Lettera a un fratello mai nato

Caro fratello,

finalmente ho trovato il coraggio di scriverti. Come sai, mi è difficile rimanere concentrata nel lungo periodo. Penso tanto ma agisco poco. Ecco perché ci ho messo più del previsto a preparare questa lettera, spero non te ne abbia a male per questo. Comunque, in questi mesi di reclusione ti ho pensato enormemente. E anche adesso che la situazione è più lasciva, le persone escono per prendersi una birra al bar e i bambini vanno al parco accompagnati dalla nonna, l’intensità del mio pensiero non diminuisce. Perché mi hai abbandonato? Non riesco ancora a perdonarti del tutto. Avevo bisogno di te ieri tanto quanto ne ho bisogno adesso. Mi manca la tua presenza a casa. Saresti stato il mio modello e il mio anti-modello. Avremmo litigato tante volte e non ti nascondo che sarebbe stato divertente. Avrei tentato di buttarti a terra con il mio repertorio di mosse di Judo. Mi chiedo come saresti stato: intelligente e posato come papà o emotivo e irruente come la mamma? Non nascondo la difficoltà che incontro nel cercare di mettere a fuoco. Troppo da dire, troppo poco ordine in testa. Forse è per questo che mi piace sistemare fuori, ciò che mi circonda: la casa, la camera, l’armadio, gli utensili in cucina. Tu saresti stato un disordinato, a modo tuo ovviamente, il classico ordine personale che confonde lo sguardo estraneo. Ti saresti lamentato per la tua altezza, avresti voluto essere più alto, con le spalle larghe. Avrei odiato le tue fidanzate dai vestiti ricercati e dal trucco elaborato già di prima mattina. Avresti fatto legge o economia. Nonostante le divergenze, mi avresti voluto bene. Mi avresti protetto dai ragazzi, mi avresti insegnato a scegliere con maggior coscienza e con criterio, senza cadere nel tranello dell’ingenuità e del sentimento superstizioso. Dio, quanto odio tutti questi condizionali. Avresti avuto ottimi voti, solo per farti comprare un motorino. Dopo mesi e mesi di discussioni e rinunce, finalmente avresti convinto papà. Non avresti mai guidato ubriaco, non sarebbe stato nel tuo carattere. Il senso di responsabilità che i nostri genitori ci hanno trasmesso sarebbe sempre stato presente, anche nelle situazioni più depravate. Trattenuto e duro all’esterno, altamente sentimentale nel profondo del tuo essere. Avresti oggi il volto serio e tirato, gli occhi blu intenso, i capelli castani, le occhiaie, centosettantadue centimetri di altezza, poco più di me. Questa caratteristica ti avrebbe sempre fatto infuriare, ma per fortuna col tempo saresti stato capace di accantonare il tarlo.

Oppure, saresti stato un ribelle. Forse il primogenito deve essere un ribelle. Saresti stato tu quello che andava ai rave, alle feste non convenzionali, circondato da nomadi della vita. Avresti compiuto azioni illegali, ti avrebbero sospeso da scuola un paio di volte. Mamma avrebbe urlato e pianto tanto, papà si sarebbe chiuso in se stesso, e tu avresti fatto dentro e fuori casa. I nostri genitori avrebbero riposto in me tutta la loro speranza, visto che tu rappresentavi il caso perso, e ciò mi avrebbe portato a crescere con un forte senso di responsabilità, che ben avrebbe nascosto un senso di inadeguatezza onnipresente. Bada bene, ti avrebbero accettato e amato lo stesso incondizionatamente, visto che per fortuna loro non sono dei bigotti, e soprattutto sanno perdonare. Papà, col passare degli anni, avrebbe imparato ad ascoltare. Ma i suoi silenzi, quando lo deludevamo, ecco quelli ci avrebbero scottato nel profondo, sempre. Sarebbe stato impossibile abituarcisi. Avresti fatto a pugni con i ragazzi che mi avevano fatto piangere, e io mi sarei arrabbiata molto, avrei urlato «So badare a me stessa, me la so cavare da sola». Avremmo saputo entrambi che non era vero. Avresti odiato l’integrità di papà, integrità alla mercé di un mondo corrotto e di uomini scorretti. Il comportamento da lui acquisito tramite un’educazione religiosa cattolica, totalizzante, ti avrebbe fatto infuriare da adolescente, e avrebbe continuato a lasciarti basito da adulto. Da piccolo saresti stato ancora più peste di quanto sarei stata io anni dopo. Ecco perché, quando io avrei litigato con mamma, lei mi avrebbe sempre ricordato che ero nata per sbaglio, perché lei e papà erano già abbastanza avanti con gli anni quando hanno avuto te, e non avevano la voglia di crescere un altro figlio, di passare altre notti insonni e altri anni di privazioni sociali. Avresti rubato, una volta soltanto, le offerte dei fedeli durante la messa. Non perché volevi i soldi, ma perché volevi metterti alla prova, volevi vedere se eri in grado di compiere quella profanazione. Avresti girato con compagnie opinabili, ma solo perché non ti piacevano i ragazzi normali, la cui meschinità avresti reputato peggiore di chi, per quanto fuori contesto, per quanti errori commessi, almeno tentava di essere se stesso e di pensare con la propria testa, per quanti sbagli ciò può comportare, soprattutto quando si è giovani. Avresti scritto moltissimo, anche in greco e in latino, perché, sebbene avresti odiato il fatto che papà ti avesse imposto di fare il liceo classico, in fin dei conti eri portato e lo avresti capito quasi subito. Avresti scritto soprattutto canzoni, ma non le avresti fatte leggere a nessuno se non a me, alla tua sorellina. Le avremmo cantate a notte fonda, fuori in terrazzo, mentre fumavamo sigarette a lume di candela, grattandoci i becconi di zanzara. Un giorno, avrei scritto sui muri fuori da scuola la tua canzone più bella, perché ero orgogliosa di te e amavo quelle belle parole, così oneste e pure. Di tutta risposta ti saresti infuriato e non mi avresti parlato per due settimane, nemmeno durante le cene, unico momento della giornata in cui ci saremmo trovati tutti e quattro nella stessa stanza. Avresti fumato molte sigarette solo per far stare male papà, per ribadire che non eri come lui. Avremmo vissuto numerose avventure, avremmo litigato in un’infinità di occasioni solo per fare sempre pace, alla fine. Per stanchezza, per comodità o per puro desiderio di farlo. Mi avresti consolato quando sono morti i nonni e quando è morta la zia, che si è uccisa proprio come avrei voluto morire io in quel periodo così difficile vissuto a sedici anni. L’incapacità di aiutarmi in quei lunghi mesi ti avrebbe distrutto, saresti spesso scappato di casa in quel periodo, rimanendo a dormire dalla ragazza di turno che avevi. Avremmo litigato anche per questo, perché di donne rispettavi solo me. Tuttavia non saresti mai stato un violento o un misogino, semplicemente non saresti stato in grado di avere legami stabili. Poi, ma questo non lo potevi sapere, avresti conosciuto quella ragazza francese dal volto incorniciato da capelli ricci che sorrideva sempre, e non l’avresti più lasciata andare. Mi manca averti di fianco, diverso da me ma comunque con il mio stesso sangue. Lo stesso sangue. Mai come in questo periodo di quarantena, un legame così mi è mancato. Sappi che ti avrei accettato con qualunque carattere, con qualunque aspetto. Fratello mio, prima o poi ci incontreremo, forse nella prossima vita o forse quella dopo ancora. Forse quando saremo tutt’uno con l’universo. Aspetto lietamente di potermi ricongiungere a te. Fratello, sangue, amico, confine, anima, altra faccia della mia stessa medaglia.

