Salutare

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono convinto che stare in Piazza Verdi sia salutare.

Salutare ogni amico che passa.

 

 

Un saggio preistorico

Le smanie del pergolato

Questo è un esercizio di scrittura che proponiamo a chiunque voglia pubblicare qualcosa con noi: scrivere da dentro un quadro.

-“La serva, dov’è la serva? ”

Sanno solo chiedere di me, non riuscirebbero neanche a vedere due tramonti se io lasciassi questa casa. Eppure nessun accenno di gratitudine. Fare la serva, spero nessuno lo sappia, è un mestiere difficile, lo è ancora di più nella prospettiva che tutta la tua stirpe sarà ridotta a questa condizione. L’unico appiglio di salvezza rimane l’ignorare i fatti e trascorrere il divenire senza porsi domande. Io talvolta ci riesco, talvolta no; quando sistemo il pergolato e l’occhio mi cade sull’edera che, intrecciata tra sé stessa e il fil di ferro, cresce, scendendo, fortificata da quei legami, sento che l’indifferenza verso l’esistenza non è più possibile e mi chiedo quali siano i nostri legami. Quali siano quelli di edera e quali siano quelli di ferro.

Ecco, qua nel cortile, la scena che tra poco mi si mostrerà davanti, è già stampata nella mia mente, e ve ne darò dimostrazione per farvi capire quanto la nobiltà abbia la mente annebbiata, anch’essa, dalla monotonia della vita, di cui noi diventiamo totali partecipi, unendo in una sorta di simbiosi sociale, le due vite: quella del servo e quella del servito.

La signorina Elena sarà la prima di cui incontrerò lo sguardo: la sua unica fonte di distrazione è osservare la lentezza delle serve e lamentarsi di loro con le amiche. Delle serve è sempre più vanto lamentarsene che glorificarsene. Avrà il ventaglio bianco nella mano; lo ha sempre da quando ha deciso di smettere di fumare, perché si sa, il fumatore potrà anche rinunciare al sapore del fumo ma non riuscirà facilmente a staccarsi dalla gestualità di riempire la mano con qualcosa. Perciò ha sostituito la sigaretta con il ventaglio e da un mesetto circa non fuma più. Ma cosa sarà di lei quando delle cicale resterà solo il guscio?

Donna Bianca, invece, ci mostrerà il suo paradosso: portare un nome così candido e vestirsi sempre in nero, per celebrare la morte del suo amato marito, deceduto ormai da 20 anni.

Probabilmente starà guardando con occhi malinconici la figlia di sua sorella minore.

La morte le ha portato via non solo la speranza di un amore degno, ma anche la possibilità di sfogare quel suo istinto materno che adesso rimarrà represso per sempre.

La piccola Mery, oggetto di tanto desiderio, crescerà inorgoglita da tutta questa attenzione ottenuta in così tenera età e per questo avrà, in futuro, un’indole superba.

Donna Elisabetta, infine, non mi mostrerà neanche il volto, neanche si accorgerà che la serva ha portato il caffè, fino a quando, tutte lo avranno già finito e ripreso più volte. Allora lei lo reclamerà e sarà, questo suo rimprovero, motivo di argomento per la signorina Elena.

Io, udito quell’ordine, ritornerò, con il caffè sul vassoio, pronta allo scenario che avrò di fronte.

E la scena si ripeterà per altre due o tre volte nella giornata, fino a quando non verrà chiesto di servire la cena.

Cosi noi trascorrevamo la nostra giornata, in quella dimora estiva, con il biondeggiare del grano intorno a noi e il calore del giorno. Cercando, come meglio potevamo, di occupare la noia. Così, anche quelle piccole incomprensioni o discrepanze tra i nostri caratteri erano motivo di sopravvivenza per i nostri animi così aridi di noi donne, che abbiamo meno occupazioni che ci permettono di sopravvivere rispetto agli uomini. E se forse, un giorno, un pittore dall’animo indolente, vorrà riportare sulla tela i vani tentativi che noi donne facciamo per mantenerci in vita e non morire prima del tempo, consiglio di dipingere noi, cosi come siamo, nel pergolato.

 

 
Chiara Stoppioni

Per amore della poesia

Amine è un ragazzo di ventitré anni di origine marocchina che da anni vive in Italia, attualmente a Torino. Col tempo si è avvicinato alla letteratura e incominciando ad appassionarsi ad essa ha iniziato a produrre poesie, ottenendo discreti successi pubblici. Partecipa a varie serate di lettura anche fuori da Torino e per ben due volte è stato ospite del Salone del Libro, tutto questo destreggiandosi tra università e lavori per mantenersi autonomamente. La sua storia mi ha colpito moltissimo così come le sue poesie e per questo motivo ho deciso di intervistarlo a nome del nostro blog Luft e quella riportata qua sotto è la chiacchierata che ne è scaturita.

Perché la poesia è ancora possibile, anche nel mondo in cui viviamo. È fragile, è autentica, è forse, come mai prima, indispensabile.

 

 

UN’INTERVISTA PER AMORE DELLA POESIA

 

 

Prima di iniziare a parlare del tuo rapporto con la scrittura vorremmo sapere qualcosa in più su di te. Ti andrebbe di raccontarci quando e come mai hai lasciato il Marocco per trasferirti in Italia? C’è stato un motivo specifico che ti ha spinto a scegliere Torino o è stata pura casualità?

Sono nato e cresciuto in Marocco fino all’età di undici anni, vivendo principalmente con la famiglia di mia madre, poiché i miei genitori sono separati. Sono stati anni felici nonostante le difficoltà economiche e i problemi di famiglia.

