sono un americano un americano ricco).

Dato che i riccastri schiavisti non potevano accedere al casinò di Giorgio III, decisero di costruirsi un enorme casinò tutto loro, con blackjack e squillo di lusso. Anzi, senza blackjack. E anche senza casinò. A farne le spese furono pochissimi[1].

Piccola ellissi e… puf! Ecco la prima costituzione figlia dell’Illuminismo e la prima grande democrazia moderna. Vi aspettavate una battuta satirica o critica? Ammesso che non siate dei nostalgici del mondo pre-industriale o nobili, non è che le cose prima fossero così belle, eh.
Dov’ero rimasto… ah sì, la Costituzione degli Stati Uniti!

Qualche coordinata sparsa qua e là:

– Da quando è entrata in vigore (dopo la guerra coi tracannabrodaglia), negli Stati Uniti si vota SEMPRE il secondo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Una data curiosa, non trovate?
Sapete proprio perché tutto questo rigirio?
Perché quello era l’unico momento dell’anno dove quelli che potevano votare (cioè i bianchi riccastri schiavisti eccetera) potevano scendere in città perché le nevi si scioglievano. Hanno mantenuto la consuetudine da allora. Quando pensate agli statunitensi come radicalmente diversi dagli inglesi, ripensate a questo.


– Il suffragio è ispirato ai principi dell’Illuminismo, un movimento culturale tanto profondo e variegato da aver portato avanti istanze “universali” (nel significato succitato di “tutti gli uomini”) e profondissime. Quindi, votano TUTTI (i ricchi, bianchi, puritani, proprietari terrieri, schiavisti…).

– Ispirati alla teoria politica del famosissimo liberale mangiarane Montesquieu, i tre poteri (quello di fare le leggi, quello di imporle in modo violento e quello di fare il culo a chi non le rispetta, soprattutto se non bianco) sono separati. Certo.
In realtà, manco per idea. Il presidente (che praticamente è un re eletto da “tutti”, si fa per dire) nomina i giudici  dell’UNICO tribunale disciplinato degli Stati Uniti, ossia la Corte Suprema Federale, quando i giudici schiantano o si ritirano. Molto democraticamente, non ci sono troppe possibilità di rimuovere dal suo incarico un giudice della Corte Suprema. Davvero illuminati.

– Non finisce mica qui. Magari. Il presidente può fare decreti presidenziali e gli altri riccastri, gongolando fra una boccata di pipa (il cui tabacco è prodotto in casa in piantagione), possono accettare o meno, dipende se arriva il bonifico in tempo.

– Se il presidente fa un po’ troppe cazzate, può essere rimosso per impeachment, che tradotto in italiano significa “se la Camera e il Senato esprimono una maggioranza, il presidente è costretto a calarsi le braghe, a indossare orecchie da somaro e a ragliare per essere esposto al pubblico ludibrio. Ah, e non è più presidente, quindi non conta più niente e il vice-presidente improvvisamente occupa il suo posto. Così, per magia.”[2]

– Gli Stati Uniti non hanno confessione religiosa né riconoscono religioni.
La battuta è tutta qui.

– C’è una totale libertà di espressione.  Ma totale, eh. Basta non bruciare la bandiera a stelle e strisce.

– I cittadini, molto democraticamente, possono scegliere il candido preferito di uno dei due partiti: il partito cattivo e quello un po’ meno cattivo.

So benissimo che tutto questo articolo è sconclusionato, storicamente lacunoso, non corretto, spregiatamente anti-americano ma sapete cosa vi dico?
SAPETE COSA VI DICO?!

IO VI DICO

che ho fame e che ho voglia di un panino in un fast-food.  Mandate pure i vostri reclami all’apposita casella che trovate in alto alla vostra sinistra.
Pace.


Leonardo Mori


[1] Circa un misero 98 % della popolazione, fra cui: non bianchi, non uomini, non proprietari terrieri, non puritani, non ricchi, non istruiti. 

[2] Citazione tratta da Costituzione di Yankeeland, 1700 e qualcosa.

