Lo avresti visto

Se tu avessi visto

il velo di Maia

squarciato

su una porta

che dalla strada

trafficata

conduce a una corte

interna

e avessi visto

un albero al centro

farci da tetto

e avessi visto

i panni tesi

a delle finestrelle bianche

e che i gatti

sono liberi

anche in città,

forse,

lo avresti visto.

 

 

Anonimo

La mia umile considerazione sugli scrittori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scovare i particolari. Sono quelli che attirano l’attenzione. Ecco, io penso che il lavoro dell’artista, dello scrittore, del poeta, del pittore sia proprio questo: andare dove gli altri non possono arrivare. Mi spiego meglio: lo scrittore – o l’artista, più in generale – ha il compito di smaterializzarsi. Nella più letterale delle accezioni. Se vede la finestra di una terrazza (specifico: di una terrazza, dato che solo una finestra darà un esito diverso) mezza aperta, e, per l’appunto, da quell’apertura si intravede un lampadario a candelabro che emana una luce gialla, calda, accogliente, ecco, in questo contesto, con questa immagine davanti agli occhi, lo scrittore, il vero scrittore non può rimanere indifferente. Deve sentire qualcosa. Deve iniziare un processo nella sua mente fatto di immagini, pensieri, flash, descrizioni, ecc. Questo è il punto di partenza. L’accorgersi che quella finestra che dà sul terrazzo non è solo una finestra che dà su un terrazzo, ma uno scenario di una qualsivoglia scena o storia. Questo è il primo passo. Il secondo passo è, appunto, lo smaterializzarsi. Una volta accortosi del potenziale artistico della presunta scena del delitto/balcone dei moderni Romeo e Giulietta/ nido d’amore di Mario Rossi (quale nome scegliere se non quello della persona con più omonimi nel nostro bel paese) arriva il momento di fingere di essere lì dentro e sentire: gli odori (di vecchio, stantio, di bambole di porcellana); immaginare la carta da parati tirata giù quando uno dei sette figli della donna – ormai defunta – che ci abitava aveva voluto tirar via perché il tubo dell’acqua si era rotto e aveva bagnato tutte le mura; bisogna sentire il rumore dei passi degli inquilini di sopra, che dal baccano (che poi perché si dice baccano? Per via del dio Bacco e della sua voglia continua di orge e vino o davvero c’è un’altra natura?) costante costringevano la signora – con sette figli del piano di sotto a picchiare con la scopa sul soffitto (così si accorse del tubo dell’acqua rotto) e a gridare dalla finestra sul terrazzo di smetterla di fare tutto quel Baccano, che altrimenti avrebbe chiamato la polizia (possibile movente di presunto omicidio. Sul balcone.).
Ecco. Se coloro che al giorno d’oggi si chiamano scrittori o, per meglio dire, si autodefiniscono così, non fanno tutto questo lavoro preliminare, che, ahimè, dev’essere un moto naturale, ecco allora… per così dire… senza nessun briciolo di presunzione… non possono essere definiti scrittori, né tantomeno artisti. Artista è colui che riesce ad arrivare dove gli altri non arrivano, non perché non vogliono, semplicemente perché non possono. Sono privi della sensibilità che serve. Ulteriore esempio: il vero scrittore, se vede un vestito a fiori, appeso ad una gruccia, steso ad asciugare al sole, tenuto su da una molletta, una di quelle piccoline, di plastica, magari anche verde (perché no) in mezzo a solo ed esclusivamente capi neri, ecco, in codesta situazione al soggetto della nostra tesi viene in mente un’ipotetica situazione psicologica terribile, di instabilità mentale; immagina una donna corrosa dal tempo e dal dolore che fa di tutto per non cadere nelle grinfie della grande belva che è la depressione. Sente e immagazzina il suo dolore. Si immedesima. È anche un po’ un attore quindi; veste panni che non sono suoi. Se la taglia è sbagliata poco importa, se la fa andar bene comunque. Molti altri, invece, vedono in un vestito appeso ad asciugare un semplice vestito appeso ad asciugare.

Ilaria Bisogno

Le smanie del pergolato

Questo è un esercizio di scrittura che proponiamo a chiunque voglia pubblicare qualcosa con noi: scrivere da dentro un quadro.

