Intervista a Murdock Boomin

Leonardo Balducci classe 1997 di origine pesarese, è presente nella scena rap ormai da quasi dieci anni con il nome di Murdock Boomin.

Un inizio da freestyler, che lo ha portato a partecipare a svariate battle locali e regionali, sino all’abbraccio di quella che poi si è rivelata la sua grande passione… i testi scritti.

Attualmente conta un Ep dal titolo “Abnormal” uscito nel 2019 con 6 tracce, oltre che tre singoli di cui l’ultimo internazionale con un artista tedesco “Sunset ft. Spektrum” e un featuring con Fill Koi nella canzone “OneTake Sound Garden”.

 

T: Dunque Doc, posso chiamarti Doc vero? ah!ah!ah! Come hai iniziato ad avvicinarti a questo mondo?

D: L’inizio se dovessi riassumertelo te lo racconterei con due album, entrambi di Fibra… “Sindrome di fine millennio” e “Turbe Giovanili”.

Ho iniziato come tutti al parchetto sotto casa a Soria, facendo freestyle verso i 13/14 anni, poi, l’anno dopo, con un amico mio, mi sono messo a fare i primi singoli assieme a lui e ci siamo avvicinati al centro sociale di Pesaro.

Dopo un annetto da lì è nata una Crew, la Freak Family… che sicuramente non conoscerai…

 

T: Mai sentita.

D: Idiota.

Da lì comunque abbiamo iniziato a organizzare le prime jam, i primi eventi, le prime battle, i primi live… a girare facendo esibizioni per qualche evento o locale di zona, portando la nostra musica, ma tanto ne facevi parte anche tu, quindi lo saprai.

 

T: Quello che so io non conta ah!ah!ah! Comunque, cosa ti ha portato dalle battle alle canzoni?

M: Non ricordo il momento preciso, sicuramente influenzato dai miei idoli dell’epoca che scrivevano dischi, mi sono trovato a riflettere sul fatto che il freestyle è un’arte improvvisata, è la tua reazione all’emozione di quell’istante che scorre come le acque di un ruscello, mentre l’incidere una traccia è una visione diversa, costruita, forse più consapevole, che rimane incisa nel tempo; quindi si trasforma in qualcosa di atemporale, per me, un’emozione che non svanisce.

Ho ragionato quindi pensando che la gente si ricorda magari che c’era un ragazzo bravo a fare freestyle ma poi non si ricorda di me, forse perché c’è gente molto più forte nel freestyle o forse perché facevo fatica a lasciare un messaggio sui miei turbamenti interiori, avendo una persona davanti con cui competere, credo più nel confronto, probabilmente non era la mia strada.

Sicuramente molto hanno contribuito Fibra, Neffa, Kaos, Deda, insomma quella gente lì, vedendoli lì nell’olimpo con i loro dischi, così ho pensato voglio farlo anche io.

 

T: Differenze invece che hai notato tra i live delle battle e quelli dei concerti?

M: Di base hai comunque il cuore che ti batte a mille. Quando fai freeestyle e inizi un esibizione improvvisata, l’emozione ti secca la bocca perché non sai bene quello che dirai, se l’altro è in giornata, se è forte davvero, se metteranno la base giusta, quindi hai tutta una serie di incertezze che rendono quell’emozione molto stimolante e adrenalinica, mentre durante il live hai un’emozione più sicura, più costruita, più consapevole.

È creata in un altro modo, c’è un altro motivo. Voglio darti quel concetto e preparo il live per darti quel concetto.

Poi anche il pubblico è diverso, è lì per un altro motivo, è lì per vedere l’artista cantare qualcosa su di sé che poi lo faccia ridere o piangere e indifferente, è lì per sentire qualcosa di te, diversamente dalle battle dove credo che la gente vada lì per una sfida tra due persone per vedere chi prevale; è diverso principalmente nella preparazione: in uno ti alleni, in uno devi preparare uno show, costruire qualcosa da presentare al pubblico, questa è la cosa sostanziale.

 

T: Cos’è che ti ha portato a tutto questo? Cosa ti ha portato a fare un EP? È proprio questa concezione atemporale?

M: Sì questo EP è fondamentalmente il momento di cambiamento della mia personalità, del mio essere Leonardo o Murdock e delle mie consapevolezze consolidate nel tempo.

Volevo riunire ciò che ero prima di quell’EP e infatti le canzoni sono tutte riflessioni su me stesso, sul rapporto con gli altri e sull’amore.

Si chiama “Abnormal” appunto per questa sensazione di anormalità che sta nel sentirsi diverso dalla massa.

Inizialmente mi sentivo indicato come diverso o non valido e poi con il tempo è venuto fuori che in realtà era stata soltanto una visione sbagliata da parte di chi mi ascoltava o di chi mi guardava senza farlo, magari anche da parte mia.

Ho deciso quindi di costruire una strada nonostante non sapessi nemmeno io dove mi stavo dirigendo.

Doveva essere un punto da dove iniziare un nuovo cammino e lo è stato.

Ho rinchiuso le mie emozioni del passato lì dentro e da lì ho avuto un approccio diverso con la musica e con le canzoni.

 

T: Cos’è questo approccio? Questa evoluzione di cui parli?

M: È cambiato il punto di vista su questo mondo, ho abbandonato le certezze e riscoperto il dubbio, il dubbio che ti porta a crescere, a riflettere.

Quando hai certezze pensi sempre di essere nel giusto ma quando dai credito al dubbio inizi a vedere molti più punti di vista, aspetti della cosa completamente sconosciuti e quindi devi rimettere tutto nuovamente in discussione.

Eviti di darti pregiudizi musicali, riformuli i tuoi ascolti.

Come ad esempio il parere sulla musica. Semplificando… all’inizio non mi piaceva la trap, però aprendo il mio orecchio ho scoperto di esserci molto affine, semplicemente avevo un pregiudizio che è una cosa sbagliata e quindi non riuscivo a capirla. Me la precludevo ancor prima di sentirla realmente.

Mentre ora vedo tutto da più prospettive.

 

T: Cos’hai in serbo adesso? Sei pronto per un album?

M: Diciamo che sono pronto per cercare la mia dimensione, sono alla ricerca del mio spazio, del mio “io”, sia musicale che non.

Perché di base io so di non sapere ancora chi sono.

Quindi sto sperimentando tante cose nuove, sia musicalmente parlando che espressivamente.

Potrà piacere ad alcuni e ad altri no però è quello che mi rappresenta in questo momento.

Quindi adesso usciranno alcuni singoli tutti diversi, tipo “Dammi un minuto” che è techno-house oppure “247” prodotta da mio fratello Ha-Maze che ha una sonorità fresca ma più classica.

Uscirà di tutto insomma, sonorità dalle più hardcore a quelle più chill, dalle liriche più metriche a quelle più aperte, dal riflessivo all’egotrip.

Lo scopo sarà non essere mai uguale a ciò che ho fatto prima, per cercare una nuova dimensione dove creare qualcosa di nuovo e poi, chissà, distruggere tutto per ricominciare.

Per me la musica è questo, una ricerca continua di nuovi spazi musicali.

Ad esempio l’ultimo singolo internazionale: ha un sound lo-fi hiphop, chill, in feat con Spektrum direttamente da Berlino, produzione di Ha-Maze e Oblio, fatta con un mpc1000… un pezzo di storia!

 

T: Visto che hai tutte queste diversità musicale nella c’è qualcuno in cui ti rivedi?

M: Italiano in questo periodo non saprei, l’ascolto sempre meno. Sembra sempre più frivola e priva di contenuto e mi piacerebbe una ricerca dei vecchi valori e contenuti, quindi forse la persona più adatta adesso sarebbe Marracash con “persona” perché ha alzato notevolmente l’asticella. È riuscito a mettere dei contenuti più spessi nelle canzoni mantenendo sempre altissimi livelli tecnici e di sound, creando un concept album che non si era mai visto e che ha avuto comunque un signor successo perché è stato compreso, non solo ascoltato, probabilmente da un pubblico più adulto.

Per le produzioni e l’originalità stimo molto Tha Supreme e FSK, anche se non per i contenuti. Greg Willem (produttore FSK) è secondo me il precursore di qualcosa di nuovo, qualcosa che deve ancora nascere, quindi sempre per quel discorso di nuove visioni, non può che prendermi.

In Italia ho sempre stimato Salmo per il suo approccio alla musica e all’arte, secondo me dopo “Hellvisback” non è riuscito ad andare oltre se non nei numeri. Secondo me lì ha raggiunto l’apice tra metriche, sonorità, flow e immagine. Per me è il prototipo di disco perfetto quindi penso che sia difficile che mi stupisca ancora, ma mai dire mai, è comunque Salmo…

T: Bene Doc, ora passiamo alle tre domande finali… Artista e canzone preferita?

M: Non ho un artista preferito e neanche una canzone, è difficile per me averne una preferita. È un po’ una domanda bastarda. Parlando di canzoni “nuove” potrei dirti una di quelle che ascolto e apprezzo di più come “Apnea” di Rkomi, molto ermetica come canzone. Riesce, tramite le sue nuove sonorità e le sue particolari parole, a ricreare la stessa bellissima e confusa emozione di quando si prova un forte sentimento, riesce a creare l’ambiente intorno a te, non capisci come, non sai cos’è e dove ti porterà, però lo accetti e te ne prendi carico, provi a tenerlo e a dargli un nome e quindi appunto ti senti in “Apnea”, senza fiato, per lo sforzo di trovare un nome a qualcosa di troppo grande per averlo. Questo è il trip che mi faccio ascoltando la sua musica.

 

T: Invece un feat impossibile ed uno italiano?

