Emilia paranoica

“Emilia paranoica” è un singolo del gruppo italiano punk “CCCP- Fedeli alla Linea”, una formazione attiva principalmente negli anni ’80 che fondeva “punk filo-sovietico a musica melodica italiana”.

Nei tempi in cui vivo e sto scrivendo questo articolo, l’Italia e il mondo sono bloccati dalla pandemia.
Una pandemia che ci costringerà a rivedere molti dei tratti del mondo che conoscevamo e, finché non sarà trovata una cura o un vaccino, difficilmente rivedremo.
Una situazione simile (e non sto esprimendo nessun giudizio politico) ha sicuramente delle conseguenze a livello psicologico a livello collettivo e individuale.

Emilia A

Il freddo più pungente, accordi secchi e tesi
Segnalano il tuo ingresso nella mia memoria

Guardare al passato senza lasciarsi condizionare dal presente è impossibile.
Lo sanno gli storici, lo sanno tutte le persone dotate di senno, lo sa chiunque.
Essendo stato studente fuorisede a Bologna fino al luglio dell’anno scorso, conosco abbastanza bene la città felsinea. Bologna è parte dell’Emilia, benché sia differente dai tratti propriamente emiliani di città come Modena o Carpi. Nel momento in cui scrivo, l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per numero di decessi e contagiati dalla pandemia che sta colpendo il mondo.

La canzone “Emilia paranoica” non è una traccia semplice: difficilmente orecchiabile, la melodia di sottofondo è aspra e ritmata in modo arcano.
Il testo è ciò che si salva sicuramente rispetto ai due tratti succitati.
Ora che tutto (o quasi) è bloccato, milioni di miei coetanei si trovano a fare i conti con se stessi e problemi che prima non c’erano; questi problemi hanno a che fare, principalmente, con disagio psicologico espresso su più piani. Si sta male, non si capisce davvero perché si stia male, non si sfugge all’introspezione. Impossibile non guardare dentro se stessi e riflettere, in mancanza di meglio. Dove si sta andando, come si può ingannare il tempo, quando sarà possibile rivedere qualcuno. Ci rivolgiamoad una forma di comunicazione a noi pratica: degli schermi.
Un telefonino, un televisore, un tablet o un computer.

Negli anni ’80, niente di tutto ciò.
Oggi come quaranta, trenta, venti e dieci anni fa chiunque sia passato dall’adolescenza all’età adulta ha comunque percepito, almeno una volta, un senso di noia, inutilità e disperazione.

Cosa puoi fare quando il mondo intorno a te va in frantumi, ti dà la nausea e ti senti stritolare dal sistema? Niente. Desisti.

Bukowski in “Pulp” ha scritto che alla fine la vita si riduce a trovare qualcosa da fare nell’attesa di morire. È stato il suo ultimo romanzo, poi è crepato.

Difficile combattere il tedio.
Puoi provare a riempirlo col sesso, per poi scoprire che una relazione e un rapporto sessuale assumano tratti tali da sfuggire alla letteratura. Sesso e vita sono forse le uniche due esperienze umane non pienamente trattabili.
Si scrive solo da vivi (da morti non si può farlo). Mentre scrivi, non vivi né fai sesso.
D’accordo, c’è chi ha battuto a macchina mentre faceva sporcizie ma è un’esperienza che non consiglierei a nessuno (troppo difficile non ritrovarsi dei lividi).
Questa canzone ritrae due tempi: gli anni ’80 e tutto ciò che c’è dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dipinge la noia di una generazione e di tutte le generazioni seguenti.
Punto di svolta: si scopre la noia, si scopre la vuotezza delle giovani generazioni.
Non importa che tu sia in Emilia o ad Agrigento: la noia c’è sempre, il tempo ti consuma, tentare di sfuggire a questa verità è inutile. La vita ti sfugge via fra le mani e il tempo scorre.

Emilia B

Consumami distruggimi è un po’ che non mi annoio-oh-oh-oh-oh-oh

Da un punto di vista puramente logico, camminare di notte per la Via Emilia imbottito di sostanze stupefacenti e con lo stomaco che brontola equivale ad andare a correre in un parco.
Qui non si discorre di semantica: qui si discorre di logica.
Caduto il criterio dell’utile e cancellato ogni significato, rimane la noia e la nausea.

Niente Brescello: Don Camillo e Peppone sono morti da quel dì. E comunque Giovannino Guareschi tutto era fuorché comunista. Per chi non lo sapesse, il nome del gruppo “CCCP” (si legge proprio “ci-ci-ci-pi”) ricalca i caratteri cirillici dell’Unione Sovietica (“CCCP” in cirillico è traslitterato come “SSSR” nel nostro alfabeto).
Era quindi solo la noia e l’inutilità di giovani di sinistra o di estrema sinistra negli anni ’80?
Banale e riduttivo pensare così.

Il sottofondo del basso e della drum-machine ricalca una noia, un disgusto e un senso di inutilità che appartengono a chiunque. È l’urlo paranoico di una regione amministrata storicamente dal centro-sinistra, una regione dove la qualità della vita è molto alta da decenni e dove il contenuto politico e umano sono intrecciati.
Mai sentito parlare di “Bologna la rossa”? Ecco, l’Emilia è (ma meglio dire era) ancora più rossa.

Emilia C.jpg

Emilia paranoica, Emilia paranoica, Emilia paranoica, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA, PA-RA-NOI-CA

Un senso di soffocamento, come la stanza che ti crolla addosso quando il Roipnol fa effetto e hai sbagliato la dose.
Diavoletti che ti graffiano con i loro artigli e ti lacerano la schiena con i tridenti.
Viene da vomitare, non ce la fai.
Vomitare darebbe significato e il tuo corpo si rifiuta di espellere il male. Quindi reprimi un conato di vomito, butti giù e ti vengono le lacrime per il dolore.
Cammini per città che non riconosci più, dove estranei vivono a contatto senza conoscersi nello stesso luogo.
Inghiottito dal tempo, inghiottito dalla mancanza di cose da fare, schiacciato da progetti incompiuti, perduto per vie sconosciute.

I CCCP si sono sciolti da tempo.
La loro rabbia non resta, è passata ed archiviata in un tempo da me e dai miei coetanei non vissuto.

Frantumatosi lo specchio dei valori, scivolare nei piaceri è solo una distrazione.
Timore e paranoia restano sotto traccia, si battono e possono essere sconfitte.
La noia… quella sì che resiste.

Leonardo Mori

Ricordi di Liberazione

Ho sempre avuto, fin da bambina, l’abitudine di raccogliere immagini, giravo per casa con la telecamera e riprendevo ogni cosa, quasi come a volere ad ogni costo preservare in ogni modo tutto ciò che mi circondava, di fatto la mia più grande paura è sempre stata quella di dimenticare.

Ero affascinata dalla memoria di mia nonna e vedevo in lei un enorme serbatoio di ricordi che per me rappresentavano all’epoca delle semplici storie, che magari mi raccontava prima che mi addormentassi o quando facevo i capricci. Questo è sicuramente uno dei video più belli che feci all’epoca: mia nonna, seduta sul suo divano, con i suoi soliti orecchini, gli stessi, ogni giorno di cui ne ho ricordo.

Avevo dieci, forse undici anni e le chiesi cos’era la guerra. Lei mi raccontò questo aneddoto, nel dialetto della sua terra: la Garfagnana. Mi raccontò dei partigiani, delle bombe, della liberazione e della cioccolata. Io di certo non capivo e mai capirò veramente cosa lei potesse aver provato in quel momento della sua vita. Solo con il tempo capii che mi stava raccontando le storie della resistenza.

Le zone della Garfagnana tra il settembre del 1944 e l’aprile del 1945 furono teatro degli scontri tra gli Alleati che, aiutati dai gruppi locali dei partigiani, combatterono contro i nazifascisti cercando di sfondare il fronte tirrenico della linea Gotica, un’opera difensiva fortificata costruita dall’Esercito tedesco.