-“La serva, dov’è la serva? ”

Sanno solo chiedere di me, non riuscirebbero neanche a vedere due tramonti se io lasciassi questa casa. Eppure nessun accenno di gratitudine. Fare la serva, spero nessuno lo sappia, è un mestiere difficile, lo è ancora di più nella prospettiva che tutta la tua stirpe sarà ridotta a questa condizione. L’unico appiglio di salvezza rimane l’ignorare i fatti e trascorrere il divenire senza porsi domande. Io talvolta ci riesco, talvolta no; quando sistemo il pergolato e l’occhio mi cade sull’edera che, intrecciata tra sé stessa e il fil di ferro, cresce, scendendo, fortificata da quei legami, sento che l’indifferenza verso l’esistenza non è più possibile e mi chiedo quali siano i nostri legami. Quali siano quelli di edera e quali siano quelli di ferro.

Ecco, qua nel cortile, la scena che tra poco mi si mostrerà davanti, è già stampata nella mia mente, e ve ne darò dimostrazione per farvi capire quanto la nobiltà abbia la mente annebbiata, anch’essa, dalla monotonia della vita, di cui noi diventiamo totali partecipi, unendo in una sorta di simbiosi sociale, le due vite: quella del servo e quella del servito.

La signorina Elena sarà la prima di cui incontrerò lo sguardo: la sua unica fonte di distrazione è osservare la lentezza delle serve e lamentarsi di loro con le amiche. Delle serve è sempre più vanto lamentarsene che glorificarsene. Avrà il ventaglio bianco nella mano; lo ha sempre da quando ha deciso di smettere di fumare, perché si sa, il fumatore potrà anche rinunciare al sapore del fumo ma non riuscirà facilmente a staccarsi dalla gestualità di riempire la mano con qualcosa. Perciò ha sostituito la sigaretta con il ventaglio e da un mesetto circa non fuma più. Ma cosa sarà di lei quando delle cicale resterà solo il guscio?

Donna Bianca, invece, ci mostrerà il suo paradosso: portare un nome così candido e vestirsi sempre in nero, per celebrare la morte del suo amato marito, deceduto ormai da 20 anni.

Probabilmente starà guardando con occhi malinconici la figlia di sua sorella minore.

La morte le ha portato via non solo la speranza di un amore degno, ma anche la possibilità di sfogare quel suo istinto materno che adesso rimarrà represso per sempre.

La piccola Mery, oggetto di tanto desiderio, crescerà inorgoglita da tutta questa attenzione ottenuta in così tenera età e per questo avrà, in futuro, un’indole superba.

Donna Elisabetta, infine, non mi mostrerà neanche il volto, neanche si accorgerà che la serva ha portato il caffè, fino a quando, tutte lo avranno già finito e ripreso più volte. Allora lei lo reclamerà e sarà, questo suo rimprovero, motivo di argomento per la signorina Elena.

Io, udito quell’ordine, ritornerò, con il caffè sul vassoio, pronta allo scenario che avrò di fronte.

E la scena si ripeterà per altre due o tre volte nella giornata, fino a quando non verrà chiesto di servire la cena.

Cosi noi trascorrevamo la nostra giornata, in quella dimora estiva, con il biondeggiare del grano intorno a noi e il calore del giorno. Cercando, come meglio potevamo, di occupare la noia. Così, anche quelle piccole incomprensioni o discrepanze tra i nostri caratteri erano motivo di sopravvivenza per i nostri animi così aridi di noi donne, che abbiamo meno occupazioni che ci permettono di sopravvivere rispetto agli uomini. E se forse, un giorno, un pittore dall’animo indolente, vorrà riportare sulla tela i vani tentativi che noi donne facciamo per mantenerci in vita e non morire prima del tempo, consiglio di dipingere noi, cosi come siamo, nel pergolato.

 

 
Chiara Stoppioni

Venti(quattro)

MATTINA

Mi sono alzato tardissimo e sono in ritardo per lezione. Stamattina avevo il prosciutto negli orecchi: la sveglia ha suonato a lungo senza, poverina, venire minimamente considerata.

