I 5 linguaggi dell’amore

Ti amo!>, <Ti amo tantissimo>, <Ti amo da morire>…No, mi spiace, non stiamo parlando delle varie sfaccettature della famigerata affermazione di amore che tanto agogniamo durante le montagne russe emotive dell’innamoramento, ma di quella esigenza emotiva profonda che ognuno di noi ha dentro di se: il bisogno di amore.

Ora, vi stupirà sapere che ognuno di noi ha un modo diverso di sentirsi amato, cioè ogni persona parla un diverso linguaggio dell’amore.

Il consulente matrimoniale americano Gary Chapman ne ha individuati 5 che sono spiegati nel suo libro “I 5 linguaggi dell’amore”.

La premessa che Chapman fa è molto chiara: l’amore coinvolge un atto di volontà, richiede disciplina e riconosce la necessità di una crescita personale. Aggiunge che l’amore vero non può avere inizio prima che l’esperienza dell’innamoramento sia conclusa; infatti, quando siamo sotto l’influsso della fase dell’innamoramento è come se non fossimo lucidi: ormoni, eccitazione, novità e adrenalina creano nel nostro cervello un mix letale che ci porta a vedere solo i colori che ci piacciono dell’altra persona e a compiere azioni belle e generose che vanno al di là dei nostri modelli comportamentali normali.

Se però, dice Chapman, dopo essere ritornati al mondo reale delle scelte e aver visto anche i colori che meno ci piacciono dell’altro, scegliamo di essere buoni e generosi, quello è vero amore.

Ciò nonostante migliaia di coppie, passata la fase dell’innamoramento, dichiarano di non sentirsi più amati dal proprio partner. Questo, secondo Chapman, è dato dal fatto che nessuno dei due ha imparato a parlare il linguaggio d’amore dell’altro.

Ecco una breve descrizione dei 5 linguaggi d’amore individuati da Chapman e alcune indicazioni su come imparare a parlarli.

 

 

PRIMO LINGUAGGIO DELL’AMORE: PAROLE DI RASSICURAZIONE.

 

<Con questo vestito sei uno schianto.>, <Mi ha fatto molto piacere che tu abbia lavato i piatti.>, <Sei il/la miglior cuoco/a del mondo, queste patate sono fantastiche.>

Ammettiamolo, a chi non piace ricevere complimenti? Infatti, hanno il potere di incentivare molto più delle lamentele, riescono a infondere coraggio e possono aiutare il potenziale latente del vostro partner a venire fuori.

Ci sono persone per cui queste parole hanno molta più importanza rispetto alle altre: sono quelle, infatti, che hanno come linguaggio principale dell’amore le parole di rassicurazione.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria, ricordiamo che l’incoraggiamento richiede empatia e disponibilità a guardare il mondo dalle prospettive del partner. Bisogna incoraggiare solo su quegli ambiti che interessano davvero al proprio partner, sennò le nostre parole acquisiranno un tono di predica, dobbiamo quindi sapere che cosa è importante per l’altro e lavorare per il suo bene.

 

 

SECONDO LINGUAGGIO DELL’AMORE: MOMENTI SPECIALI.

 

Cene romantiche, una visita alla mostra di quell’artista che a lui o a lei piace tanto, la visione di un film tanto atteso, ma anche 15 minuti sul divano a parlare di come l’altro si sente, fanno parte dei cosiddetti momenti speciali.

Infatti, l’aspetto centrale dei momenti speciali consiste nello stare insieme.

Chapman, parlando di essi, non si riferisce alla vicinanza fisica ma alla disponibilità a prestare piena attenzione all’altro evitando di parlargli mentre si legge il giornale o si guarda la tv ma guardandolo negli occhi e offrendogli la massima considerazione, facendo di vero cuore qualcosa che piace all’altro.

Se per il vostro partner i momenti speciali costituiscono il suo linguaggio di amore principale, si consiglia di mantenere il contatto visivo quando vi parla, specialmente se vi sta raccontando come si sente, di non fare altro mentre lo ascoltate, di provare a cogliere i suoi sentimenti, di non interromperlo e di osservare il suo linguaggio del corpo.

Inoltre, il partner con questo linguaggio dell’amore potrebbe aver bisogno di svolgere delle attività speciali con voi che non necessariamente possono interessarvi quanto interessano a lui, ma vi consigliamo di essere disponibili a svolgerle con la consapevolezza che una delle conseguenze delle attività speciali svolte insieme, oltre a far sentire amato l’altro, è di costituire un archivio della memoria da cui attingere nel corso degli anni nuova energia.

 

TERZO LINGUAGGIO DELL’AMORE: RICEVERE DONI.

 

Un bel mazzo di rose in un momento inaspettato, quell’orologio che lui voleva tanto, un souvenir di ritorno da un viaggio. Non importa di che colore e di che dimensione sia, se sia costoso o economico, ma come si dice “è il pensiero che conta”: infatti chi ha come linguaggio principale dell’amore il ricevere doni non sarà interessato all’aspetto economico del dono ma al fatto che voi avete pensato a lui.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria potete diventare molto bravi a offrigli doni perché è uno dei linguaggi più facili da imparare.