 

 

Elisa

 

Emilia paranoica

“Emilia paranoica” è un singolo del gruppo italiano punk “CCCP- Fedeli alla Linea”, una formazione attiva principalmente negli anni ’80 che fondeva “punk filo-sovietico a musica melodica italiana”.

Nei tempi in cui vivo e sto scrivendo questo articolo, l’Italia e il mondo sono bloccati dalla pandemia.
Una pandemia che ci costringerà a rivedere molti dei tratti del mondo che conoscevamo e, finché non sarà trovata una cura o un vaccino, difficilmente rivedremo.
Una situazione simile (e non sto esprimendo nessun giudizio politico) ha sicuramente delle conseguenze a livello psicologico a livello collettivo e individuale.

Emilia A

Il freddo più pungente, accordi secchi e tesi
Segnalano il tuo ingresso nella mia memoria

Guardare al passato senza lasciarsi condizionare dal presente è impossibile.
Lo sanno gli storici, lo sanno tutte le persone dotate di senno, lo sa chiunque.
Essendo stato studente fuorisede a Bologna fino al luglio dell’anno scorso, conosco abbastanza bene la città felsinea. Bologna è parte dell’Emilia, benché sia differente dai tratti propriamente emiliani di città come Modena o Carpi. Nel momento in cui scrivo, l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per numero di decessi e contagiati dalla pandemia che sta colpendo il mondo.

La canzone “Emilia paranoica” non è una traccia semplice: difficilmente orecchiabile, la melodia di sottofondo è aspra e ritmata in modo arcano.
Il testo è ciò che si salva sicuramente rispetto ai due tratti succitati.
Ora che tutto (o quasi) è bloccato, milioni di miei coetanei si trovano a fare i conti con se stessi e problemi che prima non c’erano; questi problemi hanno a che fare, principalmente, con disagio psicologico espresso su più piani. Si sta male, non si capisce davvero perché si stia male, non si sfugge all’introspezione. Impossibile non guardare dentro se stessi e riflettere, in mancanza di meglio. Dove si sta andando, come si può ingannare il tempo, quando sarà possibile rivedere qualcuno. Ci rivolgiamoad una forma di comunicazione a noi pratica: degli schermi.
Un telefonino, un televisore, un tablet o un computer.

Negli anni ’80, niente di tutto ciò.
Oggi come quaranta, trenta, venti e dieci anni fa chiunque sia passato dall’adolescenza all’età adulta ha comunque percepito, almeno una volta, un senso di noia, inutilità e disperazione.

Cosa puoi fare quando il mondo intorno a te va in frantumi, ti dà la nausea e ti senti stritolare dal sistema? Niente. Desisti.

Bukowski in “Pulp” ha scritto che alla fine la vita si riduce a trovare qualcosa da fare nell’attesa di morire. È stato il suo ultimo romanzo, poi è crepato.

Difficile combattere il tedio.
Puoi provare a riempirlo col sesso, per poi scoprire che una relazione e un rapporto sessuale assumano tratti tali da sfuggire alla letteratura. Sesso e vita sono forse le uniche due esperienze umane non pienamente trattabili.
Si scrive solo da vivi (da morti non si può farlo). Mentre scrivi, non vivi né fai sesso.
D’accordo, c’è chi ha battuto a macchina mentre faceva sporcizie ma è un’esperienza che non consiglierei a nessuno (troppo difficile non ritrovarsi dei lividi).
Questa canzone ritrae due tempi: gli anni ’80 e tutto ciò che c’è dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dipinge la noia di una generazione e di tutte le generazioni seguenti.
Punto di svolta: si scopre la noia, si scopre la vuotezza delle giovani generazioni.
Non importa che tu sia in Emilia o ad Agrigento: la noia c’è sempre, il tempo ti consuma, tentare di sfuggire a questa verità è inutile. La vita ti sfugge via fra le mani e il tempo scorre.

Emilia B

Consumami distruggimi è un po’ che non mi annoio-oh-oh-oh-oh-oh

Da un punto di vista puramente logico, camminare di notte per la Via Emilia imbottito di sostanze stupefacenti e con lo stomaco che brontola equivale ad andare a correre in un parco.
Qui non si discorre di semantica: qui si discorre di logica.
Caduto il criterio dell’utile e cancellato ogni significato, rimane la noia e la nausea.