Poco importa. Mi vesto al volo e mi fiondo giù dalle scale; all’angolo di via Bolognese e piazza dell’Unità c’è il bar che preferisco della zona. È gestito da una famiglia di cinesi, moglie e marito. Ogni tanto c’è pure il figlioletto, che credo abbia poco più di sette anni. È incredibile come tutti e tre parlino in un italiano perfettamente corretto, senza la minima flessione straniera; eppure Chen è in Italia solo da qualche anno, non abbastanza per ottenere la cittadinanza italiana. E pensare che alcuni politici vorrebbero mettere un test di lingua italiana per tutti gli immigrati, quasi a rendere impossibile un iter già di per sé troppo lungo, contorto e rocambolesco. E tutti gli ‘italiani’ che sento parlare alla radio e alla televisione, che non sanno nemmeno coniugare correttamente un congiuntivo, o costruire una consecutio temporum logicamente coerente, dove li mettiamo? Se attuassimo lo stesso criterio anche con gli italiani, giusto per rivendicare o togliere la nazionalità, quante persone verrebbero effettivamente risparmiate? Sarebbe sicuro una carneficina. Che poi dico, se so parlare non è detto che conosca le regole grammaticali, anzi. Come quando ti consigliano di andare a Londra per imparare l’inglese parlando con gli autoctoni, mica ti chiedono se il pronome che hai usato è oggetto o soggetto della frase! Non so proprio che pensare, questo paese è proprio strano, al limite del paradossale. Forse è meglio bere in fretta il caffè, non posso sbarellare così di prima mattina «Sai cosa Chen, anche una brioche alla crema, grazie!»

 

 

PRANZO

Adesso mangio delle polpette confezionate riscaldate in microonde e non mi piaceranno molto ma costavano 2,50€ e il piatto piange un po’ come il portafoglio e penso sia molto strano il fatto che alla mia età il mio bisnonno mangiava pane fatto in casa e faceva il barrocciaio che per chi non lo sapesse semplicemente era un camionista ante litteram e lo faceva in Maremma e si alzava stra-presto la mattina e lavorava 12-14 ore e mica c’erano i supermercati o i microonde e le città erano più piccole e c’erano sì i negozi alimentari ma insomma non esisteva nemmeno come concetto l’Esselunga la Conad la Standa o robe simili e ciò da una parte è strano voglio dire fino a nemmeno cent’anni fa la gente produceva il cibo che mangiava e sapeva cosa ci fosse dentro; in più c’erano le ghiacciaie ora invece chissà se nelle polpette c’era un vitellino o un residuo industriale di pattume o plastica stile Marcovaldo ecco la vita moderna è anche questa e c’è tanta abbondanza e la gente vive più in città e guadagna un salario fisso poi compra il proprio cibo principalmente in supermercati con casse automatiche e paga con bancomat però che progresso passare da 1000 calorie al dì sudate con fatica e impegno a prodotti sopra le 1200 kcal al pezzo pagate fisicamente molto meno almeno solo nell’atto di comprare tutto ciò è triste e comunque queste polpette non sono poi molto male e si difendono bene e ora mentre mastico rispondo a dei messaggi e forse dopo avrò ancora fame.

 

 

POMERIGGIO

Dovevo andare in farmacia ma l’ho trovata chiusa. L’orologio segna le cinque meno quindici e già mi sto innervosendo e non ho la minima voglia di stare in giro, il mal di gola mi passerà da solo.

Il sole è coperto dalla solita coltre di nebbia e nuvole bianche e io non vedo l’ora di essere a casa. Mentre cammino mi sento uno dei discepoli di Aristotele, che filosofeggia con le mani dietro alla schiena vagando per le vie di Bologna.  Anche oggi, nonostante il clima, il centro pullula di turisti. Arrivo in piazza Maggiore e decido di sedermi un attimo su uno scalino di fronte a San Petronio. Chissà quante persone si saranno fermate qui come me in questo momento ad osservare la facciata incompleta di questa chiesa. All’improvviso mi focalizzo su un’immagine che mi disturba; un tarlo inizia a rosicchiare il mio cervello. Non riesco più a pensare ad altro e comincia il flusso di coscienza. Mi chiedo come mai la piazza sia piena di poliziotti, carabinieri, militari e mi chiedo cosa significhi davvero sentirsi sicuri. Sentirsi sicuri è molto diverso dall’esserlo effettivamente. Non si può pensare che dei militari armati, a bordo di una jeep che sembra un carro armato ad uranio, contribuiscano a creare un ambiente migliore nella zona più centrale della città. Penso che forse, se qui ci sono così tante forze dell’ordine, un motivo effettivamente c’è. Lo scopo è quello di evitare stragi, attentati, tragedie come quella del Bataclan a Parigi; io purtroppo continuo a vederla soltanto come una dimostrazione di forza, come un modo attraverso cui far capire a tutti che lo Stato è qualcosa di più che un concetto filosofico. Il fine è tutelare i cittadini creando un deterrente anche nei loro confronti.