Ora che sono passati più di dieci anni non sono sicuro dei motivi che mi hanno portato in Italia.

Quello che è certo è che mia mamma desiderava per me un futuro migliore.

Preciso che non sono di Torino, sono cresciuto nella provincia di Alessandria, a Novi Ligure.

Prima di iscrivermi a Lettere qui, facevo il pendolare. La città mi ha attirato dal punto di vista culturale: cinema, teatri, musei, eventi artistici, biblioteche.

 

 

Sei una persona che ha sempre letto molto, anche poesie, o ti sei avvicinato a questo mondo nell’ultimo periodo?

L’ambiente in cui sono cresciuto ha sempre prediletto le scienze come la matematica e la fisica. Verso gli ultimi anni del liceo ho sentito il bisogno di esprimere emozioni, di parlare di alcuni argomenti, di rendere in parole alcuni pensieri, ma ho trovato la difficoltà nella lingua e nel modo di esprimermi. Così ho iniziato a leggere tutto quello che mi trovavo di fronte. Il Corano è stato uno dei primi libri che ho letto, poi sono arrivati i classici, romanzieri e poeti.

 

 

Pensi che la poesia possa assumere un valore pedagogico nella società in cui viviamo?

Credo che il poeta non abbia il compito di proporre novità, ma può ispirarne la nascita. Potremmo parlare in un certo senso di missione: attraverso la poesia egli risveglia le coscienze degli altri, può rendere consapevoli tante menti, portare le persone a conoscersi meglio, ad indagare su se stesse, ad analizzarsi. Il poeta, secondo me, per mezzo della parola svolge il lavoro del medico: cura le anime.

 

 

È stato difficile iniziare a scrivere in italiano? Sei autodidatta? Il registro e lo stile che usi è di alto livello al di sopra del parlato e dello scritto di molti madrelingua…

Ti ringrazio. Non credo di conoscere bene nessuna lingua. Talvolta trovo delle difficoltà nel lessico, ma il conoscere diverse lingue mi aiuta ad orientarmi. Con gli anni ho sentito l’esigenza di conoscere bene una lingua e poi approfondire le altre. Ho scelto l’italiano perché sono cresciuto in Italia, è la lingua con cui sogno e con la quale mi esprimo meglio.

Come ho scritto prima, ora sono studente di lettere, ma la scelta di studiare in questa facoltà è arrivata dopo l’aver iniziato a scrivere. Possiamo quindi dire che sono autodidatta e mi ispiro a diverse persone, non solo scrittori.

 

 

Scrivi mai poesie in arabo e in francese?

In francese quasi mai, in arabo qualche volta. La lingua francese è la seconda lingua ufficiale del Marocco, l’ho studiata lì alle elementari e qui in Italia alle medie, non la conosco molto bene anche se riesco a leggerla. Benché ammiri questa lingua, non possiedo le competenze per comporre in essa poesie.

Per quanto riguarda l’arabo invece ammetto di esserne perdutamente innamorato, è la lingua della religione islamica, ciò significa che traggo ispirazione spirituale da essa e dalla sua cultura. Ogni tanto cerco di scrivere in arabo, ma talvolta risulta molto complicato.

 

 

So che è una domanda difficile ma c’è uno scrittore che ti ha particolarmente ispirato nella scelta di scrivere o è un processo partito spontaneamente?

Ho sempre vissuto con l’esigenza di raccontare agli altri. Amo la solitudine, ma mi terrorizza l’idea di rimanere solo, perciò ho iniziato a scrivere in uno dei periodi più bui che ho passato. Mi ha aiutato a riflettere, a conoscermi, ad analizzarmi e a scoprire lati di me su cui non mi soffermavo.

Mi ispiro alla maggior parte degli scrittori che conosco. In particolare mi ispiro a Jorge Luis Borges, ma anche a Montale, a Pavese, a Qabbani, a Neruda, a Baudelaire e altri poeti e narratori.

 

 

Cosa significa scrivere poesie per te? C’è un messaggio specifico che vuoi comunicare o è per il puro piacere di farlo?

Credo che la poesia sia immortale, che ogni parola pronunciata sia importante, che la parola sia uno dei doni più belli in possesso dell’uomo.

Scrivo per me, ma non solo. Ogni essere umano, nella sua vita, passa periodi belli o brutti, alcuni di questi rimangono indelebili nella memoria, nasce così il bisogno di mantenerli vivi e il modo per farlo è scriverli, renderli in versi. Desidero abbracciare ogni lato della vita anche scrivendo: le occasioni speciali, le piccole cose che ci rendono umani, le crisi esistenziali di ognuno di noi, l’amore, la morte. Credo che il poeta abbia la capacità di rendere tutto ciò nella miglior forma possibile.

 

 

Come trai ispirazione quando cominci a scrivere? Segui un rituale specifico o varia sempre?

Ho sempre la testa piena di idee per scrivere poesie, ogni cosa che mi capita potrebbe essere fonte di ispirazione. A volte scrivo di getto, lasciando scorrere la penna sul foglio, altre volte invece le poesie che scrivo sono frutto di lunghi ragionamenti, perché non sempre le parole scritte sono quelle che vogliamo scrivere.

 

 

Partecipi a molte letture, vieni invitato ad eventi nelle città di Brescia e di Milano e hai partecipato ben due volte al salone del libro. Cosa si prova a vivere dentro un ambiente letterario così ricco e vivace?

