Emilia paranoica

“Emilia paranoica” è un singolo del gruppo italiano punk “CCCP- Fedeli alla Linea”, una formazione attiva principalmente negli anni ’80 che fondeva “punk filo-sovietico a musica melodica italiana”.

Nei tempi in cui vivo e sto scrivendo questo articolo, l’Italia e il mondo sono bloccati dalla pandemia.
Una pandemia che ci costringerà a rivedere molti dei tratti del mondo che conoscevamo e, finché non sarà trovata una cura o un vaccino, difficilmente rivedremo.
Una situazione simile (e non sto esprimendo nessun giudizio politico) ha sicuramente delle conseguenze a livello psicologico a livello collettivo e individuale.

Emilia A

Il freddo più pungente, accordi secchi e tesi
Segnalano il tuo ingresso nella mia memoria

Guardare al passato senza lasciarsi condizionare dal presente è impossibile.
Lo sanno gli storici, lo sanno tutte le persone dotate di senno, lo sa chiunque.
Essendo stato studente fuorisede a Bologna fino al luglio dell’anno scorso, conosco abbastanza bene la città felsinea. Bologna è parte dell’Emilia, benché sia differente dai tratti propriamente emiliani di città come Modena o Carpi. Nel momento in cui scrivo, l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per numero di decessi e contagiati dalla pandemia che sta colpendo il mondo.

La canzone “Emilia paranoica” non è una traccia semplice: difficilmente orecchiabile, la melodia di sottofondo è aspra e ritmata in modo arcano.
Il testo è ciò che si salva sicuramente rispetto ai due tratti succitati.
Ora che tutto (o quasi) è bloccato, milioni di miei coetanei si trovano a fare i conti con se stessi e problemi che prima non c’erano; questi problemi hanno a che fare, principalmente, con disagio psicologico espresso su più piani. Si sta male, non si capisce davvero perché si stia male, non si sfugge all’introspezione. Impossibile non guardare dentro se stessi e riflettere, in mancanza di meglio. Dove si sta andando, come si può ingannare il tempo, quando sarà possibile rivedere qualcuno. Ci rivolgiamoad una forma di comunicazione a noi pratica: degli schermi.
Un telefonino, un televisore, un tablet o un computer.

Negli anni ’80, niente di tutto ciò.
Oggi come quaranta, trenta, venti e dieci anni fa chiunque sia passato dall’adolescenza all’età adulta ha comunque percepito, almeno una volta, un senso di noia, inutilità e disperazione.

Cosa puoi fare quando il mondo intorno a te va in frantumi, ti dà la nausea e ti senti stritolare dal sistema? Niente. Desisti.

Bukowski in “Pulp” ha scritto che alla fine la vita si riduce a trovare qualcosa da fare nell’attesa di morire. È stato il suo ultimo romanzo, poi è crepato.

Difficile combattere il tedio.
Puoi provare a riempirlo col sesso, per poi scoprire che una relazione e un rapporto sessuale assumano tratti tali da sfuggire alla letteratura. Sesso e vita sono forse le uniche due esperienze umane non pienamente trattabili.
Si scrive solo da vivi (da morti non si può farlo). Mentre scrivi, non vivi né fai sesso.
D’accordo, c’è chi ha battuto a macchina mentre faceva sporcizie ma è un’esperienza che non consiglierei a nessuno (troppo difficile non ritrovarsi dei lividi).
Questa canzone ritrae due tempi: gli anni ’80 e tutto ciò che c’è dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dipinge la noia di una generazione e di tutte le generazioni seguenti.
Punto di svolta: si scopre la noia, si scopre la vuotezza delle giovani generazioni.
Non importa che tu sia in Emilia o ad Agrigento: la noia c’è sempre, il tempo ti consuma, tentare di sfuggire a questa verità è inutile. La vita ti sfugge via fra le mani e il tempo scorre.