M: Minchia… bella domanda. Se potessi fare un feat con chiunque ce ne sarebbero troppi ah!ah!ah!

Partiamo dai rapper italiani… ti direi Izi o Rkomi o vabbè Fibra ovviamente, perché è il padre della mia musica. Gli altri due invece perché esprimono in modi nuovi e molto profondi le loro emozioni, non c’è nulla di classico bensì un modo tutto loro e quindi ne apprezzo l’originalità e la ricercatezza.

Impossibile potrei farti una lista di chilometri: Skepta , Asap Rocky, Ocean Wisdom, Lamar, 50 Cent, Logic…

Faresti prima a chiedermi con chi non lo farei ahahah

 

T: Ahahahah. Concludiamo comunque con un consiglio a una new entry…

M: Adesso visto il momento che c’è, gli consiglierei di decidere cosa vuoi fare davvero e di farlo “non stop”, senza mai ascoltare chi parla per dirti che sbagli, se a te piace va bene così.

Accetta i consigli, ma non cambiare per i gusti degli altri e soprattutto esci, non lasciare la tua roba nel cassetto a prendere polvere, dagli aria.

NON FARTI TROPPI COMPLESSI. Fai dell’insicurezza il tuo cavallo di battaglia.

Teobaldo Bianchini

Intervista ad Mc Om

Dino Forte, in arte Mc Om, classe 1990, nato a Bologna. Tra i fondatori dello Zoo Rap, collettivo di rapper bolognesi, nonché uno tra i primi freestyler della new generation che dal 2010 ad oggi annovera più di 200 battle (da quando ha smesso di contarle), tra i suoi lavori musicali spicca invece “Per Stare Bene Mixtape” prodotto nel 2017.

 

T: Come ti sei avvicinato al rap? Quali sono stati i tuoi primi passi…

O: Praticamente Bot Mc è stata la chiave per il mio percorso ed il mio avvicinamento, lo scatto è partito dopo che mi ero lasciato con una tipa, già avevo idea di scrivere un testo, poi però, quando questa mi ha lasciato, ho trovato il luogo dove sfogare le mie parole ed emozioni cioè un foglio di carta e mezza boccia di vodka, oltre ovviamente a Bot che mi fece conoscere la filosofia hip hop e ascoltare e guardare per tutta la sera la musica e video di Tupac.

Dopo sono arrivati gli Assalti Frontali primi su tutti e Inoki con Joe Cassano, 60 Hz lo facevo girare spesso… Mondo Marcio, Fibra e Caparezza, sono arrivati poco più tardi e poi vabbè son diventato un nerd, ed ho iniziato ad ascoltarli tutti.

Era un periodo dove per me più uno era sconosciuto e più mi gasava ascoltarlo.

 

T: Ci racconti invece del tuo primo contest e della battle più bella che hai affrontato?

O: La mia prima battle porca putt*na! Le prime due ti devo dire, una sola non è possibile! Perché la prima non fu ufficiale e la feci contro Bot davanti al multisala con i ragazzi del paese e anche se è stata una cosa molto underground e tutta a cappella, devo contarla assolutamente, alla fine c’era la gente che ci sentiva e ci votava, quindi era una battle, non un freestyle di allenamento! Sennò ufficialmente, la prima fu all’Energy, in riviera romagnola, e andrai contro H2yo, un ragazzo con il quale mi ero allenato nei giorni precedenti in casa (e uno degli mc insieme a Inda e i SottoSopraSquod che mi presentò buona parte della scena bolognese quando tornai dalla provincia) e che, guarda caso, fu anche il primo che sfidai, mentre dopo persi contro Irol.

Due mesi dopo invece ci fu la seconda e mio primo contest a Bologna nel dicembre 2010 al Cocktail Club, eravamo penso 10 MC una cosa del genere, forse 12. Fu una battle assurda, molto bella, mi sfidai con Inda e in finale con Aly B e MinaSeven (female mc che poi entrò nella mia crew Facce Plastiche). Si trattava di una finale a tre e vinse Aly B, il primo che sfidai non ricordo chi era.

Le più belle sono due, la prima è il prequel della Battle Arena del 2011, contro Posaman in finale, dopo 7 spareggi, nelle fasi precedenti battei Frah Quintale, Ogaman, cioè gente che aveva un nome! Fu la prima battle dove mi misi in luce con la mia città, c’erano comunque 400/500 persone ed è stato anche il primo contest che ho vinto in assoluto. L’altra invece che è stata la più bella per sensazione e per come l’ho vissuta fu con Frank al Red Lion a Modena, battendolo in finale e facendo finire io stesso la battle dopo 30 min di mazzate. Perché scherzandogli in rima gli dissi “dammi la mano” e Frank non me la diede, così dopo, quasi indispettito dal gesto gli rimai “va bene la sfida, ma se non mi dai la mano per te la battle è finita”, posai il microfono e scesi dal palco tra la folla in visibilio. Uno dei giudici per questo decise di votare Frank, cioè alla fine non è che potevi andartene, dovevano decidere i giudici quando terminava il tutto, ma il pubblico era dalla mia. In seguito ho ri-sfidato Frank almeno altre 5 volte e mi ha sempre menato di brutto, poi vabbè ha vinto il Tecniche Perfette e quindi ciao ah!ah!ah! Però ancora oggi per quella cosa lo prendo in giro.

 

T: Si vede che ami questo mondo e lo si è visto anche durante questa quarantena. Prima il rap nel cortile del palazzo e poi sul tetto, è stato uno sfogo dovuto alla pandemia?

O: Io non mi sono fatto troppo un’idea a riguardo, non so per quale motivo ho avuto una sorta di reazione che mi ha portato ad ignorare la cosa nonostante sia sulla mia pelle tutti i giorni. La mia pelle, come quella di tutti. Però ho avuto voglia di viverla normalmente e io, normalmente, faccio live. Quindi sono andato prima nel cortile e poi sul tetto, inoltre ti confesso che è sempre stato il io sogno andare sul tetto a fare rap. Dal mio blocco, rappo al mondo!

Però ecco, l’ho fatto perché per me era normalità.

Ad esempio ho ricevuto due nomination nei vari quarantena-freestyle che si sono susseguiti in questo periodo, ma non ho partecipato perché non mi piaceva l’idea generale. Non voglio giudicare però, perché io mi son tenuto lontano da queste dinamiche reagendo così, se l’arte è la descrizione di quello che si vive, ben venga se c’è qualcuno che riesce a descrivere questo momento.

 

T: Freestyle, canzoni, tra i tanti intervistati tu sei l’unico al momento che fa entrambe le cose e le fa con un certo peso anziché lasciare andare. Cos’hanno di diverso le due cose?

O: Certo ogni volta che scrivo un pezzo lo scrivo barra dopo barra in freestyle e di conseguenza ogni volta che faccio una barra sono quindi testi riciclati… [silenzio] …scherzo ovviamente! Però si sa che anche quello fa parte del gioco.

Ora, detta ‘sta stronzata, non è facile conciliarle per il tempo materiale e la continuità. Dipende poi anche dalla persona che sei tu, io sono molto discontinuo e faccio molta fatica infatti. Solitamente se mi concentro solo su uno, l’altro lo accantono. Le battle mi suscitano emozioni ma quando scrivo non le voglio, voglio il mio equilibrio di scrittura.

Quindi ho capito che se devo scrivere devo interrompere almeno per tre mesi il mio rapporto con i contest, però poi devo recuperare nel freestyle quando li riprendo. Il freestyle tra amici invece lo faccio sempre, però non ti alleni quanto con le battle. Lì devi affrontare anche le tue emozioni. Io sono sempre stressato prima di una sfida ma poi converto quello stress in gioia, rabbia, energia, allegria… insomma trasformo un male in un’emozione semplicemente con un microfono.

 

T: Una realtà che mi ha sempre coinvolto da quando sono a Bologna era proprio un contest organizzato da te, penso tu abbia capito di cosa parlo… quindi, se ti dico Zoo Rap, cosa mi rispondi?

O: Non saprei. Tanto, tanto, tanto amore. Perché non so, è come se fosse un figlioletto, un progetto artistico veramente molto bello. L’idea dell’unione che fa la forza partito da sei, sette ragazzi bolognesi che si è evoluta in tre anni di serate.

Adesso quei ragazzi sono cresciuti, fanno interviste, live, contest, si è creata una grande ballotta, si passano informazioni, si tramanda la cultura… è gran bel paragrafo della mia carriera.

Ho veramente tanti ricordi, mi ha insegnato a stare con gli altri, mi ha formato anche nelle serate da presentatore o da giudice (se mi chiamano per farlo oggi lo devo sicuramente a quello), ma soprattutto ciò che più mi ha dato è la stima di tutti quelli che venivano alle serate.

 

T: Parliamo della “fredda e rossa Bolo” direbbe Inoki. È da sempre patria dell’hip hop in Italia e tu l’hai vissuta a cavallo di due ere. Ce ne parli un po’? Com’era la scena a Bologna prima e com’è oggi?

O: Beh quando sono arrivato a bologna c’era l’Arena051 che organizzava le serate in maggioranza, comunque c’erano altri organizzatori, però appunto l’Arena faceva le serate di punta dove veniva gente da fuori per ascoltare del rap underground fatto bene e io quello che respiravo da ventenne era una Bologna piena di fazioni con tante crew che invidiavano quello che era l’Arena e la situazione che riusciva a creare.