Essere tra appassionati di lettura e di arte è stupendo. Vedere negli occhi delle persone brillare le emozioni è indescrivibile. Dopo ogni lettura mi sento pieno di vita, come se essere su un palco fosse la vera realtà.

 

 

Spesso si dice che gli scrittori e i poeti scrivano perché hanno dentro se stessi un conflitto interiore, sfogabile attraverso questo canale di comunicazione, la parola. Sei d’accordo?

Sono d’accordo. Se non avessi vissuto certe esperienze, se non avessi avuto certe ferite e traumi nella vita forse non mi sarei avvicinato alla poesia. Come ho già detto la scrittura è una forma di terapia. Chi scrive, scrive innanzitutto per se stesso, per un’esigenza interiore di cui non comprende l’origine. Le righe di ogni poeta sono un prodotto di sangue e lacrime.

 

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti futuri in campo artistico? 

Nell’ultimo periodo ho partecipato ad alcuni eventi culturali, dove ho recitato alcune mie poesie, ma ho dovuto interrompere a causa del lavoro e dell’università. Sto scrivendo una raccolta di poesie, che porterà il nome di Zahra, mia nonna.

 

 

Hai risposto alle nostre curiosità, in allegato all’intervista i nostri lettori troveranno alcuni componimenti che hai voluto condividere con noi. Grazie ancora del tempo che mi hai dedicato, è sempre bello conoscere persone con un’energia così forte. Se qualcuno volesse contattare il nostro intervistato qui sotto lascio i suoi recapiti:

www.asteerio.it

medaminebo@libero.it

Instagram: asteerio

 

 

 

             Elisa Citterio

 

 

E adesso… Un po’ di poesia.

 

AURORA D’AGOSTO

 

Ho camminato sul ciglio della vita

Cercando presso l’Aurora i tuoi occhi.

 

Ho nuotato nell’impurità di una parola

Per sussurrarti l’amore a cui non credi.

 

Ho squarciato bramandoti il cielo azzurro

E non trovandoti ho perso la direzione

 

Ho perso te che così non mi ami

Ho perso così l’Aurora nei tuoi occhi.

 

 

 

RIFLESSIONE

 

Amico mio, dimmi se anche tu

Se anche tu pensi

Giocando sott’acqua a dadi

All’ora che giunge e non avverte

 

I castelli che porta la corriera

Sogni non lontani di primavera

Saranno di duro marmo lucente

O di cenere colta dalla bufera?

 

Giri il volto togliendoti gli occhiali

Con mano pesante con aria impaziente

Mi domandi dove dimorano i diamanti

 

Mi chiedi come per paura

Se la vetta

Che ora pare nostra

E ora pare straniera

È vicina

 

Se i passi di sabbia decisa

Verranno colti sul monte dove cammino

Dalla frana

Che ora pare lontana

E ora pare vicina

 

 

 

 

 

 

 

SOLITARIO

 

Solitario scruto nella notte

Qualche stella scintillante

 

Solitario scruto nella nebbia

Qualche fragranza palpitante

 

Scruto in ogni istante

Qualche fugace emozione

 

Ma invano cerco

Sono schiavo dell’illusione

 

Ribolle il sangue

Il cuore arde

 

Sono il cacciatore

E l’inseguito che perde

 

Sono la freccia scagliata

E bersaglio è la mia anima

Incantata

 

 

 

STELLA D’INFANZIA

 

Passano le notti e tu non brilli

O stella intravista nei sogni d’infanzia

L’opaco dei tuoi capelli di rubino

Rassomiglia alle nostre piccole vite

Cammini sulla brezza di giardini senza fiori

Incolori come le lacrime che versi rimembrando tuo padre

 

Ma passano le notti e tu non brilli

La mia anima traboccante di speranza

Ed ansiosa della tua folle luce

S’insinua fra le mie tremule ginocchia

E non cammina

 

L’ignoto firmamento per noi decise

Per noi che non più come prima

Camminammo cavalcando il carro d’oro dell’aurora

Così vollero le nostre notti insonni

Che passano quasi immobili dinanzi a noi

E dinanzi a me tu più non brilli

O stella intravista nei sogni d’infanzia

 

 

 

VERITÀ

 

Anche giocando talvolta

Con le parole

Riesce facile scorgere

Frammenti di verità

Ben lontani dall’essere

Assoluti o giusti o nostri

Nelle piccole cose.

Non ci occorrono aforismi

Né contorte citazioni rare.

 

Solo qualche perduta

Timida sillaba.

 

 

ADDIO

 

T’ho salutata, come si saluta un amico

Sicuro che presto t’avrei riabbracciata

T’ho salutata non pensando fosse un addio

Nella leggerezza d’un mattino estivo

Ora è primavera e tu nel ricordo perduri

Leggera.

 

 

NON BIASIMARMI

 

Non biasimarmi

Se per me ogni cosa

Dimora dentro il tempo

Questo succedersi di eventi

che ora scelgo e ora non scelgo

Questo alternarsi di lumi

ora accesi e ora spenti

dove caso e destino giocano a dadi.

 

No, non biasimarmi

Se per me oso

L’estrema scelta di vivere

come albero senza rami

senza foglie o radici

Se sono più vicino al tronco

senza figli e senza avi.

 

 

 

 

 

 

 

SUI GRADINI DEL DESTINO

È buio ad ogni passo,
ad ogni passo c’è silenzio

E ti pare di percorrere
le indecisioni d’ogni uomo

E non sai proseguire
E non osi salire

Venti(quattro)

MATTINA

Mi sono alzato tardissimo e sono in ritardo per lezione. Stamattina avevo il prosciutto negli orecchi: la sveglia ha suonato a lungo senza, poverina, venire minimamente considerata.