Emilia B

Consumami distruggimi è un po’ che non mi annoio-oh-oh-oh-oh-oh

Da un punto di vista puramente logico, camminare di notte per la Via Emilia imbottito di sostanze stupefacenti e con lo stomaco che brontola equivale ad andare a correre in un parco.
Qui non si discorre di semantica: qui si discorre di logica.
Caduto il criterio dell’utile e cancellato ogni significato, rimane la noia e la nausea.

Niente Brescello: Don Camillo e Peppone sono morti da quel dì. E comunque Giovannino Guareschi tutto era fuorché comunista. Per chi non lo sapesse, il nome del gruppo “CCCP” (si legge proprio “ci-ci-ci-pi”) ricalca i caratteri cirillici dell’Unione Sovietica (“CCCP” in cirillico è traslitterato come “SSSR” nel nostro alfabeto).
Era quindi solo la noia e l’inutilità di giovani di sinistra o di estrema sinistra negli anni ’80?
Banale e riduttivo pensare così.

Il sottofondo del basso e della drum-machine ricalca una noia, un disgusto e un senso di inutilità che appartengono a chiunque. È l’urlo paranoico di una regione amministrata storicamente dal centro-sinistra, una regione dove la qualità della vita è molto alta da decenni e dove il contenuto politico e umano sono intrecciati.
Mai sentito parlare di “Bologna la rossa”? Ecco, l’Emilia è (ma meglio dire era) ancora più rossa.

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Emilia paranoica, Emilia paranoica, Emilia paranoica, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA

Un senso di soffocamento, come la stanza che ti crolla addosso quando il Roipnol fa effetto e hai sbagliato la dose.
Diavoletti che ti graffiano con i loro artigli e ti lacerano la schiena con i tridenti.
Viene da vomitare, non ce la fai.
Vomitare darebbe significato e il tuo corpo si rifiuta di espellere il male. Quindi reprimi un conato di vomito, butti giù e ti vengono le lacrime per il dolore.
Cammini per città che non riconosci più, dove estranei vivono a contatto senza conoscersi nello stesso luogo.
Inghiottito dal tempo, inghiottito dalla mancanza di cose da fare, schiacciato da progetti incompiuti, perduto per vie sconosciute.

I CCCP si sono sciolti da tempo.
La loro rabbia non resta, è passata ed archiviata in un tempo da me e dai miei coetanei non vissuto.

Frantumatosi lo specchio dei valori, scivolare nei piaceri è solo una distrazione.
Timore e paranoia restano sotto traccia, si battono e possono essere sconfitte.
La noia… quella sì che resiste.

Leonardo Mori

I 5 linguaggi dell’amore

Ti amo!>, <Ti amo tantissimo>, <Ti amo da morire>…No, mi spiace, non stiamo parlando delle varie sfaccettature della famigerata affermazione di amore che tanto agogniamo durante le montagne russe emotive dell’innamoramento, ma di quella esigenza emotiva profonda che ognuno di noi ha dentro di se: il bisogno di amore.

Ora, vi stupirà sapere che ognuno di noi ha un modo diverso di sentirsi amato, cioè ogni persona parla un diverso linguaggio dell’amore.

Il consulente matrimoniale americano Gary Chapman ne ha individuati 5 che sono spiegati nel suo libro “I 5 linguaggi dell’amore”.

La premessa che Chapman fa è molto chiara: l’amore coinvolge un atto di volontà, richiede disciplina e riconosce la necessità di una crescita personale. Aggiunge che l’amore vero non può avere inizio prima che l’esperienza dell’innamoramento sia conclusa; infatti, quando siamo sotto l’influsso della fase dell’innamoramento è come se non fossimo lucidi: ormoni, eccitazione, novità e adrenalina creano nel nostro cervello un mix letale che ci porta a vedere solo i colori che ci piacciono dell’altra persona e a compiere azioni belle e generose che vanno al di là dei nostri modelli comportamentali normali.