Prima di loro ci sono stati Soul Boy, Royal Mehdi, PMC, BPS, Shezan il Ragio, insomma però dopo questi grandi pionieri c’erano i regaz dell’Arena e un po’ tutti gli altri ragazzi che volevano visibilità, ma nel rap o ti sbatti per averla o te la compri o sei un supertalento, e guadagnarsela vuol dire quindi anche organizzarsi la serata! Questo molti non lo capivano e tutt’ora molti continuano a non capirlo, mentre i figli dell’Arena di quella generazione hanno imparato ad aggregarsi a loro volta perché si sono semplicemente chiesti… “dell’Arena cos’è che ha funzionato? L’aggregazione!” E infatti ci siamo aggregati, sono nate crew: Bologna Air Linez, Zoom Click, GENS, OTM, Over The Flow, Fotta Anomala e i collettivi come La Congrega o lo Zoo Rap e questa nuova onda che non è un ritorno alla crew ma ha lo stesso scopo, condividere la passione.

Ecco, secondo me ora è cambiato questo, c’è più collaborazione.

 

T: Musicalmente parlando invece? C’è qualcosa che preferisci in particolare? Perché tra old, new, bombap, trap… alla fine hai fatto tutto e fai tutto…

O: Beh perché è questo il mio scopo, io faccio tutta la musica che posso fare.

Siccome sono in primis un ascoltatore provo a fare la musica che vorrei ascoltare. Se a me un genere piace provo a riprodurlo magari in chiave rap perché vabbè… Il rap mi prende molto più degli altri generi. Cioè potrei dirti che un giorno magari farò uscire un “’O sole mio” versione trap perché alla fine mi piace e se mi piace, questo basta per riprodurla.

Magari se a te piace la bossa nova e piace anche a me, se faccio un pezzo di quel genere può anche succedere che lo apprezzi e ti vai ad ascoltare qualcos’altro di mio.

La realtà però è che lo faccio principalmente perché secondo me ti rende un artista migliore.

Imparare a cantare raggeemuffin o RnB mi piacerebbe un botto, ma devo lavorarci ancora parecchio.

 

T: Bene, ora veniamo alle tre domande di rito … Rapper e canzone preferita?

O: [minuto di silenzio] … non sono semplici… [minuto di silenzio] … te ne dico uno americano e uno italiano o è barare? Americano Tupac perché ha un flow e un timbro che mi mette tranquillo, mi tranquillizza troppo. Italiano… [momento di silenzio] …difficile uno solo porca tro*a… [silenzio] …porca miseria … Gemitaiz… il vecchio Gemitaiz… [silenzio] …dai ti dico Marracash, si ti dico Marracash perché intelligangsta!

 

T: Invece se potessi fare ft impossibile e uno con un italiano?

O: Impossibile con Gallo, che è il ragazzo con cui rappavo che non c’è più, con cui ho fatto i primi dischi.

Mentre invece, improbabile non impossibile perché dai prima o poi farò un ft con tutti! Porca tro*a… però uno solo… aspe… ci arriviamo… [silenzio] … Caparezza… sì… Anzi no! …qua mettici Gemitaiz! Per fare il paraculo Gemitaiz, ma solo fino al 2013-15, il vecchio Gem, solo lui. Sennò Caparezza, a lui la scelta!

Poi sicuramente tra oggi e domani ci penserò e dirò “no gliene dovevo dire un altro! Lo sapevo!”

 

T: Se dovessi dare un consiglio ad un emergente cosa gli diresti?

O: Gli consiglierei di chiedere tanto a chi lo fa da prima, di ascoltarlo con umiltà, ma comunque di trovare la propria strada e poi, se è relativamente giovane, di rispettare sì gli altri, ma ancora prima di ascoltare se stesso, perché penso che questo sia uno dei primi dogmi dell’hip hop e poi, secondo punto, in una parola… Sbattiti! Se ti aspetti che le cose ti arrivino puoi solo piangerti addosso, invece se ti sbatti a qualcosa arrivi, non so a cosa, ma arrivi!

 

Teobaldo Bianchini

Intervista a Rage Hoover

 

Rage Hoover, classe 1991, nato a Foggia ma adottato dalla provincia pesarese all’età di 12 anni, ha esordito nella scena tre anni dopo come producer fino alla maggiore età dove ha iniziato a darsi anche al rap scritto e cantato per poi verso i 20 anni dedicarsi esclusivamente a quello, abbandonando i beat.

Ad oggi conta 3 mixtape di strumentali, 2 mixtape musicali e un totale di 700mila ascolti su Spotify, oltre che più di 100mila su YouTube.

 

T: Rage sei forse uno dei primi che ha iniziato a fare rap nel panorama di Pesaro, Fano e Urbino della tua generazione. Da dove nasce questa passione?

R: Probabilmente nasce da quando ero piccolo, anche se alla mia età, quando avevo 14-15 anni, non era come oggi, adesso ci nascono direttamente. Quindi ti parlo di 15 anni fa, era veramente strano. Mi ero trasferito da poco, avevo conosciuto delle persone quindi non è che soffrissi tanto il trasferimento però boh ascoltando Club Dogo e Articolo 31, Sacre Scuole mi sono “auto introdotto” in un mondo che sentivo mio forse più della provincia in cui mi ero trasferito. È nato tutto scoprendo un programma per fare beat e mi ha preso così tanto che l’ho visto come un modo per evadere, è stato un modo per ambientarmi in un luogo nuovo nonostante alla fine non lo facesse nessuno.

 

T: Tra tutti gli intervistati tu e Simon Skunk siete sicuramente tra i più old, tuttavia avete da sempre avuto due approcci al rap totalmente differenti, come mai?

S: Questa è una bella domanda, è complicato dargli una risposta. Io ho ascoltato tanto old school e amavo le loro basi però quando ho iniziato a rappare l’ho sempre visto come un rap-cantato e nonostante mi piacesse campionare i beat vecchi ho sempre voluto provare ad andare oltre i soliti canoni, provare qualcosa di nuovo. Un approccio che oggi chiamano indie anche se secondo me con l’indie non centro nulla.

Per me, quello che faccio io, è unire il rap al cantato su basi pop. Come ad esempio nel caso di Coez o di Frah Quintale, loro hanno fatto uguale. Facevano old e poi hanno iniziato a cantare, può sembrare un metodo per entrare nel mainstream ma non me n’è mai fregato nulla.

Anche se vorrei viverci mi va bene anche solo farlo, perché mi piace… e basta.

 

T: Si può dire che fai musica di un genere magari più “commerciale”, la definirebbero così i puristi, pensi sia giusto come epiteto?

R: Fondamentalmente potrebbe essere così perché tanto l’old non è commerciale, è proprio questo il significato.

Tutti ci son passati, anche Fibra prima faceva old school vero però poi si è messo a fare il commerciale, ma è una cosa strana da definire.

Per entrare nel mainstream sicuramente devi mantenere certi canoni, tutte le canzoni che sfondano se guardi sono così, un po’ pop.

Io lo faccio però perché mi piace fare musica nuova, essendo appassionato dei Dogo che già da Sacre Scuole e Mi fist tendevano a quell’impronta lì nei ritornelli nonostante fossero old school era sin da principio forse quello che mi prendeva, poi con i sint e i campioni di Don Joe sono esplosi definitivamente.

Penna capitale ad esempio, il secondo album, potremmo dirlo totalmente commerciale però erano comunque veri, avevano voglia di fare ed essendo un loro fan sfegatato li ho seguiti.

Alla fine il primo album ch ho ascoltato erano gli Articolo 31 quindi già si capiva dove sarei andato a finire ah!ah!ah!

 

T: Da un punto di vista musicale collabori molto con Dask, produttore pesarese, si potrebbe dire che da quando vi siete incontrati non vi siete più lasciati. Hai trovato la tua anima gemella musicale? Cos’è che deve avere un produttore per prenderti così tanto?

R: Ai tempi che facevo musica con Quel Baby nel 2013-14 e facevamo molte serate, suonavamo spesso alle varie feste di Pesaro ed un giorno è successo che chiamarono loro un dj che poi diede forfait nel pomeriggio. Ricordai quindi che un anno prima avevo ricevuto un messaggio con una canzone di Dask e mi ero complimentato con lui (anche se però, nonostante gli avessi fatto i complimenti, lui mi aveva detto che preferiva fare il dj) e quindi, a un anno di distanza, quel pomeriggio gli scrissi. Ricordo che gli trovai io le canzoni trap per quel dj set e da lì ci siamo trovati. Lo abbiamo chiamato la serata dopo e quella dopo ancora e poi si è appassionato di basi definitivamente iniziando a produrre fino al 2016, quando abbiamo aperto lo studio insieme e da lì con il “Reset Studio” siamo stati sempre insieme.

Infatti l’anno dopo è subito partito il progetto nostro, prima di allora solo nel 2015 aveva prodotto una canzone per me, quindi diciamo che il progetto vero e proprio è partito l’anno successivo.

Per cui penso che ora sia normale il fatto che collaboriamo sempre insieme, lui sa già quello che mi piace quindi quando gli faccio sentire una canzone lui sa già come voglio il beat, è il mio producer di fiducia e non ne vorrei un altro.

 

T: Un tuo format che ti ha reso praticamente l’unico nel tuo genere è stato Hoover Burger che ha avuto un notevole successo su tutti i social, da dove nasce quest’idea?

R: Vedi, io ho fatto il cuoco per 9 anni ed era complicato far musica lavorando in cucina, quindi è una cosa che ho sempre avuta come passione ma insieme erano incompatibili, così ho mollato la cucina.

Ho fatto due conti, cosa mi fa stare meno male se la lascio ed è risultata la cucina.

Così nel 2016 mentre ci pensavo ho detto perché non fonderle? Ma soprattutto… come fonderle? La cosa più diretta sembrava fare degli hamburger e rapparli, quindi l’ho fatto.