Poco importa. Mi vesto al volo e mi fiondo giù dalle scale; all’angolo di via Bolognese e piazza dell’Unità c’è il bar che preferisco della zona. È gestito da una famiglia di cinesi, moglie e marito. Ogni tanto c’è pure il figlioletto, che credo abbia poco più di sette anni. È incredibile come tutti e tre parlino in un italiano perfettamente corretto, senza la minima flessione straniera; eppure Chen è in Italia solo da qualche anno, non abbastanza per ottenere la cittadinanza italiana. E pensare che alcuni politici vorrebbero mettere un test di lingua italiana per tutti gli immigrati, quasi a rendere impossibile un iter già di per sé troppo lungo, contorto e rocambolesco. E tutti gli ‘italiani’ che sento parlare alla radio e alla televisione, che non sanno nemmeno coniugare correttamente un congiuntivo, o costruire una consecutio temporum logicamente coerente, dove li mettiamo? Se attuassimo lo stesso criterio anche con gli italiani, giusto per rivendicare o togliere la nazionalità, quante persone verrebbero effettivamente risparmiate? Sarebbe sicuro una carneficina. Che poi dico, se so parlare non è detto che conosca le regole grammaticali, anzi. Come quando ti consigliano di andare a Londra per imparare l’inglese parlando con gli autoctoni, mica ti chiedono se il pronome che hai usato è oggetto o soggetto della frase! Non so proprio che pensare, questo paese è proprio strano, al limite del paradossale. Forse è meglio bere in fretta il caffè, non posso sbarellare così di prima mattina «Sai cosa Chen, anche una brioche alla crema, grazie!»

 

 

PRANZO

Adesso mangio delle polpette confezionate riscaldate in microonde e non mi piaceranno molto ma costavano 2,50€ e il piatto piange un po’ come il portafoglio e penso sia molto strano il fatto che alla mia età il mio bisnonno mangiava pane fatto in casa e faceva il barrocciaio che per chi non lo sapesse semplicemente era un camionista ante litteram e lo faceva in Maremma e si alzava stra-presto la mattina e lavorava 12-14 ore e mica c’erano i supermercati o i microonde e le città erano più piccole e c’erano sì i negozi alimentari ma insomma non esisteva nemmeno come concetto l’Esselunga la Conad la Standa o robe simili e ciò da una parte è strano voglio dire fino a nemmeno cent’anni fa la gente produceva il cibo che mangiava e sapeva cosa ci fosse dentro; in più c’erano le ghiacciaie ora invece chissà se nelle polpette c’era un vitellino o un residuo industriale di pattume o plastica stile Marcovaldo ecco la vita moderna è anche questa e c’è tanta abbondanza e la gente vive più in città e guadagna un salario fisso poi compra il proprio cibo principalmente in supermercati con casse automatiche e paga con bancomat però che progresso passare da 1000 calorie al dì sudate con fatica e impegno a prodotti sopra le 1200 kcal al pezzo pagate fisicamente molto meno almeno solo nell’atto di comprare tutto ciò è triste e comunque queste polpette non sono poi molto male e si difendono bene e ora mentre mastico rispondo a dei messaggi e forse dopo avrò ancora fame.

 

 

POMERIGGIO

Dovevo andare in farmacia ma l’ho trovata chiusa. L’orologio segna le cinque meno quindici e già mi sto innervosendo e non ho la minima voglia di stare in giro, il mal di gola mi passerà da solo.

Il sole è coperto dalla solita coltre di nebbia e nuvole bianche e io non vedo l’ora di essere a casa. Mentre cammino mi sento uno dei discepoli di Aristotele, che filosofeggia con le mani dietro alla schiena vagando per le vie di Bologna.  Anche oggi, nonostante il clima, il centro pullula di turisti. Arrivo in piazza Maggiore e decido di sedermi un attimo su uno scalino di fronte a San Petronio. Chissà quante persone si saranno fermate qui come me in questo momento ad osservare la facciata incompleta di questa chiesa. All’improvviso mi focalizzo su un’immagine che mi disturba; un tarlo inizia a rosicchiare il mio cervello. Non riesco più a pensare ad altro e comincia il flusso di coscienza. Mi chiedo come mai la piazza sia piena di poliziotti, carabinieri, militari e mi chiedo cosa significhi davvero sentirsi sicuri. Sentirsi sicuri è molto diverso dall’esserlo effettivamente. Non si può pensare che dei militari armati, a bordo di una jeep che sembra un carro armato ad uranio, contribuiscano a creare un ambiente migliore nella zona più centrale della città. Penso che forse, se qui ci sono così tante forze dell’ordine, un motivo effettivamente c’è. Lo scopo è quello di evitare stragi, attentati, tragedie come quella del Bataclan a Parigi; io purtroppo continuo a vederla soltanto come una dimostrazione di forza, come un modo attraverso cui far capire a tutti che lo Stato è qualcosa di più che un concetto filosofico. Il fine è tutelare i cittadini creando un deterrente anche nei loro confronti.

Mi chiedo se in caso di attentato tutto ciò possa garantire o meno una maggiore sicurezza per le possibili vittime, ma sono dinamiche nelle quali non posso immedesimarmi. Anche immaginando che così sia possibile salvare delle vite, riempire tutte le strade di militari armati per la paura di un qualcosa che potrebbe accadere non sarà mai una soluzione. Ho sempre preferito tenere su due piani distinti sicurezza e libertà, e penso che il modo migliore per contribuire ad entrambe sia quello di non avere pregiudizi verso ciò che non si conosce, preferendo il dialogo all’intimidazione.