Se però, dice Chapman, dopo essere ritornati al mondo reale delle scelte e aver visto anche i colori che meno ci piacciono dell’altro, scegliamo di essere buoni e generosi, quello è vero amore.

Ciò nonostante migliaia di coppie, passata la fase dell’innamoramento, dichiarano di non sentirsi più amati dal proprio partner. Questo, secondo Chapman, è dato dal fatto che nessuno dei due ha imparato a parlare il linguaggio d’amore dell’altro.

Ecco una breve descrizione dei 5 linguaggi d’amore individuati da Chapman e alcune indicazioni su come imparare a parlarli.

 

 

PRIMO LINGUAGGIO DELL’AMORE: PAROLE DI RASSICURAZIONE.

 

<Con questo vestito sei uno schianto.>, <Mi ha fatto molto piacere che tu abbia lavato i piatti.>, <Sei il/la miglior cuoco/a del mondo, queste patate sono fantastiche.>

Ammettiamolo, a chi non piace ricevere complimenti? Infatti, hanno il potere di incentivare molto più delle lamentele, riescono a infondere coraggio e possono aiutare il potenziale latente del vostro partner a venire fuori.

Ci sono persone per cui queste parole hanno molta più importanza rispetto alle altre: sono quelle, infatti, che hanno come linguaggio principale dell’amore le parole di rassicurazione.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria, ricordiamo che l’incoraggiamento richiede empatia e disponibilità a guardare il mondo dalle prospettive del partner. Bisogna incoraggiare solo su quegli ambiti che interessano davvero al proprio partner, sennò le nostre parole acquisiranno un tono di predica, dobbiamo quindi sapere che cosa è importante per l’altro e lavorare per il suo bene.

 

 

SECONDO LINGUAGGIO DELL’AMORE: MOMENTI SPECIALI.

 

Cene romantiche, una visita alla mostra di quell’artista che a lui o a lei piace tanto, la visione di un film tanto atteso, ma anche 15 minuti sul divano a parlare di come l’altro si sente, fanno parte dei cosiddetti momenti speciali.

Infatti, l’aspetto centrale dei momenti speciali consiste nello stare insieme.

Chapman, parlando di essi, non si riferisce alla vicinanza fisica ma alla disponibilità a prestare piena attenzione all’altro evitando di parlargli mentre si legge il giornale o si guarda la tv ma guardandolo negli occhi e offrendogli la massima considerazione, facendo di vero cuore qualcosa che piace all’altro.

Se per il vostro partner i momenti speciali costituiscono il suo linguaggio di amore principale, si consiglia di mantenere il contatto visivo quando vi parla, specialmente se vi sta raccontando come si sente, di non fare altro mentre lo ascoltate, di provare a cogliere i suoi sentimenti, di non interromperlo e di osservare il suo linguaggio del corpo.

Inoltre, il partner con questo linguaggio dell’amore potrebbe aver bisogno di svolgere delle attività speciali con voi che non necessariamente possono interessarvi quanto interessano a lui, ma vi consigliamo di essere disponibili a svolgerle con la consapevolezza che una delle conseguenze delle attività speciali svolte insieme, oltre a far sentire amato l’altro, è di costituire un archivio della memoria da cui attingere nel corso degli anni nuova energia.

 

TERZO LINGUAGGIO DELL’AMORE: RICEVERE DONI.

 

Un bel mazzo di rose in un momento inaspettato, quell’orologio che lui voleva tanto, un souvenir di ritorno da un viaggio. Non importa di che colore e di che dimensione sia, se sia costoso o economico, ma come si dice “è il pensiero che conta”: infatti chi ha come linguaggio principale dell’amore il ricevere doni non sarà interessato all’aspetto economico del dono ma al fatto che voi avete pensato a lui.

Se il vostro partner appartiene a questa categoria potete diventare molto bravi a offrigli doni perché è uno dei linguaggi più facili da imparare.

Ricordatevi comunque che il più grande dono che potete fare all’altro è la vostra presenza, se richiesta, soprattutto nei momenti più difficili.