Il 18 aprile 1945 scattò l’Operazione Second Wind: un’azione combinata messa in atto con mitragliamenti e bombardamenti con cui i partigiani sfondarono la Linea Gotica, seguiti dagli Alleati che il 20 aprile 1945 riuscirono a entrare a Castelnuovo. La Garfagnana, dopo la liberazione di Piazza al Serchio e dei comuni circostanti avvenuta entro il 25 aprile 1945, era stata liberata definitivamente dall’oppressione Nazista.

In totale si contarono: 360.000 sfollati, 1300 civili e partigiani caduti in battaglia, 2500 civili morti contando i massacri dei Nazisti.

Questo è un omaggio:

a mia nonna,

ai suoi ricordi,

alla sua vita,

ai partigiani

e alla libertà.

 

 

Giulia Giampaoli

 

Quarantena Diary Parte II

 

26° Giorno di quarantena

[Professore che entra in un’aula liceale dopo la fine della pandemia]
Prof: “Non immaginavo che l’avrei mai detto ma mi siete mancati. Come avete occupato il tempo durante questi mesi?”
G: “Io ho finito di vedere tutte le serie fantasy su Netflix”
F: “Io ho fatto un sacco di fitness e mi son fatto crescere i pettorali!” [Esclama tutto orgoglioso]
[…e così ad uno ad uno rispondono tutti i ragazzi della 4C, tutti tranne Amelia, che rimane con le braccia incrociate e la testa appoggiata sul banco…]
Prof: “E tu Amelia, tu non dici nulla?”
A: “Mah prof, principalmente ho cucinato verdure grigliate mentre cercavo un modo per combattere il patriarcato capitalista, ma non ci sono riuscita.”
Cala un silenzio gelato in aula.

Amelia

Ho passato la notte insonne.
Mi assalgono i pensieri.
Sono Panzer Divisionen, io sono l’esercito francese. Non c’è Dunkerque.

 

L.

Lo yoga mi ha insegnato che per trovare l’equilibrio bisogna guardare un punto fisso all’orizzonte.

Florinda

La parola d’ordine di oggi è: nostalgia.
Un anno fa ero a una festa in Brune a combinare uno dei miei soliti casini.
Oggi sono a casa e non smollo il divano.
Penso che anche domani avrò nostalgia di quella festa. D’ora in poi avrò nostalgia di tutte le feste del mondo.

Elettra

27° Giorno di quarantena

Ah, ecco spiegato il perché dello schifo psicosomatico dei giorni precedenti… Mi è venuto il ciclo! Doloroso. In ritardo. E pure offeso. (SÌ, riesco a percepire quando le mie ovaie sono offese, e no non richiedo applausi per questo)

Amelia

Voglio scrivere qualcosa di bello.
Vorrei accarezzare qualcuno.
Dovrei studiare ma non ce la faccio.
Il fantasma dell’inerzia mi perseguita.

L.

Sei comunque con me, banalmente mi abiti, molto più di quanto non lo faccia io.
Mi chiedo se stai comodo o se preferiresti un altro posto.
Se ti piace la vista o ti immaginavi altri scenari.
Lo so, è uno spazio un po’ caotico specialmente ai piani alti, nella testa.
Sto cercando di mettere ordine.
Immagino che a volte tu sia confuso da quello che trovi dentro e che spesso tu sia sballottato da una parte all’altra.
So che nell’autostrada della mia mente passano tir di pensieri e razionalità a 150 km/h che ti trascinano via, mentre le emozioni viaggiano su treni lenti, ma su questi ti ho comprato un biglietto di prima classe che porta dritto al cuore.
Lì dovrebbe essere comodo, non è troppo scheggiato, non dovrebbe pungere.
Pazienta, se puoi, fino a quando non avrò finito le pulizie di Pasqua.

Florinda

Gli alberi fuori la mia finestra
germogliano
mentre io
appassisco.
Fuori primavera,
dentro inverno.
A volte possono esserci 2 gradi anche con il termostato acceso.

Elettra

28° Giorno di quarantena

I calzini con le foglie di marijuana stampate sopra sono l’unica cosa che mi è rimasta da fumare. Pianifico l’incontro con il fornitore, è tutto programmato. Esco di casa, vado dritta, taglio la piazza, ancora dritta, svolto a sinistra, al terzo incrocio svolto a destra, ci sono quasi… Mi passa affianco una volante della guardia di finanza che sta palesemente mappando la zona. Pochi secondi dopo di fronte a me appare un tizio alquanto sospetto che cammina molto lentamente mentre sembra cercare qualcosa. Con sorniona nonchalance giro i tacchi e me ne torno a passo svelto verso dove son venuta. Questa sera ho incendiato i calzini con le foglie di marijuana stampate sopra.

Amelia

Ho riletto “Quaderni dal carcere” di Gramsci.
Dondolo.

L.

 Bevo troppo caffè e fumo troppe sigarette.

Florinda

Oggi scopro una dote particolare: riesco a provare compassione anche per coloro che mi hanno fatto del male. Sorrido. Forse non tutte le speranze nell’umanità sono perdute.

Elettra

29° Giorno di quarantena

Dovevo comprare la mascherina. È quasi un mese che è iniziata la quarantena e ancora non ho una mascherina, perché quelle di tela non arrivano alle farmacie, nonostante abbiano effettuato l’ordine. Facile imporre mascherine obbligatorie e distribuirle sì e no a metà della popolazione. Non voglio essere alla stregua degli stronzi che comprano mascherine usa e getta. Perché sì è da stronzi, forse non è ancora abbastanza chiaro che questo virus è solo uno degli effetti dell’inquinamento. E noi per tutta risposta inquiniamo ancora di più? Allora questa estinzione è più che meritata. La invoco quasi. Su Terra, sterminaci tutti, e datti pure una mossa, così non devo pensare all’ansia di una tesi magistrale.

Amelia

Ogni mattina c’è un vecchietto che, senza mascherina, fa tre volte il giro della piazza per passeggiare.
Alla sua età lavorerò ancora, se va bene.

L.

La speranza vive nella curva del collo tra la testa e la spalla.
Si accuccia in quell’angolino e abilmente muove i fili dello sguardo: a volte in avanti, a volte indietro.

Florinda

Vorrei smettere di fumare ma i brutti pensieri mi assalgono, e finché lo fanno non potrò mai. Mi chiedono perché fumo, perché così tanto essendo così giovane. Rispondo che non lo so, mi piace, fa figo, anche se la verità è un’altra. Fumo perché quando lo faccio sono sola, e solo sola trovo la pace; i brutti pensieri si mettono in pausa e attraverso il fumo vivo. Che paradosso. D’altronde la vita è nata da un paradosso, quindi non dovrebbe far così strano.
Fumo e spengo il cervello.

Elettra

30° Giorno di quarantena

Tettonici movimenti di convulsione

corpi di pensieri aggrovigliati

malignità danzano sabba al vento

e orrore solo errore

intangibile e massiccio.

Amelia

La mia gioventù si spreca fra sigarette, messaggi visualizzati e senza risposta, incomprensioni ed esami universitari.

L.

Ho reiniziato Grey’s Anatomy dall’inizio…

Florinda

Oggi mi sento un piccolo sasso in mezzo all’oceano, circondato da tantissimi altri sassolini, da bellissime stelle marine e pietre; totalmente inutile. Solo. Sofferente.