Continuo a rifletterci, mentre mi avvio verso casa…

 

NOTTE

Come ogni notte, il buio si accumula intorno a me, gli occhi spalancati in un silenzio immobile. Questo stato causa la mia insonnia da anni, dandomi l’idea di non aver mai dormito se non raramente; ore a cui non dare troppo peso.

Tutti lo consigliano: alzati, vestiti, esci e cammina. Così faccio e mi chiudo la porta dietro le spalle imboccando via Ferrarese.

Non c’è nessuno in giro questa notte e mi sembra cosi strano: avere una città a disposizione mi dà la sensazione di terra bruciata, di supremazia e desolazione contemporanee. Forse è proprio così che ci sentiamo dentro ai nostri confini e ancora di più fuori da essi: sovrani prima, granelli poi.

Mi chiedo cosa nasconda quest’anarchia globale, mi chiedo perché abbiamo bisogno di sentirci sovrani, supremi se nel momento in cui guardiamo al di fuori del nostro reticolato, appare chiaro che non lo siamo. Sembra un patto nascosto, un pregiudizio insaziabile.

Cerchiamo ogni giorno di raggiungere l’angolo di mondo più remoto, attraverso le nostre ambizioni, il nostro “progresso”, inventiamo e costruiamo strumenti, ma appena possiamo ci rintaniamo nel nostro individualismo e in quello di chi lo condivide, perdendo le mete che ci eravamo prefissati, allungando sempre di più le distanze.

Tutti parlano di confini, ma, a dir la verità, io non ne ho mai visto uno perché forse il vero confine, la vera frontiera è proprio nella mia testa, disillusa, che non riesce più a dormire.

E tu notte dove fuggi, così sconfinata, e dove arrivi? Senza un traguardo resti impassibile ed io in piedi, fermo, a guardarti. Tra poche ore anche tu valicherai un “confine” ed io tornerò a casa; eppure mi viene da pensare che queste distanze siano solo alibi, finte protezioni, dogane di reticenza.

Io sono qui, su questa terra, che vista da lassù non avrà né confini né frontiere e resisto a questo sonno che mi chiude gli occhi piano piano.

 

Anna Aziz
Elisa Citterio
Cesare Faustini
Leonardo Mori

Summa of nowadays

Ventunesimo secolo che avanza e tutte le aspettative ottimiste e progressiste passate sono felicemente andate in frantumi: non viaggiamo comodamente nello spazio, non abbiamo macchine volanti, non abbiamo la pace e la ricchezza nel mondo. L’uomo ha creato una grande macchina che lo sta portando alla distruzione. Il capitalismo e la globalizzazione, come un tumore, hanno infettato tutto il globo – tali tumori potrebbero anche essere benigni se solo fossero veicolati da fini alti e per il bene collettivo – invece solo pochi sono ricchi senza più né cuore né scrupoli, corpi senz’anima che si abbandonano in opulenze ottenute dal sangue e dalla morte di mille altri.
Dualismo esasperante, squilibrio e disuguaglianza sono gli hashtag – ah no, scusate – le parole chiave dei nostri giorni.
La tecnologia si evolve a una velocità tale che l’uomo non riesce a stargli dietro ed è sempre più diffusa. Sempre più persone la utilizzano non comprendendone appieno il funzionamento, restandone vittime inconsce.
L’intero mondo è nel caos; sembrerebbe che la Terra si stia ribellando all’animale più parassita e tossico che abbia mai ospitato: l’uomo.
Il clima cambia, gli oceani sono liquide discariche a cielo aperto, le minacce di guerre nucleari sono sempre più vicine e intanto la NASA cerca di capire se si potrà mai andare a colonizzare un altro pianeta, Marte (nomen omen?).
I presupposti non sono dei migliori, ma, come sempre si dice in questi casi, la speranza è l’ultima a morire: forse c’è davvero una via di salvezza.
Il Dalai Lama un giorno ha detto che se tutti i bambini del mondo dell’età di otto anni praticassero meditazione, nella prossima generazione non ci sarebbero più conflitti nel mondo. Personalmente voglio crederci. Bisogna ridare empatia agli esseri umani.
L’empatia è una dote potentissima ma difficile da controllare, perché rende vulnerabili e forti allo stesso tempo. Che senso ha urlare addosso a una persona che non vi ha fatto nulla solo per sfogare le proprie personali frustrazioni? Perché mai deridere chi è più debole, solo per nascondere le proprie insicurezze e sentirsi temporaneamente un poco più forti, illudendosi di esserlo? Non sarebbe più gratificante trovare una spalla su cui piangere, un orecchio che ci ascolti, dopo che noi abbiamo sostenuto e abbiamo ascoltato? (SPOILER: No.)
Quanto è bello sapere di avere il merito di aver portato un sorriso sincero nel volto di un uomo che poco prima piangeva? (SPOILER: Ma vuoi mettere due belle bocce?)
Eppure basterebbe poco per cambiare nel proprio piccolo l’ambiente circostante. Gli uomini quando lavorano uniti cambiano il corso degli eventi. È più importante un like su un social network oppure un sorriso sincero dato, ricevuto, nell’arco di una giornata? Una rondine non fa primavera, e anche se non sapete che l’ha detto Kant va bene lo stesso. (PROMEMORIA: leggere più libri, sivuplé).
Credete che queste siano piccole cose, che non c’entrino nulla con l’incipit del testo? Assolutamente no. Il potenziale del singolo individuo è straordinario, la cooperazione tra uomini ha creato meraviglie inenarrabili nel corso di tutta la storia. Bisogna solo cambiare rotta, non domani ma oggi. Abbiamo sbagliato qualcosa negli ultimi due secoli, forse per superbia o perché ci siamo dimenticati chi siamo veramente, dei semplici cretini e non divinità onnipotenti. Ridiamoci empatia e ricominciamo a innaffiare quei valori avvizziti da troppa dissociazione, individualismo e ignoranza bruta. Io nell’umanità non voglio smettere di crederci, e voi?

