Una quarantena spaziale

Marzo 2050

Vi scrivo dalla navicella spaziale VDG0027 che orbita intorno allo spazio terreste da tredici giorni, esattamente da quando un virus mortale ha invaso il pianeta. Ci hanno fatto evacuare nello spazio, in delle navicelle che sono state assegnate casa per casa.

Era un giorno come un altro, quando all’improvviso alle sei del mattino io e i miei coinquilini siamo stati svegliati dall’allarme. Cioè, sì, loro sono stati svegliati, io faccio parte di quella categoria di individui che non sentono la sveglia. Comunque ci hanno caricato su queste bettole e ci hanno spedito qua nel remoto e infinito spazio, con la promessa di farci rientrare appena la terra sarà sanificata e nuovamente abitabile.

All’interno della navicella con me ci sono Cosimo detto “Il bestemmiatore” e Donatello detto “Er donnola”. Sono persone di buona compagnia, quando vogliono.

Cosimo è quel tipo di persona che prende le cose con tranquillità, ad esempio si affaccia ogni giorno all’oblò della navicella e rivolgendosi ai nostri vicini, urla: “FIODENA, ANDRA’ TUTTO BENE, *BESTEMMIONE DIVERSO GIORNO PER GIORNO*”. Due cose non gli puoi togliere: il Campari e la pasta al sugo. Ho il forte dubbio che a breve sbotterà di testa, ne ho avuto il presentimento quando l’ho visto farsi dei milk-shake con la frutta al posto del pranzo. Non è per niente da lui rinunciare al quantitativo calorico che puoi assumere solo mangiandoti un branco di bovini per dei milk-shake.

E poi c’è Donatello, che dire di lui? All’ordine prendete solo il necessario dalle vostre case, l’ho visto arrivare con tutto l’impianto stereo per imbastire il djset del secolo. Ha organizzato delle dirette su un canale e si fa ascoltare mentre suona, ogni giorno alla stessa ora. Almeno ci distrae dai vicini di navicella, che hanno deciso di deliziare i nostri apparati uditivi con l’intero panorama musicale italiano degli anni ’80. Apprezzabile eh, ma variare un pochino no? Oltre a questo, Donatello passa il tempo a creare nuovi match su Tinder, ha stilato una lista di ragazze da incontrare quando questa storia sarà finita, è in astinenza, dice.

Io sono più un tipo da “ho la paranoia ma non lo lascio trasparire”, “mi rompo il cazzo di non poter far niente”, “mi lamento a caso con gemiti incomprensibili”. Ho la terribile paura di ritrovarmi a fine di questo periodo come i personaggi sovrappeso del film “Wall-E” e ho cominciato a fare esercizio, in modo insensato, probabilmente non come andrebbe fatto, ma a livello psicologico mi sento un’atleta. In questo modo posso tenere a bada i sensi di colpa quando mi scofano la combo pizza surgelata-crocchette di pollo. Inoltre, faccio mille videochiamate al giorno in modo da prevenire la perdita delle capacità sociali e ordino nel sito di acquisti spaziale molteplici e variegati kit: kit per fare le candele, kit per fare il sapone, kit per farsi le unghie, kit per stampare le foto, kit per la masturbazione, ecc. ecc.

Siamo qua, nello spazio incontaminato, giorno dopo giorno. Ci hanno disposto una navicella lontana almeno a un kilometro dall’altra, non sia mai che ci venga voglia di fare un quarantena-party nello spazio. Dobbiamo stare a distanza, ci hanno detto. Il virus potrebbe essere latente in qualcuno di noi e potremmo infettare gli altri. Ma i più fortunati sono loro, i cani-muniti. Loro possono accedere, uno alla volta, alla “piattaforma spazio-parco” per portare il cane a rilasciare i propri escrementi. Un giorno ho visto uno fingersi un cane per entrare lì dentro. Non c’è dubbio che qualcuno ne uscirà pazzo. Gli anziani, ad esempio, a volte, hanno la magnifica idea di uscire dalla navicella con la tuta spaziale e con le borse della spesa in mano. Il punto è non esistono supermercati qua, il cibo ce lo portano, tutti i giorni. Ma ho cominciato a credere che faccia tutto parte di un rituale particolare di cui solo loro sono a conoscenza.

Passiamo ogni giorno dopo l’altro cercando di inventare delle attività, tipo: lunedì ore 14 laboratorio del fai da te, martedì ore 16 festa in piscina nella vasca rigorosamente in costume, venerdì ore 19 cena a base di cibi di colore giallo, sabato ore 17 gara a chi rimane più tempo su una gamba sola. Insomma, ci si tiene impegnati, in un modo o nell’altro.