Niente Brescello: Don Camillo e Peppone sono morti da quel dì. E comunque Giovannino Guareschi tutto era fuorché comunista. Per chi non lo sapesse, il nome del gruppo “CCCP” (si legge proprio “ci-ci-ci-pi”) ricalca i caratteri cirillici dell’Unione Sovietica (“CCCP” in cirillico è traslitterato come “SSSR” nel nostro alfabeto).
Era quindi solo la noia e l’inutilità di giovani di sinistra o di estrema sinistra negli anni ’80?
Banale e riduttivo pensare così.

Il sottofondo del basso e della drum-machine ricalca una noia, un disgusto e un senso di inutilità che appartengono a chiunque. È l’urlo paranoico di una regione amministrata storicamente dal centro-sinistra, una regione dove la qualità della vita è molto alta da decenni e dove il contenuto politico e umano sono intrecciati.
Mai sentito parlare di “Bologna la rossa”? Ecco, l’Emilia è (ma meglio dire era) ancora più rossa.

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Emilia paranoica, Emilia paranoica, Emilia paranoica, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA

Un senso di soffocamento, come la stanza che ti crolla addosso quando il Roipnol fa effetto e hai sbagliato la dose.
Diavoletti che ti graffiano con i loro artigli e ti lacerano la schiena con i tridenti.
Viene da vomitare, non ce la fai.
Vomitare darebbe significato e il tuo corpo si rifiuta di espellere il male. Quindi reprimi un conato di vomito, butti giù e ti vengono le lacrime per il dolore.
Cammini per città che non riconosci più, dove estranei vivono a contatto senza conoscersi nello stesso luogo.
Inghiottito dal tempo, inghiottito dalla mancanza di cose da fare, schiacciato da progetti incompiuti, perduto per vie sconosciute.

I CCCP si sono sciolti da tempo.
La loro rabbia non resta, è passata ed archiviata in un tempo da me e dai miei coetanei non vissuto.

Frantumatosi lo specchio dei valori, scivolare nei piaceri è solo una distrazione.
Timore e paranoia restano sotto traccia, si battono e possono essere sconfitte.
La noia… quella sì che resiste.

Leonardo Mori

Intervista a El Manuelito

INTERVISTA A EL MANUELITO

T: Manuel Pagnini detto El Manuelito classe ’97 vincitore della terza selezione della jam For Grow 2018 e finalista dell’edizione finale della stessa jam. Rapper che fa il suo esordio musicale con “Macedonia ep” raggiungendo oltre 20mila ascolti tra YouTube e Spotify in meno di un mese.

Tra tutti quelli intervistati fino ad ora forse tu sei il più moderno, un rapper dell’ultima generazione potremmo dire. Come ti sei affacciato quindi a questa scena?

M: Beh ti dico, io prima dei tredici/quattordici anni non sapevo niente di rap… forse anche fino a 15. Poi con i vari eventi che si sono sviluppati a Pesaro ho iniziato a sentire le prime battle e mi hanno gasato troppo! Parole a caso che però avevano un senso, punch, metrica… geniale! Quindi ho deciso di entrare nel giro ed ho iniziato come freestyler, perché era quello che mi appassionava, non il rap in sé e per sé. Ad un certo punto però è arrivato Fibra, le sue canzoni mi sono piaciute a tal punto che ho deciso di scrivere anche io iniziando a ricercare altri rapper che potessero sia incoraggiarmi che indirizzarmi da un punto di vista musicale come ad esempio nel caso di Lazza e Nait perché mi sono rivisto nel loro stile tra il cantato ed melodico che secondo me rappresenta al meglio la mia natura musicale, il mio genere.

 

T: Cos’è invece che ti ha spinto a fare rap?

M: Ti dico le cose più importanti. La prima essenzialmente è che mi piace e vorrei farne un lavoro perché in quel caso per me sarebbe divertirsi e non lavorare, il secondo è economico… siamo onesti, se devo cantare in cameretta evito di pubblicare cose per cui vorrei anche un ritorno economico. Più che per me lo vorrei però per una soddisfazione personale, così potrei mostrare ai miei che non sono solo un fattone ma che faccio questo per un motivo, che ci credo e che vengo ricambiato per questo!

 

T: Siccome sei appunto il primo rapper della newschool che intervistiamo, secondo te è giusto distinguere tra rap e trap?

M: La distinzione in realtà per me c’è e non c’è. Il rap è lo stile da cui nasce, la base, quindi è ovvio che se dovessi parlare di rap come deve essere, nella sua purezza, ti parlerei di quello da Fibra o Claver Gold. Poi però già se parliamo di Caparezza si va a parlare di un genere che non è definibile in realtà, perché secondo me lo ha inventato lui stesso. Quindi se dovessi distinguerli direi che il rap è l’old school che tutti conosciamo mentre la trap è la sua innovazione. Qualcosa che non c’era prima e che ora c’è, poi può piacere o non piacere ma per me è una visione moderna del rap con beat e metriche più attuali, non si punta più sul dire qualcosa e portare un contenuto con la stessa intensità di prima magari, però si presta più attenzione a metrica e flow.

 

T: In freestyle invece? Mi dicono che te la cavi.

M: Sì dai, così dicono ah!ah!ah! Magari più ai tempi d’oro che oggi dove penso di aver perso un po’ la mano. Inizialmente mi hanno conosciuto così, anche perché facevo solo quello. Non scrivevo niente, anzi il mio sogno era solo di fare freestyle.

Sicuramente devo riconoscere che per quello che faccio oggi ha rappresentato però un grandissimo aiuto a livello di scrittura perché ti si apre la mente molto più rispetto a chi rappa e non lo fa. Ciò non vuol dire che chi non lo fa non migliora ma almeno per me è così, inoltre ti dà la possibilità di esprimere ciò che pensi e provi nello stesso momento.

 

T: Per quanto riguarda i testi invece hai iniziato con “È finita l’estate” che è stato il testo con il quale hai iniziato a vivere la scena e poi mesi dopo sei uscito a San Valentino con “Macedonia ep” tra cui “Ti volevo dire”che ha spopolato in maniera incredibile, ha superato 12mila ascolti su Spotify, cosa ne pensi di ciò? Di questo salto in avanti quasi improvviso forse?