Elettra

31° Giorno di quarantena

Il mio coinquilino ha deciso –ed è riuscito– a tornare a casa. Non so se la cosa mi rattristi o se al contrario mi faccia gioire, perché ora rimango proprio sola. Osservo attentamente la sala: una moltitudine di libri, un tappetino da Yoga appoggiato al muro, delle cere sparse sul pavimento, un quarzo appoggiato sul tavolino da caffè e una modesta campana tibetana al suo fianco, una pianta di beniamino vicino alla finestra, dei pennelli nuovi ancora incartati sul tavolo della cucina, il promemoria di un esame ai primi di maggio. No, forse non mi mancherà più di tanto.

Amelia

Sono un borghese, per quanto possa ancora voler dire qualcosa.

L.

Il primo giorno di quarantena mi si fulminò il portatile.
Scheda madre ti odio.
Da allora ho usato un computer fisso del 2011 e ho guardato film e serie tv sul cellulare che mi è caduto in fronte una decina di volte.
Oggi saluto con rabbia e tristezza le mie cuffie.
Addio brutte stronze, adesso passo alle AirPods così nessuna cuffia oserà più avvinghiarsi nelle mie tasche come due cani in calore.

Florinda

La quarantena non fa bene, fa male, i mostri si accaparrano il tuo cervello e ti soggiogano l’animo. Ho paura della morte, non l’ho mai sentita così vicina…

Elettra

32° Giorno di quarantena

Sono riuscita a comprare le mascherine di tela! Non mi sembra vero, quasi un sogno. Stavo per mettermi a piangere davanti alla farmacista, perché mi ha ricambiato con un sorriso a trentadue denti e perché soprattutto si ricordava di me, forse perché sono l’unica persona al di sotto dei settant’anni che frequenta la farmacia (non sono più in grado di relazionarmi con altre persone, è veramente strano, vabbè).

Amelia

La socialità è ferma. Non noto troppe differenze.

L.

La badante di mia nonna si chiama Maria.
Ha 43 anni, viene dalla Romania al confine con la Russia.
Quando andava al liceo il pomeriggio mungeva le mucche e la sera studiava “con le lampade” come dice lei.
Voleva diventare ingegnere agricolo ma poi il comunismo è caduto e lei era la settima bocca da sfamare in casa. Ha combattuto per sposare l’uomo che amava nonostante la disapprovazione della famiglia.
Ce l’ha fatta, adesso lavora da noi per pagare il matrimonio di suo figlio.
La sera quando chiama il marito le si illuminano gli occhi e dorme serena.

Florinda

Ungaretti scriveva ‘soltanto la poesia sola può recuperare l’uomo’. Non c’è niente di più vero. Solo la poesia potrà salvarci. Bellezza, romanticismo, poesia, amore… Queste sono le cose per cui viviamo.

Elettra

33° Giorno di quarantena

Pasqua alternativa e clandestina a casa di amici. Vino bianco e fumo e tante torte salate. Sono riuscita a fare una torta all’acqua al cacao che è venuta divinamente. È strano stare assieme ad altre quattro persone, veramente strano.

Amelia

Penso che la mia gatta capisca il momento: viene spesso a fare le fusa o a strusciarsi fra le mie gambe, come per darmi conforto.

L. 

Buona Pasqua, qualunque cosa voglia dire.

Florinda

Scrivo una poesia e mi accorgo che fa schifo. E anche tutte le altre, in realtà. Diciamo che scrivo poesie per chi non se ne intende, poesie per cialtroni. Ottimo titolo.
Ma poi io non volevo nemmeno scrivere.
Volevo fare la parrucchiera, la cassiera, robe così… solo che poi sarebbe arrivato per forza un giorno in cui avrei dovuto esprimere tutto ciò che ho dentro. E allora avrei scritto.
Diciamo che non ho mai voluto farlo ma ne ho sempre sentito la necessità.
Ottimo compromesso.

Elettra

34° Giorno di quarantena

Ho ricominciato a guardare il detective Monk un po’ per noia, un po’ per disperazione, un po’ per sentirmi più normale.

Amelia

Ieri sera ho bevuto 6 lattine di birra.
Ho pisciato tutta la notte e ho dormito male.

L.

Fra due mesi è il mio compleanno.

Florinda

Per riallacciarmi a ieri: è terribile avere un mondo dentro di sé e non riuscire a esprimerlo.

Elettra 

35° Giorno di quarantena

Penso di aver esaurito il quantitativo di lacrime che avevo disponibile per quest’anno solare.

Amelia 

Ho sbocconcellato qua e là citazioni di Shakespeare. Potrei rivenderle o spacciarle come mie (in parte) per darmi il tono da intellettuale che piace tanto alle ragazze.
Funzionerà.
Certo.

L.

Non credo che impareremo molto da questa situazione, semplicemente diventeremo sempre più noi stessi.
Radicalmente più noi stessi.

Florinda

Aforisma del giorno: non esiste forza più struggente dell’insaziabilità, dell’incompletezza, dell’insoddisfazione. Non esiste dolore più grande della perdita. Non esiste solitudine più profonda di quella umana.

Elettra

36° Giorno di quarantena 

Ho iniziato tre libri e non riesco a continuarli in contemporanea ma non riesco assolutamente a decidere quale proseguire. Sono come posseduta da un desiderio di inglobare e leggere e assimilare e inglobare e sapere, ho proprio fame, devo sapere come vanno a finire tutte queste storie: dove approderà la nave di Marcel adesso, dopo i porti di Vilagarcià e Trèguier? Quale sarà la prossima delirante giravolta intellettuale dell’alter ego di Pessoa? Cosa farà Shantaram-Lin bloccato tra le montagne afghane insieme ai ribelli compagni di Khaderbhai? Senza contare l’irrefrenabile desiderio di leggere Calvino, ho comprato alcuni suoi libri ma li devo ancora iniziare. Forse dovrei iniziare a prendere in considerazione gli audiolibri…

Amelia

Ho fatto la doccia due volte, ma la mia anima è ancora sporca.
Cristo, l’ho pensato davvero.

L. 

Cosa pensi?

Cosa sogni?

Cosa vuoi?

Florinda

Non riesco a trovare l’ispirazione. Perché? Ho davvero bisogno di scrivere un romanzo, una raccolta di poesie, per sentirmi completa? In quanto donna ho bisogno solo di me stessa. Non di un uomo, non di un figlio. Me stessa e basta. Forse con l’aggiunta di un foglio e una penna…

Elettra

37° Giorno di quarantena

Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più. Mannaggia a me che mi agito prima di dormire e poi non dormo più…

Amelia

Da oggi metto alla prova la mia forza di volontà: niente carne per una settimana.

L.

Credo che il mio cane sia depresso.

Florinda

Mi sto solo esaurendo. Un Cesare Pavese è già esistito, e si è suicidato a 50 anni.
Smettila di essere così insistente.

Elettra 

38° Giorno di quarantena

Mamma mia che bello distruggersi gli occhi stando 17 ore al computer al giorno. Che bello dover tenere aperte 34 finestre desktop durante le lezioni telematiche, una per gli appunti, una per vedere delle slides, una per il prof e le sue slides, una per internet, una per questo una per quello. Che bello dover registrare professori che parlano troppo velocemente con una connessione audio che fa schifo. Che bello perdere parti del discorso e continuare a chiedere tramite chat “Scusi, può ripetere?” fino a quando anche quel povero cristo dall’altra parte dello schermo viene colto da una crisi di nervi. Eh sì, l’Università online è il futuro. È come il futuro. È ‘na merda.

Amelia

 Dopo aver litigato con mia madre al telefono, mi sono consolato con due etti di pancetta e canzoni di Calcutta.

L.

Ha riaperto la libreria di usato dietro casa mia.
Non si può entrare: ti consegnano i libri sulla porta solo se hai mascherina e guanti.
Ho comprato “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust.
Lo leggerò o sarà l’ennesimo fermaporte?

Florinda

Ancora in quarantena. Mi fumo una sigaretta anche se mi manca il fiato. Leggo delle atrocità della guerra in Bosnia. Mi si focalizzano davanti agli occhi corpi sventrati e busti monchi di braccia, di gambe. Che tristezza.