Elisa Citterio

Pronti?

 

Viviamo in tempi interessanti.  Ovunque la vita e la morte lottano intorno a noi, mentre ricchezza e indigenza, siano esse materiali o umane, si scambiano baci e morsi nel grande letto globale e multipolare di questo sassolino sperduto nel cosmo. Accumuliamo, accumuliamo oggetti, pezzi di giornale, esperienze, frammenti psicologicamente (ir)rilevanti e li depositiamo dentro di noi. La memoria non filtra niente ed è inutile, perché non c’è memoria che tenga nel presentismo in cui siamo tutti immersi. È più che mai impossibile comunicare, prima di tutto con noi stessi, senza ricorrere ad ardue metafore che non conducono da alcuna parte. Dicono che la vita sia un viaggio, aggiungo che non porti da nessuna parte. 
Aldilà di questo squallido fatalismo, non lo sentite? Non lo sentite il nonsenso penetrante, il rullo compressore della storia? Ai tamburi di guerra, ai motori dei bombardieri in picchiata, ai lamenti delle prefiche si sono sostituiti sigle di telegiornali, autobus che girano una curva, urla basse nei condomini spentesi rapidamente nella notte. La bussola è rotta, ci barcameniamo verso un futuro oscuro e privo di reali punti di riferimento. Spesso si ascoltano discorsi in nome della sovranità politica, della sovranità monetaria, della sovranità popolare: oggi sussurro un Discorso sullo Stato (di quel che rimane) dell’Unione intima, comunicativa, umana. Presto il futuro sarà passato, così come lo è il presente, ogni nostra azione genera conseguenze impercettibili e imperscrutabili da noi stessi ma che hanno ricadute in sistemi diversi dalle nostre monadi. Al contempo, v’è preclusa ogni nuova forma di conoscenza verso noi stessi, verso gli altri, verso me che vi gabbo con sintassi sgocciolanti retorica, giochi linguistici, doppi sensi privi di testa e coda… ma come, mi date del sovversivo? Sì, se è questo il connotato che mi attribuite, allora sono un sovversivo sui generis: non intendo abbattere l’ordine costituito, intendo cantare una piccolissima parte della grande epopea umana, quella tragicomica narrazione alla quale tutti partecipiamo e che si risolverà, come ognuno di noi, nel nulla. È un fatto: a prescindere da ciò che ci possa essere dopo la nostra morte, dal momento della nostra nascita siamo destinati a perire.  La vita è solo un breve periodo di tempo in cui si è vivi.
Non esigo essere un profeta, non pretendo che il mio messaggio (se forse ve ne è uno) raggiunga quante più persone possibili. In fin dei conti, siamo tutti profondamente noiosi, isterici, insicuri, contraddittori. Tale è la natura del male, tale è la natura dell’uomo.
Possiamo stordirci, certo: le dipendenze sono sorte apposta per farci stare temporaneamente meglio, per farci stare peggio a lungo andare. Ogni boccata è una manciata di minuti in meno su questo inferno, ogni sorso una sensazione in più giù per la gola, neuroni appassiti e cattiveria e freni che si allentano, citare altre sostanze sarebbe improprio. 
Sarebbe anche sbagliato attribuire un criterio di giustizia o di morale alla realtà in cui siamo continuamente immersi, in cui nuotiamo, restiamo a galla, affoghiamo. Ci scorre così, questa esistenza, sulla pelle via via più vecchia e più segnata dal tempo. Può andare bene, può andare male, può non andare proprio. Accumuliamo così degli oggetti, cerchiamo di stare meglio e quindi sì certo possiamo prendere un caffè, adesso non rispondo ma intanto visualizzo, non mi va di chiedere lo scontrino, perché no si potrebbe tentare…
Il tutto è complesso, difforme e multiforme. 
Un assordante nulla pervade il nostro corpo, la nostra mente, il nostro spirito.
Ricollegandosi al principio del testo, forse una risposta c’è: forse accumuliamo tanto solo per sentire un rumore più forte, quando la morte fa crollare il tutto e disperatamente, se ne abbiamo facoltà, ne cerchiamo il senso per una manciata di attimi.

Leonardo Mori

Incipit

Premessa: non sono un critico letterario, non sono uno scrittore, non sono un teorico. Quanto leggerete, sarà solo il frutto della mia esperienza e del dettato della mia coscienza, niente di più.