Tutti si chiedono continuamente quando questa situazione finirà, quando potremo tornare a casa, tornare ad abbracciarci e a non avere più paura di stare vicini. Si chiedono se il genere umano sopravvivrà e sconfiggerà anche questo ennesimo duro e difficile momento. Ma una domanda rimbomba costante nella mia mente, ogni giorno, ogni ora: “perché ho continuamente voglia di ravioli al vapore?”

 

Giulia Giampaoli

Fascia debole della società è anche chi soffre di problemi psichici

Si sa, quando si sta un mese chiusi a casa, preesistono di solito tre scenari: 1. stai facendo una maratona di Friends; 2. sei in sessione; 3. probabilmente soffri di un disturbo psichico; alle volte finisce bene, si fa per dire, come ogni altro giorno dell’anno, il tuo disturbo viene invalidato da etichette linguistiche quali “pigrizia”, “noia”, “asocialità” et cetera; e continui a vivere all’ombra del tanto decantato “senso civico e responsabilità” tipico di un’emergenza sanitaria come quella del Covid-19. Altre volte, finisce peggio, senza bisogno di specificare.

Nel mare magnum di aperitivi, apericena, spritzini, disco party, locali, balotta, sushi all you can eat e chi più ne ha, più ne metta, c’è anche chi esce di casa per allontanarsi, per qualche ora, da azioni quotidiane che sono asfissianti e interminabili fonti d’ansia. Sembra un romanzo di Franz Kafka – o meglio, una pellicola di Yorgos Lanthimos – ma ci sono individui per cui accendere un interruttore, chiudere una porta, raccogliere una matita caduta per terra comporta lo stesso sforzo mentale che un ragazzino al primo anno di liceo classico impiegherebbe per svolgere un integrale indefinito senza che nessuno gli abbia spiegato come fare.

Che ci si trovi nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria, un nuovo decreto legge, la scoperta di un nuovo pianeta, il timore della terza guerra mondiale, l’ufficializzazione della Brexit, ci sarà sempre una categoria di semi-umani, assolutamente non degni della minima considerazione: chi soffre di un disturbo psichico.
Non è sempre stato così, ovviamente. Nell’Inghilterra del Settecento c’erano tantissime persone che soffrivano di un disturbo psichico. Potevi avere sfortuna e fare parte di una massa innumerabile di anonimi “pazzi”, “deviati” rinchiusi in manicomi (dove si poteva accedere pagando un biglietto per divertirsi a guardarli e, con qualche penny in più, picchiarli, come a Bedlam); potevi avere fortuna e regnare su un quinto delle terre emerse, terminando tra i sorrisi dei tuoi inferiori ogni frase con la parola “pavone” ed essere soprannominato Giorgio III. Nella storia, il prestigio sociale di un individuo affetto da disturbo psichico ha giocato un ruolo decisivo nella vita dello stesso. Sei ricco e potente? Pazienza, ti aiuteremo comunque o almeno non finirai male. Sei una persona comune? Sarai rinchiuso in un posto dal quale difficilmente uscirai. Credete che sia una banalità non attuale? Provate a pensare al manager narcisista che distrugge i suoi dipendenti, elevate il tutto all’ennesima potenza e vi ritrovate con sofferenza collettiva e problemi di ogni tipo.

C’è tanta matematica in questo articolo. La matematica si basa sulla logica. La logica permette di ordinare il pensiero e i concetti. Non è detto che una logica abbia la stessa validità di un’altra, bisogna vedere in quale campo essa opera. Per una persona non affetta da disturbi, è logico, ad esempio, lasciare agli altri il tempo di parlare. Non per la logica di una persona affetta da disturbo istrionico. Il fatto che sia un comportamento esecrabile e maleducato è dovuto a norme sociali. Nel nostro mondo così frenetico e cangiante, quanto è probabile destinare tempo e risorse a chi soffre di queste patologie gravissime?

A quasi quarantadue anni dalla legge Basaglia, anche uno dei leader politici con più consensi si concede il lusso e la sfacciataggine di metterne in dubbio le fondamenta e l’effettiva validità.

“Come un cane!”, concludeva il già menzionato Kafka uno dei suoi romanzi più straordinari, Il processo, per bocca del protagonista K. E invece no, chi soffre di un disturbo psichico, deve subire in silenzio, tra le varie disposizioni, anche l’essere posposti ai nostri compagni quadrupedi, i quali al parco, accompagnati al guinzaglio dai loro padroni, possono circolare indisturbati.

E dopo gli anziani, gli ammalati, i cani e così via, ci sono loro, la fogna della società, dimenticati, ancora oggi, dai più, dai decreti ministeriali, dal senso civico comune. Perché che tu sia depresso, se davanti non c’è il prefissoide “immuno”, non interessa a nessuno. E che invalidino la tua condizione, è il meglio che possa accaderti.

 

Chiara Memè
Leonardo Mori