Poi ero fissato con Chef Rubio in quel periodo e infatti nella prima puntata ho usato la musica di “Unti e bisunti”, ricordo che era agosto 2016 e andò benissimo, così ho continuato anche se sporadicamente, facendo più o meno un video ogni due mesi.

Nel 2019, quindi l’anno scorso, ho poi pensato di riprenderla perché alla fine lasciarla era stata veramente una cazzata e l’ho ripresa.

Ho iniziato di nuovo a maggio nel 2019 e per tutta l’estate ho fatto 1 episodio ogni 2 settimane, una stagione da 9 puntate di un minuto su Instagram mentre la seconda l’ho voluta spostare su YouTube inserendo delle puntate più lunghe e producendo magliette e grembiuli del format Hoover Buger.

Avrei dovuto fare tutte le regioni d’Italia, la canzone sul panino la prima settimana e la seconda invece dedicata ai backstage, ma ho potuto farlo soltanto fino a fine febbraio poiché per via dell’emergenza Covid-19 sono stato costretto a fermarmi fino a data da destinarsi.

 

T: Tra album, mixtape, ep, ecc. ne hai fatti uscire veramente tanti, hai intenzione di fermarti o sei pronto per buttare fuori qualcos’altro a breve?

R: A livello di album non ho intenzioni in questi mesi di fare uscire nient’altro mentre a livello di singoli ne abbiamo pronti già un tot, sia con Dask che con Steph Sinatra, il cugino con cui ho iniziato a fare musica che era con me quando ho scoperto il programma per fare basi.

Ho un sacco di pezzi pronti con lui e uno solo con Dask però solo singoli, per ora l’idea è questa.

 

T: Nonostante gli album trovi anche tempo per dare spazio appunto anche a dei singoli, l’ultimo ad esempio qualche settimana fa “Bambola”, perché secondo te alcune canzoni vanno fatte uscire da sole mentre altre presentate in un album?

R: Beh diciamo che se uno lavora a un singolo dovrebbe valere molto, dovrebbe essere un top anche se a volte magari hai una canzone da parte e lo fai uscire comunque.

Pensare ad un album è un peso diverso, quindi abbiamo pensato di concentrarci adesso su una canzone e basta e farla bene, in un album puoi fare belle canzoni ma le hit sono poche, le altre ti riempiono l’album e basta alla fine.

Al momento quindi voglio puntare su una canzone alla volta sperando di consolidare una grande fan base perché soltanto quando hai la gente che ti aspetta puoi fare uscire un album, diciamo che ti dà più soddisfazione anche se in questo momento storico, musicalmente parlando, fare un singolo è tutto.

E siccome tralasciando la passione voglio comunque iniziare a concretizzare un po’ il tutto, se voglio veramente campare di musica devo velocizzarmi e fare quindi quello che bisogna fare in questo momento, ovvero i singoli.

 

T: Bene, ora le tre domande di rito… Artista e canzone preferita, vai!

R: Artista preferito ovviamente Gue, ma potevi dirlo anche tu ah!ah!ah! È il mito musicale, quello che sarei voluto essere ma so che siamo distanti. Riconosco che non ho il suo carattere e quindi scrivere pezzi come lui sembrerebbe finto nel mio caso, mentre lui qualsiasi cosa faccia riesce a risultare reale. Per questo lo ammiro.

Per quanto riguarda la canzone, ti direi “Una volta sola” perché per me parla di tutto, di storie vere in cui mi sono ritrovato tantissimo e che ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca ogni volta che l’ascolto. È la canzone più bella che abbiano mai fatto secondo me. Mi ritrovo nelle frasi, nei versi, nelle rime… poi è stata una delle prime canzoni che mi ha fatto appassionare a questo mondo quindi ci sono anche tanto affezionato.

 

T: E se invece potessi fare un feat con chiunque e uno con un italiano chi mi citeresti?

R: Impossibile ti direi Jay-Z che ho stimato tantissimo o sennò come tanti Tupac o Notorius, ma Jay-Z va benissimo. Se invece dovesse essere esterno alla scena hip hop beh… assolutamente Michael Jackson .

Italiano beh… che te lo dico a fare! Sono 10 anni che sogno di fare un feat con Gue, lo avevo pure contattato una volta per email e mi aveva anche risposto. Era l’anno di transizione tra i Dogo e la carriera solista.

Il problema fu che gliela mandai da una mail anonima che non uso mai praticamente e quindi, nonostante lui mi avesse risposto dopo due settimane, lo vidi soltanto con tre mesi di ritardo.

 

T: Un consiglio ad una new-entry che si affaccia in questo mondo?

R: Gli consiglierei di non fare il mio errore all’inizio, perché nonostante fosse difficile pubblicare ho fatto uscire comunque delle cose che anni dopo ho definito io stello delle “porcherie” ah!ah!ah! Quindi gli consiglierei vivamente di avere una forte autocritica nei suoi confronti e di pubblicare il pezzo soltanto quando realmente vale.

 

Teobaldo Bianchini

Intervista a El Manuelito

INTERVISTA A EL MANUELITO

T: Manuel Pagnini detto El Manuelito classe ’97 vincitore della terza selezione della jam For Grow 2018 e finalista dell’edizione finale della stessa jam. Rapper che fa il suo esordio musicale con “Macedonia ep” raggiungendo oltre 20mila ascolti tra YouTube e Spotify in meno di un mese.

Tra tutti quelli intervistati fino ad ora forse tu sei il più moderno, un rapper dell’ultima generazione potremmo dire. Come ti sei affacciato quindi a questa scena?

M: Beh ti dico, io prima dei tredici/quattordici anni non sapevo niente di rap… forse anche fino a 15. Poi con i vari eventi che si sono sviluppati a Pesaro ho iniziato a sentire le prime battle e mi hanno gasato troppo! Parole a caso che però avevano un senso, punch, metrica… geniale! Quindi ho deciso di entrare nel giro ed ho iniziato come freestyler, perché era quello che mi appassionava, non il rap in sé e per sé. Ad un certo punto però è arrivato Fibra, le sue canzoni mi sono piaciute a tal punto che ho deciso di scrivere anche io iniziando a ricercare altri rapper che potessero sia incoraggiarmi che indirizzarmi da un punto di vista musicale come ad esempio nel caso di Lazza e Nait perché mi sono rivisto nel loro stile tra il cantato ed melodico che secondo me rappresenta al meglio la mia natura musicale, il mio genere.

 

T: Cos’è invece che ti ha spinto a fare rap?

M: Ti dico le cose più importanti. La prima essenzialmente è che mi piace e vorrei farne un lavoro perché in quel caso per me sarebbe divertirsi e non lavorare, il secondo è economico… siamo onesti, se devo cantare in cameretta evito di pubblicare cose per cui vorrei anche un ritorno economico. Più che per me lo vorrei però per una soddisfazione personale, così potrei mostrare ai miei che non sono solo un fattone ma che faccio questo per un motivo, che ci credo e che vengo ricambiato per questo!

 

T: Siccome sei appunto il primo rapper della newschool che intervistiamo, secondo te è giusto distinguere tra rap e trap?

M: La distinzione in realtà per me c’è e non c’è. Il rap è lo stile da cui nasce, la base, quindi è ovvio che se dovessi parlare di rap come deve essere, nella sua purezza, ti parlerei di quello da Fibra o Claver Gold. Poi però già se parliamo di Caparezza si va a parlare di un genere che non è definibile in realtà, perché secondo me lo ha inventato lui stesso. Quindi se dovessi distinguerli direi che il rap è l’old school che tutti conosciamo mentre la trap è la sua innovazione. Qualcosa che non c’era prima e che ora c’è, poi può piacere o non piacere ma per me è una visione moderna del rap con beat e metriche più attuali, non si punta più sul dire qualcosa e portare un contenuto con la stessa intensità di prima magari, però si presta più attenzione a metrica e flow.

 

T: In freestyle invece? Mi dicono che te la cavi.

M: Sì dai, così dicono ah!ah!ah! Magari più ai tempi d’oro che oggi dove penso di aver perso un po’ la mano. Inizialmente mi hanno conosciuto così, anche perché facevo solo quello. Non scrivevo niente, anzi il mio sogno era solo di fare freestyle.

Sicuramente devo riconoscere che per quello che faccio oggi ha rappresentato però un grandissimo aiuto a livello di scrittura perché ti si apre la mente molto più rispetto a chi rappa e non lo fa. Ciò non vuol dire che chi non lo fa non migliora ma almeno per me è così, inoltre ti dà la possibilità di esprimere ciò che pensi e provi nello stesso momento.

 

T: Per quanto riguarda i testi invece hai iniziato con “È finita l’estate” che è stato il testo con il quale hai iniziato a vivere la scena e poi mesi dopo sei uscito a San Valentino con “Macedonia ep” tra cui “Ti volevo dire”che ha spopolato in maniera incredibile, ha superato 12mila ascolti su Spotify, cosa ne pensi di ciò? Di questo salto in avanti quasi improvviso forse?

M: Mah guarda, penso che la canzone abbia fatto il botto perché anche se non sono di quel mood sono riuscito a rivedermi lo stesso molto e infatti adesso sto cercando di unire quello stile lì con la trap anche se è difficile. Però mi ha comunque dato una bella spinta verso la mia strada musicale. Quello che penso è che sicuramente bisogna farsi vedere più che come rapper anche come una brava persona e penso che la gente l’abbia capito con “Ti volevo dire”. Lo noto, le mie canzoni mi hanno dato una grande mano e le persone ora che conoscono il mio carattere mi appoggiano molto di più, quindi penso che il successo sia dovuto anche al supporto che mi hanno dato tutti loro sia di persona che sui social.

Poi comunque i numeri significano fino ad un certo punto, è solo una motivazione che mi dice di continuare a farlo perché ce la posso fare ed è soltanto l’inizio .