Mi chiedo se in caso di attentato tutto ciò possa garantire o meno una maggiore sicurezza per le possibili vittime, ma sono dinamiche nelle quali non posso immedesimarmi. Anche immaginando che così sia possibile salvare delle vite, riempire tutte le strade di militari armati per la paura di un qualcosa che potrebbe accadere non sarà mai una soluzione. Ho sempre preferito tenere su due piani distinti sicurezza e libertà, e penso che il modo migliore per contribuire ad entrambe sia quello di non avere pregiudizi verso ciò che non si conosce, preferendo il dialogo all’intimidazione.

Continuo a rifletterci, mentre mi avvio verso casa…

 

NOTTE

Come ogni notte, il buio si accumula intorno a me, gli occhi spalancati in un silenzio immobile. Questo stato causa la mia insonnia da anni, dandomi l’idea di non aver mai dormito se non raramente; ore a cui non dare troppo peso.

Tutti lo consigliano: alzati, vestiti, esci e cammina. Così faccio e mi chiudo la porta dietro le spalle imboccando via Ferrarese.

Non c’è nessuno in giro questa notte e mi sembra cosi strano: avere una città a disposizione mi dà la sensazione di terra bruciata, di supremazia e desolazione contemporanee. Forse è proprio così che ci sentiamo dentro ai nostri confini e ancora di più fuori da essi: sovrani prima, granelli poi.

Mi chiedo cosa nasconda quest’anarchia globale, mi chiedo perché abbiamo bisogno di sentirci sovrani, supremi se nel momento in cui guardiamo al di fuori del nostro reticolato, appare chiaro che non lo siamo. Sembra un patto nascosto, un pregiudizio insaziabile.

Cerchiamo ogni giorno di raggiungere l’angolo di mondo più remoto, attraverso le nostre ambizioni, il nostro “progresso”, inventiamo e costruiamo strumenti, ma appena possiamo ci rintaniamo nel nostro individualismo e in quello di chi lo condivide, perdendo le mete che ci eravamo prefissati, allungando sempre di più le distanze.

Tutti parlano di confini, ma, a dir la verità, io non ne ho mai visto uno perché forse il vero confine, la vera frontiera è proprio nella mia testa, disillusa, che non riesce più a dormire.

E tu notte dove fuggi, così sconfinata, e dove arrivi? Senza un traguardo resti impassibile ed io in piedi, fermo, a guardarti. Tra poche ore anche tu valicherai un “confine” ed io tornerò a casa; eppure mi viene da pensare che queste distanze siano solo alibi, finte protezioni, dogane di reticenza.

Io sono qui, su questa terra, che vista da lassù non avrà né confini né frontiere e resisto a questo sonno che mi chiude gli occhi piano piano.

 