Forse la nostra situazione non è poi così male.
Oggi, per la prima volta, mi sento fortunata.

Elettra

 39° Giorno di quarantena

Oggi è domenica e come tutte le pulcrae puellae faccio le lavatrici. Ne ho appena caricata una di capi bianchi. Chiudo lo sportellone, avvio il programma, torno in camera, mi siedo alla scrivania, inizio a studiare inglese, faccio un sorso di caffè, mi viene uno starnuto incontenibile, mi esce il caffè da naso e bocca rovesciandosi su computer, scrivania e pantaloni grigi puliti. Bestemmio senza bestemmiare (cit. “Mannaggia al diavolo”) mentre continuo a studiare inglese perché non ho la voglia di riparare al danno. Poi il maculato va sempre di moda, no?

Amelia

 Forse non avrò figli. Se li avrò, racconterò loro di questo periodo come il paradosso di quei tempi: si visse attraverso schermi e attraverso schermi si appassì.

L.

Mi manca il cappuccino.

Florinda

 Mi è venuta l’idea per un romanzo. Martoriarmi la testa è servito a qualcosa.
Mi è venuta sul cesso, mentre guardavo un vasetto di crema per le rughe col tappo aperto.
Forse sto impazzendo.

Elettra

40° Giorno di quarantena

 Quando le limitazioni di circolazione nello spazio fisico saranno superate, inizierò a camminare senza più fermarmi.

Amelia

Stamattina ho fissato per un’ora e un quarto un ragno che faceva la tela in un angolo del soffitto.

L.

Con tutto questo tempo sembra di non avere tempo.

Florinda

Quello che ho scritto fa schifo, non avevo dubbi.

Elettra

41° Giorno di quarantena

 Riflessione religiosa, Il mio Dio ama

 

Il mio Dio ama i balbuzienti

Il mio Dio ama i timidi

Il mio Dio ama coloro che arrossiscono

Il mio Dio ama i fragili

Il mio Dio non crede che l’uomo abbia bisogno di regole e imposizioni, perché

Il mio Dio crede che tutti gli uomini nel profondo sappiano cosa fare

Il mio Dio è dispiaciuto di aver creato anche il Male ma

Il mio Dio è più simile a voi più di quanto voi pensiate;

 

Il mio Dio ama coloro che piangono

Il mio Dio vorrebbe che ci amassimo come fratelli

Il mio Dio sa che gli uomini sanno quanto è importante per loro la Terra

Il mio Dio non ha un nome né di arte né di scienza

Il mio Dio ama sia l’arte che la scienza

Il mio Dio non distingue un essere vivente dall’altro

Il mio Dio è tanto uomo quanto animale quanto l’animale è uomo e l’uomo è animale

Il mio Dio lo chiamo così perché non saprei altrimenti come chiamarlo, ma forse non si chiama così

Il mio Dio non è solo mio

 

è anche il tuo.

Amelia

Devo andare ad Amsterdam prima di sentirmi troppo responsabile e maturo per farmi le canne.

L.

Ho ufficialmente una wishlist anche su Giallo Zafferano.

Florinda

Oggi ho ritrovato le innumerevoli lettere che ho scritto al mio ex, e che non gli ho mai spedito. Mi accorgo di quanto mi sia auto-pronosticata il futuro, nell’ultima lettera che gli ho scritto, datata 7 marzo di un anno fa: mi mancherai terribilmente tutti i giorni, tutte le notti, a tutte le ore e facendo qualsiasi cosa. Soffrirò quando starai con un’altra. Sarò gelosa fradicia e ti scriverò, mangiandomi le mani, perché in qualche parte del mondo io e te siamo ancora su quella spiaggia a fumarci l’ultima, a guardarci negli occhi e non desiderare altro…
Povera illusa. Davvero credevi che quello fosse amore?

Elettra

La poetica dei Canti Orfici di Dino Campana

Introduzione alla raccolta: La gestazione, il motivo del titolo e gli elementi della cornice

 

Quante biografie di grandi artisti, da tempo, ci hanno rivelato che il loro impulso creativo era così potente

da accaparrarsi tutto ciò che di umano c’era in loro, per metterlo al servizio dell’opera d’arte,

sia pure sacrificando la loro salute e la loro felicità umana!

 

 

Non possiamo non partire da un’osservazione così pertinente al nostro caso come quella dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung riportata in un suo saggio dedicato alla psicologia analitica   e   all’arte   poetica.   L’accademico   contemporaneo   a   Campana   esplica puntuali

presupposti per comprendere l’opera d’arte, per quanto possibile, attraverso l’utilizzo di procedimenti scientifici, in relazione ad un soggetto esecutore, l’artista, senza però relegarne l’intera comprensione all’analisi psicologica del soggetto creatore, poiché in accordo con Jung “il suo senso e il suo carattere (della poesia) sono in essa e non nelle condizioni umane che l’hanno preceduta” e ancora “queste opere si impongono all’autore […] La sua penna scrive cose che stupiscono l’animo suo. L’opera porta con sé la propria forma”. La premessa fondamentale iniziale è comprendere quanto il soggetto creatore sia consapevole fautore piuttosto che mero strumento del movimento creatore nel quale è coinvolto.

Il Campana che emerge dalla lettura dei componimenti dei Canti Orfici è un soggetto che tenta di porsi in un atteggiamento “introverso” nei confronti della propria creazione (verosimilmente il ridondante susseguirsi di affermazioni nel testo dell’io soggetto nelle prime tre sezioni della Notte, ma non è l’unico componimento in cui troviamo autoaffermazioni di questo genere) per ritrovarsi nel proseguo del processo creativo come soggetto sottomesso alle esigenze dell’opera-oggetto (quindi in un atteggiamento di tipo “estroverso”).

 

È quindi giusto considerare il processo della formazione creatrice come un essere vivente piantato nell’animo dell’uomo. La psicologia analitica lo definisce come “complesso autonomo” […] ha una vita

psichica indipendente […] che può sottoporre l’Io al suo servizio

 

Come il flauto traverso può produrre una dolce melodia solo se vi è un abile artifex che soffi al suo interno allo stesso modo, qualora nel poeta non risuoni il processo creativo, egli non produrrà mai arte ma rimarrà un uomo come gli altri, e il proprio potenziale creativo inutilizzato.

Tuttavia è rischioso inserire in via definitiva una categoria di atteggiamento e presumere che essa sia quella che sempre veicola la condotta del Campana nei confronti del prodotto d’arte: d’altro canto durante i colloqui che ebbe con il dottor Pariani nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci volti ad indagare la natura degli Orfici, emerge spesso in risposta al tentativo di individuazione di un soggetto o di un luogo descritto con la frase “una fantasia qualunque”. In questi casi avendo la testimonianza dell’ipse artifex, possiamo presumere che Campana fosse stato, nella fase di creazione in statu nascendi dell’opera, mero strumento di qualcosa di molto più grande di lui.

Dopo che Soffici ha smarrito il famoso taccuino Campana, ritrovatosi senza editore e alcuna altra copia cartacea riscrive, con una memoria influenzata da esperienze aggiunte alla precedente gestazione, la propria raccolta. Obbligato dalle circostanze ad assumere il ruolo di trascrittore di componimenti appartenenti ad un alter- ego passato, riscrive (anche se forse sarebbe più corretto parlare di una rielaborazione) una raccolta di ventinove scritti, parte in prosa e parte in poesia.

Le novità principali sono le seguenti: tre componimenti precedentemente autonomi vengono frammentati in versi all’interno di altri componimenti della raccolta, che adesso presenta ben quattordici nuovi componimenti, di cui dieci sono redatti in prosa poetica. Quelli preesistenti vengono epurati da numerosi elementi grammaticali ritenuti superflui e da interi sintagmi considerati dal poeta troppo esplicativi del proprio modus operandi.