 

 

QUARTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: GESTI DI SERVIZIO.

 

Fare la spesa, buttare la nettezza, cucinare la cena, portare fuori il cane, fare una commissione per il partner, sono tutti gesti che fanno sentire amato chi ha questo come linguaggio dell’amore principale.

Chapman con l’espressione “gesti di servizio” si riferisce alla disponibilità a compiere qualcosa che il proprio partner apprezza e cercare di fargli cosa gradita con gesti di servizio.

Chi fa parte di questa categoria è molto importante che riesca a chiedere in modo gentile e senza pretese che qualcosa venga compiuto per lui.

<Caro/a, mi farebbe molto piacere se tu portassi fuori il cane la sera e mi farebbe sentire amato/a>.

La forma è molto importante in questi casi perché le domande indirizzano l’amore ma le pretese lo interrompono.

 

 

QUINTO LINGUAGGIO DELL’AMORE: IL CONTATTO FISICO.

 

Un abbraccio, una carezza, un bacio sulla fronte o sulla punta del naso, una stretta di mano, l’intrecciarsi delle dita in un particolare modo o il dormire avvinghiati, ognuno ha un modo diverso in cui gli piace essere toccato. Per alcune persone il contatto fisico rappresenta il primo linguaggio dell’amore, se il vostro partner rientra in queste categorie fate ben attenzione a quale siano le parti del corpo che preferisce, se insistete nel toccare una parte del corpo che non gradisce, starete comunicando un messaggio di non-amore.

Infatti, il contatto fisico non solo comunica amore ma anche odio come per esempio uno schiaffo.

Infine, se il vostro partner rientra in questa categoria, sarà molto importante per lui ricevere un abbraccio mentre piange.

 

 

Per capire quale sia il vostro linguaggio d’amore principale, Chapman suggerisce di porsi queste tre domande:

  1. Quali azioni o carenze del vostro partner vi feriscono di più? Il contrario di ciò che vi ferisce di più è probabilmente il vostro linguaggio d’amore principale.
  2. Che cosa avete domandato più spesso al vostro partner? È probabile che ciò che avete domandato più spesso vi farebbe sentire amati.
  3. In che modo esprimete abitualmente amore al vostro partner? Il vostro modo di esprimere amore potrebbe anche indicare il modo che vi fa sentire amati.

 

Chapman infine rassicura dicendo che affinché una relazione funzioni non è necessario che si parli lo stesso linguaggio d’amore dell’altro, anzi è molto raro e non assicura la felicità della relazione. Quello che fa la differenza è avere la volontà di capire quale sia il linguaggio dell’altro, osservandolo e vedendo come cerca di farvi sentire amati, e di imparare a parlarlo nel migliore dei modi.
Chiara Stoppioni

Fascia debole della società è anche chi soffre di problemi psichici

Si sa, quando si sta un mese chiusi a casa, preesistono di solito tre scenari: 1. stai facendo una maratona di Friends; 2. sei in sessione; 3. probabilmente soffri di un disturbo psichico; alle volte finisce bene, si fa per dire, come ogni altro giorno dell’anno, il tuo disturbo viene invalidato da etichette linguistiche quali “pigrizia”, “noia”, “asocialità” et cetera; e continui a vivere all’ombra del tanto decantato “senso civico e responsabilità” tipico di un’emergenza sanitaria come quella del Covid-19. Altre volte, finisce peggio, senza bisogno di specificare.

Nel mare magnum di aperitivi, apericena, spritzini, disco party, locali, balotta, sushi all you can eat e chi più ne ha, più ne metta, c’è anche chi esce di casa per allontanarsi, per qualche ora, da azioni quotidiane che sono asfissianti e interminabili fonti d’ansia. Sembra un romanzo di Franz Kafka – o meglio, una pellicola di Yorgos Lanthimos – ma ci sono individui per cui accendere un interruttore, chiudere una porta, raccogliere una matita caduta per terra comporta lo stesso sforzo mentale che un ragazzino al primo anno di liceo classico impiegherebbe per svolgere un integrale indefinito senza che nessuno gli abbia spiegato come fare.