M: Mah guarda, penso che la canzone abbia fatto il botto perché anche se non sono di quel mood sono riuscito a rivedermi lo stesso molto e infatti adesso sto cercando di unire quello stile lì con la trap anche se è difficile. Però mi ha comunque dato una bella spinta verso la mia strada musicale. Quello che penso è che sicuramente bisogna farsi vedere più che come rapper anche come una brava persona e penso che la gente l’abbia capito con “Ti volevo dire”. Lo noto, le mie canzoni mi hanno dato una grande mano e le persone ora che conoscono il mio carattere mi appoggiano molto di più, quindi penso che il successo sia dovuto anche al supporto che mi hanno dato tutti loro sia di persona che sui social.

Poi comunque i numeri significano fino ad un certo punto, è solo una motivazione che mi dice di continuare a farlo perché ce la posso fare ed è soltanto l’inizio .

Non ho avuto poi così tante visualizzazioni se confrontato ai grandi numeri della scena rap anche solo italiana, ma per me sono veramente tante rispetto a quello che mi aspettavo e quindi mi spronano a continuare.

 

T: Un album invece quando?

M: Eh bella domanda, sicuramente lo farò ma più avanti. Per ora vorrei andare solo di singoli per poi uscire con un album perché in questo momento comunque ancora non sono nessuno ed ho notato che se fai un ep o un album alla fine si risalta solo il pezzo migliore tra tutti, quindi ho paura che sbattendomi per sette canzoni ne venga vista solo una che magari è veramente la più bella, però rischia poi di sminuire le altre.

Quindi volevo continuare ad attirare l’attenzione con i singoli e poi uscire con un album.

Ne ho già uno pronto, in realtà due. Uno molto trap mentre il secondo mantiene lo stile di “Ti volevo dire”. È solo questione di tempo.

 

T: Invece un parere sugli emergenti già noti? Chi preferisci e perché?

M: Beh tra tutti direi sicuramente Mattak perché riesce a fare tutto, dal rap alla trap, e lo fa benissimo! Metricamente è un mostro, un fenomeno. Per me è indiscutibile. Un altro poi che seguo da poco ma che ho iniziato a seguire intensamente è Leon Faun che fa qualcosa di simile a me ovvero trap mischiata con il melodico e quindi lo sto considerando sempre più ultimamente.

Poi vabbè Supreme ma non è un emergente, lui non fa, lui è la trap.

 

T: Bene, ora siamo giunti alle tre solite domande prima dei saluti. Partiamo subito… Rapper e canzone preferiti

M: Allora questa è dura, è sempre stato Fibra per me ma in ‘sto momento Dani Five è il mood che più mi piace ed io vado molto a periodi, per cui ora ti dico lui, ma domani potrei già cambiare idea ah!ah!ah! La mia canzone preferita è ancora più difficile, ce ne sono tante, adesso addirittura sto finendo ad innamorarmi delle canzoni spagnole quindi sono davvero indeciso… se te ne devo dire una ti direi una canzone di Shiva “Ragazzi Miei” oppure “La città”di Mostro ma anche “m12ano” di Supreme e Mara Sattei… ah!ah! ah! Mi dispiace ma una sola proprio non riesco! È impossibile!

 

T: Passiamo alla prossima allora, con chi faresti un feat? Puoi dirmene uno impossibile e uno italiano…

M: Mmmm… impossibile farei un feat con Ed Sheeran perché melodicamente è fantastico, canta in maniera assurda e per me sarebbe un onore o vabbè… andrebbe bene anche Supreme perché è un esempio per me. A 20 anni avere il successo che ha avuto e aver rinnovato la trap in Italia… cioè, puoi solo fargli un applauso e complimentarti.

Italiano invece con Fibra… assolutamente! Perché non sono solo cresciuto con lui ma mi ha fatto anche crescere. È il sogno della vita. Uno più fattibile sennò sarebbe Frah Quintale magari che è quello con il flow più simile al mio.

 

T: Invece cosa consiglieresti a chi inizia adesso?

M: Gli consiglierei quello che forse consiglierebbe ogni rapper ad un emergente… sii te stesso! Non farti influenzare da amici o da chi ti dice che non gli piace quello che fai. Perché se piace a te e sei convinto di quello che fai, una volta che non sei influenzato da nessuno vedrai che prima o poi alla fine piacerà a tutti. Se lo fai insomma lo devi fare perché ti piace, punto e basta!

 

Teobaldo Bianchini

 

Quarantena

Compito a casa: Come state vivendo la vostra quarantena? Cercate foto, opere d’arte, frame, quadri che possano descrivere dei vostri momenti quotidiani o suscitare dei vostri stati d’animo relativi a questo periodo che stiamo vivendo.

Io ho scelto i miei quadri, e a questi ho voluto inoltre affiancare le foto di momenti che realmente vivo quotidianamente con i miei coinquilini. Inserendo così l’opera dentro la mia scena quotidiana, in chiave ironica, con l’intento di riprodurre quanto più fedelmente i quadri in questione in rapporto alla realtà che viviamo ogni giorno.

 

A

Dopo cena ad Ornans, Courbet, 1849                                         Dopo cena in Villa Casale, 2020

 

I ruoli, gli stati d’animo, le posizioni che si possono individuare nei personaggi di Courbet li ritroviamo nei componenti di Villa Casale; già a partire dell’uomo sulla sinistra: il suo vino è finito e ciò suscita in lui la tipica postura di chi si affloscia, senza speranze, sulla sedia. Di fianco l’uomo col cappello-rasta si accende, come sovente per l’epoca, una pipa con un legnetto che arde, l’altro, in Villa Casale, con l’accendino. Al di là del tavolo siede una figura intenta ad ascoltare il sottofondo musicale immers* nel contesto circostante e fra i suoi pensieri. Infine troviamo colui che intrattiene tutti gli altri commensali, col suo suono di violino-ukulele, intento ad allietare il nostro dopo cena, in quarantena, ormai da 20 giorni.

B

Gabriele mangia fagiolata, 2020                                         Il mangiafagioli, A. Carracci, 1584

Il quadro richiama quelle cene umili, povere ma sostanziose, accompagnate dall’immancabile vino e dal pane, che egli tiene ben stretto nella mano per non farselo rubare dagli altri abitanti della casa. Minestra di fagioli sostituita dalla “fagiolata alla Sella”, ottimo piatto da cucinare in quarantena e commestibile per innumerevoli futuri giorni di clausura.

