Pronti?

 

Viviamo in tempi interessanti.  Ovunque la vita e la morte lottano intorno a noi, mentre ricchezza e indigenza, siano esse materiali o umane, si scambiano baci e morsi nel grande letto globale e multipolare di questo sassolino sperduto nel cosmo. Accumuliamo, accumuliamo oggetti, pezzi di giornale, esperienze, frammenti psicologicamente (ir)rilevanti e li depositiamo dentro di noi. La memoria non filtra niente ed è inutile, perché non c’è memoria che tenga nel presentismo in cui siamo tutti immersi. È più che mai impossibile comunicare, prima di tutto con noi stessi, senza ricorrere ad ardue metafore che non conducono da alcuna parte. Dicono che la vita sia un viaggio, aggiungo che non porti da nessuna parte. 
Aldilà di questo squallido fatalismo, non lo sentite? Non lo sentite il nonsenso penetrante, il rullo compressore della storia? Ai tamburi di guerra, ai motori dei bombardieri in picchiata, ai lamenti delle prefiche si sono sostituiti sigle di telegiornali, autobus che girano una curva, urla basse nei condomini spentesi rapidamente nella notte. La bussola è rotta, ci barcameniamo verso un futuro oscuro e privo di reali punti di riferimento. Spesso si ascoltano discorsi in nome della sovranità politica, della sovranità monetaria, della sovranità popolare: oggi sussurro un Discorso sullo Stato (di quel che rimane) dell’Unione intima, comunicativa, umana. Presto il futuro sarà passato, così come lo è il presente, ogni nostra azione genera conseguenze impercettibili e imperscrutabili da noi stessi ma che hanno ricadute in sistemi diversi dalle nostre monadi. Al contempo, v’è preclusa ogni nuova forma di conoscenza verso noi stessi, verso gli altri, verso me che vi gabbo con sintassi sgocciolanti retorica, giochi linguistici, doppi sensi privi di testa e coda… ma come, mi date del sovversivo? Sì, se è questo il connotato che mi attribuite, allora sono un sovversivo sui generis: non intendo abbattere l’ordine costituito, intendo cantare una piccolissima parte della grande epopea umana, quella tragicomica narrazione alla quale tutti partecipiamo e che si risolverà, come ognuno di noi, nel nulla. È un fatto: a prescindere da ciò che ci possa essere dopo la nostra morte, dal momento della nostra nascita siamo destinati a perire.  La vita è solo un breve periodo di tempo in cui si è vivi.
Non esigo essere un profeta, non pretendo che il mio messaggio (se forse ve ne è uno) raggiunga quante più persone possibili. In fin dei conti, siamo tutti profondamente noiosi, isterici, insicuri, contraddittori. Tale è la natura del male, tale è la natura dell’uomo.
Possiamo stordirci, certo: le dipendenze sono sorte apposta per farci stare temporaneamente meglio, per farci stare peggio a lungo andare. Ogni boccata è una manciata di minuti in meno su questo inferno, ogni sorso una sensazione in più giù per la gola, neuroni appassiti e cattiveria e freni che si allentano, citare altre sostanze sarebbe improprio. 
Sarebbe anche sbagliato attribuire un criterio di giustizia o di morale alla realtà in cui siamo continuamente immersi, in cui nuotiamo, restiamo a galla, affoghiamo. Ci scorre così, questa esistenza, sulla pelle via via più vecchia e più segnata dal tempo. Può andare bene, può andare male, può non andare proprio. Accumuliamo così degli oggetti, cerchiamo di stare meglio e quindi sì certo possiamo prendere un caffè, adesso non rispondo ma intanto visualizzo, non mi va di chiedere lo scontrino, perché no si potrebbe tentare…
Il tutto è complesso, difforme e multiforme. 
Un assordante nulla pervade il nostro corpo, la nostra mente, il nostro spirito.
Ricollegandosi al principio del testo, forse una risposta c’è: forse accumuliamo tanto solo per sentire un rumore più forte, quando la morte fa crollare il tutto e disperatamente, se ne abbiamo facoltà, ne cerchiamo il senso per una manciata di attimi.

Leonardo Mori

Miscellanea (2)

Stare su un Frecciargento ricorda a tratti l’immagine dei trasporti del futuro negli anni 70’. Ogni volta che c’è una galleria sembra come se la carrozza si fosse trasformata in un rifugio antiatomico. Ciò mi ricorda sia i racconti fantascientifici di Asimov, dove i super-computer funzionano ancora a transistor, sia la fotografia nel film “Shining”, dove non c’è quasi mai la luce solare ma solo luce artificiale.

Everything is black.
So keep calm and –massive (pain) attack sounds great.

E come non citare il fallimento esistenziale di una carriera universitaria[1]? Ma sì, dai, facciamo un bilancio in trentesimi?

Non riesco a attribuire la causa di anglismi impropri come quello di prima [riferitosi a un frammento di video.intervista a una persona affetta da depressione, Canada, anni 60’] se alle sigarette che fumo, alla pornografia che guardo o alla mia passione per la storia statunitense. Insomma si vorrebbe avere la grazia e l’onestà di un Rousseau delle “Confessioni” o la fibra morale di Sant’Agostino, invece si scrive qualcosa su un blog e si asseconda solo il proprio demone.

Ho l’impressione che gran parte della mia futile produzione sia carta straccia illeggibile, potenzialità espressa quando non assente. Insomma, la trama risulta spesso debole né si riesce a fissare tutto ciò che si vorrebbe e quando si riguarda tutte le righe riempite di segni ci s’inorgoglisce, inutilmente. Si gira forse in tondo?

E’ brutto scrivere col mal di testa ma è ancora peggio dover scrivere senza dolori. La scrittura è punitiva: si scrive meglio quando si soffre, altrimenti si ridurrebbe T.S. Eliot a un nevrotico privilegiato che non avrebbe scritto “The Wasteland” se sua moglie fosse stata più amorevole o se avesse avuto un’occupazione più soddisfacente. Alla fine cosa possiamo concludere da ciò?

…ne consegue un marasma di voci dentro di sé tanto silenziose all’interno quanto assordanti se filtrate attraverso manoscritti o dattiloscritti. O altro.

odio scrivere sotto pressione c’è chi scrive qualcosa per ottenere vantaggi chi scrive in modo disinteressato chi vuole essere letto chi imita e chi proprio deve esprimersi

?Ansia

Ritengo che la scrittura sia ? uno dei pochissimi mezzi a disposizione dell’umanità per lasciare un messaggio prima del finale di buio e morte che

[1] Dicasi carriera universitaria quella parte della vita dove si mente per dovere, per passione, per necessità, per vantaggio, per il semplice mentire.

Leonardo Mori