Che ci si trovi nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria, un nuovo decreto legge, la scoperta di un nuovo pianeta, il timore della terza guerra mondiale, l’ufficializzazione della Brexit, ci sarà sempre una categoria di semi-umani, assolutamente non degni della minima considerazione: chi soffre di un disturbo psichico.
Non è sempre stato così, ovviamente. Nell’Inghilterra del Settecento c’erano tantissime persone che soffrivano di un disturbo psichico. Potevi avere sfortuna e fare parte di una massa innumerabile di anonimi “pazzi”, “deviati” rinchiusi in manicomi (dove si poteva accedere pagando un biglietto per divertirsi a guardarli e, con qualche penny in più, picchiarli, come a Bedlam); potevi avere fortuna e regnare su un quinto delle terre emerse, terminando tra i sorrisi dei tuoi inferiori ogni frase con la parola “pavone” ed essere soprannominato Giorgio III. Nella storia, il prestigio sociale di un individuo affetto da disturbo psichico ha giocato un ruolo decisivo nella vita dello stesso. Sei ricco e potente? Pazienza, ti aiuteremo comunque o almeno non finirai male. Sei una persona comune? Sarai rinchiuso in un posto dal quale difficilmente uscirai. Credete che sia una banalità non attuale? Provate a pensare al manager narcisista che distrugge i suoi dipendenti, elevate il tutto all’ennesima potenza e vi ritrovate con sofferenza collettiva e problemi di ogni tipo.

C’è tanta matematica in questo articolo. La matematica si basa sulla logica. La logica permette di ordinare il pensiero e i concetti. Non è detto che una logica abbia la stessa validità di un’altra, bisogna vedere in quale campo essa opera. Per una persona non affetta da disturbi, è logico, ad esempio, lasciare agli altri il tempo di parlare. Non per la logica di una persona affetta da disturbo istrionico. Il fatto che sia un comportamento esecrabile e maleducato è dovuto a norme sociali. Nel nostro mondo così frenetico e cangiante, quanto è probabile destinare tempo e risorse a chi soffre di queste patologie gravissime?

A quasi quarantadue anni dalla legge Basaglia, anche uno dei leader politici con più consensi si concede il lusso e la sfacciataggine di metterne in dubbio le fondamenta e l’effettiva validità.

“Come un cane!”, concludeva il già menzionato Kafka uno dei suoi romanzi più straordinari, Il processo, per bocca del protagonista K. E invece no, chi soffre di un disturbo psichico, deve subire in silenzio, tra le varie disposizioni, anche l’essere posposti ai nostri compagni quadrupedi, i quali al parco, accompagnati al guinzaglio dai loro padroni, possono circolare indisturbati.

E dopo gli anziani, gli ammalati, i cani e così via, ci sono loro, la fogna della società, dimenticati, ancora oggi, dai più, dai decreti ministeriali, dal senso civico comune. Perché che tu sia depresso, se davanti non c’è il prefissoide “immuno”, non interessa a nessuno. E che invalidino la tua condizione, è il meglio che possa accaderti.

 