Anna Aziz
Elisa Citterio
Cesare Faustini
Leonardo Mori

Summa of nowadays

Ventunesimo secolo che avanza e tutte le aspettative ottimiste e progressiste passate sono felicemente andate in frantumi: non viaggiamo comodamente nello spazio, non abbiamo macchine volanti, non abbiamo la pace e la ricchezza nel mondo. L’uomo ha creato una grande macchina che lo sta portando alla distruzione. Il capitalismo e la globalizzazione, come un tumore, hanno infettato tutto il globo – tali tumori potrebbero anche essere benigni se solo fossero veicolati da fini alti e per il bene collettivo – invece solo pochi sono ricchi senza più né cuore né scrupoli, corpi senz’anima che si abbandonano in opulenze ottenute dal sangue e dalla morte di mille altri.
Dualismo esasperante, squilibrio e disuguaglianza sono gli hashtag – ah no, scusate – le parole chiave dei nostri giorni.
La tecnologia si evolve a una velocità tale che l’uomo non riesce a stargli dietro ed è sempre più diffusa. Sempre più persone la utilizzano non comprendendone appieno il funzionamento, restandone vittime inconsce.
L’intero mondo è nel caos; sembrerebbe che la Terra si stia ribellando all’animale più parassita e tossico che abbia mai ospitato: l’uomo.
Il clima cambia, gli oceani sono liquide discariche a cielo aperto, le minacce di guerre nucleari sono sempre più vicine e intanto la NASA cerca di capire se si potrà mai andare a colonizzare un altro pianeta, Marte (nomen omen?).
I presupposti non sono dei migliori, ma, come sempre si dice in questi casi, la speranza è l’ultima a morire: forse c’è davvero una via di salvezza.
Il Dalai Lama un giorno ha detto che se tutti i bambini del mondo dell’età di otto anni praticassero meditazione, nella prossima generazione non ci sarebbero più conflitti nel mondo. Personalmente voglio crederci. Bisogna ridare empatia agli esseri umani.
L’empatia è una dote potentissima ma difficile da controllare, perché rende vulnerabili e forti allo stesso tempo. Che senso ha urlare addosso a una persona che non vi ha fatto nulla solo per sfogare le proprie personali frustrazioni? Perché mai deridere chi è più debole, solo per nascondere le proprie insicurezze e sentirsi temporaneamente un poco più forti, illudendosi di esserlo? Non sarebbe più gratificante trovare una spalla su cui piangere, un orecchio che ci ascolti, dopo che noi abbiamo sostenuto e abbiamo ascoltato? (SPOILER: No.)
Quanto è bello sapere di avere il merito di aver portato un sorriso sincero nel volto di un uomo che poco prima piangeva? (SPOILER: Ma vuoi mettere due belle bocce?)
Eppure basterebbe poco per cambiare nel proprio piccolo l’ambiente circostante. Gli uomini quando lavorano uniti cambiano il corso degli eventi. È più importante un like su un social network oppure un sorriso sincero dato, ricevuto, nell’arco di una giornata? Una rondine non fa primavera, e anche se non sapete che l’ha detto Kant va bene lo stesso. (PROMEMORIA: leggere più libri, sivuplé).
Credete che queste siano piccole cose, che non c’entrino nulla con l’incipit del testo? Assolutamente no. Il potenziale del singolo individuo è straordinario, la cooperazione tra uomini ha creato meraviglie inenarrabili nel corso di tutta la storia. Bisogna solo cambiare rotta, non domani ma oggi. Abbiamo sbagliato qualcosa negli ultimi due secoli, forse per superbia o perché ci siamo dimenticati chi siamo veramente, dei semplici cretini e non divinità onnipotenti. Ridiamoci empatia e ricominciamo a innaffiare quei valori avvizziti da troppa dissociazione, individualismo e ignoranza bruta. Io nell’umanità non voglio smettere di crederci, e voi?

Elisa Citterio

Tinte deboli

Mi trovo rinchiuso in una stanza piena di persone. Una luce bianca, illuminata e asettica inonda il luogo, ma, nonostante sia molto intensa, mi è impossibile distinguere i volti.
D’un tratto, le mie mani iniziano a bruciare e a grondare sangue. Urlo, nessuno mi sente. Le mie corde vocali si rompono, la gola mi si riempie di bile putrida e velenosa. Soffoco, gli occhi strabordano dalle cavità oculari, si gonfiano. Le pupille pungono come aghi, nessuno si gira. Cado, senza avere le forze di alzarmi. I timpani mi esplodono e si uniscono alle mani nel prorompere sangue a un ritmo sempre più accelerato. Il naso smette di immettere ossigeno e di emettere anidride carbonica, il flusso s’inverte, i polmoni soffrono così come tutto il mio corpo. Le falangi delle mie dita si spezzano, si accartocciano e infine si staccano in un crescendo di dolore e impotenza. Maledico ogni ente possibile, me compreso, mentre la schiera di persone si ammucchia sopra il mio tronco rendendo ogni respiro sempre più pesante e difficoltoso. Queste figure mi sbranano, qualche mano mi recide la carotide, mi asportano il cuore ancora battente, passano ai genitali tagliuzzandoli, troncano le gambe con lunghissime cesoie. Urlo ancora, muto, senza che neppure io riesca a udire il mio latrato inutile e sordo. Qualcuno tira fuori un accendino e mi dà fuoco al cuoio capelluto, sento il cranio abbrustolirsi, i nervi sfibrarsi, la materia grigia sfrigolare. Mi arrendo al dolore più atroce, non fa effetto, lo strazio continua. Riescono a staccare quel che resta del mio cranio, che ancora cosciente è spostato in un angolo (continuando a sfrigolare e ad annerirsi) mentre il mio corpo è martoriato e continua a soffrire, come se nulla fosse, come se fosse tutto al proprio posto. I miei arti inferiori subiscono l’onda d’urto di pesantissimi martelli che infieriscono senza posa, sono poi ridotti in pezzi sempre più piccoli. Rimango cosciente per tutto questo tempo, finché qualcuno non mi getta acido a fondo dentro l’occhio destro. Riesco a sentire il liquido insinuarsi dentro il teschio, scavare buchi sempre più profondi fino a giungere all’esofago e oltre. C’è un terzetto di mani che s’incarica di aprire un varco nel mio ventre, tirare fuori le mie budella per poi tagliuzzarle. Un fetore indescrivibile riempie la stanza. Adesso la luce bianca di prima, da copiosa e costante, diventa intermittente e sempre più flebile. Mi è impossibile vedere altro, tutto ciò che percepisco è continuo, crescente e indescrivibile dolore. La mia testa è presa a schiaffi, poi a calci, poi di nuovo a schiaffi. Rotola come un pallone da una parte all’altra della stanza, provocandomi nausea (è incredibile che sia così, poiché dovrei essere già privo di vita da diverso tempo e il tutto avviene mentre le mie parti di quello che una volta era un corpo unito e funzionante deperiscono così).
Vorrei essere sordo, per la prima volta riesco a desiderare qualcos’altro che non sia porre un freno a tutto ciò: niente da fare. Grida ferine e risate infernali, prive di lingua, universali, in una crescente confusione di timbri vocali e altezze tonali, riempiono quel che rimane dei miei timpani. Desidero non essere mai nato, ma questo strazio continua, continua, continua…