The shores of America

BREVE STORIA AFROAMERICANA

Immaginate di essere un uomo di venticinque anni che sta facendo una passeggiata con degli amici. Improvvisamente, vedete degli uomini, all’orizzonte, che si avvicinano. Vi picchiano, vi catturano e vi mettono in catene. Voi e i vostri amici camminate in colonna, incatenati, per giorni e giorni.
Arrivate finalmente all’oceano, dove venite caricate in una nave con tutti gli altri. Venite stipati nella stiva, sempre in catena, siete immobilizzati e supini, non c’è spazio per muoversi. I vostri compagni muoiono di stenti e di asfissia, mentre voi fortunosamente riuscite a sopravvivere, pur essendo costretti a mangiare pochissimo e a defecarvi e urinarvi addosso. Dopo un periodo di tempo lunghissimo, un fascio di luce vi acceca e gli uomini che vi hanno catturato vi spingono fuori, urlando in una lingua sconosciuta. Voi e i vostri amici sopravvissuti attraccate a questo piccolo porto, per poi camminare incatenati verso la piazza della città. Entrate in un edificio, venite picchiati di nuovo e portati via. Da quel momento in poi, inizierete piano piano ad imparare la lingua degli abitanti del posto e a servirli in ogni modo possibile. Se avrete fortuna, starete in casa a fare il domestico. Se invece non avrete fortuna alcuna, è molto probabile che finiate in una miniera, in una piantagione, nei campi.
Diverse generazioni dopo, una guerra civile vi libererà dalle catene materiali per costringervi in catene sociali ed economiche.
Per circa un secolo, rischierete di essere impiccati, dovrete usare strutture riservate a persone che hanno il vostro stesso colore della pelle, quasi ovunque vi impediranno di votare, quasi ovunque non avrete la possibilità di difendervi in un tribunale, di trovare lavoro, di essere trattati come persone.
Sarete considerati oggetti, animali o, nel migliore dei casi, appartenenti a una specie diversa o inferiori.
Tre secoli dopo il vostro arrivo, i vostri discendenti, i vostri simili, costituiranno la parte più consistente dei detenuti, faranno parte di una larga minoranza e della fascia di popolazione più povera.

C’è una canzone molto particolare che riesce a interpretare tutto questo.
Questa canzone è un mash-up, ossia una traccia che unisce brani e spezzoni da più fonti.
È un brano che ci permette di analizzare una piccola goccia nell’oceano della cultura statunitense.
Un piccolo spaccato di quattro secoli e mezzo di identità afro-americana.
In breve, cosa significhi essere nero in un mondo dominato da bianchi.

Niente moralismi o ipocrisie: l’autore di questo articolo è un maschio, bianco, borghese, europeo ed eterosessuale.
Non è un conservatore. Non è tossico. Non è razzista. Non è un rivoluzionario. Non è nemmeno un intellettuale. Adesso sparirà e leggerete l’articolo, mettetevi comodi, dentro di sé spera di riuscire a farvi sentire le sue stesse emozioni.

CAMBOGIA

Le basi di questa canzone sono tre tracce, tutte inerenti alla cultura e alla storia statunitensi.
La melodia di sottofondo è la melodia di una canzone cambogiana (anche se modificata) di Ros Serey Sothea, attiva fino all’avvento dei Khmer rossi, scomparsa sotto la dittatura di Pol Pot alla fine degli anni ‘70.
La canzone, composta nel 1970, anno dell’invasione statunitense della Cambogia (stato bombardato pesantemente dagli Stati Uniti fino al 1975), parla della morte del figlio della cantante.
Il ritmo malinconico e le note della traccia si fondono insieme, mischiando elementi che incidono profondamente nelle tavole di pietra della storia statunitense.
È l’addio doloroso di una madre al figlio, è la voce di una persona appartenente a uno stato dall’esistenza travagliata, inserita nella cornice più ampia e tragica della Guerra del Vietnam.
È l’espressione di una persona non bianca, così come non bianchi erano una parte consistente delle truppe statunitensi coinvolte nel conflitto. Sono gli afroamericani, difatti, ad aver costituito la maggior parte dei soldati semplici inviati nel Sud-est asiatico fra gli anni ‘60 e i primissimi anni ‘70.