Chiara Memè
Leonardo Mori

Summa of nowadays

Ventunesimo secolo che avanza e tutte le aspettative ottimiste e progressiste passate sono felicemente andate in frantumi: non viaggiamo comodamente nello spazio, non abbiamo macchine volanti, non abbiamo la pace e la ricchezza nel mondo. L’uomo ha creato una grande macchina che lo sta portando alla distruzione. Il capitalismo e la globalizzazione, come un tumore, hanno infettato tutto il globo – tali tumori potrebbero anche essere benigni se solo fossero veicolati da fini alti e per il bene collettivo – invece solo pochi sono ricchi senza più né cuore né scrupoli, corpi senz’anima che si abbandonano in opulenze ottenute dal sangue e dalla morte di mille altri.
Dualismo esasperante, squilibrio e disuguaglianza sono gli hashtag – ah no, scusate – le parole chiave dei nostri giorni.
La tecnologia si evolve a una velocità tale che l’uomo non riesce a stargli dietro ed è sempre più diffusa. Sempre più persone la utilizzano non comprendendone appieno il funzionamento, restandone vittime inconsce.
L’intero mondo è nel caos; sembrerebbe che la Terra si stia ribellando all’animale più parassita e tossico che abbia mai ospitato: l’uomo.
Il clima cambia, gli oceani sono liquide discariche a cielo aperto, le minacce di guerre nucleari sono sempre più vicine e intanto la NASA cerca di capire se si potrà mai andare a colonizzare un altro pianeta, Marte (nomen omen?).
I presupposti non sono dei migliori, ma, come sempre si dice in questi casi, la speranza è l’ultima a morire: forse c’è davvero una via di salvezza.
Il Dalai Lama un giorno ha detto che se tutti i bambini del mondo dell’età di otto anni praticassero meditazione, nella prossima generazione non ci sarebbero più conflitti nel mondo. Personalmente voglio crederci. Bisogna ridare empatia agli esseri umani.
L’empatia è una dote potentissima ma difficile da controllare, perché rende vulnerabili e forti allo stesso tempo. Che senso ha urlare addosso a una persona che non vi ha fatto nulla solo per sfogare le proprie personali frustrazioni? Perché mai deridere chi è più debole, solo per nascondere le proprie insicurezze e sentirsi temporaneamente un poco più forti, illudendosi di esserlo? Non sarebbe più gratificante trovare una spalla su cui piangere, un orecchio che ci ascolti, dopo che noi abbiamo sostenuto e abbiamo ascoltato? (SPOILER: No.)
Quanto è bello sapere di avere il merito di aver portato un sorriso sincero nel volto di un uomo che poco prima piangeva? (SPOILER: Ma vuoi mettere due belle bocce?)
Eppure basterebbe poco per cambiare nel proprio piccolo l’ambiente circostante. Gli uomini quando lavorano uniti cambiano il corso degli eventi. È più importante un like su un social network oppure un sorriso sincero dato, ricevuto, nell’arco di una giornata? Una rondine non fa primavera, e anche se non sapete che l’ha detto Kant va bene lo stesso. (PROMEMORIA: leggere più libri, sivuplé).
Credete che queste siano piccole cose, che non c’entrino nulla con l’incipit del testo? Assolutamente no. Il potenziale del singolo individuo è straordinario, la cooperazione tra uomini ha creato meraviglie inenarrabili nel corso di tutta la storia. Bisogna solo cambiare rotta, non domani ma oggi. Abbiamo sbagliato qualcosa negli ultimi due secoli, forse per superbia o perché ci siamo dimenticati chi siamo veramente, dei semplici cretini e non divinità onnipotenti. Ridiamoci empatia e ricominciamo a innaffiare quei valori avvizziti da troppa dissociazione, individualismo e ignoranza bruta. Io nell’umanità non voglio smettere di crederci, e voi?