C

Wiliam Orpen Stillorgan                                                   llaria alla finestra, 2020

La finestra, altro tema di questa quarantena: abbiamo scoperto il suo valore, unico contatto col mondo esterno. Una finestra su cui sedersi, e perché no direttamente sul davanzale con i piedi a penzoloni (tanto al massimo se cadiamo siamo al primo piano). La posa sognante tipica della ragazza dal lungo vestito blu resta tale anche in Ilaria, vestita in comodi abiti casalinghi, cioè in tuta, da 20 giorni. Lo sguardo nel vuoto sulle strade vuote, sia di campagna sia di città, rimane lo stesso per entrambe. Forza ragazze. Ce la faremo.

 

D

Renoir                                                                          Costantino e la pulizia

La pulizia: tema di dibattito costante nei giorni di convivenza forzata. Il nostro Costantino, riluttante nelle pulizie di casa, si vede in questi giorni costretto ad affrontare sedute intensive di pulizia; è qui raffigurato mentre lava a terra (vedi: dà il cencio).

 

Egli sembra assumere la posa della donna raffigurata da Renoir, ma ovviamente in maniera meno aggraziata, posata, armoniosa e fine nonostante il suo maglione in pile colorato, indossato anch’esso da 20 giorni.

 

Francesca Crudeli

I 5 linguaggi dell’amore

Ti amo!>, <Ti amo tantissimo>, <Ti amo da morire>…No, mi spiace, non stiamo parlando delle varie sfaccettature della famigerata affermazione di amore che tanto agogniamo durante le montagne russe emotive dell’innamoramento, ma di quella esigenza emotiva profonda che ognuno di noi ha dentro di se: il bisogno di amore.

Ora, vi stupirà sapere che ognuno di noi ha un modo diverso di sentirsi amato, cioè ogni persona parla un diverso linguaggio dell’amore.

Il consulente matrimoniale americano Gary Chapman ne ha individuati 5 che sono spiegati nel suo libro “I 5 linguaggi dell’amore”.

La premessa che Chapman fa è molto chiara: l’amore coinvolge un atto di volontà, richiede disciplina e riconosce la necessità di una crescita personale. Aggiunge che l’amore vero non può avere inizio prima che l’esperienza dell’innamoramento sia conclusa; infatti, quando siamo sotto l’influsso della fase dell’innamoramento è come se non fossimo lucidi: ormoni, eccitazione, novità e adrenalina creano nel nostro cervello un mix letale che ci porta a vedere solo i colori che ci piacciono dell’altra persona e a compiere azioni belle e generose che vanno al di là dei nostri modelli comportamentali normali.

Se però, dice Chapman, dopo essere ritornati al mondo reale delle scelte e aver visto anche i colori che meno ci piacciono dell’altro, scegliamo di essere buoni e generosi, quello è vero amore.

Ciò nonostante migliaia di coppie, passata la fase dell’innamoramento, dichiarano di non sentirsi più amati dal proprio partner. Questo, secondo Chapman, è dato dal fatto che nessuno dei due ha imparato a parlare il linguaggio d’amore dell’altro.

Ecco una breve descrizione dei 5 linguaggi d’amore individuati da Chapman e alcune indicazioni su come imparare a parlarli.

 

 

PRIMO LINGUAGGIO DELL’AMORE: PAROLE DI RASSICURAZIONE.

 

<Con questo vestito sei uno schianto.>, <Mi ha fatto molto piacere che tu abbia lavato i piatti.>, <Sei il/la miglior cuoco/a del mondo, queste patate sono fantastiche.>

Ammettiamolo, a chi non piace ricevere complimenti? Infatti, hanno il potere di incentivare molto più delle lamentele, riescono a infondere coraggio e possono aiutare il potenziale latente del vostro partner a venire fuori.

Ci sono persone per cui queste parole hanno molta più importanza rispetto alle altre: sono quelle, infatti, che hanno come linguaggio principale dell’amore le parole di rassicurazione.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria, ricordiamo che l’incoraggiamento richiede empatia e disponibilità a guardare il mondo dalle prospettive del partner. Bisogna incoraggiare solo su quegli ambiti che interessano davvero al proprio partner, sennò le nostre parole acquisiranno un tono di predica, dobbiamo quindi sapere che cosa è importante per l’altro e lavorare per il suo bene.

 

 

SECONDO LINGUAGGIO DELL’AMORE: MOMENTI SPECIALI.

 

Cene romantiche, una visita alla mostra di quell’artista che a lui o a lei piace tanto, la visione di un film tanto atteso, ma anche 15 minuti sul divano a parlare di come l’altro si sente, fanno parte dei cosiddetti momenti speciali.

Infatti, l’aspetto centrale dei momenti speciali consiste nello stare insieme.

Chapman, parlando di essi, non si riferisce alla vicinanza fisica ma alla disponibilità a prestare piena attenzione all’altro evitando di parlargli mentre si legge il giornale o si guarda la tv ma guardandolo negli occhi e offrendogli la massima considerazione, facendo di vero cuore qualcosa che piace all’altro.

Se per il vostro partner i momenti speciali costituiscono il suo linguaggio di amore principale, si consiglia di mantenere il contatto visivo quando vi parla, specialmente se vi sta raccontando come si sente, di non fare altro mentre lo ascoltate, di provare a cogliere i suoi sentimenti, di non interromperlo e di osservare il suo linguaggio del corpo.

Inoltre, il partner con questo linguaggio dell’amore potrebbe aver bisogno di svolgere delle attività speciali con voi che non necessariamente possono interessarvi quanto interessano a lui, ma vi consigliamo di essere disponibili a svolgerle con la consapevolezza che una delle conseguenze delle attività speciali svolte insieme, oltre a far sentire amato l’altro, è di costituire un archivio della memoria da cui attingere nel corso degli anni nuova energia.

 

TERZO LINGUAGGIO DELL’AMORE: RICEVERE DONI.