Non ho avuto poi così tante visualizzazioni se confrontato ai grandi numeri della scena rap anche solo italiana, ma per me sono veramente tante rispetto a quello che mi aspettavo e quindi mi spronano a continuare.

 

T: Un album invece quando?

M: Eh bella domanda, sicuramente lo farò ma più avanti. Per ora vorrei andare solo di singoli per poi uscire con un album perché in questo momento comunque ancora non sono nessuno ed ho notato che se fai un ep o un album alla fine si risalta solo il pezzo migliore tra tutti, quindi ho paura che sbattendomi per sette canzoni ne venga vista solo una che magari è veramente la più bella, però rischia poi di sminuire le altre.

Quindi volevo continuare ad attirare l’attenzione con i singoli e poi uscire con un album.

Ne ho già uno pronto, in realtà due. Uno molto trap mentre il secondo mantiene lo stile di “Ti volevo dire”. È solo questione di tempo.

 

T: Invece un parere sugli emergenti già noti? Chi preferisci e perché?

M: Beh tra tutti direi sicuramente Mattak perché riesce a fare tutto, dal rap alla trap, e lo fa benissimo! Metricamente è un mostro, un fenomeno. Per me è indiscutibile. Un altro poi che seguo da poco ma che ho iniziato a seguire intensamente è Leon Faun che fa qualcosa di simile a me ovvero trap mischiata con il melodico e quindi lo sto considerando sempre più ultimamente.

Poi vabbè Supreme ma non è un emergente, lui non fa, lui è la trap.

 

T: Bene, ora siamo giunti alle tre solite domande prima dei saluti. Partiamo subito… Rapper e canzone preferiti

M: Allora questa è dura, è sempre stato Fibra per me ma in ‘sto momento Dani Five è il mood che più mi piace ed io vado molto a periodi, per cui ora ti dico lui, ma domani potrei già cambiare idea ah!ah!ah! La mia canzone preferita è ancora più difficile, ce ne sono tante, adesso addirittura sto finendo ad innamorarmi delle canzoni spagnole quindi sono davvero indeciso… se te ne devo dire una ti direi una canzone di Shiva “Ragazzi Miei” oppure “La città”di Mostro ma anche “m12ano” di Supreme e Mara Sattei… ah!ah! ah! Mi dispiace ma una sola proprio non riesco! È impossibile!

 

T: Passiamo alla prossima allora, con chi faresti un feat? Puoi dirmene uno impossibile e uno italiano…

M: Mmmm… impossibile farei un feat con Ed Sheeran perché melodicamente è fantastico, canta in maniera assurda e per me sarebbe un onore o vabbè… andrebbe bene anche Supreme perché è un esempio per me. A 20 anni avere il successo che ha avuto e aver rinnovato la trap in Italia… cioè, puoi solo fargli un applauso e complimentarti.

Italiano invece con Fibra… assolutamente! Perché non sono solo cresciuto con lui ma mi ha fatto anche crescere. È il sogno della vita. Uno più fattibile sennò sarebbe Frah Quintale magari che è quello con il flow più simile al mio.

 

T: Invece cosa consiglieresti a chi inizia adesso?

M: Gli consiglierei quello che forse consiglierebbe ogni rapper ad un emergente… sii te stesso! Non farti influenzare da amici o da chi ti dice che non gli piace quello che fai. Perché se piace a te e sei convinto di quello che fai, una volta che non sei influenzato da nessuno vedrai che prima o poi alla fine piacerà a tutti. Se lo fai insomma lo devi fare perché ti piace, punto e basta!

 

Teobaldo Bianchini

 

Storia bislacca degli Stati Uniti da Merica- Ep. 1

 

Siamo a metà Settecento.
Gli inglesi (da qui in avanti chiamati tracannabrodaglia) e i prussiani (grandi crucchi) salgono sul ring europeo, americano e asiatico per picchiarsi con i francesi (mangiarane), gli austriaci (piccoli crucchi), gli svedesi,  gli spagnoli, vari staterelli a giro per l’Europa.
Questo grande combattimento passa alla storia come Guerra dei Sette anni, perché “Guerra mondiale in costume e moschetto” suonava troppo male. Dopo sette round anni, i mangiarane perdono praticamente tutte le loro colonie, i grandi crucchi conservano la Slesia e i tracannabrodaglia si ritrovano in mano un impero coloniale più grande di quello che avevano prima.
Re Giorgio III d’Inghilterra, dopo aver speso un botto di soldi per difendere le Tredici Colonie (gli antenati degli Stati Uniti), chiede giustamente di pagare il conto.
I protoyankee non ci stanno, si incazzano di brutto, fanno guerra ai tracannabrodaglia e, dopo una serie di eventi storici che mi stanca ricordare ed elencare e tanti piccoli aiutini dai rancorosi mangiarane, riescono nel 1783 a staccarsi finalmente dalla Madrepatria. I tracannabrodaglia si ritirano in Canada e ciao.
Ah, nel mezzo c’è una curiosa Dichiarazione d’Indipendenza.
Vediamola insieme.
La Dichiarazione d’Indipendenza si basa su principi umanitari e democratici:
tutti gli uomini (bianchi, anglo-sassoni, anglofoni, protestanti, ricchi, puritani, schiavisti, eterosessuali) sono creati uguali (da qui la ganzissima teoria evoluzionista) da un Dio, che a differenza del Dio cattolico accattone onnipresente risiede nella Natura (che sarebbe anche Dio, in un curioso fraintendimento semantico dovuto alla mania dei Padri Fondatori per la botanica, in particolare la botanica delle piantagioni di cotone dove le loro allegre masse di schiavi neri lavoravano spontaneamente e soprattutto gratis).
“Tutti” gli uomini (quindi non le donne e tutti quelli che non rientrano negli aggettivi succitati)
sono quindi “creati” (non si sa bene come) da Dio, che gli fornisce inspiegabilmente diritti inalienabili, nel senso che se qualcuno prova a toglierli viene spedito a Guantanamo e se ha la pelle un po’ troppo scura viene freddato dalla polizia.

Fra questi diritti inalienabili, se ne segnalano tre:
1- La vita (che in termini contemporanei significa “il diritto di vivere come cazzo ci pare, tanto siamo bianchi”)
2- La libertà (“di fare come cazzo ci pare, tanto siamo ricchi”)
3- La ricerca della felicità (“la nostra”)
Dopo questi tre diritti, segue una sequenza di insulti e colorite ingiurie sui facili costumi dei parenti femminili di Giorgio III.
Perché dannarsi l’anima e stancarsi nell’arruolare e armare contadini che sono carne da cannone?
Non avevano proprio niente da fare? La risposta alla seconda domanda è: ovviamente sì.
La risposta alla prima invece sta tutta in una luuuuuuuuunga (e RICCA) corrente di storiografia liberale che la pone in questi termini, che prontamente tradurrò (la traduzione è in corsivo):

“Gli abitanti delle Tredici Colonie erano oppressi dall’ingiusta pressione fiscale del tirannico Re Giorgio III, che non permetteva un’adeguata rappresentanza e anzi permetteva che il parlamento inglese si basasse sui voti dei borghi marci, paeselli sperduti cui tuttavia spettava un seggio parlamentare. La classe politica inglese, avida e sorda alle giuste richieste dei coloni americani, si oppose a ogni istanza di questi ultimi.”

I riccastri schiavisti WASP (bianchi anglosassoni protestanti) non volevano scucire un quattrino a quelli che li avevano protetti fino al giorno prima. Re Giorgio III, dopo aver speso una fortuna per proteggerli, doveva da qualche parte cavare dei soldi e quindi decise di tassare i coloni. Nonostante fossero le colonie più ricche dell’Impero Tracannabrodaglia, l’esistenza dei borghi marci si spiegava dal fatto che anche in Gran Bretagna ci fossero altri riccastri (non proprio schiavisti però) che non volevano fare niente. I politici inglesi (che all’epoca non avevano i capelli biondi tinti e non erano sovranisti) se ne fottevano delle richieste dei riccastri schiavisti, soprattutto per il fatto che questi ultimi fossero lì proprio grazie ai primi e che soprattutto erano lì da nemmeno duecento anni, mentre loro si erano fatti il mazzo da oltre seicento.

“Dopo il massacro di Boston, la guerra divenne l’unica scelta: i coraggiosi patrioti si ribellarono alla tirannia di Re Giorgio, si armarono ed entrarono in guerra contro la madrepatria.”

Seguirebbe tutta una sfilza indigeribile di virtù yankee (ovviamente false come Giuda) quali fiducia nel progresso, pensiero illuminato, tolleranza, peni abbondanti ed efficienti ed equa distribuzione di vulve e caramelle per ogni maschio adulto. La taglio perché non ho voglia né tempo (e poi perché non sono un americano un americano ricco).

Dato che i riccastri schiavisti non potevano accedere al casinò di Giorgio III, decisero di costruirsi un enorme casinò tutto loro, con blackjack e squillo di lusso. Anzi, senza blackjack. E anche senza casinò. A farne le spese furono pochissimi[1].

Piccola ellissi e… puf! Ecco la prima costituzione figlia dell’Illuminismo e la prima grande democrazia moderna. Vi aspettavate una battuta satirica o critica? Ammesso che non siate dei nostalgici del mondo pre-industriale o nobili, non è che le cose prima fossero così belle, eh.
Dov’ero rimasto… ah sì, la Costituzione degli Stati Uniti!