Elisa Citterio

Agio

Le mie dita battono ritmicamente sulla tastiera. Produco, anzi, scrivo sotto dettato della mia coscienza. Lei dorme sul letto, assorta, il suo volto non dipinge sorrisi, lascia trasparire tutt’al più stanchezza. Se solo sapesse quali mostruose figure albergano nella mia mente, non si sarebbe certo concessa. Più probabile che sappia in realtà cosa abbia dentro di me, quali siano le mie inclinazioni. Le donne sono creature magiche e terribili e riescono a leggere perfettamente le emozioni altrui. Certamente, nei millenni hanno dovuto imparare a convivere con noi bruti. Questi sono i pensieri di sottofondo, nascosti nel mio sottobosco psichico. Che metafora ardita, magari la cancellerò. Per il momento, lasciamola lì, incorniciata a inizio pagina. Tiro un’altra boccata di sigaretta, deposito la cenere nel contenitore, la rimetto in bocca come fosse una pipa o un fuscello. Mi viene in mente un antico mosaico di Pompei: gli ovali di una donna sepolta nei millenni, forse Saffo, forse un’allegoria, forse mai esistita, mi guardano dritto e ricompaiono periodicamente nella mia mente. Ho un rapporto problematico con le donne, questo è vero. Tendo a essere codardo, rivendo la mia riservatezza con punte di ipocrisia e falsa umiltà.
Lei è Musa e figura malvagia. Deve, senza alcun dubbio deve, rimanere ignara di come la stia sfruttando. È come un serbatoio illimitato d’ispirazione, ridotta a un oggetto come un altro. Vi saranno sicuramente differenze fra lei e uno schermo, e dei fotogrammi in movimento che compiono acrobazie fisiche. Le espressioni alla fine sono sempre uguali, così come lo sono magari nei secoli dei secoli… amen? Un’altra ardita provocazione alla morale cristiana: non c’è male, non c’è male! Torniamo a lei: le ho parlato, abbiamo giocato, ha riso, sono salito su da lei, l’ho circuita e sedotta. Si è abbandonata al piacere, è stato un bell’amplesso dopotutto. Questo lo spero e basta, ovviamente non potrò mai sapere quanto abbia finto. È possibile che in realtà la sua stanchezza sia causata più dalla finzione che dal piacere. Può darsi. Tange poco il mio interesse, in verità.
Prima ho parlato di serbatoio: non mi riferivo certo a una fonte di piacere meramente fisico, a uno scambio di linguaggi o a chissà cosa. Fin troppo semplice così. Semplicemente faccio ciò che natura vuole, aspetto che si addormenti fra le mie braccia, appena posso sguscio via e mi rintano nella mia postazione. Ho legato il prodotto del mio lavoro, il mio nuovo romanzo, a questa relazione. Sapete, ho deciso tempo fa di andare oltre il legame fra arte e vita. Ho trasfuso, piegando i sentimenti e l’istinto atavico insito in ogni essere umano, ossia il desiderio di sentirsi amato e accettato, tutto il mio talento in una pozzanghera dorata. Fuor di metafora: inganno, seduco, produco, scaccio. In un’altra epoca sarei stato elogiato come un libertino. Molte donne invece m’insulterebbero e basta. Difendermi? Da cosa, esattamente?
Ogni mia produzione ha il nome di una donna dentro. Ecco un paio di occhi neri, un romanzo cupo ma acerbo e dalle poche vendite. Al nero di quegli occhi, eccone un paio più chiari: già meglio, qualcosa di apprezzabile dalla critica letteraria.
Vi potreste chiedere se io sia cattivo o meno. Quel che mi attende, nessuno lo sa.
Ho la sensazione di essere impunito. Sapete, sono diventato piuttosto bravo, negli anni. La mia abilità nel sedurre le donne e il pubblico è cresciuta parimenti alla mia freddezza e alla mia malizia. Più ho successo, più è semplice ingannarle, più sono sicuro, più scrivo.
Colleziono donne come un adolescente colleziona fazzoletti sporchi. Un po’ violenta come frase, distaccarsi dalla realtà (qualunque cosa voglia dire) è tuttavia un peccato che ancora non ho avuto il coraggio di compiere.
Tutto questo ha un limite: invecchierò come tutti e presto o tardi il successo svanirà. A quel punto, se avrò avuto abbastanza soldi, potrò trovare una compagna giovane, bella e falsa. I soldi possono comprare veramente tante cose. C’è chi direbbe che tutto questo sia fatto per mera cupidigia. È vero per certi aspetti, non lo è per altri. Sono stanco.
Spengo la sigaretta. Lei dorme e adesso abbozza un sorriso. È davvero bella. Sì, questo romanzo si scrive da solo. Venderà molte copie, ne sono sicuro.

Leonardo Mori