Lo stile è essenziale e ragionato, le parole risultano maggiormente isolate e per questo ancora più cariche di significato e di mistero. Sono frequenti anafore, paronomasie, accumulazioni semplici e con varianti ed ellissi. Il linguaggio diviene visivo nel momento in cui la parola tenta di imitare l’esperienza dello sguardo, le “dinamiche percettive della visione”: a volte i dettagli vengono isolati, a volte vengono messi a fuoco i contorni, come un occhio che osserva spostandosi, saltando da un punto all’altro, tornando ad un punto fermo. Per questi motivi le correnti successive di giovani poeti italiani (il cui stile ha conferito loro l’appellativo di ermetici) vedono in Campana il loro precursore.

Anche il titolo originario è radicalmente mutato. Quel Il giorno più lungo, alludente a tensioni vitali che potrebbero durare in eterno, era il rimando ad un passo della terza sezione Il ritorno del primo componimento La notte, il quale durante la rielaborazione è caduto. Quest’ultimo ha ceduto il posto all’idea di un libro che altro non è se non un assembramento di Canti Orfici.

Il rimando a un mito (che sia Orfeo personaggio del mito o la setta religiosa greca) ci proietta in un passato antico quanto la storia della cultura occidentale, l’origine divina e

 

iniziatica della poesia che permette di sublimare e trascendere il quotidiano, avvicinandosi a quella quidditas empirea. Oscurità, visione, mondo onirico, al di là, catabasi, rinascita e mistero: queste sono le idee alle quali allude il titolo che ben riassume i filoni tematici elaborati nei vari componimenti dell’opera. Tuttavia questo non basta per comprendere la scelta operata da Campana.

Bisogna innanzitutto tenere presente che i due termini rimandano a tradizioni differenti: da un lato il termine Canti implica il desiderio del poeta di inserirsi all’interno della tradizione letteraria italiana, con evidente assonanza all’opera leopardiana e alla commedia dantesca da cui Campana recupera molte immagini e sensazioni, sia per quanto riguarda le ambientazioni infernali sia per le presenze dannate e demoniache, che nel poeta divengono “forme oblique, ossute e mute”, come si evince dal paragrafo quarto di La notte. D’altro canto il termine Orfici può rimandare anche a tradizioni molto più recenti rispetto al mito greco: l’idea del sogno, dell’oscurità e del mistero vengono ben incorporati all’interno dell’opera dei poeti bohèmiens parigini come Baudelaire e dai simbolisti cari a Campana (e alla poetessa Amelia Rosselli) tanto che egli stesso venne definito posteriormente come il fratello di vita di Rimbaud, col quale condivise sregolatezze, nomadismo attraverso luoghi naturali e non e, in un certo qual modo, l’apoteosi con repentino spegnimento della capacità poetica.

Inoltre si evince il collegamento del rapporto onirico con il dionisiaco e quindi con l’intera opera di Nietzsche, filosofo studiato e amato dal Campana, che struttura la sua dottrina filosofica sull’arte. La presenza dionisiaca è sottostante all’intero corpus campaniano, le sue forme si manifestano attraverso illogicità e allucinazione, pulsioni estreme e dissonanti, e soprattutto attraverso la ricerca e la tendenza ad uno streben che non cessa di esistere fino al colophon del libro. Campana concilia le esperienze più significative dei suoi studi all’interno della sua opera, dalla tradizione italiana a lui tanto familiare alla Kultur tedesca e alla civilization francese, in un perfetto connubio tra classicità e modernità.

Nel frontespizio troviamo tre elementi che nel manoscritto di Il lungo giorno non erano presenti: un segnale immediatamente dopo il titolo, una dedica a dir poco opinabile e infine un epilogo che risuona in maniera sinistra e sibillina.

Il primo elemento esplicita, come si trattasse di una targhetta posta al di fuori di un ufficio privato, la natura dell’opera, nonché lo status autoaffermato dell’autore: “Die Tragöedie der letzen Germanen in Italien” ossia “La tragedia dell’ultimo germano in Italia”. Lungi dall’essere la proclamazione di un’appartenenza in senso stretto ad un altro stato rispetto quello natio, essa ha motivazioni più letterarie e, se vogliamo, anche un po’ grossolane. Da un lato il termine

 

“tragedia” designa il contenuto della raccolta ed il desiderio di ricordare per un sentimento di empatia e di elogio il celeberrimo Faust di Goethe, opera talmente amata dal poeta che un omonimo Faust personaggio apparirà nel componimento d’apertura della raccolta intitolato La notte come alter-ego di Campana.

Dall’altro il rimando al Campana-germano ha motivazioni più semplici, a partire dal suo aspetto fisico e da un “senso imperialistico e idealistico, non naturalistico” come lo descrive egli stesso in una lettera indirizzata a Cecchi nel marzo 1916.

Questa lettera funge da testimonianza fondamentale per avere un poco di chiarezza riguardo i sentimenti che scuotevano l’animo del maudit poète poco prima della fine della sua libertà, in un periodo intriso di delusioni e di sfiducia nei confronti dell’istituzione Stato italiano e della sua esistenza stessa:

 

Provai a lasciare l’Italia e fui arrestato (a Torino) e rimpatriato al mio paese fra i fischi e gli insulti. Dovevo dunque morire

[…] Cercavo idealmente una patria non avendone

 

La dedica riportata nel frontespizio della raccolta “A Guglielmo II imperatore dei germani l’autore dedica” nell’Italia del 1914, divisa da un duale fervore politico, recò al poeta non pochi problemi: il clima generale era fortemente anti-germanico e un contemporaneo al Campana leggendo una simile dedica altro non avrebbe fatto se non inorridirne, indignato.

Quell’iscrizione, risalente alla prima edizione a stampa pubblicata a Marradi, viene ingenuamente giustificata al Soffici in questi termini:

 

Ma sì, è stato il dottore, il farmacista, il prete, l’ufficiale della posta, tutti quegli idioti di Marradi, che ogni sera al caffè facevano quei discorsi da ignoranti e da scemi. Tedescofobi, francofili, massoni e gesuiti, dicevano tutti e sempre le stesse cose […] Nessuno capiva nulla […] Mi fecero andare in bestia; e dopo averli trattati da cretini e da vigliacchi, stampai la dedica e il resto per finirli di esasperare

 

Si può intuire come nel Campana l’impellente bisogno di pubblicare la propria raccolta nascesse da un desiderio di riconoscimento in primis personale vissuto nell’ottica locale ristretta e delimitata del proprio paesino di nascita e non in un’ottica più generale e nazionale; mancava totalmente il barlume di un senno e di un giudizio ponderato: “Nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato; per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato”.

Siamo di fronte non ad un uomo del tipo dannunziano che si sente profeta di un movimento più ampio e quindi desideroso di espandere la propria ideologia, bensì ad un uomo che ha passato gran parte della vita ai margini della vita sociale: una persona costantemente emarginata e abbracciata da una continua sensazione di solitudine anche quando in compagnia altrui. È da immaginare un uomo che per gran parte del tempo vissuto non ha avuto altri con cui confrontarsi se non il proprio essere scisso in razionale e irrazionale, in Io ed Es per usare termini freudiani, uomo e creatura-artista, che per non impazzire del tutto ha avuto bisogno di vedere espletata al di fuori di sé, materialmente e concretamente, la propria arte, sotto forma di materia poetica. Come testimonia il Soffici:

 

Si può facilmente immaginare che, alla vigilia della nostra entrata in guerra anche contro i tedeschi, dovesse fare questa bella trovata. Campana, che lo capiva, passava dunque gran parte delle sue giornate nascosto nel retrobottega della libreria dell’amico Gonnelli a grattar le sue dediche o a incollarvi sopra striscioline di carta. La sera arrivava al Paszkowski con un pacco dei suoi Canti e la commedia

cominciava

 

 

Una quindicina di anni più tardi durante i colloqui col Pariani volti a commentare la prefazione di Bino Binazzi dei Canti Orfici, uscita presso la casa editrice Vallecchi nel 1928 Campana arrossisce di fronte al ricordo di quella dedica: ammette di averla tolta egli stesso dalle copie allora in circolazione e insiste nel riaffermare il proprio patriottismo a discapito di un atteggiamento filogermanico.