 

MOBY DICK

(Herman Melville, 1851)


Call me Ishmael.
(“Chiamatemi Ismaele”)


È uno degli incipit più diretti, profondi e laconici della storia della letteratura statunitense.
Possiamo già intendere almeno tre elementi, che si svolgeranno per tutto il romanzo, da parte dell’Io narrante: il primo consiste nel presentare il narratore come non appartenente alla classe borghese; il secondo sta nella chiarezza palese della fonte per i nominativi di tutti i personaggi del libro, l’Antico Testamento: tale elemento si riallaccia con lo spirito religioso statunitense di metà Ottocento; il terzo, a livello più meramente contenutistico, è l’assenza di avverbi o aggettivi: con tre parole Melville rinuncia a ogni altra descrizione (almeno nell’incipit) del protagonista, di cui sappiamo solamente essere un maschio probabilmente adulto. Questo taglio, e l’intera opera in generale, non porterà fortuna all’autore: stroncato da critica e pubblico, sarà il canto del cigno di una carriera sicuramente produttiva ed esteticamente valida, non considerata però tale per almeno i tre decenni successivi.

FINNEGANS WAKE

(James Joyce, 1939)

riverrun, past Eve and Adam’s, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs.
(oggettivamente intraducibile, riportiamo qui una traduzione lontanamente fedele:
“fluidofiume, passato Eva e Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con più commudus vicus di riciclo di nuovo Howth Castle Edintorni.”)
L’ultima fatica dello scrittore dublinese, un’impresa letteraria durata quindici anni, rivela già in queste due righe la profonda attenzione da lui dedicata allo sperimentalismo linguistico e alla tecnica del “flusso di coscienza”. Il rischio di esprimere banalità è altissimo, di conseguenza mi limiterò ad apportare pochissimi spunti di riflessione, in forma di elenco.
1) La prima parola è un neologismo, scritto in minuscolo.
2) Il carattere eroicomico dell’opera si rivela nell’inciso dopo la prima parola, rendendo omaggio al “Tristram Shandy” di Laurence Sterne, vera e propria pepita letteraria del Settecento inglese.
3) L’allitterazione dell’inciso successivo, pressoché non traducibile per le dovute differenze morfo-fonetiche di ogni lingua, può essere letta come un collegamento dovuto e meditato ai poemi epici del mondo anglosassone e irlandese in particolare.
4) Dopo averci confuso con precisissime e al contempo indefinitissime coordinate spaziali, la nostra attenzione si dischiude nella violenza dell’ultima parola.
Si capisce bene, già da questo incipit, quanto lo sperimentalismo linguistico sia portato agli estremi e quanto di Joyce rimanga in tutta la letteratura “isterica” e “postmoderna”  sviluppatasi nel corso del secolo e tuttora vivente.

ARANCIA MECCANICA

(Anthony Burgess, 1962)

– Allora che si fa, eh?
C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al KorovaMilkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano questi sosti, con le cose che cambiano allampooggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, cosí lo potevi glutare con la sintemese o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario.

Inquietantissimo e ferocissimo romanzo ambientato in un distopico futuro prossimo, è difficile non innamorarsi, benché la poesia e la musicalità siano tradite nella traduzione, della perizia linguistica e creativa dimostrata dall’autore. Piccolo spoiler: la primissima frase è identica negli incipit dei tre blocchi che compongono il romanzo, forse è il narratore che parla, forse no. Burgess inventa un linguaggio del tutto nuovo: il narratore parla uno slang, il Nadsat, un misto fra la lingua russa e il londinese cockney parlato dagli operai di West-Ham, illuminante sintesi dei due mondi culturali della guerra fredda.  Onomatopee, congiunture allitteranti, neologismi… c’è veramente di tutto e di più in questo potentissimo incipit. Virtuosismo puro ma non esasperante, capace di rapire il lettore: voto massimo con lode.

LA METAMORFOSI

(Franz Kafka, 1915)

Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumenerwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem ungeheuerenUngeziefer verwandelt. Er lag auf seinem panzerartig hartenRücken und sah, wenn er den Kopf ein wenig hob, seinengewölbten, braunen, von bogenförmigen Versteifungen geteiltenBauch, auf dessen Höhe sich die Bettdecke, zum gänzlichenNiedergleiten bereit, kaum noch erhalten konnte. Seine vielen, imVergleich zu seinem sonstigen Umfang kläglich dünnen Beineflimmerten ihm hilflos vor den Augen.


(“Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi.”)

Racconto lungo, pubblicato sullo sfondo di un conflitto mondiale, “La metamorfosi” di Kafka non cessa ancora oggi di scuoterci e di stupirci. Parallelamente alle migliaia di granate lanciate ed esplose dalle trincee, il soldato semplice Kafka sembra follemente raccogliere e ricomporre le schegge, elencandole e mostrandoci, con le sue mani sporche, intirizzite dal freddo, insanguinate, la patina di orrore e alienazione che ricopre la realtà tutta e che troppo spesso volutamente ignoriamo. È un’illustrazione fredda e alienante di cosa significhi davvero “essere umano” nella schizofrenica società contemporanea. La Casualità è divinità temibile, violenta, sanguinaria. La brutalità sottesa e udibile in sottofondo cozza con l’orrida musicalità del testo. Benché sia scritto in tedesco, questo incipit ha un rumore di sottofondo di portata e rilevanza universali, comprensibile a chiunque. Mi hai fregato, Franz: non riesco a esprimermi su di te, non perché non sappia cosa dire, ma perché come te so quanto sia impossibile vincere contro l’incomunicabilità imperante.

 

UNO NESSUNO CENTOMILA

(Luigi Pirandello, 1926)

«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
«Niente» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
Mia moglie sorrise e disse: «Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: «Mi pende? A me? Il naso?»
E mia moglie, placidamente: «Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.»
Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo.