Qualche coordinata sparsa qua e là:

– Da quando è entrata in vigore (dopo la guerra coi tracannabrodaglia), negli Stati Uniti si vota SEMPRE il secondo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Una data curiosa, non trovate?
Sapete proprio perché tutto questo rigirio?
Perché quello era l’unico momento dell’anno dove quelli che potevano votare (cioè i bianchi riccastri schiavisti eccetera) potevano scendere in città perché le nevi si scioglievano. Hanno mantenuto la consuetudine da allora. Quando pensate agli statunitensi come radicalmente diversi dagli inglesi, ripensate a questo.


– Il suffragio è ispirato ai principi dell’Illuminismo, un movimento culturale tanto profondo e variegato da aver portato avanti istanze “universali” (nel significato succitato di “tutti gli uomini”) e profondissime. Quindi, votano TUTTI (i ricchi, bianchi, puritani, proprietari terrieri, schiavisti…).

– Ispirati alla teoria politica del famosissimo liberale mangiarane Montesquieu, i tre poteri (quello di fare le leggi, quello di imporle in modo violento e quello di fare il culo a chi non le rispetta, soprattutto se non bianco) sono separati. Certo.
In realtà, manco per idea. Il presidente (che praticamente è un re eletto da “tutti”, si fa per dire) nomina i giudici  dell’UNICO tribunale disciplinato degli Stati Uniti, ossia la Corte Suprema Federale, quando i giudici schiantano o si ritirano. Molto democraticamente, non ci sono troppe possibilità di rimuovere dal suo incarico un giudice della Corte Suprema. Davvero illuminati.

– Non finisce mica qui. Magari. Il presidente può fare decreti presidenziali e gli altri riccastri, gongolando fra una boccata di pipa (il cui tabacco è prodotto in casa in piantagione), possono accettare o meno, dipende se arriva il bonifico in tempo.

– Se il presidente fa un po’ troppe cazzate, può essere rimosso per impeachment, che tradotto in italiano significa “se la Camera e il Senato esprimono una maggioranza, il presidente è costretto a calarsi le braghe, a indossare orecchie da somaro e a ragliare per essere esposto al pubblico ludibrio. Ah, e non è più presidente, quindi non conta più niente e il vice-presidente improvvisamente occupa il suo posto. Così, per magia.”[2]

– Gli Stati Uniti non hanno confessione religiosa né riconoscono religioni.
La battuta è tutta qui.

– C’è una totale libertà di espressione.  Ma totale, eh. Basta non bruciare la bandiera a stelle e strisce.

– I cittadini, molto democraticamente, possono scegliere il candido preferito di uno dei due partiti: il partito cattivo e quello un po’ meno cattivo.

So benissimo che tutto questo articolo è sconclusionato, storicamente lacunoso, non corretto, spregiatamente anti-americano ma sapete cosa vi dico?
SAPETE COSA VI DICO?!

IO VI DICO

che ho fame e che ho voglia di un panino in un fast-food.  Mandate pure i vostri reclami all’apposita casella che trovate in alto alla vostra sinistra.
Pace.


Leonardo Mori


[1] Circa un misero 98 % della popolazione, fra cui: non bianchi, non uomini, non proprietari terrieri, non puritani, non ricchi, non istruiti. 

[2] Citazione tratta da Costituzione di Yankeeland, 1700 e qualcosa.

Disorganic

“L’Internet” nasconde tesori. Più precisamente, all’interno di esso, Youtube nasconde tesori.
In questi tesori, vi è una gemma dalla potenza di fuoco ricchissima e che ben sintetizza la frenesia e la confusione che caratterizzano l’uomo contemporaneo.
“Frontier psychiatric” è un brano del gruppo australiano “The Avalanches” (letteralmente “Le Valanghe”).
Il videoclip di questo brano è uscito nel 2000, l’ultimo anno del Secondo Millennio e pietra tombale del Novecento. La caratteristica fondamentale del gruppo australiano sta nel fatto che essi producono tutti i loro brani montando samples da più fonti, siano esse film, canzoni, trasmissioni radiofoniche.
Dov’è la genialità di questo brano?
Prima di tutto esso dimostra la profonda creatività degli attori, che riescono a mischiare in maniera follemente magistrale brevissimi spezzoni (“samples”, appunto), sfruttando tecniche di produzione non accessibili fino al tardo Novecento. Se non avessero avuto accesso a tali strumenti, invece di una console e un computer avrebbero avuto bisogno come minimo di un centinaio di persone e relativi strumenti musicali. Ma la genialità di questo brano non si limita a questo.
Questo brano sintetizza, in modo a mio parere singolare, una fetta cospicua della cultura contemporanea (in stragrande maggioranza anglofona) degli ultimi sessant’anni.
In ordine sparso, troviamo:
-Un riferimento a un gatto presente nel dipinto “Il Sonno della ragione genera mostri” di Goya
-Una scimmia che suona la batteria (forse proveniente da 2001: Odissea nello spazio?)
-Un gabbiano, che in seguito duetterà con la scimmia
-Dodici messicani che suonano
-Uno scrittore alcolizzato e sporco
-Tre ragazze asiatiche che suonano violini
-Due signori anziani (forse psichiatri)
-La testa di un uomo anziano dal corpo di tartaruga
-Una signora anziana che suona la batteria
-Due cowboys di colore
-Un nativo americano
-Un orologio a cucù
-Un ventriloquo che fa parlare un burattino la cui testa è una noce di cocco
-Degli spettri (proiettati)
-Uno scheletro che sistema un vinile
-Un nano vestito da bebè
-Un marinaio
-Un ipnotista
-Una dentiera in un bicchiere d’acqua che parla
-Una ballerina che ricorda vagamente Cleopatra
-Una maestra anziana che educa una bambina
Benché il testo di questo brano si riduca a samples in lingua inglese, non è possibile capire appieno da dove vengano tutti i samples presenti in esso. Non solo: il videoclip stesso scava a fondo nella psiche dello spettatore/ascoltatore, confuso come non mai nelle due frasi più frequenti in assoluto: “That boy needs therapy” e “Purely psychosomatic” (“Quel ragazzo ha bisogno di psicoterapia”; “Puramente psicosomatico”). Quel ragazzo ha bisogno di psicoterapia o è solo una manifestazione psicosomatica?
Due voci antitetiche che non permettono di farci capire quale delle due opinioni sia corretta.
I riferimenti si sprecano: può l’uomo contemporaneo avere una bussola nella sua società, così complessa e potenzialmente nociva alla sua sanità mentale?
Occorre gustare la canzone e il videoclip senza tentare di comprenderne il senso. Forse è questo, infatti, il messaggio ultimo della band: “Don’t try”. Non provare.

C’ERA UNA VOLTA TARANTINO

 

 

Leviamoci subito il dente: “C’era una volta a Hollywood” non può essere un film di Tarantino.

Probabilmente se non avessimo saputo che si trattava dell’attesissimo nono film del gigante Quentin, la delusione dopo la visione si sarebbe limitata a qualche commento negativo fuori dalle sale.

E invece no! Eh no mio caro regista preferito, ti sei meritato un bel po’ di paragoni con gli altri otto capolavori che hai partorito. Analizziamo: otto film uno più bello dell’altro, e questo? Questo non rientra neanche nel “fan service”, non è stato all’altezza delle aspettative neanche per chi ha un altarino in camera in suo onore. Una storia un po’ troppo reinventata, che apre più vignette che, ahimè, rimangono scollegate fino alla fine del film, senza raggiungere un punto X in cui si sarebbe dovuto ricollegare tutto. Piatto, nessuna esplosione alla Tarantino. Che sia stato il cast il problema? Parte dell’attesa per questo film era sicuramente dovuta alla presenza di buona parte dei “big” del cinema americano e mondiale. Aspettative più che giustificate anche solamente dalla coppia Pitt-Di Caprio (e che gli vuoi dire?). Cast stellare senza alcun dubbio, tuttavia messi lì tutti insieme appassionatamente, stonano. In primis la bellissima e bravis…bellissima Margot Robbie, che sarebbe potuta tranquillamente apparire solamente di spalle e che, vicino al collega Leo, ricordava molto, forse un po’ troppo, “The wolf of wall street”, peccato che il regista sia un altro. Sempre per rimanere in tema “film di altri” vanno notate e sottolineate bene le svariate immagini che rimandano a “Il grande Gatsby”, ad esempio ogni scena girata nella piscina di Rick Dalton.

Insomma, il film s’inizia a guardare perché si hanno determinate aspettative, si lascia guardare perché ormai si è lì.

Hey, Tarantino, sei proprio tu? “Can you hear me?”giusto per citare uno dei suoi veri capolavori, “Le iene”, nella scena in cui Mr. Blonde tortura il poliziotto portandogli via un orecchio e, a proposito di momenti splatter, in “C’era una volta eccetera eccetera” la prima scena tutta sangue appare tardi rispetto agli standard degli altri film, più o meno dopo la prima metà, per niente nel suo stile.

Che dire, un prodotto cinematografico fin troppo autocelebrativo (vedere le numerose scene che ricordano molto gli altri film), carino, per carità, ma vicino al nome Quentin Tarantino, ci si aspetterebbe di più un aggettivo che riempie un po’ di più la bocca, non un banale “carino”.

Che sia stata la recente separazione con la partner, sia sul set che nella vita reale, Uma Thurman?