 

Un bel mazzo di rose in un momento inaspettato, quell’orologio che lui voleva tanto, un souvenir di ritorno da un viaggio. Non importa di che colore e di che dimensione sia, se sia costoso o economico, ma come si dice “è il pensiero che conta”: infatti chi ha come linguaggio principale dell’amore il ricevere doni non sarà interessato all’aspetto economico del dono ma al fatto che voi avete pensato a lui.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria potete diventare molto bravi a offrigli doni perché è uno dei linguaggi più facili da imparare.

Ricordatevi comunque che il più grande dono che potete fare all’altro è la vostra presenza, se richiesta, soprattutto nei momenti più difficili.

 

 

QUARTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: GESTI DI SERVIZIO.

 

Fare la spesa, buttare la nettezza, cucinare la cena, portare fuori il cane, fare una commissione per il partner, sono tutti gesti che fanno sentire amato chi ha questo come linguaggio dell’amore principale.

Chapman con l’espressione “gesti di servizio” si riferisce alla disponibilità a compiere qualcosa che il proprio partner apprezza e cercare di fargli cosa gradita con gesti di servizio.

Chi fa parte di questa categoria è molto importante che riesca a chiedere in modo gentile e senza pretese che qualcosa venga compiuto per lui.

<Caro/a, mi farebbe molto piacere se tu portassi fuori il cane la sera e mi farebbe sentire amato/a>.

La forma è molto importante in questi casi perché le domande indirizzano l’amore ma le pretese lo interrompono.

 

 

QUINTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: IL CONTATTO FISICO.

 

Un abbraccio, una carezza, un bacio sulla fronte o sulla punta del naso, una stretta di mano, l’intrecciarsi delle dita in un particolare modo o il dormire avvinghiati, ognuno ha un modo diverso in cui gli piace essere toccato. Per alcune persone il contatto fisico rappresenta il primo linguaggio dell’amore, se il vostro partner rientra in queste categorie fate ben attenzione a quale siano le parti del corpo che preferisce, se insistete nel toccare una parte del corpo che non gradisce, starete comunicando un messaggio di non-amore.

Infatti, il contatto fisico non solo comunica amore ma anche odio come per esempio uno schiaffo.

Infine, se il vostro partner rientra in questa categoria, sarà molto importante per lui ricevere un abbraccio mentre piange.

 

 

Per capire quale sia il vostro linguaggio d’amore principale, Chapman suggerisce di porsi queste tre domande:

  1. Quali azioni o carenze del vostro partner vi feriscono di più? Il contrario di ciò che vi ferisce di più è probabilmente il vostro linguaggio d’amore principale.
  2. Che cosa avete domandato più spesso al vostro partner? È probabile che ciò che avete domandato più spesso vi farebbe sentire amati.
  3. In che modo esprimete abitualmente amore al vostro partner? Il vostro modo di esprimere amore potrebbe anche indicare il modo che vi fa sentire amati.

 

Chapman infine rassicura dicendo che affinché una relazione funzioni non è necessario che si parli lo stesso linguaggio d’amore dell’altro, anzi è molto raro e non assicura la felicità della relazione. Quello che fa la differenza è avere la volontà di capire quale sia il linguaggio dell’altro, osservandolo e vedendo come cerca di farvi sentire amati, e di imparare a parlarlo nel migliore dei modi.
Chiara Stoppioni

La primavera ha meno di vent’anni

Sarà che arriva l’estate

E abbiamo un po’ tutti già sentito il profumo dei fiori

Sarà che iniziamo ad andare in giro in macchina

senza pensieri o quasi

Con la musica più bella ad alto volume

Troppo alto per parlare ma noi parliamo lo stesso

Che tanto siamo abituati

a compiere sforzi per far sentire la nostra voce

Ma tra noi ci ascoltiamo.

E cantiamo e prendiamo l’aria dai finestrini

E parliamo delle nostre cose mentre ci spostiamo

E non importa dove andiamo

Di cosa parliamo

Perché stiamo insieme e per noi questa è la vita, questa è vita  :

Non tra i banchi o tra i muri di casa

Ma tra noi e la vita che si muove

E che cambia e che cresce insieme a NOI,

NOI siamo i giovani,

Teneteci vicino

Coccolateci perché abbiamo paura del futuro

Perché dobbiamo compiere scelte

E si sa che producono ansia

Ma non sappiamo che qualsiasi cosa sceglieremo

Andrà bene

Non sappiamo che siamo belli e forti

E che rappresentiamo la vita

Noi non ce ne rendiamo conto

Consolateci e lasciateci liberi

L i b e r i

Che tanto andiamo via ma poi torniamo,

Che tanto la nostra specialità è sbagliare

Che intanto siamo vivi e

per noi tutto appare

semplicemente più difficile.

Coccolateci perché arriverà il futuro e ci inghiottirà con tutte le sue forze.

 

Lisa Andrea Veronesi

QUARANTENA- Un diario dell’immoto

Sto pensando alle persone che si trovano in difficoltà in questo momento così particolare, riesco a percepire il loro dolore.

 

È un isolamento forzato, che ci nega la scelta di con chi vogliamo passare il tempo, e così abbiamo la sensazione di sprecarlo.

Non è più nostra la facoltà di stare da soli (chi non ha privacy in casa), di stare con chi desideriamo e di evitare chi non desideriamo.

 

È una costrizione in un luogo dato, e così alla amara sensazione di sprecare il nostro tempo, si unisce quella acidissima di non essere nel posto in cui dovremmo essere.

Non è più nostra la facoltà di andare ad annusare i fiori o di prendersi la pioggia in faccia, o di scappare da un posto che ci dà la nausea.

 

È una situazione di immoto che ferma la vita degli uomini e non quella della natura, e così abbiamo la sensazione di essere così piccoli.

Noi costretti a stare fermi e tutto il mondo fuori che continua; Le rondini sono arrivate.

 

È la constatazione più dolorosa: non si può più scappare, non ci si può più distrarre, non ci si può più voltare dall’altra parte. Non si può più scegliere di guardare il bene, si deve fare i conti col dolore.