Altrettanto interessante è l’epilogo o colophon che chiude la raccolta:

 

They were all torn and cover’d with the boy’s

blood

 

 

citazione rielaborata di un verso del poeta statunitense Walt Whitman posta in chiusura all’edizione princeps del 1914 per volontà del poeta, come testimonia una lettera inviata a Cecchi nel marzo del 1916. Il significativo passaggio da The three a They, da un pronome numerale ad un sibillino loro generico racchiude la raccolta all’interno di un cerchio tragico che fino all’ultimo non lascia alcun margine di speranza e anzi, riafferma con uno slancio drammatico, assimilabile ad un grido disperato, l’impossibilità di una redenzione catartica.

 

In ottica junghiana l’opera, risultato di un processo creativo, non è mai la manifestazione dell’inconscio individuale ma di un sentimento collettivo, poiché essa rimanda ad archetipi (ossia immagini, figure, allegorie) attinti dalla memoria collettiva dell’umanità: essa è quindi manifestazione di quest’ultima. Partendo da questa premessa la raccolta degli Orfici può essere interpretata come manifestazione di una tragedia totale che interessa l’intera umanità, attraverso le immagini simboliche dell’ultimo germano dell’incipit e del giovane sacrificato del colophon, passando per tutti gli elementi racchiusi all’interno della raccolta.

Così il poeta Campana diviene colui che descrive e manifesta le peculiarità dell’inconscio collettivo della sua epoca, colui che più o meno consciamente si fa onere di questo carico e racchiude nella sua poesia l’essenza tragica del panorama umano primo novecentesco.

Il notturno mi(s)tico

 

 

Il primo elemento che si incontra sfogliando Canti Orfici è certamente il tema del notturno. Vi è un rimando nel titolo della raccolta, nel titolo del primo componimento e in quello della seconda sezione che porta il nome di Notturni. Ma non basta soffermarsi sui titoli per comprendere quanto questo elemento sia importante nella produzione poetica di Campana; l’elemento notturno genera una gran parte dell’ossatura del sistema poetico degli Orfici perché costituisce il motivo centrale da cui dipendono una serie di elementi ad esso complementari che permettono la creazione di prospettive e di scenari differenti, componimento per componimento.

La notte permea e definisce la modalità percettiva delle esperienze vissute dall’io poetico: per Campana questa fase del giorno che comprende la fascia oraria che intercorre dal crepuscolo all’oscurità delle ore più buie – illuminate solo dalla luce della luna o dei lampioni – permette di vedere oggetti e figure in maniera nuova e soprattutto diversa dal solito. Elemento fondamentale per passare da uno sguardo normale ad una seconda vista fatta di impressioni e di visioni sempre in bilico tra sogno e realtà è il gioco di ombre che si crea nel notturno in combinazione con elementi luminosi ma anche sonori che irradiano nello spazio occupato dall’io poetico elementi perturbanti e alienanti:

 

Si aprivano le chiuse aule dove la luce affonda uguale dentro gli specchi all’infinito, apparendo le immagini avventurose delle cortigiane nella luce degli specchi

impallidite nella loro attitudine di sfingi

 

Ascolto. Le fontane hanno taciuto nella voce del vento. Dalla roccia cola un filo d’acqua in un incavo. Il vento allenta e raffrena il morso del lontano dolore. Ecco son volto.

Tra le rocce crepuscolari una forma nera cornuta immobile mi guarda

immobile con occhi d’oro

 

L’immaginario onirico e simbolico degli Orfici risente della formazione culturale di Campana, appassionato lettore della letteratura francese dell’epoca; e così l’affinità simbolica e lessicale delle opere di autori come Baudelaire, Rimbaud e Verlaine si manifesta nelle immagini di creature mi(s)tiche come la chimera e la sfinge, così come la frequente presenza del colore oro, che assieme al rosso e al verde creano visioni che rimandano agli scorci bizantini dei mosaici di Ravenna e in particolare alla chiesa di San Vitale, meta di uno dei numerosi pellegrinaggi del poeta.

La potenza creatrice trova nella notte e nei suoi attributi l’apoteosi della propria manifestazione: essa può dare origine a forme di meditazione che portano una simbiosi tra l’io poetico e l’universo (Pampa) oppure può divenire pretesto per lo sfogo delle pulsioni più bestiali

e spregevoli degli esseri umani (La petite promenade); l’oscurità può portare allo scioglimento di arcani antichi quanto la storia del mondo (La Chimera) oppure può essere il contesto ideale per liberare i freni inibitori e dar libero sfogo ad una visionaria immaginazione (La notte). Nel momento in cui l’io poetico si interfaccia con una dimensione notturna può abbandonarsi a visioni universali che hanno il sapore di archetipi tramandati da antenati antichissimi, oppure può rintanarsi nella propria solitudine e scavando tra i meandri più profondi dell’anima proiettare al di fuori di sé le più intime tragedie che imperversano il suo spirito:

 

Ecco la notte: ed ecco vigilarmi E luci e luci: ed io lontano e solo: Quieta è la messe, verso l’infinito (Quieto è lo spirto) vanno muti carmi A la notte: a la notte: intendo: Solo Ombra che torna, ch’era dipartito

 

È interessante notare che attraverso il sistema-notte le immagini ricavate dall’io poetico rimandano costantemente a visioni incerte e indeterminate. In questo contesto avviene una bipartizione dell’andamento della visione che alterna scenari mitici, antichissimi (aggettivo ricorrente in tutta la raccolta e molto frequente nel componimento La notte) a scenari mistici, popolati da esseri sovrannaturali (spiriti, angeli, chimere, sfingi…) oppure da esseri umani che trans-mutano la loro forma grazie all’oscuro potere della notte, diventando parte integrante del delirio del poeta:

 

Dei vecchi, delle forme oblique, ossute e mute, si accalcavano spingendosi coi gomiti

perforanti, terribili nella gran luce.

[…] strisciavano via a poco a poco, trascinando uno ad uno le loro ombre lungo i muri

rossastri e scalcinati, tutti simili ad ombra

 

Gli uomini qui descritti perdono completamente la loro fisionomia e vengono relegati al ruolo di figure inquietanti, più simili a degli spiriti che non ad esseri umani in carne ed ossa.

Eppure come afferma lo stesso Campana questo specifico paragrafo di La notte è stato ispirato dal ricordo dei vecchi incontrati nel ricovero di Mendicità di Faenza.

Quest’esempio non è un caso isolato di ricordo che non ricorda: la notte diviene condizione necessaria per la creazione artistica poiché permette all’io del poeta di infrangere la barriera del ricordo insito nella memoria volontaria e di trasferirlo in un piano inconscio ed onirico, trasfigurandone il significante senza comprometterne l’essenza del significato, o meglio, la suggestione creata dal significato nella mente del poeta. Attraverso questo procedimento il ricordo non è relegato alla categoria di esperienza vissuta (quindi finita e in un certo senso morta) ma riacquista vita nuova, attraverso una creazione narrativa che vede come attanti la memoria involontaria, le libere associazioni e le suggestioni che l’ambiente notturno evoca nell’io poetico:

 

I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti lucidamente transumati in distanza, come per un’eco profonda e misteriosa,

dentro l’infinità maestà della natura

 

 

Se l’elemento mistico è veicolo delle migliori suggestioni visive, sempre nel contesto notturno l’elemento mitico apre l’opportunità di un universo testuale in cui la dimensione spazio-temporale viene annullata: il presente, il passato e il futuro sono compresenti così come i luoghi che nella geografia reale sono molto distanti tra loro (ad esempio le pianure della Pampa argentina e le Alpi italiane) convergono nello spazio poetico creando una visione mitogrammatica fantastica e ancestrale.