Leonardo Mori

Miscellanea (2)

Stare su un Frecciargento ricorda a tratti l’immagine dei trasporti del futuro negli anni 70’. Ogni volta che c’è una galleria sembra come se la carrozza si fosse trasformata in un rifugio antiatomico. Ciò mi ricorda sia i racconti fantascientifici di Asimov, dove i super-computer funzionano ancora a transistor, sia la fotografia nel film “Shining”, dove non c’è quasi mai la luce solare ma solo luce artificiale.

Everything is black.
So keep calm and –massive (pain) attack sounds great.

E come non citare il fallimento esistenziale di una carriera universitaria[1]? Ma sì, dai, facciamo un bilancio in trentesimi?

Non riesco a attribuire la causa di anglismi impropri come quello di prima [riferitosi a un frammento di video.intervista a una persona affetta da depressione, Canada, anni 60’] se alle sigarette che fumo, alla pornografia che guardo o alla mia passione per la storia statunitense. Insomma si vorrebbe avere la grazia e l’onestà di un Rousseau delle “Confessioni” o la fibra morale di Sant’Agostino, invece si scrive qualcosa su un blog e si asseconda solo il proprio demone.

Ho l’impressione che gran parte della mia futile produzione sia carta straccia illeggibile, potenzialità espressa quando non assente. Insomma, la trama risulta spesso debole né si riesce a fissare tutto ciò che si vorrebbe e quando si riguarda tutte le righe riempite di segni ci s’inorgoglisce, inutilmente. Si gira forse in tondo?

E’ brutto scrivere col mal di testa ma è ancora peggio dover scrivere senza dolori. La scrittura è punitiva: si scrive meglio quando si soffre, altrimenti si ridurrebbe T.S. Eliot a un nevrotico privilegiato che non avrebbe scritto “The Wasteland” se sua moglie fosse stata più amorevole o se avesse avuto un’occupazione più soddisfacente. Alla fine cosa possiamo concludere da ciò?

…ne consegue un marasma di voci dentro di sé tanto silenziose all’interno quanto assordanti se filtrate attraverso manoscritti o dattiloscritti. O altro.

odio scrivere sotto pressione c’è chi scrive qualcosa per ottenere vantaggi chi scrive in modo disinteressato chi vuole essere letto chi imita e chi proprio deve esprimersi

?Ansia

Ritengo che la scrittura sia ? uno dei pochissimi mezzi a disposizione dell’umanità per lasciare un messaggio prima del finale di buio e morte che

[1] Dicasi carriera universitaria quella parte della vita dove si mente per dovere, per passione, per necessità, per vantaggio, per il semplice mentire.