 

Ida Luisa De Luca

La mia umile considerazione sugli scrittori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scovare i particolari. Sono quelli che attirano l’attenzione. Ecco, io penso che il lavoro dell’artista, dello scrittore, del poeta, del pittore sia proprio questo: andare dove gli altri non possono arrivare. Mi spiego meglio: lo scrittore – o l’artista, più in generale – ha il compito di smaterializzarsi. Nella più letterale delle accezioni. Se vede la finestra di una terrazza (specifico: di una terrazza, dato che solo una finestra darà un esito diverso) mezza aperta, e, per l’appunto, da quell’apertura si intravede un lampadario a candelabro che emana una luce gialla, calda, accogliente, ecco, in questo contesto, con questa immagine davanti agli occhi, lo scrittore, il vero scrittore non può rimanere indifferente. Deve sentire qualcosa. Deve iniziare un processo nella sua mente fatto di immagini, pensieri, flash, descrizioni, ecc. Questo è il punto di partenza. L’accorgersi che quella finestra che dà sul terrazzo non è solo una finestra che dà su un terrazzo, ma uno scenario di una qualsivoglia scena o storia. Questo è il primo passo. Il secondo passo è, appunto, lo smaterializzarsi. Una volta accortosi del potenziale artistico della presunta scena del delitto/balcone dei moderni Romeo e Giulietta/ nido d’amore di Mario Rossi (quale nome scegliere se non quello della persona con più omonimi nel nostro bel paese) arriva il momento di fingere di essere lì dentro e sentire: gli odori (di vecchio, stantio, di bambole di porcellana); immaginare la carta da parati tirata giù quando uno dei sette figli della donna – ormai defunta – che ci abitava aveva voluto tirar via perché il tubo dell’acqua si era rotto e aveva bagnato tutte le mura; bisogna sentire il rumore dei passi degli inquilini di sopra, che dal baccano (che poi perché si dice baccano? Per via del dio Bacco e della sua voglia continua di orge e vino o davvero c’è un’altra natura?) costante costringevano la signora – con sette figli del piano di sotto a picchiare con la scopa sul soffitto (così si accorse del tubo dell’acqua rotto) e a gridare dalla finestra sul terrazzo di smetterla di fare tutto quel Baccano, che altrimenti avrebbe chiamato la polizia (possibile movente di presunto omicidio. Sul balcone.).
Ecco. Se coloro che al giorno d’oggi si chiamano scrittori o, per meglio dire, si autodefiniscono così, non fanno tutto questo lavoro preliminare, che, ahimè, dev’essere un moto naturale, ecco allora… per così dire… senza nessun briciolo di presunzione… non possono essere definiti scrittori, né tantomeno artisti. Artista è colui che riesce ad arrivare dove gli altri non arrivano, non perché non vogliono, semplicemente perché non possono. Sono privi della sensibilità che serve. Ulteriore esempio: il vero scrittore, se vede un vestito a fiori, appeso ad una gruccia, steso ad asciugare al sole, tenuto su da una molletta, una di quelle piccoline, di plastica, magari anche verde (perché no) in mezzo a solo ed esclusivamente capi neri, ecco, in codesta situazione al soggetto della nostra tesi viene in mente un’ipotetica situazione psicologica terribile, di instabilità mentale; immagina una donna corrosa dal tempo e dal dolore che fa di tutto per non cadere nelle grinfie della grande belva che è la depressione. Sente e immagazzina il suo dolore. Si immedesima. È anche un po’ un attore quindi; veste panni che non sono suoi. Se la taglia è sbagliata poco importa, se la fa andar bene comunque. Molti altri, invece, vedono in un vestito appeso ad asciugare un semplice vestito appeso ad asciugare.

Ilaria Bisogno

Per amore della poesia

Amine è un ragazzo di ventitré anni di origine marocchina che da anni vive in Italia, attualmente a Torino. Col tempo si è avvicinato alla letteratura e incominciando ad appassionarsi ad essa ha iniziato a produrre poesie, ottenendo discreti successi pubblici. Partecipa a varie serate di lettura anche fuori da Torino e per ben due volte è stato ospite del Salone del Libro, tutto questo destreggiandosi tra università e lavori per mantenersi autonomamente. La sua storia mi ha colpito moltissimo così come le sue poesie e per questo motivo ho deciso di intervistarlo a nome del nostro blog Luft e quella riportata qua sotto è la chiacchierata che ne è scaturita.

Perché la poesia è ancora possibile, anche nel mondo in cui viviamo. È fragile, è autentica, è forse, come mai prima, indispensabile.

 

 

UN’INTERVISTA PER AMORE DELLA POESIA

 

 

Prima di iniziare a parlare del tuo rapporto con la scrittura vorremmo sapere qualcosa in più su di te. Ti andrebbe di raccontarci quando e come mai hai lasciato il Marocco per trasferirti in Italia? C’è stato un motivo specifico che ti ha spinto a scegliere Torino o è stata pura casualità?

Sono nato e cresciuto in Marocco fino all’età di undici anni, vivendo principalmente con la famiglia di mia madre, poiché i miei genitori sono separati. Sono stati anni felici nonostante le difficoltà economiche e i problemi di famiglia.

Ora che sono passati più di dieci anni non sono sicuro dei motivi che mi hanno portato in Italia.

Quello che è certo è che mia mamma desiderava per me un futuro migliore.

Preciso che non sono di Torino, sono cresciuto nella provincia di Alessandria, a Novi Ligure.

Prima di iscrivermi a Lettere qui, facevo il pendolare. La città mi ha attirato dal punto di vista culturale: cinema, teatri, musei, eventi artistici, biblioteche.

 

 

Sei una persona che ha sempre letto molto, anche poesie, o ti sei avvicinato a questo mondo nell’ultimo periodo?

L’ambiente in cui sono cresciuto ha sempre prediletto le scienze come la matematica e la fisica. Verso gli ultimi anni del liceo ho sentito il bisogno di esprimere emozioni, di parlare di alcuni argomenti, di rendere in parole alcuni pensieri, ma ho trovato la difficoltà nella lingua e nel modo di esprimermi. Così ho iniziato a leggere tutto quello che mi trovavo di fronte. Il Corano è stato uno dei primi libri che ho letto, poi sono arrivati i classici, romanzieri e poeti.

 

 

Pensi che la poesia possa assumere un valore pedagogico nella società in cui viviamo?

Credo che il poeta non abbia il compito di proporre novità, ma può ispirarne la nascita. Potremmo parlare in un certo senso di missione: attraverso la poesia egli risveglia le coscienze degli altri, può rendere consapevoli tante menti, portare le persone a conoscersi meglio, ad indagare su se stesse, ad analizzarsi. Il poeta, secondo me, per mezzo della parola svolge il lavoro del medico: cura le anime.

 

 

È stato difficile iniziare a scrivere in italiano? Sei autodidatta? Il registro e lo stile che usi è di alto livello al di sopra del parlato e dello scritto di molti madrelingua…

Ti ringrazio. Non credo di conoscere bene nessuna lingua. Talvolta trovo delle difficoltà nel lessico, ma il conoscere diverse lingue mi aiuta ad orientarmi. Con gli anni ho sentito l’esigenza di conoscere bene una lingua e poi approfondire le altre. Ho scelto l’italiano perché sono cresciuto in Italia, è la lingua con cui sogno e con la quale mi esprimo meglio.

Come ho scritto prima, ora sono studente di lettere, ma la scelta di studiare in questa facoltà è arrivata dopo l’aver iniziato a scrivere. Possiamo quindi dire che sono autodidatta e mi ispiro a diverse persone, non solo scrittori.

 

 

Scrivi mai poesie in arabo e in francese?

In francese quasi mai, in arabo qualche volta. La lingua francese è la seconda lingua ufficiale del Marocco, l’ho studiata lì alle elementari e qui in Italia alle medie, non la conosco molto bene anche se riesco a leggerla. Benché ammiri questa lingua, non possiedo le competenze per comporre in essa poesie.

Per quanto riguarda l’arabo invece ammetto di esserne perdutamente innamorato, è la lingua della religione islamica, ciò significa che traggo ispirazione spirituale da essa e dalla sua cultura. Ogni tanto cerco di scrivere in arabo, ma talvolta risulta molto complicato.

 

 

So che è una domanda difficile ma c’è uno scrittore che ti ha particolarmente ispirato nella scelta di scrivere o è un processo partito spontaneamente?

Ho sempre vissuto con l’esigenza di raccontare agli altri. Amo la solitudine, ma mi terrorizza l’idea di rimanere solo, perciò ho iniziato a scrivere in uno dei periodi più bui che ho passato. Mi ha aiutato a riflettere, a conoscermi, ad analizzarmi e a scoprire lati di me su cui non mi soffermavo.

Mi ispiro alla maggior parte degli scrittori che conosco. In particolare mi ispiro a Jorge Luis Borges, ma anche a Montale, a Pavese, a Qabbani, a Neruda, a Baudelaire e altri poeti e narratori.

 

 

Cosa significa scrivere poesie per te? C’è un messaggio specifico che vuoi comunicare o è per il puro piacere di farlo?

Credo che la poesia sia immortale, che ogni parola pronunciata sia importante, che la parola sia uno dei doni più belli in possesso dell’uomo.

Scrivo per me, ma non solo. Ogni essere umano, nella sua vita, passa periodi belli o brutti, alcuni di questi rimangono indelebili nella memoria, nasce così il bisogno di mantenerli vivi e il modo per farlo è scriverli, renderli in versi. Desidero abbracciare ogni lato della vita anche scrivendo: le occasioni speciali, le piccole cose che ci rendono umani, le crisi esistenziali di ognuno di noi, l’amore, la morte. Credo che il poeta abbia la capacità di rendere tutto ciò nella miglior forma possibile.

 

 

Come trai ispirazione quando cominci a scrivere? Segui un rituale specifico o varia sempre?

Ho sempre la testa piena di idee per scrivere poesie, ogni cosa che mi capita potrebbe essere fonte di ispirazione. A volte scrivo di getto, lasciando scorrere la penna sul foglio, altre volte invece le poesie che scrivo sono frutto di lunghi ragionamenti, perché non sempre le parole scritte sono quelle che vogliamo scrivere.