Gli afroamericani hanno partecipato a tutti i conflitti che hanno interessato gli Stati Uniti: dalla guerra d’Indipendenza in poi, la presenza afroamericana nell’esercito statunitense è sempre stata continua e, fino all’intervento statunitense nella Prima guerra del Golfo, è stata segnata da molteplici episodi di discriminazione, espressi dai semplici insulti verbali a un salario inferiore rispetto ai compatrioti bianchi.

GRAN BRETAGNA

Dopo circa un minuto di instrumental, MF Doom, misterioso quanto potentissimo cantante hip-hop britannico, inizia a cantare (la sua parte è ripresa da una canzone del 2002 intitolata It ain’t nuttin, basata sul gioco di parole fra nothing, ossia “niente”, e nuttin’, possibile richiamo a un termine che può significare “pazzo”, “svitato”, “noci”, “testicoli”, “sperma”; potrebbe anche essere semplicemente il modo con cui una persona nera ed anglofona si esprime gergalmente, pronunciando nothing nuttin”). Sebbene la sua parte sia veramente troppo complessa per essere analizzata nel dettaglio, le parole sono orchestrate in maniera singolarmente efficace, unendo eufonia a un contenuto di denuncia sociale che solo un pensiero profondo può concepire. Inutile ricordare che MF Doom sia nero. La sua traccia, infatti, denuncia la condizione di MF Doom stesso. Complessità, umorismo e denuncia sono le tre caratteristiche che ritroviamo nelle parole di un artista che, fattore questo importantissimo, si esibisce sempre con una maschera e ha volutamente calato una forte aura di mistero intorno alla sua persona.
L’origine britannica e il livello di istruzione di MF Doom si palesano nel seguente verso, veramente significativo nell’interpretazione della traccia:

Bloody rap game like leviathan
 Leave a bad taste, killin my high like niacin
Stop kiddin middlemen need Ritalin
Hit me with the full tin of gin and im a kid again


Un gioco rap sanguinante come il Leviatano
Lascia un cattivo sapore, uccide la mia fattanza come la niacina
Basta prendere in giro, l’uomo medio ha bisogno del Ritalin
Colpiscimi con una latta piena di gin e torno bambino

Spezzone molto complesso ma degno di un tentativo di analisi.
Il richiamo al Leviatano, la maggiore opera del teorico politico Hobbes, inglese di metà del ‘600, si riallaccia alla sensazione provata da MF Doom nell’eseguire la sua canzone.
Nel Leviatano, Hobbes presenta la sua visione politica e filosofica dell’uomo. Per Hobbes, allo stato di natura e prima della società, l’uomo è profondamente malvagio e farebbe di tutto per danneggiare i suoi simili. Tuttavia questo stato non può durare per sempre: nessuno sarebbe al sicuro, poiché dovrebbe essere sempre vigile e potrebbe essere schiacciato e ucciso da una persona più forte. Per cooperare ed evitare la morte di tutti, gli uomini siglano un contratto con una persona (il sovrano) o un ente (un parlamento) cui donano tutti i loro diritti dello stato di natura, consegnando un potere assoluto. In questo modo, l’umanità perde tutti i diritti, compreso quello di usare la violenza in modo incontrollato.
Tutto ciò provoca una considerazione amara dell’esistenza e della società (leave a bad taste: notare il gioco di parole, sulla parola “taste”, che può significare sia “gusto” in senso sensoriale che “gusto” in termine di preferenze), che risveglia la sua coscienza addormentata dalle droghe, sostanze necessarie per andare avanti al mondo e permettere sia di eseguire la canzone che di vivere.
Il verso successivo è una critica e insieme una compartecipazione dell’autore: l’uomo medio ha bisogno del Ritalin, uno psicofarmaco che aumenta l’attenzione ed è usato per persone affette da disturbo di deficit di attenzione (per intendersi, lo stesso disturbo da cui è affetto Tigro in Winnie the Pooh, vi ho rovinato l’infanzia, prego). Indipendentemente dal colore della pelle e dall’etnia, la vita dell’uomo contemporaneo necessita di sostanze e meccanismi per far fronte al logorio e alla frenesia della società. Se MF Doom però usa altre sostanze per affrontare l’acquisita coscienza dei drammi e dei limiti della vita, l’uomo medio usa sostanze come il Ritalin (e per estensione psicofarmaci) perché ha la coscienza addormentata. Il cantante poi afferma che lanciargli del gin lo potrebbe far tornare bambino, ossia potrebbe farlo felice oppure in condizione di non nuocere e quindi di addormentarlo. È una sua richiesta volontaria di addormentarsi di nuovo o una constatazione del fatto che, alterato dall’alcol, non sia in grado di esprimere la sua voce come nella canzone?
Un nero britannico che indossa volutamente una maschera: più che a Pirandello (elemento troppo estraneo per essere inserito in questo discorso), ci potrebbe essere un interessantissimo riferimento a Francis Scott-Fitzgerald, come si vede da questo spezzone:

Coco butter on a very ashy day, fam
With Ray-Bans on the islands of Cayman
Or I’ll break it down for the layman
Bain de Soleil for the St Tropez… tan
A can of Old Gold, too cold to hold, slow ya roll.

Cosa c’entra un autore statunitense, bianco, degli anni ‘20 con la canzone di un cantante hip-hop britannico e nero? MF Doom si presenta, in modo satirico, come un pagliaccio che canta per i ricchi bianchi in vacanza, siano essi nelle isole Cayman o a St. Tropez. Un pagliaccio povero, che coinvolge alla fine della sua parte cantata il pubblico, che si fa pagare in birre e si congeda con un brindisi.
Se nell’opera di Scott-Fitzgerald l’affresco della società statunitense è dipinto a tinte che sono sia splendide e ricche che forti e di denuncia, la voce di MF Doom apporta un’ulteriore pennello al quadro, un pennello intinto di un colore nero come la sua pelle e la sua rabbia. Non ci sono personaggi di colore nelle opere di Scott-Fitzgerald, non per un motivo razzista, bensì perché le tematiche da lui affrontate sono dedicate a una parte di società benestante che, all’epoca, non contava una presenza afroamericana o di fasce sociali diverse da quelle WASP (acronimo per White Anglo-Saxon Protestant, ossia Bianco Anglo-Sassone Protestante, i tre tratti della maggioranza della popolazione degli Stati Uniti).
Qui subentra MF DOOM. La sua non è la voce di un autore che desideri entrare in quel mondo, negatogli anche per il colore della sua pelle e delle condizioni sociali: è la voce di un autore che denuncia i limiti di una fascia privilegiata della popolazione, tanto ricca a livello economico quanto povera a livello umano, mischiando questa denuncia alla considerazione che non si possa fare niente contro l’intrattenimento e la sua industria. Industria, è bene ricordare (qui sta la genialità di MF Doom), cui l’autore appartiene.

STATI UNITI

Immediatamente dopo la parte di MF Doom, entra in scena RZA, cantante rap afroamericano attivo negli anni ’90. La sua parte è presa dalla traccia The Night the Earth cried (“La notte in cui la Terra pianse”).
RZA espone, in modo rapido e conciso, una lezione di storia sul primo arrivo degli afroamericani nel continente americano.

I came to the shores of America disguised as a pillar
The alpha and omega and the home of the beggars, the black sellers
Who been beaten, raped, lynched, robbed and stoned
And caused to roam the earth in service cause they couldn’t maintain at
Home

Sono arrivato alle rive d’America camuffato da colonna
(L’America è)L’alfa e l’omega e la casa dei mendicanti, dei venditori neri (e del mercato nero) (non c’è un gioco di parole voluto, fottetevi)
Che sono stati picchiati, stuprati, linciati, derubati e lapidati
E fatto vagare la terra in servizio perché non potevano mantenerla a
Casa