Leonardo Mori

Agio

Le mie dita battono ritmicamente sulla tastiera. Produco, anzi, scrivo sotto dettato della mia coscienza. Lei dorme sul letto, assorta, il suo volto non dipinge sorrisi, lascia trasparire tutt’al più stanchezza. Se solo sapesse quali mostruose figure albergano nella mia mente, non si sarebbe certo concessa. Più probabile che sappia in realtà cosa abbia dentro di me, quali siano le mie inclinazioni. Le donne sono creature magiche e terribili e riescono a leggere perfettamente le emozioni altrui. Certamente, nei millenni hanno dovuto imparare a convivere con noi bruti. Questi sono i pensieri di sottofondo, nascosti nel mio sottobosco psichico. Che metafora ardita, magari la cancellerò. Per il momento, lasciamola lì, incorniciata a inizio pagina. Tiro un’altra boccata di sigaretta, deposito la cenere nel contenitore, la rimetto in bocca come fosse una pipa o un fuscello. Mi viene in mente un antico mosaico di Pompei: gli ovali di una donna sepolta nei millenni, forse Saffo, forse un’allegoria, forse mai esistita, mi guardano dritto e ricompaiono periodicamente nella mia mente. Ho un rapporto problematico con le donne, questo è vero. Tendo a essere codardo, rivendo la mia riservatezza con punte di ipocrisia e falsa umiltà.
Lei è Musa e figura malvagia. Deve, senza alcun dubbio deve, rimanere ignara di come la stia sfruttando. È come un serbatoio illimitato d’ispirazione, ridotta a un oggetto come un altro. Vi saranno sicuramente differenze fra lei e uno schermo, e dei fotogrammi in movimento che compiono acrobazie fisiche. Le espressioni alla fine sono sempre uguali, così come lo sono magari nei secoli dei secoli… amen? Un’altra ardita provocazione alla morale cristiana: non c’è male, non c’è male! Torniamo a lei: le ho parlato, abbiamo giocato, ha riso, sono salito su da lei, l’ho circuita e sedotta. Si è abbandonata al piacere, è stato un bell’amplesso dopotutto. Questo lo spero e basta, ovviamente non potrò mai sapere quanto abbia finto. È possibile che in realtà la sua stanchezza sia causata più dalla finzione che dal piacere. Può darsi. Tange poco il mio interesse, in verità.
Prima ho parlato di serbatoio: non mi riferivo certo a una fonte di piacere meramente fisico, a uno scambio di linguaggi o a chissà cosa. Fin troppo semplice così. Semplicemente faccio ciò che natura vuole, aspetto che si addormenti fra le mie braccia, appena posso sguscio via e mi rintano nella mia postazione. Ho legato il prodotto del mio lavoro, il mio nuovo romanzo, a questa relazione. Sapete, ho deciso tempo fa di andare oltre il legame fra arte e vita. Ho trasfuso, piegando i sentimenti e l’istinto atavico insito in ogni essere umano, ossia il desiderio di sentirsi amato e accettato, tutto il mio talento in una pozzanghera dorata. Fuor di metafora: inganno, seduco, produco, scaccio. In un’altra epoca sarei stato elogiato come un libertino. Molte donne invece m’insulterebbero e basta. Difendermi? Da cosa, esattamente?
Ogni mia produzione ha il nome di una donna dentro. Ecco un paio di occhi neri, un romanzo cupo ma acerbo e dalle poche vendite. Al nero di quegli occhi, eccone un paio più chiari: già meglio, qualcosa di apprezzabile dalla critica letteraria.
Vi potreste chiedere se io sia cattivo o meno. Quel che mi attende, nessuno lo sa.
Ho la sensazione di essere impunito. Sapete, sono diventato piuttosto bravo, negli anni. La mia abilità nel sedurre le donne e il pubblico è cresciuta parimenti alla mia freddezza e alla mia malizia. Più ho successo, più è semplice ingannarle, più sono sicuro, più scrivo.
Colleziono donne come un adolescente colleziona fazzoletti sporchi. Un po’ violenta come frase, distaccarsi dalla realtà (qualunque cosa voglia dire) è tuttavia un peccato che ancora non ho avuto il coraggio di compiere.
Tutto questo ha un limite: invecchierò come tutti e presto o tardi il successo svanirà. A quel punto, se avrò avuto abbastanza soldi, potrò trovare una compagna giovane, bella e falsa. I soldi possono comprare veramente tante cose. C’è chi direbbe che tutto questo sia fatto per mera cupidigia. È vero per certi aspetti, non lo è per altri. Sono stanco.
Spengo la sigaretta. Lei dorme e adesso abbozza un sorriso. È davvero bella. Sì, questo romanzo si scrive da solo. Venderà molte copie, ne sono sicuro.

Leonardo Mori