 

Un ultimo interessante aspetto risiede nel fatto che è proprio il petit poème che apre la raccolta ad intitolarsi La notte, un testo prosastico abbastanza lungo rispetto ai componimenti che seguono, diviso in tre sezioni: La notte, Il viaggio e il ritorno e Fine, per un totale di venti paragrafi. A seguito della lettura sinottica dell’intera raccolta si può affermare, come è stato confermato da alcuni critici, che esso funge da serbatoio di paesaggi, simboli e suggestioni poetiche riprese e ampliamente sviluppate negli altri testi che compongono il resto dell’opera, soprattutto perché attraversa i luoghi principali abitati e attraversati dal poeta, Bologna, Faenza, la Pampa e Genova. È indubbio che il titolo del componimento sia stato scelto appositamente da Campana per omaggiare quello che per lui è la madre della poesia, la Notte, contenitrice di tutti quegli elementi creativi messi a disposizione del poeta.

 

Elisa Citterio

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

BO CARLO (introduzione di), Dino Campana Canti Orfici e Altri Scritti, Firenze, Mondadori, 1972.

 

JUNG CARL GUSTAV, Psicologia e Poesia, Torino, Bollati Boringhieri, 1979.

 

ORTESTA COSIMO (a cura di), Carlo Pariani vita non romanzata di Dino Campana, con un’appendice di lettere e testimonianze, Milano, SE, 2002.

 

 

Da quando non facevo una sorpresa?

Io per prima, che mi dicevo sognatrice, che mi volevo inedita, lontana dalla velocità di un mondo che mi sembrava stesse inaridendo gli altri, scopro, in questi giorni che fanno spazio ad un buio senza spettatori, che io per prima, io per prima, mi affannavo nella rincorsa di un posto migliore, che stavo annegando nell’illusione di star muovendo dei passi verso un’ambizione diversa da chi desiderava solo divenire, apparire, obbedendo alla stessa, invece. 

 

Ho rimandato un viaggio, l’ho desiderato tanto e poi ho detto “quando avrò tempo”;

non ho pianto davanti ad un amico dal quale mi ero sentita tradita, non ho gridato a voce alta le mie ragioni ma le ho soffocate e ho lasciato che svanisse dalla mia quotidianità;

ho messo da parte la compagnia di persone lontane, dandola vinta allo spazio e tacendo l’affetto che mi anima; 

ho lasciato che la distanza fisica allentasse i rapporti che ho costruito fino al giorno della mia partenza;

ho pensato che piangere fosse da deboli;

ho pensato che “fragile” fosse da sfigati;

ho sostituito la rabbia alla tristezza;

ho pensato che il mio dolore fosse più grande di quello di chiunque altro; 

ho creduto di dover contare solo sulle forze mie senza mai chiedere aiuto;

ho abbracciato sempre meno gli altri;

da quando non facevo una sorpresa?;

da quanto tempo non sceglievo con cura un regalo?; 

ho squalificato ingiustamente qualcuno dai miei pensieri, sentendomi “più alta”; 

e soprattutto ho creduto che così fosse la vita.

Quando mi ritenevo insoddisfatta di certi miei nuovi costumi, con superficialità mi raccontavo “è che sono cresciuta, è normale il disincanto, è normale anche il disprezzo”.

 

E ho legittimato il male, l’ho normalizzato, mi era sembrato comune, qualcosa da cui “perché proprio io devo sfuggirvi?”

E mi sembrava che in certi momenti fosse non solo opportuno ma necessario dirmi : “digrigna i denti, rispondi male, non lasciare che ti lascino indietro, mordi, cazzo, mordi, non lo vedi che ti vogliono a terra?”. 

E oggi che le strade vuote mi sembrano il riflesso di chi stavo diventando, mi chiedo contro chi stessi andando se non contro me stessa. 

 

Non volevo diventare grigia e imputavo a qualcuno la responsabilità di starmi facendo diventare tale. E oggi, che imbarazzo, mi accorgo di aver perso colore, di aver sciolto un ghiacciaio, di aver inquinato il mio ambiente, di aver detto cazzate, di aver sprecato del cibo, di aver sprecato degli anni;

E ne pago il conto, io per prima, io per prima, che vorrei abbracciarvi tutti e regalarvi un fiore senza pensare che sarebbe banale, soltanto il primo gesto per ricominciare, insieme.

 

Federica Concolino

Versi di nostalgia

Sai
Saisai di
Sabbia
Sai?
So.
Che sai.
La sabbia sa
Di
Tedio
Porco


Mentre vo pei prati,
Ch’i pantalon calati,
Uno strano stimol
Che dall’intestin provien,
Del mi deretano,
Vuol far scivolo.
Preso alla sprovvista in tal pianura,
Capii che resister
Sarebbe stata cosa dura.
Col cuor affranto,
Pel mio tormento
Nel cul sentivo il triste cemento
Così attonito, sgomento
Dovetti sparir, senza rimpianto
Interdetto assai dal gran trambusto,
Mi ritrovai a cagar
Dietro un arbusto.


Pascolando ch’i miei compari
Pei grigi prati in fiore,
Pensando i nostri cari
Al pari del buon cantore,
Io vidi già tutta rosata,
La Fulva sì superba,
Seppur ombrata,
Ch’ella mi parve più dolce dell’erba.
Ed io potei vigilar tutta ‘l dia,
Si lei poscia,
Mostrammi la dolce coscia
O altresì curva pia.
Ma poiché l’amico mio scossemi la testa
Dovetti uscir da tal caverna,
Per tornare alla vita funesta
E non senza una basterna
Abbandonai tal fiamma manifesta,
Così da una nuvola di fiori
Caddi in una colonna in festa
Confondendo i suoi vapori,
Tosto che m’apparve solo il rosso manto
Sommerso da diabolici cori.

 

FrancisB

Tra le mie braccia

Dedicato a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno scritto qualcosa a una persona con la quale si sono mostrati vulnerabili e che adesso non c’è più.

 

Mi piace la letteratura.
Penso che la letteratura sia una delle più alte espressioni dell’animo umano e che, senza di essa, gran parte della vita sarebbe buttata via.
Sono un giovane maschio eterosessuale. Preciso la mia condizione perché tu possa inquadrarmi, giudicarmi e mettermi in una categoria. Come altro dato, scrivo in italiano, la mia lingua madre.
La letteratura della mia lingua è nata e si è sviluppata intorno a un tema a me molto caro: l’amore verso una donna.
Fino a non molto tempo fa, l’istruzione è stata riservata solo ai maschi. Ne consegue che, essendo la maggioranza dei maschi, nelle varie epoche della storia, eterosessuale, il tema dell’amore verso una donna abbia trovato tantissimo spazio.
L’uomo non è sempre uguale a se stesso: cambiano le forme, cambiano i suoni, cambiano gli spazi e i tempi in cui agisce e consuma la propria vita.

Cosa ci lega a una persona, quando essa non è più con noi? I ricordi, sepolti nella nostra psiche. Ricordi che affiorano grazie a un odore, alla battuta di un amico, a una canzone, a qualche parola letta, ascoltata o pronunciata senza pensare che ci riporta, almeno col pensiero, a un periodo ormai perso nelle sabbie del tempo. A volte questi ricordi ci colgono completamente alla sprovvista, riemergono dal terreno dei nostri pensieri, dalle tombe delle nostre emozioni che credevamo sepolte e che invece per un breve momento ci guardano, con pallore cadaverico e occhi privi di iride.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di rapportarmi con donne singolari. Certo, avevano tutte qualche tratto in comune sui quali sorvolo per rispetto prima di tutto verso i miei confronti e, solo successivamente, verso i loro.
Non devo fare troppi sforzi per rileggere qualche pagina dal libriccino dei miei ricordi, sfogliati come l’Aida protagonista, per me, più di Rino Gaetano che di Giuseppe Verdi.