Schiavi neri che arrivano nella Terra della Libertà, Land of the free, come esprime, in una delle infinite e affascinanti contraddizioni degli Stati Uniti, l’inno statunitense.
Gli Stati Uniti visti come inizio e fine di una nuova fase, di una nuova vita e di una morte.
Gli Stati Uniti caratterizzati da marcate diseguaglianze sociali ed economiche, dei venditori neri (e per estensione degli afroamericani) costretti a vagare per gli stati della federazione, colpiti da discriminazioni e violenze.
RZA dice che tutto ciò rimanda al 1555, quando la prima tribù di africani fu catturata, messa in un brigantino alto cinquanta piedi e portata, dopo un viaggio di novemila miglia, sulle coste delle Tredici Colonie (la costa orientale degli attuali Stati Uniti), dove essi furono venduti.
Schiavi sopravvissuti alla schiavitù ma rimasti senza identità, senza radici: gli schiavi afroamericani non potevano essere alfabetizzati e potevano rischiare la vita, se il padrone avesse scoperto ciò. È il terrore di una rivolta di schiavi, il terrore di vedere i propri simili bianchi uccisi o violentati, un genuino e profondo razzismo negli stati del sud degli Stati Uniti che viene colpito dalla voce del cantante di colore.
Vi è anche una staffilata violenta contro Sir John Hawkins, mercante inglese di metà Cinquecento, considerato il pioniere del commercio triangolare e del commercio di schiavi. Hawkins accumulò un’immensa fortuna grazie alla tratta di schiavi dalle coste africane all’America settentrionale.
Le critiche non sono monodirezionali. RZA accusa anche W.D. Feraud, fondatore della Nation of Islam, movimento (cui apparteneva Malcolm X) per la separazione fra bianchi e neri negli Stati Uniti e risolvere i problemi “interraziali”. Secondo RZA, Feraud avrebbe fondato un movimento che avrebbe inasprito il problema, sottolineando le differenze fra bianchi e neri e non favorendo un’apertura coscienziosa dell’opinione pubblica dei bianchi statunitensi, facendoli spostare su posizioni ancora più ostili o allontanandoli dall’affrontare una questione tuttora irrisolta.

CANTO DEL CIGNO

La copertina di questo articolo è la stessa dell’edizione italiana del 2018 del libro Storia del popolo americano, dal 1492 a oggi, opera che racchiude una fatica trentennale di Howard Zinn, storico e attivista radicale statunitense (1922-2010).
Quest’opera, dall’importanza capitale, non tratta della storia dei presidenti statunitensi.
Non c’è alcun elogio, nessuna pretesa di supremazia, nessun tacito assenso all’ “eccezionalismo” statunitense.  Niente di tutto ciò: è, come da titolo, la storia del popolo americano.
La storia delle donne, dei poveri, degli operai, dei sindacalisti, dei contadini, degli schiavi e degli ex-schiavi.
La storia, insomma, del vero motore della storia, le persone comuni che troppo spesso sono dimenticate dai libri di storia e dai manuali scolastici.
Nella copertina, un uomo nero, vestito dignitosamente, guarda con espressione seria e civilmente impegnata l’obiettivo della macchina fotografica.
La foto è in bianco e nero ed è stata scattata durante una protesta per i diritti civili degli afro-americani negli anni ’60.
L’uomo mostra un cartello con uno degli slogan più fortunati ed utilizzati da quelle fasce sociali desiderose di migliorare la propria condizione.
“I AM A MAN”
“IO SONO UN UOMO”
Per il razzismo statunitense, i neri erano visti come animali, come non-uomini.
La copertina dell’articolo è legata alla canzone. Razzismo e Stati Uniti sono elementi che, a livello storico, viaggiano insieme. La frase precedente è volutamente ambigua.

L’autore tiene a ricordare che questo articolo sia uscito in un periodo storico di tensioni sociali, episodi di razzismo e discriminazione, “decreti sicurezza” e questioni onnipresenti relative all’immigrazione.
Questo per riaffermare, una volta di più, che parlare delle rive dell’America (the shores of America) e parlare delle rive di Lampedusa significa, drammaticamente, trattare di due questioni non così distanti.

Questo articolo è una delle tante espressioni di tutti coloro che, nella Storia, hanno lottato e lottano perché l’uomo consideri, un giorno, i suoi simili in base alla personalità e non ad altro.


Leonardo Mori