Ricordatevi comunque che il più grande dono che potete fare all’altro è la vostra presenza, se richiesta, soprattutto nei momenti più difficili.

 

 

QUARTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: GESTI DI SERVIZIO.

 

Fare la spesa, buttare la nettezza, cucinare la cena, portare fuori il cane, fare una commissione per il partner, sono tutti gesti che fanno sentire amato chi ha questo come linguaggio dell’amore principale.

Chapman con l’espressione “gesti di servizio” si riferisce alla disponibilità a compiere qualcosa che il proprio partner apprezza e cercare di fargli cosa gradita con gesti di servizio.

Chi fa parte di questa categoria è molto importante che riesca a chiedere in modo gentile e senza pretese che qualcosa venga compiuto per lui.

<Caro/a, mi farebbe molto piacere se tu portassi fuori il cane la sera e mi farebbe sentire amato/a>.

La forma è molto importante in questi casi perché le domande indirizzano l’amore ma le pretese lo interrompono.

 

 

QUINTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: IL CONTATTO FISICO.

 

Un abbraccio, una carezza, un bacio sulla fronte o sulla punta del naso, una stretta di mano, l’intrecciarsi delle dita in un particolare modo o il dormire avvinghiati, ognuno ha un modo diverso in cui gli piace essere toccato. Per alcune persone il contatto fisico rappresenta il primo linguaggio dell’amore, se il vostro partner rientra in queste categorie fate ben attenzione a quale siano le parti del corpo che preferisce, se insistete nel toccare una parte del corpo che non gradisce, starete comunicando un messaggio di non-amore.

Infatti, il contatto fisico non solo comunica amore ma anche odio come per esempio uno schiaffo.

Infine, se il vostro partner rientra in questa categoria, sarà molto importante per lui ricevere un abbraccio mentre piange.

 

 

Per capire quale sia il vostro linguaggio d’amore principale, Chapman suggerisce di porsi queste tre domande:

  1. Quali azioni o carenze del vostro partner vi feriscono di più? Il contrario di ciò che vi ferisce di più è probabilmente il vostro linguaggio d’amore principale.
  2. Che cosa avete domandato più spesso al vostro partner? È probabile che ciò che avete domandato più spesso vi farebbe sentire amati.
  3. In che modo esprimete abitualmente amore al vostro partner? Il vostro modo di esprimere amore potrebbe anche indicare il modo che vi fa sentire amati.

 

Chapman infine rassicura dicendo che affinché una relazione funzioni non è necessario che si parli lo stesso linguaggio d’amore dell’altro, anzi è molto raro e non assicura la felicità della relazione. Quello che fa la differenza è avere la volontà di capire quale sia il linguaggio dell’altro, osservandolo e vedendo come cerca di farvi sentire amati, e di imparare a parlarlo nel migliore dei modi.
Chiara Stoppioni

Tra le mie braccia

Dedicato a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno scritto qualcosa a una persona con la quale si sono mostrati vulnerabili e che adesso non c’è più.

 

Mi piace la letteratura.
Penso che la letteratura sia una delle più alte espressioni dell’animo umano e che, senza di essa, gran parte della vita sarebbe buttata via.
Sono un giovane maschio eterosessuale. Preciso la mia condizione perché tu possa inquadrarmi, giudicarmi e mettermi in una categoria. Come altro dato, scrivo in italiano, la mia lingua madre.
La letteratura della mia lingua è nata e si è sviluppata intorno a un tema a me molto caro: l’amore verso una donna.
Fino a non molto tempo fa, l’istruzione è stata riservata solo ai maschi. Ne consegue che, essendo la maggioranza dei maschi, nelle varie epoche della storia, eterosessuale, il tema dell’amore verso una donna abbia trovato tantissimo spazio.
L’uomo non è sempre uguale a se stesso: cambiano le forme, cambiano i suoni, cambiano gli spazi e i tempi in cui agisce e consuma la propria vita.

Cosa ci lega a una persona, quando essa non è più con noi? I ricordi, sepolti nella nostra psiche. Ricordi che affiorano grazie a un odore, alla battuta di un amico, a una canzone, a qualche parola letta, ascoltata o pronunciata senza pensare che ci riporta, almeno col pensiero, a un periodo ormai perso nelle sabbie del tempo. A volte questi ricordi ci colgono completamente alla sprovvista, riemergono dal terreno dei nostri pensieri, dalle tombe delle nostre emozioni che credevamo sepolte e che invece per un breve momento ci guardano, con pallore cadaverico e occhi privi di iride.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di rapportarmi con donne singolari. Certo, avevano tutte qualche tratto in comune sui quali sorvolo per rispetto prima di tutto verso i miei confronti e, solo successivamente, verso i loro.
Non devo fare troppi sforzi per rileggere qualche pagina dal libriccino dei miei ricordi, sfogliati come l’Aida protagonista, per me, più di Rino Gaetano che di Giuseppe Verdi.