 

 

Partecipi a molte letture, vieni invitato ad eventi nelle città di Brescia e di Milano e hai partecipato ben due volte al salone del libro. Cosa si prova a vivere dentro un ambiente letterario così ricco e vivace?

Essere tra appassionati di lettura e di arte è stupendo. Vedere negli occhi delle persone brillare le emozioni è indescrivibile. Dopo ogni lettura mi sento pieno di vita, come se essere su un palco fosse la vera realtà.

 

 

Spesso si dice che gli scrittori e i poeti scrivano perché hanno dentro se stessi un conflitto interiore, sfogabile attraverso questo canale di comunicazione, la parola. Sei d’accordo?

Sono d’accordo. Se non avessi vissuto certe esperienze, se non avessi avuto certe ferite e traumi nella vita forse non mi sarei avvicinato alla poesia. Come ho già detto la scrittura è una forma di terapia. Chi scrive, scrive innanzitutto per se stesso, per un’esigenza interiore di cui non comprende l’origine. Le righe di ogni poeta sono un prodotto di sangue e lacrime.

 

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti futuri in campo artistico? 

Nell’ultimo periodo ho partecipato ad alcuni eventi culturali, dove ho recitato alcune mie poesie, ma ho dovuto interrompere a causa del lavoro e dell’università. Sto scrivendo una raccolta di poesie, che porterà il nome di Zahra, mia nonna.

 

 

Hai risposto alle nostre curiosità, in allegato all’intervista i nostri lettori troveranno alcuni componimenti che hai voluto condividere con noi. Grazie ancora del tempo che mi hai dedicato, è sempre bello conoscere persone con un’energia così forte. Se qualcuno volesse contattare il nostro intervistato qui sotto lascio i suoi recapiti:

www.asteerio.it

medaminebo@libero.it

Instagram: asteerio

 

 

 

             Elisa Citterio

 

 

E adesso… Un po’ di poesia.

 

AURORA D’AGOSTO

 

Ho camminato sul ciglio della vita

Cercando presso l’Aurora i tuoi occhi.

 

Ho nuotato nell’impurità di una parola

Per sussurrarti l’amore a cui non credi.

 

Ho squarciato bramandoti il cielo azzurro

E non trovandoti ho perso la direzione

 

Ho perso te che così non mi ami

Ho perso così l’Aurora nei tuoi occhi.

 

 

 

RIFLESSIONE

 

Amico mio, dimmi se anche tu

Se anche tu pensi

Giocando sott’acqua a dadi

All’ora che giunge e non avverte

 

I castelli che porta la corriera

Sogni non lontani di primavera

Saranno di duro marmo lucente

O di cenere colta dalla bufera?

 

Giri il volto togliendoti gli occhiali

Con mano pesante con aria impaziente

Mi domandi dove dimorano i diamanti

 

Mi chiedi come per paura

Se la vetta

Che ora pare nostra

E ora pare straniera

È vicina

 

Se i passi di sabbia decisa

Verranno colti sul monte dove cammino

Dalla frana

Che ora pare lontana

E ora pare vicina

 

 

 

 

 

 

 

SOLITARIO

 

Solitario scruto nella notte

Qualche stella scintillante

 

Solitario scruto nella nebbia

Qualche fragranza palpitante

 

Scruto in ogni istante

Qualche fugace emozione

 

Ma invano cerco

Sono schiavo dell’illusione

 

Ribolle il sangue

Il cuore arde

 

Sono il cacciatore

E l’inseguito che perde

 

Sono la freccia scagliata

E bersaglio è la mia anima

Incantata

 

 

 

STELLA D’INFANZIA

 

Passano le notti e tu non brilli

O stella intravista nei sogni d’infanzia

L’opaco dei tuoi capelli di rubino

Rassomiglia alle nostre piccole vite

Cammini sulla brezza di giardini senza fiori

Incolori come le lacrime che versi rimembrando tuo padre

 

Ma passano le notti e tu non brilli

La mia anima traboccante di speranza

Ed ansiosa della tua folle luce

S’insinua fra le mie tremule ginocchia

E non cammina

 

L’ignoto firmamento per noi decise

Per noi che non più come prima

Camminammo cavalcando il carro d’oro dell’aurora

Così vollero le nostre notti insonni

Che passano quasi immobili dinanzi a noi

E dinanzi a me tu più non brilli

O stella intravista nei sogni d’infanzia

 

 

 

VERITÀ

 

Anche giocando talvolta

Con le parole

Riesce facile scorgere

Frammenti di verità

Ben lontani dall’essere

Assoluti o giusti o nostri

Nelle piccole cose.

Non ci occorrono aforismi

Né contorte citazioni rare.

 

Solo qualche perduta

Timida sillaba.

 

 

ADDIO

 

T’ho salutata, come si saluta un amico

Sicuro che presto t’avrei riabbracciata

T’ho salutata non pensando fosse un addio

Nella leggerezza d’un mattino estivo

Ora è primavera e tu nel ricordo perduri

Leggera.

 

 

NON BIASIMARMI

 

Non biasimarmi

Se per me ogni cosa

Dimora dentro il tempo

Questo succedersi di eventi

che ora scelgo e ora non scelgo

Questo alternarsi di lumi

ora accesi e ora spenti

dove caso e destino giocano a dadi.

 

No, non biasimarmi

Se per me oso

L’estrema scelta di vivere

come albero senza rami

senza foglie o radici

Se sono più vicino al tronco

senza figli e senza avi.

 

 

 

 

 

 

 

SUI GRADINI DEL DESTINO

È buio ad ogni passo,
ad ogni passo c’è silenzio

E ti pare di percorrere
le indecisioni d’ogni uomo

E non sai proseguire
E non osi salire

Pronti?

 

Viviamo in tempi interessanti.  Ovunque la vita e la morte lottano intorno a noi, mentre ricchezza e indigenza, siano esse materiali o umane, si scambiano baci e morsi nel grande letto globale e multipolare di questo sassolino sperduto nel cosmo. Accumuliamo, accumuliamo oggetti, pezzi di giornale, esperienze, frammenti psicologicamente (ir)rilevanti e li depositiamo dentro di noi. La memoria non filtra niente ed è inutile, perché non c’è memoria che tenga nel presentismo in cui siamo tutti immersi. È più che mai impossibile comunicare, prima di tutto con noi stessi, senza ricorrere ad ardue metafore che non conducono da alcuna parte. Dicono che la vita sia un viaggio, aggiungo che non porti da nessuna parte. 
Aldilà di questo squallido fatalismo, non lo sentite? Non lo sentite il nonsenso penetrante, il rullo compressore della storia? Ai tamburi di guerra, ai motori dei bombardieri in picchiata, ai lamenti delle prefiche si sono sostituiti sigle di telegiornali, autobus che girano una curva, urla basse nei condomini spentesi rapidamente nella notte. La bussola è rotta, ci barcameniamo verso un futuro oscuro e privo di reali punti di riferimento. Spesso si ascoltano discorsi in nome della sovranità politica, della sovranità monetaria, della sovranità popolare: oggi sussurro un Discorso sullo Stato (di quel che rimane) dell’Unione intima, comunicativa, umana. Presto il futuro sarà passato, così come lo è il presente, ogni nostra azione genera conseguenze impercettibili e imperscrutabili da noi stessi ma che hanno ricadute in sistemi diversi dalle nostre monadi. Al contempo, v’è preclusa ogni nuova forma di conoscenza verso noi stessi, verso gli altri, verso me che vi gabbo con sintassi sgocciolanti retorica, giochi linguistici, doppi sensi privi di testa e coda… ma come, mi date del sovversivo? Sì, se è questo il connotato che mi attribuite, allora sono un sovversivo sui generis: non intendo abbattere l’ordine costituito, intendo cantare una piccolissima parte della grande epopea umana, quella tragicomica narrazione alla quale tutti partecipiamo e che si risolverà, come ognuno di noi, nel nulla. È un fatto: a prescindere da ciò che ci possa essere dopo la nostra morte, dal momento della nostra nascita siamo destinati a perire.  La vita è solo un breve periodo di tempo in cui si è vivi.
Non esigo essere un profeta, non pretendo che il mio messaggio (se forse ve ne è uno) raggiunga quante più persone possibili. In fin dei conti, siamo tutti profondamente noiosi, isterici, insicuri, contraddittori. Tale è la natura del male, tale è la natura dell’uomo.
Possiamo stordirci, certo: le dipendenze sono sorte apposta per farci stare temporaneamente meglio, per farci stare peggio a lungo andare. Ogni boccata è una manciata di minuti in meno su questo inferno, ogni sorso una sensazione in più giù per la gola, neuroni appassiti e cattiveria e freni che si allentano, citare altre sostanze sarebbe improprio. 
Sarebbe anche sbagliato attribuire un criterio di giustizia o di morale alla realtà in cui siamo continuamente immersi, in cui nuotiamo, restiamo a galla, affoghiamo. Ci scorre così, questa esistenza, sulla pelle via via più vecchia e più segnata dal tempo. Può andare bene, può andare male, può non andare proprio. Accumuliamo così degli oggetti, cerchiamo di stare meglio e quindi sì certo possiamo prendere un caffè, adesso non rispondo ma intanto visualizzo, non mi va di chiedere lo scontrino, perché no si potrebbe tentare…
Il tutto è complesso, difforme e multiforme. 
Un assordante nulla pervade il nostro corpo, la nostra mente, il nostro spirito.
Ricollegandosi al principio del testo, forse una risposta c’è: forse accumuliamo tanto solo per sentire un rumore più forte, quando la morte fa crollare il tutto e disperatamente, se ne abbiamo facoltà, ne cerchiamo il senso per una manciata di attimi.

Leonardo Mori