Voce critica e sottilmente feroce dei limiti e dell’ipocrisia dell’uomo contemporaneo, Pirandello conferma, ancora una volta nella sua produzione, quanto gli sia caro il tema della spersonalizzazione, dei meccanismi del mondo e della mediocrità dell’uomo. La crisi d’identità del protagonista già traspare in queste poche righe: un incipit che si apre con una domanda, rivolta da chiunque per chiunque.  In un italiano tanto cristallino quanto povero di creatività linguistica, lo scrittore siciliano (figlio del “Caos”, non dimentichiamocelo) esprime una crisi di identità pienamente novecentesca. Sicuramente il tema della propria identità e di come essa sia concepita da terzi è tratto che ricorre sempre nella storia. La forza di questo incipit sta proprio in un lento crescendo.  Si apre di getto, rallenta, conclude di getto.

Parlando di incipit, non mi sono preparato nessun explicit, quindi penso che questo articolo si chiuderà con

FINE

Leonardo Mori

Agio

Le mie dita battono ritmicamente sulla tastiera. Produco, anzi, scrivo sotto dettato della mia coscienza. Lei dorme sul letto, assorta, il suo volto non dipinge sorrisi, lascia trasparire tutt’al più stanchezza. Se solo sapesse quali mostruose figure albergano nella mia mente, non si sarebbe certo concessa. Più probabile che sappia in realtà cosa abbia dentro di me, quali siano le mie inclinazioni. Le donne sono creature magiche e terribili e riescono a leggere perfettamente le emozioni altrui. Certamente, nei millenni hanno dovuto imparare a convivere con noi bruti. Questi sono i pensieri di sottofondo, nascosti nel mio sottobosco psichico. Che metafora ardita, magari la cancellerò. Per il momento, lasciamola lì, incorniciata a inizio pagina. Tiro un’altra boccata di sigaretta, deposito la cenere nel contenitore, la rimetto in bocca come fosse una pipa o un fuscello. Mi viene in mente un antico mosaico di Pompei: gli ovali di una donna sepolta nei millenni, forse Saffo, forse un’allegoria, forse mai esistita, mi guardano dritto e ricompaiono periodicamente nella mia mente. Ho un rapporto problematico con le donne, questo è vero. Tendo a essere codardo, rivendo la mia riservatezza con punte di ipocrisia e falsa umiltà.
Lei è Musa e figura malvagia. Deve, senza alcun dubbio deve, rimanere ignara di come la stia sfruttando. È come un serbatoio illimitato d’ispirazione, ridotta a un oggetto come un altro. Vi saranno sicuramente differenze fra lei e uno schermo, e dei fotogrammi in movimento che compiono acrobazie fisiche. Le espressioni alla fine sono sempre uguali, così come lo sono magari nei secoli dei secoli… amen? Un’altra ardita provocazione alla morale cristiana: non c’è male, non c’è male! Torniamo a lei: le ho parlato, abbiamo giocato, ha riso, sono salito su da lei, l’ho circuita e sedotta. Si è abbandonata al piacere, è stato un bell’amplesso dopotutto. Questo lo spero e basta, ovviamente non potrò mai sapere quanto abbia finto. È possibile che in realtà la sua stanchezza sia causata più dalla finzione che dal piacere. Può darsi. Tange poco il mio interesse, in verità.
Prima ho parlato di serbatoio: non mi riferivo certo a una fonte di piacere meramente fisico, a uno scambio di linguaggi o a chissà cosa. Fin troppo semplice così. Semplicemente faccio ciò che natura vuole, aspetto che si addormenti fra le mie braccia, appena posso sguscio via e mi rintano nella mia postazione. Ho legato il prodotto del mio lavoro, il mio nuovo romanzo, a questa relazione. Sapete, ho deciso tempo fa di andare oltre il legame fra arte e vita. Ho trasfuso, piegando i sentimenti e l’istinto atavico insito in ogni essere umano, ossia il desiderio di sentirsi amato e accettato, tutto il mio talento in una pozzanghera dorata. Fuor di metafora: inganno, seduco, produco, scaccio. In un’altra epoca sarei stato elogiato come un libertino. Molte donne invece m’insulterebbero e basta. Difendermi? Da cosa, esattamente?
Ogni mia produzione ha il nome di una donna dentro. Ecco un paio di occhi neri, un romanzo cupo ma acerbo e dalle poche vendite. Al nero di quegli occhi, eccone un paio più chiari: già meglio, qualcosa di apprezzabile dalla critica letteraria.
Vi potreste chiedere se io sia cattivo o meno. Quel che mi attende, nessuno lo sa.
Ho la sensazione di essere impunito. Sapete, sono diventato piuttosto bravo, negli anni. La mia abilità nel sedurre le donne e il pubblico è cresciuta parimenti alla mia freddezza e alla mia malizia. Più ho successo, più è semplice ingannarle, più sono sicuro, più scrivo.
Colleziono donne come un adolescente colleziona fazzoletti sporchi. Un po’ violenta come frase, distaccarsi dalla realtà (qualunque cosa voglia dire) è tuttavia un peccato che ancora non ho avuto il coraggio di compiere.
Tutto questo ha un limite: invecchierò come tutti e presto o tardi il successo svanirà. A quel punto, se avrò avuto abbastanza soldi, potrò trovare una compagna giovane, bella e falsa. I soldi possono comprare veramente tante cose. C’è chi direbbe che tutto questo sia fatto per mera cupidigia. È vero per certi aspetti, non lo è per altri. Sono stanco.
Spengo la sigaretta. Lei dorme e adesso abbozza un sorriso. È davvero bella. Sì, questo romanzo si scrive da solo. Venderà molte copie, ne sono sicuro.

Leonardo Mori