Cerco di ricordarmi come fosse il mio aspetto, cosa facessi in quel periodo, dove vivessi e cosa provassi. Mi aggrappo ai ricordi più dolci, guardandoli senza tristezza né gioia, senza indifferenza né malinconia, sforzandomi di non farmi trascinare a fondo da ciò che è stato e che ora non è più. Beninteso: ho superato ogni trauma e chiusura, non v’è nostalgia. Se qualcosa ha avuto fine, è perché vi erano più motivi e, qualora non ve ne siano, ho già fatto i conti con me stesso nell’apporre significato a tutto ciò.

Nel mio pensiero cerco di ricordarmi la dolcezza di momenti di pace.
Ho la pelle d’oca nel ripensare a quella sensazione di calore e quiete scioltasi dopo un rapporto sessuale cui la mia cultura ha dato, fra le tante perifrasi, una connotazione che rimanda all’industria (intesa come qualità e non come sistema produttivo) e all’artigianato.
“Fare l’amore” può voler dire proprio questo: produrre qualcosa con cura, con perizia, certamente con qualche inciampo, gattonando, battendo la testa, piangendo, strappandosi i capelli, urlando, incontrando la lingua altrui, chiudendo gli occhi, scrivendo, comunicando… tutti ostacoli, tutti aiuti che concorrono a questa definizione dal significato profondo e ineffabile.

Allora mi chiedo cosa abbia provato, nel ricordo in questione, l’altra persona.
Si sarà sentita protetta?
Quali pensieri e quali emozioni avranno attraversato la sua mente?
Voleva davvero essere lì?
Tutti interrogativi destinati a rimanere irrisolti e sui quali chiunque (o almeno chiunque abbia investito emotivamente in ciò) si è interrogato almeno una volta.

C’è chi come me ha risolto tali interrogativi scrivendo.

È con questo spirito che rileggo ciò che ho scritto a varie fanciulle, negli anni.
Senza sforzo e senza affanno assolvo i loro comportamenti nei miei confronti, censuro i miei errori, le cose che non andavano e anche quelle che sono andate. Guardare indietro a mente fredda, per questi eventi, è per me impossibile: troppa vita è passata sotto i ponti, troppi eventi sono stati portati via dalla corrente e non sono recuperabili.

Ed ecco che rivedo un romanzo (sì, un romanzo) scritto per il compleanno della ragazzina di cui ero innamorato al liceo.
Lo trovo lì, innocuo, finito quasi per sbaglio sulla scrivania del mio portatile, chiedendomi per un momento come sia sopravvissuto a sei anni, forse sette, di produzione e di vita.

Vita e letteratura non sono compatibili. La prima è infinitamente più grande e ricca della seconda per essere rinchiusa in carta e inchiostro. Ci sono troppe cose, troppo da narrare, troppo da esprimere.

Rivedo poi altri brani: brani di commiato, brani di scuse, brani d’intimità, brani di coesione e d’intesa che, anche se letti da altre persone, sono i ricordi più pregiati dello scrigno pieno di cianfrusaglie arricchitosi col tempo.
Allora sì, allora sì che penso a quanto sia stato ingenuo, quanto sia stato debole, quanto sia stato giudizioso e forte. Sono stato schiacciato e ho offeso.
Umiliato e offeso, tanto per riprendere il titolo di un romanzetto da quattro soldi russo di un certo Fëdor Dostoevskij, tento di dare significato a quanto scritto.

Sono una persona diversa?

Ho scritto che dopo la tensione c’è la quiete. Ecco, è proprio quella quiete, quella catarsi, quella sensazione che riaffiora nello scandagliare quanto da me espresso per fanciulle che hanno comunque potuto raccogliere un frammento di ciò che sono. Quel che hanno poi tesaurizzato oppure no, non mi riguarda. Si potrebbe anzi dire che non fosse quello il fine: non era tanto la volontà di condividere qualcosa, di farle entrare per un attimo nel mio mondo e far vedere loro chi io sia veramente. Non era neppure un tentativo di sopperire a un’inadeguatezza né un gesto di sottomissione. Erano semplicemente scritti che ho voluto condividere ed esprimere per quel paio di occhi che più mi facevano emozionare.

Rileggo quel che ho scritto, cerco di trovare un senso, una direzione, un significato: tutto inutile, è tutto perduto sottoterra e non ho voglia di scavare. È una miniera perduta per sempre, un filone esaurito.

Un lampo.
Una testa sopra il mio petto.
Una mano che accarezza dei capelli.
Un bacio.
Due persone sdraiate nello stesso letto.
Due occhi.

Inspiro: è tutto qui, dentro di me.
Per un momento, è stata lì.
Tra le mie braccia.

 

Leonardo Mori