Si deve affrontare il dolore di un cuore spezzato, di un’ingiustizia subita, di una perdita. E arrivano gli attacchi di panico, l’insonnia, l’ansia…

 

Il vaso di Pandora si sta aprendo e noi non possiamo più tenerlo chiuso.

 

I frammenti che le onde ci stanno portando a riva non possiamo più ignorarli e ributtarli in mare.

Il dolore è come le conchiglie a riva, ci possono far sanguinare, ma se finalmente le raccogliamo, ce ne prendiamo cura e le congiungiamo con un filo, adorneranno il nostro petto, che sarà più leggero.

 

Il superamento del dolore è il superamento di noi stessi, il dolore ci da la possibilità di guardarci dentro, di rompere qualcosa di chiuso e buio per farci entrare la luce.

 

Non facciamoci spaventare dal dolore, ma accogliamolo… lasciamolo urlare, rompere tutto quello che abbiamo dentro, macchiare tutto di nero e poi facciamolo uscire, con le lacrime con le parole e con i disegni, con la musica e con il respiro.

 

E poi sarà tutto finito. Il dolore sarà passato e vi avrà lasciato i suoi regali.

Lisa Andrea Veronesi

Da quando non facevo una sorpresa?

Io per prima, che mi dicevo sognatrice, che mi volevo inedita, lontana dalla velocità di un mondo che mi sembrava stesse inaridendo gli altri, scopro, in questi giorni che fanno spazio ad un buio senza spettatori, che io per prima, io per prima, mi affannavo nella rincorsa di un posto migliore, che stavo annegando nell’illusione di star muovendo dei passi verso un’ambizione diversa da chi desiderava solo divenire, apparire, obbedendo alla stessa, invece. 

 

Ho rimandato un viaggio, l’ho desiderato tanto e poi ho detto “quando avrò tempo”;

non ho pianto davanti ad un amico dal quale mi ero sentita tradita, non ho gridato a voce alta le mie ragioni ma le ho soffocate e ho lasciato che svanisse dalla mia quotidianità;

ho messo da parte la compagnia di persone lontane, dandola vinta allo spazio e tacendo l’affetto che mi anima; 

ho lasciato che la distanza fisica allentasse i rapporti che ho costruito fino al giorno della mia partenza;

ho pensato che piangere fosse da deboli;

ho pensato che “fragile” fosse da sfigati;

ho sostituito la rabbia alla tristezza;

ho pensato che il mio dolore fosse più grande di quello di chiunque altro; 

ho creduto di dover contare solo sulle forze mie senza mai chiedere aiuto;

ho abbracciato sempre meno gli altri;

da quando non facevo una sorpresa?;

da quanto tempo non sceglievo con cura un regalo?; 

ho squalificato ingiustamente qualcuno dai miei pensieri, sentendomi “più alta”; 

e soprattutto ho creduto che così fosse la vita.

Quando mi ritenevo insoddisfatta di certi miei nuovi costumi, con superficialità mi raccontavo “è che sono cresciuta, è normale il disincanto, è normale anche il disprezzo”.

 

E ho legittimato il male, l’ho normalizzato, mi era sembrato comune, qualcosa da cui “perché proprio io devo sfuggirvi?”

E mi sembrava che in certi momenti fosse non solo opportuno ma necessario dirmi : “digrigna i denti, rispondi male, non lasciare che ti lascino indietro, mordi, cazzo, mordi, non lo vedi che ti vogliono a terra?”. 

E oggi che le strade vuote mi sembrano il riflesso di chi stavo diventando, mi chiedo contro chi stessi andando se non contro me stessa. 

 

Non volevo diventare grigia e imputavo a qualcuno la responsabilità di starmi facendo diventare tale. E oggi, che imbarazzo, mi accorgo di aver perso colore, di aver sciolto un ghiacciaio, di aver inquinato il mio ambiente, di aver detto cazzate, di aver sprecato del cibo, di aver sprecato degli anni;

E ne pago il conto, io per prima, io per prima, che vorrei abbracciarvi tutti e regalarvi un fiore senza pensare che sarebbe banale, soltanto il primo gesto per ricominciare, insieme.

 

Federica Concolino

Versi di nostalgia

Sai
Saisai di
Sabbia
Sai?
So.
Che sai.
La sabbia sa
Di
Tedio
Porco


Mentre vo pei prati,
Ch’i pantalon calati,
Uno strano stimol
Che dall’intestin provien,
Del mi deretano,
Vuol far scivolo.
Preso alla sprovvista in tal pianura,
Capii che resister
Sarebbe stata cosa dura.
Col cuor affranto,
Pel mio tormento
Nel cul sentivo il triste cemento
Così attonito, sgomento
Dovetti sparir, senza rimpianto
Interdetto assai dal gran trambusto,
Mi ritrovai a cagar
Dietro un arbusto.


Pascolando ch’i miei compari
Pei grigi prati in fiore,
Pensando i nostri cari
Al pari del buon cantore,
Io vidi già tutta rosata,
La Fulva sì superba,
Seppur ombrata,
Ch’ella mi parve più dolce dell’erba.
Ed io potei vigilar tutta ‘l dia,
Si lei poscia,
Mostrammi la dolce coscia
O altresì curva pia.
Ma poiché l’amico mio scossemi la testa
Dovetti uscir da tal caverna,
Per tornare alla vita funesta
E non senza una basterna
Abbandonai tal fiamma manifesta,
Così da una nuvola di fiori
Caddi in una colonna in festa
Confondendo i suoi vapori,
Tosto che m’apparve solo il rosso manto
Sommerso da diabolici cori.

 

FrancisB

Tra le mie braccia

Dedicato a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno scritto qualcosa a una persona con la quale si sono mostrati vulnerabili e che adesso non c’è più.

 

Mi piace la letteratura.
Penso che la letteratura sia una delle più alte espressioni dell’animo umano e che, senza di essa, gran parte della vita sarebbe buttata via.
Sono un giovane maschio eterosessuale. Preciso la mia condizione perché tu possa inquadrarmi, giudicarmi e mettermi in una categoria. Come altro dato, scrivo in italiano, la mia lingua madre.
La letteratura della mia lingua è nata e si è sviluppata intorno a un tema a me molto caro: l’amore verso una donna.
Fino a non molto tempo fa, l’istruzione è stata riservata solo ai maschi. Ne consegue che, essendo la maggioranza dei maschi, nelle varie epoche della storia, eterosessuale, il tema dell’amore verso una donna abbia trovato tantissimo spazio.
L’uomo non è sempre uguale a se stesso: cambiano le forme, cambiano i suoni, cambiano gli spazi e i tempi in cui agisce e consuma la propria vita.