Cerco di ricordarmi come fosse il mio aspetto, cosa facessi in quel periodo, dove vivessi e cosa provassi. Mi aggrappo ai ricordi più dolci, guardandoli senza tristezza né gioia, senza indifferenza né malinconia, sforzandomi di non farmi trascinare a fondo da ciò che è stato e che ora non è più. Beninteso: ho superato ogni trauma e chiusura, non v’è nostalgia. Se qualcosa ha avuto fine, è perché vi erano più motivi e, qualora non ve ne siano, ho già fatto i conti con me stesso nell’apporre significato a tutto ciò.

Nel mio pensiero cerco di ricordarmi la dolcezza di momenti di pace.
Ho la pelle d’oca nel ripensare a quella sensazione di calore e quiete scioltasi dopo un rapporto sessuale cui la mia cultura ha dato, fra le tante perifrasi, una connotazione che rimanda all’industria (intesa come qualità e non come sistema produttivo) e all’artigianato.
“Fare l’amore” può voler dire proprio questo: produrre qualcosa con cura, con perizia, certamente con qualche inciampo, gattonando, battendo la testa, piangendo, strappandosi i capelli, urlando, incontrando la lingua altrui, chiudendo gli occhi, scrivendo, comunicando… tutti ostacoli, tutti aiuti che concorrono a questa definizione dal significato profondo e ineffabile.

Allora mi chiedo cosa abbia provato, nel ricordo in questione, l’altra persona.
Si sarà sentita protetta?
Quali pensieri e quali emozioni avranno attraversato la sua mente?
Voleva davvero essere lì?
Tutti interrogativi destinati a rimanere irrisolti e sui quali chiunque (o almeno chiunque abbia investito emotivamente in ciò) si è interrogato almeno una volta.

C’è chi come me ha risolto tali interrogativi scrivendo.

È con questo spirito che rileggo ciò che ho scritto a varie fanciulle, negli anni.
Senza sforzo e senza affanno assolvo i loro comportamenti nei miei confronti, censuro i miei errori, le cose che non andavano e anche quelle che sono andate. Guardare indietro a mente fredda, per questi eventi, è per me impossibile: troppa vita è passata sotto i ponti, troppi eventi sono stati portati via dalla corrente e non sono recuperabili.

Ed ecco che rivedo un romanzo (sì, un romanzo) scritto per il compleanno della ragazzina di cui ero innamorato al liceo.
Lo trovo lì, innocuo, finito quasi per sbaglio sulla scrivania del mio portatile, chiedendomi per un momento come sia sopravvissuto a sei anni, forse sette, di produzione e di vita.

Vita e letteratura non sono compatibili. La prima è infinitamente più grande e ricca della seconda per essere rinchiusa in carta e inchiostro. Ci sono troppe cose, troppo da narrare, troppo da esprimere.

Rivedo poi altri brani: brani di commiato, brani di scuse, brani d’intimità, brani di coesione e d’intesa che, anche se letti da altre persone, sono i ricordi più pregiati dello scrigno pieno di cianfrusaglie arricchitosi col tempo.
Allora sì, allora sì che penso a quanto sia stato ingenuo, quanto sia stato debole, quanto sia stato giudizioso e forte. Sono stato schiacciato e ho offeso.
Umiliato e offeso, tanto per riprendere il titolo di un romanzetto da quattro soldi russo di un certo Fëdor Dostoevskij, tento di dare significato a quanto scritto.

Sono una persona diversa?

Ho scritto che dopo la tensione c’è la quiete. Ecco, è proprio quella quiete, quella catarsi, quella sensazione che riaffiora nello scandagliare quanto da me espresso per fanciulle che hanno comunque potuto raccogliere un frammento di ciò che sono. Quel che hanno poi tesaurizzato oppure no, non mi riguarda. Si potrebbe anzi dire che non fosse quello il fine: non era tanto la volontà di condividere qualcosa, di farle entrare per un attimo nel mio mondo e far vedere loro chi io sia veramente. Non era neppure un tentativo di sopperire a un’inadeguatezza né un gesto di sottomissione. Erano semplicemente scritti che ho voluto condividere ed esprimere per quel paio di occhi che più mi facevano emozionare.

Rileggo quel che ho scritto, cerco di trovare un senso, una direzione, un significato: tutto inutile, è tutto perduto sottoterra e non ho voglia di scavare. È una miniera perduta per sempre, un filone esaurito.

Un lampo.
Una testa sopra il mio petto.
Una mano che accarezza dei capelli.
Un bacio.
Due persone sdraiate nello stesso letto.
Due occhi.

Inspiro: è tutto qui, dentro di me.
Per un momento, è stata lì.
Tra le mie braccia.

 

Leonardo Mori

C’ERA UNA VOLTA TARANTINO

 

 

Leviamoci subito il dente: “C’era una volta a Hollywood” non può essere un film di Tarantino.

Probabilmente se non avessimo saputo che si trattava dell’attesissimo nono film del gigante Quentin, la delusione dopo la visione si sarebbe limitata a qualche commento negativo fuori dalle sale.

E invece no! Eh no mio caro regista preferito, ti sei meritato un bel po’ di paragoni con gli altri otto capolavori che hai partorito. Analizziamo: otto film uno più bello dell’altro, e questo? Questo non rientra neanche nel “fan service”, non è stato all’altezza delle aspettative neanche per chi ha un altarino in camera in suo onore. Una storia un po’ troppo reinventata, che apre più vignette che, ahimè, rimangono scollegate fino alla fine del film, senza raggiungere un punto X in cui si sarebbe dovuto ricollegare tutto. Piatto, nessuna esplosione alla Tarantino. Che sia stato il cast il problema? Parte dell’attesa per questo film era sicuramente dovuta alla presenza di buona parte dei “big” del cinema americano e mondiale. Aspettative più che giustificate anche solamente dalla coppia Pitt-Di Caprio (e che gli vuoi dire?). Cast stellare senza alcun dubbio, tuttavia messi lì tutti insieme appassionatamente, stonano. In primis la bellissima e bravis…bellissima Margot Robbie, che sarebbe potuta tranquillamente apparire solamente di spalle e che, vicino al collega Leo, ricordava molto, forse un po’ troppo, “The wolf of wall street”, peccato che il regista sia un altro. Sempre per rimanere in tema “film di altri” vanno notate e sottolineate bene le svariate immagini che rimandano a “Il grande Gatsby”, ad esempio ogni scena girata nella piscina di Rick Dalton.

Insomma, il film s’inizia a guardare perché si hanno determinate aspettative, si lascia guardare perché ormai si è lì.

Hey, Tarantino, sei proprio tu? “Can you hear me?”giusto per citare uno dei suoi veri capolavori, “Le iene”, nella scena in cui Mr. Blonde tortura il poliziotto portandogli via un orecchio e, a proposito di momenti splatter, in “C’era una volta eccetera eccetera” la prima scena tutta sangue appare tardi rispetto agli standard degli altri film, più o meno dopo la prima metà, per niente nel suo stile.

Che dire, un prodotto cinematografico fin troppo autocelebrativo (vedere le numerose scene che ricordano molto gli altri film), carino, per carità, ma vicino al nome Quentin Tarantino, ci si aspetterebbe di più un aggettivo che riempie un po’ di più la bocca, non un banale “carino”.

Che sia stata la recente separazione con la partner, sia sul set che nella vita reale, Uma Thurman?

 

Ida Luisa De Luca