Cosa ci lega a una persona, quando essa non è più con noi? I ricordi, sepolti nella nostra psiche. Ricordi che affiorano grazie a un odore, alla battuta di un amico, a una canzone, a qualche parola letta, ascoltata o pronunciata senza pensare che ci riporta, almeno col pensiero, a un periodo ormai perso nelle sabbie del tempo. A volte questi ricordi ci colgono completamente alla sprovvista, riemergono dal terreno dei nostri pensieri, dalle tombe delle nostre emozioni che credevamo sepolte e che invece per un breve momento ci guardano, con pallore cadaverico e occhi privi di iride.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di rapportarmi con donne singolari. Certo, avevano tutte qualche tratto in comune sui quali sorvolo per rispetto prima di tutto verso i miei confronti e, solo successivamente, verso i loro.
Non devo fare troppi sforzi per rileggere qualche pagina dal libriccino dei miei ricordi, sfogliati come l’Aida protagonista, per me, più di Rino Gaetano che di Giuseppe Verdi.

Cerco di ricordarmi come fosse il mio aspetto, cosa facessi in quel periodo, dove vivessi e cosa provassi. Mi aggrappo ai ricordi più dolci, guardandoli senza tristezza né gioia, senza indifferenza né malinconia, sforzandomi di non farmi trascinare a fondo da ciò che è stato e che ora non è più. Beninteso: ho superato ogni trauma e chiusura, non v’è nostalgia. Se qualcosa ha avuto fine, è perché vi erano più motivi e, qualora non ve ne siano, ho già fatto i conti con me stesso nell’apporre significato a tutto ciò.

Nel mio pensiero cerco di ricordarmi la dolcezza di momenti di pace.
Ho la pelle d’oca nel ripensare a quella sensazione di calore e quiete scioltasi dopo un rapporto sessuale cui la mia cultura ha dato, fra le tante perifrasi, una connotazione che rimanda all’industria (intesa come qualità e non come sistema produttivo) e all’artigianato.
“Fare l’amore” può voler dire proprio questo: produrre qualcosa con cura, con perizia, certamente con qualche inciampo, gattonando, battendo la testa, piangendo, strappandosi i capelli, urlando, incontrando la lingua altrui, chiudendo gli occhi, scrivendo, comunicando… tutti ostacoli, tutti aiuti che concorrono a questa definizione dal significato profondo e ineffabile.

Allora mi chiedo cosa abbia provato, nel ricordo in questione, l’altra persona.
Si sarà sentita protetta?
Quali pensieri e quali emozioni avranno attraversato la sua mente?
Voleva davvero essere lì?
Tutti interrogativi destinati a rimanere irrisolti e sui quali chiunque (o almeno chiunque abbia investito emotivamente in ciò) si è interrogato almeno una volta.

C’è chi come me ha risolto tali interrogativi scrivendo.

È con questo spirito che rileggo ciò che ho scritto a varie fanciulle, negli anni.
Senza sforzo e senza affanno assolvo i loro comportamenti nei miei confronti, censuro i miei errori, le cose che non andavano e anche quelle che sono andate. Guardare indietro a mente fredda, per questi eventi, è per me impossibile: troppa vita è passata sotto i ponti, troppi eventi sono stati portati via dalla corrente e non sono recuperabili.

Ed ecco che rivedo un romanzo (sì, un romanzo) scritto per il compleanno della ragazzina di cui ero innamorato al liceo.
Lo trovo lì, innocuo, finito quasi per sbaglio sulla scrivania del mio portatile, chiedendomi per un momento come sia sopravvissuto a sei anni, forse sette, di produzione e di vita.

Vita e letteratura non sono compatibili. La prima è infinitamente più grande e ricca della seconda per essere rinchiusa in carta e inchiostro. Ci sono troppe cose, troppo da narrare, troppo da esprimere.

Rivedo poi altri brani: brani di commiato, brani di scuse, brani d’intimità, brani di coesione e d’intesa che, anche se letti da altre persone, sono i ricordi più pregiati dello scrigno pieno di cianfrusaglie arricchitosi col tempo.
Allora sì, allora sì che penso a quanto sia stato ingenuo, quanto sia stato debole, quanto sia stato giudizioso e forte. Sono stato schiacciato e ho offeso.
Umiliato e offeso, tanto per riprendere il titolo di un romanzetto da quattro soldi russo di un certo Fëdor Dostoevskij, tento di dare significato a quanto scritto.

Sono una persona diversa?

Ho scritto che dopo la tensione c’è la quiete. Ecco, è proprio quella quiete, quella catarsi, quella sensazione che riaffiora nello scandagliare quanto da me espresso per fanciulle che hanno comunque potuto raccogliere un frammento di ciò che sono. Quel che hanno poi tesaurizzato oppure no, non mi riguarda. Si potrebbe anzi dire che non fosse quello il fine: non era tanto la volontà di condividere qualcosa, di farle entrare per un attimo nel mio mondo e far vedere loro chi io sia veramente. Non era neppure un tentativo di sopperire a un’inadeguatezza né un gesto di sottomissione. Erano semplicemente scritti che ho voluto condividere ed esprimere per quel paio di occhi che più mi facevano emozionare.

Rileggo quel che ho scritto, cerco di trovare un senso, una direzione, un significato: tutto inutile, è tutto perduto sottoterra e non ho voglia di scavare. È una miniera perduta per sempre, un filone esaurito.

Un lampo.
Una testa sopra il mio petto.
Una mano che accarezza dei capelli.
Un bacio.
Due persone sdraiate nello stesso letto.
Due occhi.

Inspiro: è tutto qui, dentro di me.
Per un momento, è stata lì.
Tra le mie braccia.

 

Leonardo Mori